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	<title>Save the Children Archives - InsideOver</title>
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	<title>Save the Children Archives - InsideOver</title>
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		<title>Il vero problema delle Ong? Politico, non (solo) morale</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/42851-2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Feb 2018 14:22:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Ong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1133" height="758" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam.jpg 1133w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-1024x685.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1133px) 100vw, 1133px" /></p>
<p>Io ero e resto convinto che nei primissimi anni Novanta Willy Huber, che allora dirigeva l’ospedale di Save the Children a Mogadiscio, in Somalia, mi abbia salvato la vita. In più, ho avuto decine di contatti, e in qualche caso rapporti profondi, con esponenti di Ong in varie parti del mondo. Figuriamoci quindi se posso &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/42851-2.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/42851-2.html">Il vero problema delle Ong? Politico, non (solo) morale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1133" height="758" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam.jpg 1133w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/oxfam-1024x685.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1133px) 100vw, 1133px" /></p><p>Io ero e resto convinto che nei primissimi anni Novanta Willy Huber, che allora dirigeva l’ospedale di Save the Children a Mogadiscio, in Somalia, mi abbia salvato la vita. In più, ho avuto decine di contatti, e in qualche caso rapporti profondi, con esponenti di Ong in varie parti del mondo. Figuriamoci quindi se posso avere una posizione preconcetta nei confronti del cosiddetto “volontariato”.</p>
<p><strong>Però una crisi è una crisi</strong>. E quella attuale è assai profonda, e non riguarda solo i colossi travolti dallo scandalo come <strong>Oxfam</strong> o quelli che si stanno autodenunciando perché avevano già preso provvedimenti e non vogliono finire nel tritacarne come <strong>Save the Children</strong> o <strong>Medici senza Frontiere</strong>. Tanto profonda che la Charity Commission, l’ente che per conto del governo inglese sorveglia le Ong, denuncia di ricevere ogni anno oltre mille segnalazioni di abusi sessuali, che riguardano organizzazioni grandi, piccole e minuscole. Ed è chiaro che il cittadino di buona volontà, il cittadino-donatore ma anche il cittadino che paga le tasse e vede il proprio governo affidare decine di milioni alle Ong, fa in fretta a farsi una domanda: se questi, ad Haiti o altrove, usavano l’organizzazione come sede per le orge, chissà che fine facevano i miei soldi.</p>
<p>Per questo paiono molto ingenui, quando non ipocriti, gli inviti che ora compaiono sulla stampa nazionale e internazionale a non confondere i pochi che sbagliano con i tanti che agiscono onestamente, perché si rischia di cancellare risorse che vanno comunque a favore di popolazioni colpite da calamità naturali, guerre, carestie e così via. È vero, verissimo. Ma succederà comunque. Quando saltò fuori che i loro uomini rubavano, grandi e storici partiti che avevano fatto la storia d’Italia finirono a pezzi. E a nessuno venne in mente di risparmiarli perché avevano contribuito a costruire il Paese e a dare benessere agli italiani.</p>
<p>Messa così, la discussione è inutile. Quando Medici senza frontiere fa notare che sono solo 40, sui suoi 40 mila dipendenti, ad aver commesso brutte azioni, ha ragione: uno su mille è una media sociologica, uno stronzo o un delinquente ogni mille persone c’è in qualunque ambiente. Quello che dovremmo chiederci, però, non è se la media sia accettabile ma piuttosto: perché 40mila? E perché 25mila Save the children? Perché un’organizzazione umanitaria deve avere molte migliaia di dipendenti più dell’Eni, per esempio, o, nel caso di Medici senza frontiere,  addirittura 10 mila dipendenti più della Ferrero? Perché dev’essere una multinazionale? Perché ha raggiunto dimensioni così colossali?</p>

