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	<title>Amnesty International Archives - InsideOver</title>
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	<title>Amnesty International Archives - InsideOver</title>
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		<title>Cristiani massacrati in Nigeria: per Amnesty la colpa è del clima</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/nigeria-chiese-bruciate-e-cristiani-uccisi-ma-per-amnesty-e-colpa-del-clima.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 08:06:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Nigeria è strage di cristiani ma per Amnesty International la religione e l’islam radicale non c’entrano nulla. Secondo il rapporto pubblicato nelle ultime ore dalla nota organizzazione &#8211; Harvest of Death: Three Years of Bloody Clashes Between Farmers and Herders &#8211; negli ultimi tre anni almeno 3.641 persone sono morte in Nigeria nel conflitto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/nigeria-chiese-bruciate-e-cristiani-uccisi-ma-per-amnesty-e-colpa-del-clima.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_7922245-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In <strong>Nigeria</strong> è strage di cristiani ma per <strong>Amnesty International</strong> la religione e l’islam radicale non c’entrano nulla. Secondo il rapporto pubblicato nelle ultime ore dalla nota organizzazione &#8211; <a style="color: #0000ff;" href="https://www.amnesty.org/en/documents/afr44/9503/2018/en/"><em>Harvest of Death: Three Years of Bloody Clashes Between Farmers and Herders</em></a> &#8211; negli ultimi tre anni almeno 3.641 persone sono morte in Nigeria nel conflitto tra pastori musulmani fulani e agricoltori cristiani.</p>
<p>&#8220;Questo rapporto &#8211; <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.amnesty.org/en/documents/afr44/9503/2018/en/">si legge sul sito di Amnesty </a>&#8211; documenta i violenti scontri tra i membri della comunità di agricoltori e pastori in alcune parti della Nigeria, in particolare nelle parti settentrionali del Paese per l&#8217;accesso alle risorse: acqua, terra e pascoli. Inoltre, documenta il fallimento del governo nigeriano nell&#8217;adempiere la sua responsabilità costituzionale in materia di protezione della vita e della proprietà, rifiutandosi di indagare, arrestare e perseguire gli autori di attentati. Il rapporto mostra come l&#8217;inazione del governo alimenta l&#8217;impunità, con conseguenti attacchi e attacchi di rappresaglia, con almeno 3.641 persone uccise tra gennaio 2016 e ottobre 2018, il 57% di esse solo nel 2018&#8243;.</p>

<h2>La religione non c’entra nulla?</h2>
<p>Come sottolinea <em>Tempi</em>, il rapporto sostiene che i conflitti &#8220;sono diventati particolarmente ferali a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, che hanno obbligato gli allevatori a muoversi verso sud&#8221; alla ricerca di terreni. Secondo Amnesty, inoltre, &#8220;la scarsità di risorse e la competizione soprattutto per la terra, l’acqua e i pascoli&#8221;, dovute ai cambiamenti climatici, &#8220;costituiscono una delle principali cause degli scontri&#8221;. <strong>Osai Ojigho</strong>, direttore di Amnesty International Nigeria, aggiunge anche che &#8220;questo conflitto non ha niente a che fare con la religione&#8221;.</p>
<p>La verità è un po’ più complessa. Su un conflitto che ha indubbie origini economiche e tribali si è innestato il tumore del <strong>fondamentalismo islamico</strong> di cui a farne le spese sono proprio i cristiani. Come riporta Giulio Meotti su <em>Il Foglio</em>, che cita un rapporto della Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto, si stima che 16 mila morti  nell&#8217;ultimo anno siano specificamente composti da 2.050 vittime di violenza diretta da parte dello stato, 7.950 vittime della custodia della polizia o uccisioni di prigionia, 2.050 vittime dell’insurrezione di <strong>Boko Haram</strong> e 3.750 vittime delle uccisioni di mandriani fulani. Che la religione c’entri, eccome, in queste violenze, è testimoniato anche dal fatto che gli islamisti non si limitano a uccidere i cristiani, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.worldwatchmonitor.org/2018/02/nigeria-9-churches-burnt-down-and-christian-students-attacked-as-violence-continues/" target="_blank" rel="noopener">ma anche a bruciare le loro chiese</a>.</p>

