È stata rinominata la “guerra infinita”. Il 7 ottobre 2001 iniziava l’operazione Enduring Freedom contro il regime dei talebani per cercare i colpevoli degli attacchi alle Torri Gemelle ed eliminare il nemico numero uno dell’America, Osama bin Laden. Oggi, a distanza di sedici anni, in Afghanistan la situazione è ancora instabile. Pochi mesi fa, l’amministrazione Trump ha annunciato un aumento delle truppe americane impegnate nella lotta al terrorismo nel Paese. La risposta dei talebani non si è fatta attendere ed è suonata più come una minaccia. “L’Afghanistan diventerà il cimitero degli Usa nel ventunesimo secolo”, ha affermato il portavoce Zabiullah Mujahid. Al momento, nel Paese si trovano schierati oltre 13 mila militari statunitensi e Nato, impegnati a formare, consigliare e assistere le truppe afghane che combattono contro i talebani. Ma nell’ultimo anno in Afghanistan è tornata a registrasi un’escalation bellica che ha colpito soprattutto i civili. 

Nel corso del 2016, anno in cui la maggior parte delle truppe statunitensi e Nato sono state ritirate dal Paese, le attività terroristiche dei talebani sono aumentate e le perdite tra i civili hanno raggiunto livelli record. Secondo la United Nations Assistance Mission in Afghanistan sono state 11.418 le persone uccise o ferite. Mentre, solo nei primi sei mesi del 2017, Unama ha documentato 5.243 vittime civili in attacchi da parte di gruppi armati, talebani e Stato Islamico. La popolazione vive in condizioni sempre più estreme ed è vittima di mine antiuomo, persecuzioni, attacchi suicidi, rapimenti e raid aerei. 

La denuncia di Amnesty International

Mentre il numero delle vittime civili raggiunge quindi cifre sempre più elevate, i governi europei stanno aumentando i rimpatri forzati di richiedenti asilo nei luoghi da cui erano fuggiti, in evidente violazione del diritto internazionale. Ed è Amnesty International a puntare il dito contro l’Europa. La Ong impegnata nella difesa dei diritti umani ha infatti accusato i governi di mettere a rischio la vita di migliaia di afghani, forzandoli a tornare nel loro Paese, considerato ancora molto pericoloso per la loro sopravvivenza. In particolare, Germania, Grecia, Svezia, Regno Unito, Norvegia sono i Paesi che hanno restituito la maggior parte dei civili afghani. Ad oggi sono circa 10 mila i richiedenti asilo sottoposti a rimpatrio forzato. “Nessun angolo dell’Afghanistan è sicuro per coloro che ritornano”, ha spiegato Iverna McGowan, direttrice dell’Amnesty International European Institutions Office. “Quindi stiamo chiedendo una moratoria sui rimpatri, fino a quando il Paese non sarà considerato più sicuro”. 

A circa il 57% degli afghani, viene accordato l’asilo in Europa. Gli altri vengono rimpatriati in un Paese che sta ancora lottando contro il terrorismo e la povertà. Nel 2016 sono state 9.460 le persone, tra cui anche diversi bambini, costrette a rientrare in Afghanistan dall’Unione europea. Amnesty International ha raccolto le testimonianze di coloro che sono stati rimpatriati: uomini e donne hanno raccontato di essere stati portati in zone del Paese in cui non erano mai stati, nonostante la situazione di pericolo.

La posizione dell’Europa

I governi europei sono a conoscenza di quanto sta accadendo in Afghanistan e delle condizioni in cui si trovano a vivere i civili. L’Europa aveva più volte riconosciuto gli attacchi terroristici ai danni della popolazione e l’elevato numero di civili coinvolti. Ma aveva insistito sul fatto che “potrebbe essere necessario far tornare (in Afghanistan) oltre 80.000 persone nel breve periodo”. Con questo scenario, nell’ottobre 2016, l’Unione europea ha firmato con il governo di Kabul il Joint Way Forward, un accordo per il rimpatrio dei richiedenti asilo. Secondo Amnesty International, ci sono prove attendibili di pressioni sul governo afghano. Il ministro delle Finanze, Ekil Hakimi, ha dichiarato al parlamento: “Se l’Afghanistan non collabora con gli stati membri dell’Unione europea nella crisi dei rifugiati, questo avrà un impatto negativo sull’ammontare degli aiuti destinati al nostro Paese”. L’Afghanistan è infatti fortemente vincolato agli aiuti, con quasi il 70% del reddito annuale dipendente dalle donazioni internazionali.

“Questi rimpatri violano in modo clamoroso il diritto internazionale e devono essere fermati immediatamente. Gli stessi Paesi europei che un tempo avevano promesso di sostenere un futuro migliore per gli afghani, stanno schiacciando le loro speranze e li stanno abbandonano in un Paese che è diventato ancora più pericoloso da quando sono fuggiti”, ha dichiarato Anna Shea, ricercatrice di Amnesty International.