<p>In altre parole, non dovremmo preoccuparci del fatto che nelle Ong lavorano uomini e donne in carne e ossa, con i pregi e i difetti di tutti gli altri uomini e donne. Dovremmo invece chiederci che cosa siano diventate le Ong, e perché. Dovremmo occuparci di politica.</p>
<p>Il boom delle Ong ha un suo anno mille, che è appunto tutto politico: il 1991, quando Bernard Kouchner, segretario di Stato del secondo Governo Rocard in Francia e soprattutto ex fondatore, negli anni Settanta, prima di Medecins sans Frontieres e poi di Medecins du Monde, enuncia il concetto del “<strong>diritto all’ingerenza umanitaria</strong>”. L’occasione fu la repressione di Saddam Hussein contro i curdi, lo scopo abbattere il principio di sovranità degli Stati. Obiettivo riuscito, perché da allora la motivazione “umanitaria” è stata usata con successo dai Paesi più potenti (le infinite liste degli “Stati canaglia” compilate dagli Usa, la difesa delle minoranze russofone da parte della Russia…) non solo per soccorrere popolazioni a rischio ma anche per abbattere nazioni ostili o non così vogliose di diventare amiche e, in definitiva, per spianare la strada alla globalizzazione di cui soprattutto l’Occidente ha beneficiato.</p>
<p>L’ingerenza è stata condotta a suon di bombe. L’umanitario è stato affidato alle Ong, soprattutto a partire degli anni Novanta. Un po’ perché ai governi conveniva dal punto di vista economico e organizzativo, per il vecchio principio per cui quasi sempre il privato funziona meglio del pubblico. E soprattutto perché il lavoro delle Ong, oltre a una maggiore efficacia, garantiva un’immagine di <strong>neutralità</strong> che conveniva a governi che non avrebbero potuto in alcun modo procurarsela, visto che erano stati quasi sempre protagonisti della creazione e poi della conduzione della crisi.</p>
<p>Su questo occorre essere precisi. Non è che Oxfam, Save the Children, Medici senza Frontiere e le altre Ong non siano state o non siano “neutrali” nei loro interventi. Ma è la loro posizione a essere oggettivamente non neutrale quando intervengono in fronti dove si è combattuta una guerra, dopo che una delle parti ha vinto e, sia permesso dirlo, con quattrini forniti di governi della parte vincitrice. Le somme denunciate da Oxfam, per fare un solo esempio, ovvero 67 milioni di euro dalla Ue, 2 dal Governo inglese, 63 dall&#8217;Onu e 57,3 da &#8220;altri governi&#8221; tra marzo 2015 e marzo 2016 parlano molto chiaro.</p>

<p>Il boom delle Ong, e quindi anche delle loro dimensioni, è frutto di questo meccanismo. E si è accompagnato a un’altra distorsione, anche questa indotta dalla convenienza politica dei governi. Le Ong sono diventate delle specie di oracoli, bocche della verità che non potevano essere contestate in alcun modo. Lo si è visto bene con la questione dei migranti nel Mediterraneo e le polemiche con il ministro Minniti. L’idea, ampiamente fatta circolare, era che solo le Ong sapessero cosa fare per intervenire sul problema, anche se a ben vedere la loro proposta era di non fare nulla, di continuare così. Fino al ricatto aperto, con la decisione di ritirare le navi di soccorso perché la situazione, con i pattugliamenti della losca guardia costiera libica, era diventata troppo pericolosa. Anche se nessuna delle loro organizzazioni parla, per dirne una di ritirarsi dall’Afghanistan che è assai più pericoloso del Mediterraneo.</p>
<p>Non si tratta, quindi, di criminalizzare le Ong o di trattare tutti i loro volontari come potenziali organizzatori di orge e altri abusi. Sarebbe però interessante che fossero le stesse Ong ad aprire una riflessione sul loro ruolo e sul meccanismo in cui sono coinvolte anche quando agiscono per il meglio, come fanno spesso. Quello sì che sarebbe un bel momento di politica, utile a tutti.</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-nostri-reporter-raccontano-violenze-sui-cristiani-nel-1493669.html"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone wp-image-42557 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/02/bannerino-occhi.jpg" alt="bannerino-occhi" width="745" height="100" /></a></p>