<h2>Cristiani nel mirino in Nigeria</h2>
<p>Se lo spietato gruppo jihadista Boko Haram rappresenta il pericolo numero uno per i cristiani della Nigeria, anche i musulmani fulani non sono certo da meno. Lo testimonia l’intervista rilasciata qualche mese fa dal vescovo di Makurdi, monsignor <strong>Wilfred Chikpa Anagbe</strong>, citata da <a style="color: #0000ff;" href="http://www.occhidellaguerra.it/cristiani-nel-mirino-nigeria-cosi-ci-vogliono-islamizzare/"><em>Gli Occhi della Guerra</em></a>: “Solo nella mia diocesi &#8211; racconta monsignor Anagbe &#8211; da gennaio ad oggi ci sono stati undici attacchi. Le vittime sono numerose, abbiamo anche scoperto una fossa comune”. Le morti, però, non hanno a che fare con <strong>Boko Haram</strong> ma con i fulani. “Sono stati loro ad attaccarci di recente. Si tratta di una situazione molto delicata, arrivano nei villaggi cristiani molto ben armati”.</p>
<p>Quando avvengono questi attacchi, prosegue il prelato, “non ci sono mai né agenti di polizia, né militari. Senza contare che i <strong>fulani</strong> vivono perlopiù nella boscaglia e non possono permettersi armi così sofisticate. Chi li finanzia dunque?”. Insomma, non sono attacchi casuali ma “un’agenda precisa, un chiaro tentativo di islamizzare tutte le aree a maggioranza cristiana della <strong>Middle Belt</strong> nigeriana” sottolinea.</p>
<p><a href="http://www.occhidellaguerra.it/cristiani-nel-mirino-nigeria-cosi-ci-vogliono-islamizzare/">Come spiega Mauro Indelicato,</a> i fulani sono un popolo semi nomade, propenso soprattutto alla pastorizia, e rappresentano una minoranza etnica nigeriana presente soprattutto nel centro del Paese: essi sono tradizionalmente musulmani ed abitano in diversi Stati del Middle Belt. Alcuni di loro fanno parte del <a href="https://www.catholicnewsagency.com/news/in-nigeria-fulani-herdsmen-are-new-islamist-terror-threat-to-christians-44868">Fulani Herdsmen Terrorists (Fht)</a>, il nome del gruppo terroristico che dal 2006 in poi ha ucciso più di dodicimila persone, molte delle quali cristiane. Possibile che Amnesty International non se ne sia accorta?</p>

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		<item>
		<title>Guerra infinita in Afghanistan:  Amnesty contro i rimpatri forzati</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/guerra-infinita-afghanistan-amnesty-rimpatri-forzati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 08:28:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>È stata rinominata la &#8220;guerra infinita&#8221;. Il 7 ottobre 2001 iniziava l&#8217;operazione Enduring Freedom contro il regime dei talebani per cercare i colpevoli degli attacchi alle Torri Gemelle ed eliminare il nemico numero uno dell&#8217;America, Osama bin Laden. Oggi, a distanza di sedici anni, in Afghanistan la situazione è ancora instabile. Pochi mesi fa, l&#8217;amministrazione Trump ha annunciato un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/guerra-infinita-afghanistan-amnesty-rimpatri-forzati.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20170823031950_24079695-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>È stata rinominata la &#8220;guerra infinita&#8221;. Il 7 ottobre 2001 iniziava l&#8217;operazione Enduring Freedom contro il regime dei <strong>talebani</strong> per cercare i colpevoli degli attacchi alle Torri Gemelle ed eliminare il nemico numero uno dell&#8217;America, <strong>Osama bin Laden</strong>. Oggi, a distanza di sedici anni, in Afghanistan la situazione è ancora instabile. Pochi mesi fa, l&#8217;amministrazione Trump ha annunciato un aumento delle truppe americane impegnate nella lotta al terrorismo nel Paese. La risposta dei talebani non si è fatta attendere ed è suonata più come una minaccia. &#8220;L&#8217;Afghanistan diventerà il cimitero degli Usa nel ventunesimo secolo&#8221;, ha affermato il portavoce Zabiullah Mujahid. Al momento, nel Paese si trovano schierati oltre 13 mila militari statunitensi e Nato, impegnati a formare, consigliare e assistere le truppe afghane che combattono contro i talebani. Ma nell&#8217;ultimo anno in Afghanistan è tornata a registrasi un&#8217;escalation bellica che ha colpito soprattutto i civili. </p>
<p>Nel corso del 2016, anno in cui la maggior parte delle truppe statunitensi e Nato sono state ritirate dal Paese, le attività terroristiche dei talebani sono aumentate e le perdite tra i civili hanno raggiunto livelli record. Secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan sono state 11.418 le persone uccise o ferite. Mentre, solo nei primi sei mesi del 2017, Unama ha documentato 5.243 vittime civili in attacchi da parte di gruppi armati, talebani e Stato Islamico. La popolazione vive in condizioni sempre più estreme ed è vittima di mine antiuomo, persecuzioni, attacchi suicidi, rapimenti e raid aerei. </p>
<p>La denuncia di Amnesty International</p>
<p>Mentre il numero delle vittime civili raggiunge quindi cifre sempre più elevate, i governi europei stanno aumentando i rimpatri forzati di richiedenti asilo nei luoghi da cui erano fuggiti, in evidente violazione del diritto internazionale. Ed è <strong>Amnesty International</strong> a puntare il dito contro l&#8217;Europa. La Ong impegnata nella difesa dei diritti umani ha infatti accusato i governi di mettere a rischio la vita di migliaia di afghani, forzandoli a tornare nel loro Paese, considerato ancora molto pericoloso per la loro sopravvivenza. In particolare, Germania, Grecia, Svezia, Regno Unito, Norvegia sono i Paesi che hanno restituito la maggior parte dei civili afghani. Ad oggi sono circa 10 mila i richiedenti asilo sottoposti a rimpatrio forzato. &#8220;Nessun angolo dell’Afghanistan è sicuro per coloro che ritornano&#8221;, ha spiegato <strong>Iverna McGowan</strong>, direttrice dell’Amnesty International European Institutions Office. &#8220;Quindi stiamo chiedendo una moratoria sui rimpatri, fino a quando il Paese non sarà considerato più sicuro&#8221;. </p>

<p>A circa il 57% degli afghani, viene accordato l’asilo in Europa. Gli altri vengono rimpatriati in un Paese che sta ancora lottando contro il terrorismo e la povertà. Nel 2016 sono state 9.460 le persone, tra cui anche diversi bambini, costrette a rientrare in Afghanistan dall&#8217;Unione europea. Amnesty International ha raccolto le testimonianze di coloro che sono stati rimpatriati: uomini e donne hanno raccontato di essere stati portati in zone del Paese in cui non erano mai stati, nonostante la situazione di pericolo.</p>
<p>La posizione dell&#8217;Europa</p>
<p>I governi europei sono a conoscenza di quanto sta accadendo in Afghanistan e delle condizioni in cui si trovano a vivere i civili. L&#8217;Europa aveva più volte riconosciuto gli attacchi terroristici ai danni della popolazione e l&#8217;elevato numero di civili coinvolti. Ma aveva insistito sul fatto che &#8220;potrebbe essere necessario far tornare (in Afghanistan) oltre 80.000 persone nel breve periodo&#8221;. Con questo scenario, nell&#8217;ottobre 2016, l&#8217;Unione europea ha firmato con il governo di Kabul il <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/eu_afghanistan_joint_way_forward_on_migration_issues.pdf" target="_blank">Joint Way Forward</a>, un accordo per il rimpatrio dei richiedenti asilo. Secondo Amnesty International, ci sono prove attendibili di pressioni sul governo afghano. Il ministro delle Finanze, <strong>Ekil Hakimi</strong>, ha dichiarato al parlamento: &#8220;Se l’Afghanistan non collabora con gli stati membri dell’Unione europea nella crisi dei rifugiati, questo avrà un impatto negativo sull&#8217;ammontare degli aiuti destinati al nostro Paese&#8221;. L&#8217;Afghanistan è infatti fortemente vincolato agli aiuti, con quasi il 70% del reddito annuale dipendente dalle donazioni internazionali.</p>
<p>&#8220;Questi rimpatri violano in modo clamoroso il diritto internazionale e devono essere fermati immediatamente. Gli stessi Paesi europei che un tempo avevano promesso di sostenere un futuro migliore per gli afghani, stanno schiacciando le loro speranze e li stanno abbandonano in un Paese che è diventato ancora più pericoloso da quando sono fuggiti&#8221;, ha dichiarato <strong>Anna Shea</strong>, ricercatrice di Amnesty International.</p>