<p>Cristiani nel mirino: è questo il tema dell&#8217;incontro del<strong> 20 febbraio</strong> durante il quale Fausto Biloslavo e Gian Micalessin racconteranno la realtà drammatica di chi è perseguitato per la propria fede. L&#8217;incontro si terrà martedì 20 febbraio alle ore 17 in via Gaetano Negri 4. <strong>I posti sono limitati. Per partecipare potete scrivere a info@gliocchidellaguerra.it o chiamare il numero 028566445/028566308</strong></p>

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		<title>Quel mostro a tre teste che insanguina l&#8217;Afghanistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/quel-mostro-tre-teste-insanguina-lafghanistan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2018 08:06:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Kabul]]></category>
		<category><![CDATA[Save the Children]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1033" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-768x529.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-1024x705.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Appena otto anni fa (febbraio 2010) la bandiera Afghana veniva issata sopra i tetti sventrati del Bazar di Marjah, città di 80mila anime dell’instabile provincia di Helmand. Qui, i talebani gestivano la formazione e il commercio del 42% della produzione mondiale di oppio. Allora l’Occidente ammirò orgoglioso la prima grande vittoria dell’esercito afghano, coadiuvato da &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/quel-mostro-tre-teste-insanguina-lafghanistan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1033" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-768x529.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180129094825_25567882-1024x705.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Appena otto anni fa (febbraio 2010) la bandiera Afghana veniva issata sopra i tetti sventrati del Bazar di Marjah, città di 80mila anime dell’instabile provincia di Helmand. Qui, i talebani gestivano la formazione e il commercio del 42% della produzione mondiale di oppio.</p>
<p>Allora l’Occidente ammirò orgoglioso la prima grande vittoria dell’esercito afghano, coadiuvato da 6mila marines statunitensi e da altre centinaia di uomini dell’ISAF (inglesi, canadesi e lettoni). La più grande offensiva congiunta di terra dall’inizio della guerra in Afghanistan si rivelò un successo: i talebani vennero ricacciati nelle montagne insieme ai guerriglieri di al-Qaeda. Fu dopo aver dichiarato conclusa l’operazione <em>Moshtarak</em> (in lingua dari: Insieme) che l’ex presidente USA Barak Obama annunciò l’inizio del ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan. Un ritiro avvenuto però troppo in fretta e che non ha tenuto conto di moltissimi fattori. In breve tempo tutte le città della provincia sono tornate saldamente in mano agli insorti, e le eroiche gesta dei soldati afghani e dei marines americani caduti sul campo sembrano essersi vaporizzate. Sui tetti del Bazar di Marjah è tornata a sventolare la bandiera talebana. Lo stesso vale per la città di Babiji, scenario di uno dei più spettacolari assalti aerei britannici dell’era moderna. A Musa Qala, nel Nord della provincia, i talebani gestiscono oggi un vero e proprio governo e a Lashkar Gah, sono abbastanza vicini da lanciare occasionalmente missili nel compound del governatore.</p>
<p>Helmand è dunque la prova più evidente di come la guerra in Afghanistan non verrà mai vinta dagli Stati Uniti.</p>

<p>Oggi le truppe afghane rimaste nella provincia sono alla disperata ricerca di un soccorso. Gli alleati occidentali latitano; ritenendo, non senza ragione, che un ulteriore incremento di truppe straniere non farebbe che gettare nuovi giovani nelle braccia dei talebani e dei signori della droga.  &#8220;Anche se uccidi tutti gli adolescenti, la prossima generazione si unirà ai Talebani&#8221;, ha detto Abdul Jabbar Qahraman, ex inviato presidenziale di Helmand <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.theguardian.com/world/2017/aug/03/afghanistan-war-helmand-taliban-us-womens-rights-peace">intervistato dal <em>Guardian</em></a>. &#8220;L&#8217;insurrezione era principalmente un business. Ora si tratta anche di vendetta.&#8221;</p>
<p>È finito il tempo delle grandi battaglie campali; quando i talebani possedevano addirittura pezzi d’artiglieria. Oggi lo scontro si è tramutato in pura guerriglia fatta di attacchi rapidi e violenti; mentre i cannoni hanno lasciato spazio ad ordigni rudimentali preparati dai guerriglieri nei loro rifugi. Le truppe afghane sono assediate all’interno dei centri urbani e hanno abbandonato le campagne. Gli integralisti islamici hanno ormai conquistato una consistente porzione di territorio, oltre che i cuori e le menti di gran parte della popolazione. “In tutta Helmand, nuove moschee stanno spuntando, finanziate da uomini d&#8217;affari privati. Le scuole governative, tuttavia, sono vuote e decrepite.” Ha detto Haji Baz Gul, leader di una delle tribù che all’epoca scelse di imbracciare le armi contro le milizie del Mullah Omar. “Abbiamo quasi 2mila madrasse talebane. Il governo è troppo debole. Gli americani si sono ritirati troppo presto pagando soltanto un terzo dei miei uomini.” Molti di loro sono fuggiti di fronte alla riconquista talebana, altri invece hanno deciso di unirsi ai ribelli.</p>
<p>Gli attacchi dei giorni scorsi nella capitale Kabul hanno dimostrato l’inconsistenza delle truppe afghane addestrate dagli Stati Uniti e dai loro alleati Nato. Nello stesso tempo però le cause che si celano dietro questi ultimi attacchi rivelano le molteplici spaccature che si celano tra i movimenti insurrezionali. Dopo la morte dal Mullah Omar (avvenuta del 2013 ma resa nota soltanto nel 2015) il movimento ha subito diverse scissioni; ufficialmente la leadership ufficiale dell’Emirato Islamico è concentrata nella Quetta Shura, che ha base in Pakistan. Attualmente il comandante supremo della Quetta Shura è Haibatullah Akhundzada ma sono in molti a non riconoscerlo come legittimo successore del Mullah Omar. Nel proprio “testamento” il Mullah aveva formalmente disconosciuto lo Stato Islamico del califfo al-Baghdadi e auspicava per i suoi uomini la continuazione di una lotta per la liberazione dell’Afghanistan dalle ingerenze straniere, senza per questo disdegnare eventuali forme di negoziato col governo democratico. Discorso diametralmente opposto rispetto a quello teorizzato dal califfato che prevede una guerra santa globalizzata e senza possibilità di resa.</p>

<p>A creare una spaccatura tra le varie componenti del movimento talebano è stata dunque l’ascesa dello Stato Islamico del Khorasan (IS-K). Composto da veterani delle guerre in Siria e in Iraq (in particolare Uzbeki e Tajiki), l’IS-K ha velocemente guadagnato consenso tra quei talebani più affascinati dal carattere religioso della guerriglia piuttosto che da quello politico-nazionalista teorizzato dal Mullah Omar e dal suo successore Haibatullah. Dal 2015 ci sono stati numerosi scontri tra talebani e Daesh che hanno visto spesso trionfare le milizie del califfo. Come ha spiegato recentemente il ricercatore <a href="https://www.af-crpa.org/single-post/2017/12/15/Enemies-or-Jihad-Brothers-Relations-Between-Taliban-and-Islamic-State">Antonio Giustozzi</a>, le forze in campo dei talebani sono circa 15 volte più numerose dei miliziani dello Stato Islamico. Proprio per questa ragione le vittorie dell’IS-K contro i talebani hanno risuonato tra gli afghani portando molti di loro ad unirsi ai miliziani di al-Baghdadi. L’umiliazione subita dai talebani ha creato numerose defezioni e fratture interne al movimento. Dopo le sconfitte rimediate dai loro “fratelli” in Siria e in Iraq, oggi l’IS-K sembra aver perso slancio iniziale.</p>