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			</item>
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		<title>Amnesty contro i populisti</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/amnesty-international-populisti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2017 07:22:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[Open Society]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="953" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-768x488.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-1024x651.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L’Organizzazione non governativa Amnesty International si è scagliata apertamente contro il “populismo”. Nel suo rapporto annuale di 408 pagine Amnesty descrive la situazione dei diritti umani nel mondo. Secondo l’Organizzazione con sede a Londra il 2016 è stato l’anno di rinascita dei nazionalismi. Un fenomeno che potrà avere un forte impatto sui diritti umani. “Il 2016 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/amnesty-international-populisti.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="953" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-768x488.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/OLYCOM_20170224211456_22305724-1024x651.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>L’Organizzazione non governativa<strong> Amnesty International</strong> si è scagliata apertamente contro il “populismo”. Nel suo <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.amnesty.org/en/latest/research/2017/02/amnesty-international-annual-report-201617/">rapporto annuale</a> di 408 pagine Amnesty descrive la situazione dei diritti umani nel mondo. Secondo l’Organizzazione con sede a Londra il 2016 è stato l’anno di rinascita dei nazionalismi. Un fenomeno che potrà avere un forte impatto sui diritti umani. “Il 2016 è l’anno in cui l’uso cinico del noi contro loro, la retorica dell’odio, e della paura hanno preso il sopravvento a livello globale come non lo si vedeva dagli anni ‘30 del secolo scorso”, così si può leggere nel report. Il Segretario Generale di Amnesty Sail Shetty ha poi<a href="http://www.aljazeera.com/news/2017/02/amnesty-toxic-fear-mongering-pushing-human-rights-170222035848255.html"> aggiunto</a>: “Un nuovo ordine mondiale dove i diritti umani sono dipinti come barriera per gli interessi nazionali lascia la porta aperta alle reminescenze di violenze dei periodi più bui dell’umanità”.L&#8217; &#8220;agenda tossica&#8221; dei populistiUn tetro scenario dunque quello dipinto dall’Organizzazione “no profit”. Amnesty International avrebbe addirittura individuato i colpevoli di questa escalation di “violenza verbale”. <strong>Donald Trump</strong>, <strong>Viktor Orban</strong>, <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> e <strong>Rodrigo Duterte</strong> sono nella lista dei “cattivi” di Amnesty International. “Esercitano un’agenda tossica che perseguita e deumanizza interi gruppi di persone”, questa è l’accusa portata contro i leader citati. Il motivo di siffatta aggressività verbale dell’Ong sarebbe da ricondurre al “nobile” intento della tutela dei diritti umani. Amnesty ha deciso poi di lanciare il report e la campagna del 2017 a Parigi. Scelta non casuale perché la Francia, secondo l’organizzazione, avrebbe usato gli attacchi terroristici come pretesto per introdurre una legislazione discriminatoria.Chi finanzia Amnesty InternationalAl di là dei motivi apparenti il report di Amnesty International sembra un<strong> attacco politico mirato</strong>. Non un’analisi imparziale. A dispetto del suo statuto che impone all’organizzazione di essere “indipendente e imparziale”, Amnesty si schiera sul piano politico. Perché? Un’analisi dei finanziatori e dei personaggi chiave dell’organizzazione può gettare luce su questo. Sul <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.amnesty.org/en/about-us/how-were-run/finances-and-pay/">sito web</a> dell’Ong si può così leggere: “Il lavoro portato avanti dal Segretariato Internazionale di Amnesty International è organizzato in due entità