<p>A complicare un quadro già estremamente contorto ci ha pensato un terzo attore di questa tragedia chiamata Afghanistan. Si tratta della Rete Haqqani: 15mila uomini addestrati nel Waziristan al confine col Pakistan, in passato finanziati dalla CIA per contrastare i Sovietici. Dopo aver sostenuto la causa talebana e quella di Al-Qaeda, oggi gli Haqqani rifiutano categoricamente ogni tipo di accordo col governo di Kabul. Nello scontro tra talebani e IS-K pare che abbiano deciso di allearsi coi secondi. Ci sarebbero loro dietro all’attacco alla sede di <em>Save the Children</em> nella capitale afghana. I legami degli Haqqani col Pakistan hanno insospettito il governo afghano che non ha esitato ad accusare i pakistani di essere in combutta coi terroristi. La motivazione si celerebbe dietro al <a href="http://www.occhidellaguerra.it/lattentato-oggi-kabul-ci-ricorda-fallimento-afghano/">mancato rinnovo degli aiuti americani </a>destinati al Pakistan per contrastare il terrorismo.</p>
<p>Si tratta dunque di uno scontro a tre (Talebani, Daesh, Haqqani) giocato principalmente sulla propaganda. Ma in quell’angolo martoriato del mondo la propaganda si costruisce a suon di bombe (discorso che vale anche per l’Occidente). Kabul è la capitale, frequentata da moltissimi occidentali, colpire Kabul significa non solo colpire l’odiato straniero invasore, ma anche ottenere maggiore visibilità. Proprio per questo gli attentati dei giorni scorsi sono stati rivendicati ora dagli uni, ora dagli altri.</p>

<p>Se la provincia di Helmand è lo specchio nascosto di quello che sarà l’Afghanistan del domani, Kabul è invece il palcoscenico insanguinato su cui ognuno degli attori sale per recitare il proprio mostruoso monologo e dimostrare così la propria forza.   </p>
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		<title>Il Califfato si espande in Afghanistan:  i pericoli per le nazioni confinanti</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/califfato-si-espande-afghanistan-pericoli-le-nazioni-confinanti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 08:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L’ambasciatore iraniano in Tajikistan, Hojjatollah Faghani, ha recentemente affermato che le nazioni dell’Asia Centrale dovranno tenere ben presente la minaccia rappresentata dall’Isis e da tutti gli estremisti islamici, specialmente dopo la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq. L’avvertimento merita senz’altro di essere approfondito, perché alcune nazioni dell’Asia Centrale, tra le quali le &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/califfato-si-espande-afghanistan-pericoli-le-nazioni-confinanti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>L’ambasciatore iraniano in Tajikistan, Hojjatollah Faghani, ha recentemente affermato che le nazioni dell’Asia Centrale dovranno tenere ben presente la minaccia rappresentata dall’<strong>Isis</strong> e da tutti gli estremisti islamici, specialmente dopo la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq.</p>
<p>L’avvertimento merita senz’altro di essere approfondito, perché alcune nazioni dell’Asia Centrale, tra le quali le ex repubbliche sovietiche di Tajikistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan, sembrano vivere nel costante timore che i miliziani dell’Isis possano sfruttare la loro posizione di forza in Afghanistan per penetrare nei loro stati, per oltrepassare le frontiere e portare con sé l’ideologia estremista.</p>
<p>In Afghanistan, e in particolare nelle sue regioni settentrionali, l’Isis si sta rafforzando con sorprendente rapidità, e negli ultimi anni ha condotto attentati devastanti contro gli sciiti e le forze di sicurezza governative, in particolare a Kabul. Uno degli attacchi più sconvolgenti è quello verificatosi il 24 gennaio a Jalalabad City, nella provincia di Nangarhar, dove un commando dell&#8217;Isis ha colpito il quartier generale di Save the Children (almeno sei morti e una ventina di feriti, secondo le ultime stime). </p>
<p>Ma gli estremisti che compiono attentati in Afghanistan sono ben diversi dai miliziani dell’Isis che hanno combattuto in Siria e Iraq: in Afghanistan, l’Isis è conosciuto con il nome Is-Kp, lo Stato islamico della Provincia di Khorasan &#8211; un’antica regione che comprende diversi segmenti del Pakistan, dell’Afghanistan e di alcuni stati centroasiatici – ed è formato in gran parte da ex combattenti talebani appartenenti a diversi gruppi, tra i quali i terroristi del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan).</p>
<p>Le milizie dell’Is-Kp, nel nord dell’Afghanistan, sono formate essenzialmente da combattenti di etnia centro asiatica, come gli uzbeki, mentre in Siria e in Iraq una buona parte degli estremisti dello Stato islamico era formata da mediorientali e da europei radicalizzati. In definitiva, data la crescente influenza dell’Isis nella parte settentrionale dell’Afghanistan, l’ipotesi che gli estremisti possano penetrare nelle nazioni centroasiatiche sembra molto temuta, specialmente dagli stati confinanti.</p>

<p>Gli stati centroasiatici che confinano con l’Afghanistan sono il Turkmenistan (a nord-ovest), il Tajikistan e l’Uzbekistan, con i quali condivide le proprie frontiere settentrionali. Una delle zone in cui l’Isis è più attivo – oltre alla provincia afghana di Nangarhar e ai distretti di Achin, Khogyani e Sherzad – è proprio l’area di Jowzjan, situata al confine con l’Uzbekistan. Nella provincia di Kunduz, a poco più di 60 chilometri dal confine con il Tajikistan, gran parte dei miliziani arruolati dall’Isis proviene dalle repubbliche centro asiatiche, e si dice che gli estremisti di nazionalità tagika attraversino i confini con sorprendente disinvoltura, specialmente quelli con il Turkmenistan e il Tajikistan (i mercenari tagiki utilizzerebbero dei passaporti falsi, ma si tratta di un’ipotesi non confermata). Del resto, i miliziani dell’Is-Kp spadroneggiano nel nord dell’Afghanistan da almeno due anni, e i tentativi delle autorità locali per sconfiggerli si sono risolti in miseri fallimenti.</p>
<p>In Afghanistan, i miliziani dell’Isis sembrano in grado di sfruttare al meglio le condizioni naturali offerte dal paesaggio delle regioni settentrionali – in gran parte montagnose –, e per cercare di neutralizzarli serviranno certamente sforzi eccezionali, continuativi. Gli Stati Uniti hanno iniziato a colpire i combattenti dell’Isis con una serie di raid aerei, ma la loro minaccia è ancora persistente.</p>
<p>&#8220;È molto difficile sconfiggere l’Isis nel nord dell’Afghanistan – afferma <strong>Raman Ghavami</strong>, analista ed esperto di politica estera; &#8211; Per porre fine alle loro attività non serviranno gli eserciti tradizionali: soltanto la guerriglia tra le montagne potrà sconfiggere definitivamente l’Isis nel nord del Paese&#8221;.</p>
<p>Secondo Ghavami, inoltre, la penetrazione dell’Isis negli Stati dell’Asia Centrale è resa altamente improbabile dalla solidità delle loro posizioni nel nord dell’Afghanistan, una base affidabile che può permettere agli estremisti di organizzare operazioni lampo e di ritirarsi con grande serenità.</p>
<p>&#8220;Tra le montagne, i terroristi possono nascondersi, combattere e scappare, utilizzando al meglio la strategia fight and run – prosegue Ghavami; &#8211; Se la situazione resterà invariata, è davvero improbabile che i miliziani possano abbandonare le loro posizioni per dirigersi nelle nazioni confinanti&#8221;.</p>

<p>Se una penetrazione dell’Isis nelle repubbliche centroasiatiche appare abbastanza improbabile, almeno per il momento, la connessione tra l’Asia Centrale e il terrorismo islamico è abbastanza evidente: secondo un rapporto pubblicato nel 2015, i centroasiatici che si sono uniti allo Stato islamico sarebbero tra i 2mila e i 4mila. Una parte di loro viene reclutata durante la loro permanenza (spesso per lavoro) in Stati stranieri, ad esempio in Russia, una nazione che condivide con le repubbliche centro asiatiche degli ovvi legami linguistici, economici e culturali.</p>