legali, in conformità alla legge del Regno Unito (dove ha la sede legale). Queste sono Amnesty International Limited e Amnesty International Charity Limited. Amnesty International Limited prende in appalto le attività caritatevoli per conto di Amnesty International Charity Limited, istituzione benefica registrata”.Ancora una volta c&#8217;è George SorosRisulta poi dal Rapporto e Rendiconto Finanziario di Amnesty International Limited che tra i finanziatori vi è la<strong> Open Society Foundation</strong>. La Open Society è una mastodontica Ong capeggiata dal magnate ungherese George Soros. Più volte su questo <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/soros-prepara-la-guerra-trump/">portale</a> si è analizzato come lo stesso magnate sia uno dei principali detrattori di Donald Trump. Proprio attraverso la Open Society sarebbero stati finanziati molti movimenti di protesta contro il tycoon. L’attacco di Amnesty contro Trump potrebbe dunque essere un colpo di coda del magnate ungherese. Vi è inoltre da sottolineare come ci sia un legame tra la stessa organizzazione e la precedente amministrazione americana. L’agenda di Amnesty International Usa è stata infatti molto affine a quella della presidenza Obama. Le ingerenze statunitensi in Libia e Siria erano state sapientemente precedute da dettagliati rapporti di Amnesty circa le presunte violazioni dei diritti umani negli stessi Paesi.Inoltre, l’ex Direttore Esecutivo di Amnesty International Usa Suzanne Nossel ha fatto parte del <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.cfr.org/">Council on Foreign Relations</a>. Un importante think tank americano che ha come scopi principali la globalizzazione, l’eliminazione delle barriere commerciali, la deregolamentazione finanziaria e la promozione dei trattati di libero scambio. La stessa agenda politica portata avanti dall’ “ex” speculatore George Soros.Il trattamento di favore riservato a ObamaSi può poi notare il differente trattamento riservato all’amministrazione Obama nella<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.amnestyusa.org/news/press-releases/amnesty-international-usa-launches-campaign-on-president-obama-s-last-100-days"> nota</a> pubblicata da Amnesty International lo scorso 13 ottobre 2016. Nella stessa Amnesty fa appello alle “buone intenzioni” di Obama alla vigilia del suo insediamento e chiede al Presidente di chiudere Guantanamo e interrompere la vendita di armi. Richieste che non sono state per nulla esaudite da Obama, che anzi <a href="http://www.occhidellaguerra.it/obama-mercante-darmi/">è risultato</a> essere uno dei presidenti Usa più dediti al commercio delle armi. Eppure non una parola di condanna sull’operato dell’amministrazione Obama si può leggere nel nuovo rapporto di Amnesty International. &#8220;Indipendenza e imparzialità&#8221; recitava lo statuto di Amnesty International. Principi ancora una volta disattesi.</p>
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		<title>Civili torturati nelle celle di Kiev</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/civili-torturati-nelle-celle-di-kiev.html</link>
		
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 16:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra in Donbass]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Donetsk &#8211; Torturati, detenuti illegalmente per mesi senza contatti con il mondo esterno e usati come ostaggi per essere scambiati con i militari di Kiev, prigionieri dei separatisti. È un’altra faccia della guerra nel Donbass. Quella che non si combatte sul fronte, ma che da due anni a questa parte coinvolge i civili in prima &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/civili-torturati-nelle-celle-di-kiev.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/Ucraina6-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>Donetsk</strong> &#8211; Torturati, detenuti illegalmente per mesi senza contatti con il mondo esterno e usati come ostaggi per essere scambiati con i militari di Kiev, prigionieri dei separatisti. È un’altra faccia della guerra nel <strong>Donbass</strong>. Quella che non si combatte sul fronte, ma che da due anni a questa parte coinvolge i civili in prima persona. Uomini, donne e bambini “colpevoli” di sostenere le autorità separatiste, e che per questo dall’inizio del conflitto nel sud est dell’Ucraina sono state vittime di quella che, ormai, è divenuta una  vera e propria prassi.</p>