<p>Chi decide di radicalizzarsi è solitamente spinto dalla mancanza di libertà e di prospettive, un problema che affligge la quasi totalità delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. In Uzbekistan e Tajikistan, due delle nazioni che hanno contribuito in misura maggiore ai rincalzi dell’Isis in Siria – nel 2016 gli uzbeki e i tagiki che combattevano per l’Isis in Siria erano circa un migliaio – la radicalizzazione avviene per gradi, e dipende soprattutto dall’oppressione politica e religiosa esercitata dai governi, dalla sostanziale mancanza di opportunità economiche e lavorative.</p>
<p>Nonostante il severo controllo del governo su ogni forma di espressività religiosa, in Uzbekistan si sviluppò l’Imu, l’Islamic Movement of Uzbekistan, un gruppo terrorista animato dal desiderio di dare vita a un califfato islamico nel Paese. Nel 2015, il gruppo strinse alleanza con l’Isis, e i suoi componenti sono ritenuti responsabili di diversi attentati suicidi verificatisi in Pakistan, uno dei territori in cui risultano maggiormente attivi. Indipendentemente dalla minaccia rappresentata dai gruppi estremisti nazionali, in ogni caso, il governo uzbeko è costantemente preoccupato dall’accrescersi delle attività terroristiche perpetrate nel vicino Afghanistan, specialmente in prossimità del confine (l’Uzbekistan condivide con gli afghani un confine di circa 150 km).</p>
<p>“È molto difficile che l’Isis possa pensare di stabilire una propria base in una delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, soprattutto a causa della natura autoritaria e repressiva di alcuni regimi – continua Raman Ghavami; &#8211; Dal punto di vista delle infiltrazioni dell’Isis, le nazioni centroasiatiche maggiormente a rischio potrebbero essere il Kyrgyzstan e l’Uzbekistan, che in passato sono state aiutate dalla Russia a combattere alcuni gruppi sunniti che si erano sviluppati all’interno dei confini nazionali. In futuro potrebbero essere nuovamente a rischio, ma la gravità del pericolo dipenderà soprattutto da chi deciderà di supportare i gruppi di estremisti”.</p>
<p>Negli scorsi giorni, quasi a confermare la serietà della minaccia rappresentata dall’Isis in Asia Centrale, l’amministrazione Trump ha annunciato di voler potenziare il contingente statunitense in Afghanistan, rafforzandolo con mille consiglieri militari, droni da combattimento e artiglieria.</p>

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		<title>Siria, la guerra vista dai bambini</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/siria-la-guerra-vista-dai-bambini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 09:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<category><![CDATA[Save the Children]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1186" height="791" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/1237477f-6fd7-45f0-8eb0-3530c0582ba0.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/1237477f-6fd7-45f0-8eb0-3530c0582ba0.jpg 1186w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/1237477f-6fd7-45f0-8eb0-3530c0582ba0-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/1237477f-6fd7-45f0-8eb0-3530c0582ba0-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/1237477f-6fd7-45f0-8eb0-3530c0582ba0-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1186px) 100vw, 1186px" /></p>
<p>Cinque anni di guerra in Siria, ed il bilancio sul piano umanitario è inquietante: tra 250 mila e 400 mila i morti, 6,6 milioni gli sfollati interni e 4,7 milioni i profughi riversatisi nei Paesi confinanti e in Europa, su una popolazione che secondo le stime più recenti, quelle del 2012, si attestava su 21 milioni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/siria-la-guerra-vista-dai-bambini.html">[...]</a></p>
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<h2>Tra povertà, droga, abusi sessuali e bambini-soldato</h2>