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<p>Un rapporto congiunto di Amnesty International e Human Rights Watch, intitolato <em>“You Don’t Exist”</em>, diffuso nella giornata di venerdì dalle due organizzazioni, documenta, infatti, come le sparizioni forzate, le detenzioni illegali e le torture ai danni di decine di civili ucraini, da una parte e dall’altra del fronte, siano diventate, purtroppo, una consuetudine in questo conflitto. <em>Gli Occhi della Guerra</em> ha raccolto le testimonianze esclusive di quattro civili torturati dai battaglioni nazionalisti e detenuti illegalmente dai servizi segreti ucraini (Sbu), perché considerati collaboratori o simpatizzanti delle autorità separatiste.</p>
<h2>Sergej, sparito per mesi nel palazzo dell’Sbu</h2>
<p>“Sono scesi dalla macchina in tre, con i passamontagna, mi hanno puntato il fucile, poi mi hanno messo con la faccia a terra, e mi hanno ordinato di non muovermi”, inizia così la storia di Sergej, nome di fantasia per quest’uomo di cinquant’anni, originario di Mariupol, che incontriamo a Donetsk. Quando è iniziata la guerra ha inziato a collaborare con i militari separatisti. Per questo quelli dell’Azov lo hanno catturato e torturato in una ex scuola, trasformata in quartier generale dai miliziani nazionalisti ucraini. “Palkovnik”, colonnello, così si faceva chiamare il capo dei suoi aguzzini, che per giorni lo hanno picchiato, legato ad un palo, con le mani dietro la schiena.</p>
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<p>“Mi hanno infilato una maschera antigas e accendevano le sigarette tappando i filtri”, racconta Sergej, che ci mostra i polsi, con su ancora i segni delle torture. Torture che vanno avanti per una settimana, con scosse elettriche, percosse e stracci bagnati in faccia per simulare l’annegamento. Poi Sergej viene passato nelle mani dei servizi segreti ucraini, che lo medicano e  lo costringono a firmare una confessione per poterlo arrestare formalmente. Il 12 marzo del 2015, a Sergej, detenuto nel carcere di Mariupol, arriva un’istanza di scarcerazione. Ma anziché essere rimesso in libertà, l&#8217;uomo viene trasferito in cella d’isolamento e da lì, dopo alcuni giorni, viene portato nella sede dei servizi segreti ucraini a Kharkov. Sergej inizia a disegnare su un foglio la pianta della sua cella al secondo piano del palazzo dell’Sbu di Kharkov. Una stanza di 40 mq, che Sergej divide con altre 12 persone, e dove viene detenuto illegalmente, senza alcun contatto con il mondo esterno, fino al 20 febbraio del 2016. Data in cui il governo ucraino organizza uno scambio di prigionieri tra sei civili, tra cui Sergej, e tre militari di Kiev, prigionieri dei separatisti.</p>
<h2>Sasha, torturata da Pravij Sektor</h2>
<p>Sasha vive ora in uno degli alloggi collettivi di Donetsk. Casermoni messi a disposizione dall&#8217;autoproclamata Repubblica popolare per chi, in seguito ai bombardamenti ha perso la casa o per chi non può tornare nella propria città d’origine perché rischia di essere arrestato dalle autorità ucraine. Un rischio che qui, viene corso da tutti quelli che, come Sasha, si sono adoperati per organizzare il referendum che, nella primavera del 2014, avrebbe dovuto sancire l’annessione delle regioni del Donbass alla Russia. La notte del 27 gennaio 2015, racconta la donna, alcuni uomini di Pravij Sektor hanno sfondato la porta di casa sua ed hanno fatto irruzione per arrestarla. “Mi accusavano di essere una spia”, ci dice. Dopo essere stata condotta nel quartier generale dell’organizzazione, anche per lei iniziano le torture. Per undici giorni rimane con le mani immobilizzate dalle manette. “Mi picchiavano forte, sulla testa, con un martello di gomma, di quello utilizzato per fissare le piastrelle, in testa ho ancora le cicatrici”. Sasha ci mostra i segni sul volto e poi continua, raccontandoci che le hanno strappato tutte le unghie. Tutti i segni delle torture subite, ci dice, sono stati refertati. Poi non riesce a trattenere le lacrime. Scoppia a piangere nella piccola stanza che le hanno assegnato nell’alloggio, riempita dai peluche e dai fiori finti che ha appeso alle pareti tutt’intorno, per esorcizzare il dolore, la disperazione, la guerra, mentre ci confessa che è riuscita a sopravvivere e ad andare avanti solo grazie alla sua fede.</p>