<p>Sotto le bombe, infatti, anche le cose più semplici diventano impossibili. Se prima il 99% dei bambini siriani era iscritto a scuola, ora<strong> circa 2,8 milioni di bimbi non frequentano più gli istituti scolastici</strong>. Una scuola su quattro, infatti, è stata attaccata, per un totale di circa 4 mila istituti, e un insegnante su cinque è stato ucciso. Chi riesce ancora a frequentare le lezioni è costretto, dal variare delle condizioni di sicurezza, a lunghi periodi di assenza. Così molti bambini siriani sono costretti a crescere più in fretta degli altri: chi ha perso i genitori a causa della guerra, ad esempio, spesso si trova costretto, nel migliore dei casi, ad andare a lavorare, e a rovistare nelle strade ed elemosinare cibo, nel peggiore. Tra gli orfani e tra i minori di 14 anni in generale, secondo il rapporto di Save the Children, che cita fonti locali, si sta diffondendo il <strong>consumo di droga</strong>. Sarebbero inoltre in aumento tra i piccoli, e soprattutto tra gli orfani, episodi di <strong>matrimoni precoci</strong> e di<strong> abusi sessuali sugli adolescenti</strong>. Spinti dalla fame o dalla povertà, molti bambini, inoltre, accettano di arruolarsi per uno stipendio che va dai 50 ai 150 dollari al mese e per un pasto al giorno garantito. I gruppi armati che combattono in Siria, approfittando delle condizioni disperate di questi bambini, iniziano a reclutarli già dall’età di 12 anni, e non sono rari, secondo le fonti citate dal rapporto, casi di <strong>bambini di soli otto anni costretti ad imbracciare un fucile</strong>.</p>
<h2>Malattie, fame e malnutrizione colpiscono quasi un bambino su due</h2>
<p>Nelle zone assediate mancano acqua ed elettricità per lunghi periodi e così, evidenzia il rapporto, sono frequenti, tra i bambini e la popolazione adulta in generale costretti a bere <strong>acqua inquinata</strong>, patologie dell’apparato digerente e malattie della pelle. Molti bimbi sono morti a causa della rabbia e molti altri “soffrono di infezioni e infiammazioni respiratorie causate dal fumo delle esplosioni”, come racconta a Save the Children un medico che lavora a <strong>Goutha</strong>, nella periferia di Damasco controllata dai ribelli. Gli ospedali, spesso, “sono sotto bersaglio”, prosegue il rapporto e di medici non ce ne sono abbastanza. Spesso ad operare sono ex dentisti, ex veterinari e volontari, che svolgono gli interventi chirurgici con strumenti di fortuna, alla luce delle candele e usando cateteri al posto delle flebo. Chi necessita di cure specifiche e urgenti come i diabetici e i dializzati, continua il rapporto, spesso non ricevono i permessi per essere trasferiti in zone attrezzate per ricevere i trattamenti. <strong>Infezioni e malnutrizione</strong> sono la causa principale delle morti neonatali e molte sono le mamme che hanno difficoltà ad allattare i propri bambini perché non possono mangiare a sufficienza. Nel campo profughi di Yarmouk, nei pressi di Damasco, racconta Save the Children, già <strong>a metà del 2015 il 40% dei bambini era malnutrito</strong>. “Le persone sopravvivono con una cucchiaiata di miele al giorno” e a “Deir Ezzor, la maggior parte della popolazione sopravvive a pane e acqua e molti bambini si nutrono regolarmente di mangimi per animali e foglie”.</p>
<h2>Gli aiuti umanitari non arrivano alle famiglie e ai bambini</h2>
<p>Gli aiuti umanitari, nonostante gli accordi raggiunti a Monaco dal Gruppo internazionale di supporto alla Siria, che sono riusciti a provocare un timido miglioramento della situazione, sono ancora scarsi. Nel 2015, secondo il rapporto,<strong> meno del 10% delle aree assediate sono state raggiunte dagli aiuti delle Nazioni Unite</strong>. E spesso, denuncia il rapporto, anche quando le Nazioni Unite sono state autorizzate a consegnare gli aiuti, molti di questi non hanno potuto superare i check-point, e parte del carico non è mai arrivato alla popolazione civile.“L’accesso per le organizzazioni umanitarie a queste aree è di fatto inesistente e si è fortemente ridotto negli ultimi anni, <strong>meno dell’1% della popolazione delle aree assediate riceve aiuti alimentari</strong> dalle Nazioni Unite e solo il 3% ha ricevuto assistenza sanitaria”, ha spiegato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children. E nonostante diverse organizzazioni umanitarie siano al lavoro per consegnare beni di prima necessità e medicinali alla popolazione, ha concluso Neri, “la maggior parte delle famiglie e dei bambini restano esclusi dagli aiuti”.</p>
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