<h2>Anatolj, detenuto tra botte ed elettrochoc</h2>
<p>“L’arresto è stato violento, ci hanno messo dei sacchi in testa, ci hanno sbattuto con la faccia a terra, immobilizzati, legati, caricati su una macchina e portati in una caserma a Volnovakha”. Anatolj, nome di fantasia, racconta di quando è stato arrestato con sua moglie. In una stanza dello stesso alloggio collettivo del centro di Donetsk, ci racconta di essere stato picchiato e torturato ripetutamente, per un giorno e mezzo, ad intervalli di dieci minuti, con qualsiasi cosa: bastoni, elettrochoc, con il calcio della pistola. “Poi mi hanno fatto firmare l’ordine di arresto e mi hanno trasferito all’Sbu di Mariupol”, racconta Anatolj. Qui resterà in carcere per 60 giorni, con l’accusa di terrorismo. Dopo di che gli verrà recapitato un ordine di scarcerazione. Ma invece di essere liberato viene condotto in uno scantinato fino al mattino seguente, quando viene caricato su un autobus e, assieme ad altre 12 persone, trasferito in una base del battaglione Dnipro 1, a Dnipropetrovsk. Qui i prigionieri vengono costretti ad un periodo di lavori forzati. Poi Anatolj e gli altri vengono consegnati agli uomini dei servizi segreti ucraini, che li conducono al palazzo dell’Sbu di Kharkov. “In tutto, nel palazzo c’erano cinquecento persone”, racconta Anatolj, “che variavano man mano che i detenuti venivano scambiati”. “Non avevamo alcun tipo di contatto con le nostre famiglie”, ci dice, “per il mondo esterno eravamo letteralmente scomparsi”.</p>
<h2>“Non sparate, ci sono bambini piccoli”</h2>
<p>Gli “zachistki”, i “ripulitori”, ex poliziotti ucraini, a Vladimir, altro nome di fantasia, gli hanno spaccato i denti a forza di calci. “Mi dicevano che avevano così tanto potere che, anche se mi avessero sparato, avrebbero potuto nascondere il loro crimine”, ci racconta quando lo incontriamo in un altro alloggio collettivo, questa volta a Lugansk. Suo figlio, che avrà massimo nove anni, ci racconta con un filo di voce, di quando gli uomini dell’Sbu e dei battaglioni Alfa e Aidar, hanno fatto irruzione a casa loro. “Erano cinquanta, è stato terribile, non sapevo cosa pensare”. Racconta il bambino con la voce rotta dall’emozione. La sua mamma ha implorato i militari di non sparare, perché “ci sono bambini piccoli in casa”. Ma anche il figlio della donna viene fatto sdraiare con la faccia a terra ed il fucile puntato alla schiena per ore, mentre i militari perquisiscono l’abitazione prima di portare via suo marito, accusato di aver partecipato all’organizzazione del referendum dell’11 maggio 2014. Dopo essere stato detenuto in un carcere a Starobesheve, Vladimir firma la sua scarcerazione. Ma anche lui, invece di essere liberato, viene caricato su uno scuolabus, ed insieme ad altre nove persone, viene chiuso in una cella al secondo piano dell’Sbu di Karkhov. Qui sarà detenuto illegalmente per mesi, prima di essere scambiato, il 10 luglio del 2015, con i soldati ucraini, detenuti dai separatisti.</p>
<p>Secondo il rapporto di <strong>Amnesty International</strong>, nel centro di detenzione segreta nel palazzo dell’Sbu di Karkhov, indicato come centro illegale di detenzione anche in un rapporto diffuso nel giugno scorso dalle Nazioni Unite, potrebbero trovarsi tutt’ora detenute<strong> fino a 16 persone</strong>. Ma i servizi segreti ucraini negano ogni accusa e ogni coinvolgimento nelle detenzioni illegali.</p>
<p>Anzi, per le autorità ucraine, alcuni dei compagni di cella di Sergej, ad esempio, non sarebbero “mai stati detenuti”. Eppure Sergej sostiene che quelle stesse persone, fino al mese di febbraio del 2015, erano ancora lì, nelle celle del secondo piano dell’Sbu di Karkhov. Dove sono ancora detenute centinaia di persone, ufficialmente sparite nel nulla.</p>

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