Donetsk – Torturati, detenuti illegalmente per mesi senza contatti con il mondo esterno e usati come ostaggi per essere scambiati con i militari di Kiev, prigionieri dei separatisti. È un’altra faccia della guerra nel Donbass. Quella che non si combatte sul fronte, ma che da due anni a questa parte coinvolge i civili in prima persona. Uomini, donne e bambini “colpevoli” di sostenere le autorità separatiste, e che per questo dall’inizio del conflitto nel sud est dell’Ucraina sono state vittime di quella che, ormai, è divenuta una  vera e propria prassi.

Un rapporto congiunto di Amnesty International e Human Rights Watch, intitolato “You Don’t Exist”, diffuso nella giornata di venerdì dalle due organizzazioni, documenta, infatti, come le sparizioni forzate, le detenzioni illegali e le torture ai danni di decine di civili ucraini, da una parte e dall’altra del fronte, siano diventate, purtroppo, una consuetudine in questo conflitto. Gli Occhi della Guerra ha raccolto le testimonianze esclusive di quattro civili torturati dai battaglioni nazionalisti e detenuti illegalmente dai servizi segreti ucraini (Sbu), perché considerati collaboratori o simpatizzanti delle autorità separatiste.

 

Sergej, sparito per mesi nel palazzo dell’Sbu

“Sono scesi dalla macchina in tre, con i passamontagna, mi hanno puntato il fucile, poi mi hanno messo con la faccia a terra, e mi hanno ordinato di non muovermi”, inizia così la storia di Sergej, nome di fantasia per quest’uomo di cinquant’anni, originario di Mariupol, che incontriamo a Donetsk. Quando è iniziata la guerra ha inziato a collaborare con i militari separatisti. Per questo quelli dell’Azov lo hanno catturato e torturato in una ex scuola, trasformata in quartier generale dai miliziani nazionalisti ucraini. “Palkovnik”, colonnello, così si faceva chiamare il capo dei suoi aguzzini, che per giorni lo hanno picchiato, legato ad un palo, con le mani dietro la schiena.

“Mi hanno infilato una maschera antigas e accendevano le sigarette tappando i filtri”, racconta Sergej, che ci mostra i polsi, con su ancora i segni delle torture. Torture che vanno avanti per una settimana, con scosse elettriche, percosse e stracci bagnati in faccia per simulare l’annegamento. Poi Sergej viene passato nelle mani dei servizi segreti ucraini, che lo medicano e  lo costringono a firmare una confessione per poterlo arrestare formalmente. Il 12 marzo del 2015, a Sergej, detenuto nel carcere di Mariupol, arriva un’istanza di scarcerazione. Ma anziché essere rimesso in libertà, l’uomo viene trasferito in cella d’isolamento e da lì, dopo alcuni giorni, viene portato nella sede dei servizi segreti ucraini a Kharkov. Sergej inizia a disegnare su un foglio la pianta della sua cella al secondo piano del palazzo dell’Sbu di Kharkov. Una stanza di 40 mq, che Sergej divide con altre 12 persone, e dove viene detenuto illegalmente, senza alcun contatto con il mondo esterno, fino al 20 febbraio del 2016. Data in cui il governo ucraino organizza uno scambio di prigionieri tra sei civili, tra cui Sergej, e tre militari di Kiev, prigionieri dei separatisti.

 

Sasha, torturata da Pravij Sektor

Sasha vive ora in uno degli alloggi collettivi di Donetsk. Casermoni messi a disposizione dall’autoproclamata Repubblica popolare per chi, in seguito ai bombardamenti ha perso la casa o per chi non può tornare nella propria città d’origine perché rischia di essere arrestato dalle autorità ucraine. Un rischio che qui, viene corso da tutti quelli che, come Sasha, si sono adoperati per organizzare il referendum che, nella primavera del 2014, avrebbe dovuto sancire l’annessione delle regioni del Donbass alla Russia. La notte del 27 gennaio 2015, racconta la donna, alcuni uomini di Pravij Sektor hanno sfondato la porta di casa sua ed hanno fatto irruzione per arrestarla. “Mi accusavano di essere una spia”, ci dice. Dopo essere stata condotta nel quartier generale dell’organizzazione, anche per lei iniziano le torture. Per undici giorni rimane con le mani immobilizzate dalle manette. “Mi picchiavano forte, sulla testa, con un martello di gomma, di quello utilizzato per fissare le piastrelle, in testa ho ancora le cicatrici”. Sasha ci mostra i segni sul volto e poi continua, raccontandoci che le hanno strappato tutte le unghie. Tutti i segni delle torture subite, ci dice, sono stati refertati. Poi non riesce a trattenere le lacrime. Scoppia a piangere nella piccola stanza che le hanno assegnato nell’alloggio, riempita dai peluche e dai fiori finti che ha appeso alle pareti tutt’intorno, per esorcizzare il dolore, la disperazione, la guerra, mentre ci confessa che è riuscita a sopravvivere e ad andare avanti solo grazie alla sua fede.

 

Anatolj, detenuto tra botte ed elettrochoc

“L’arresto è stato violento, ci hanno messo dei sacchi in testa, ci hanno sbattuto con la faccia a terra, immobilizzati, legati, caricati su una macchina e portati in una caserma a Volnovakha”. Anatolj, nome di fantasia, racconta di quando è stato arrestato con sua moglie. In una stanza dello stesso alloggio collettivo del centro di Donetsk, ci racconta di essere stato picchiato e torturato ripetutamente, per un giorno e mezzo, ad intervalli di dieci minuti, con qualsiasi cosa: bastoni, elettrochoc, con il calcio della pistola. “Poi mi hanno fatto firmare l’ordine di arresto e mi hanno trasferito all’Sbu di Mariupol”, racconta Anatolj. Qui resterà in carcere per 60 giorni, con l’accusa di terrorismo. Dopo di che gli verrà recapitato un ordine di scarcerazione. Ma invece di essere liberato viene condotto in uno scantinato fino al mattino seguente, quando viene caricato su un autobus e, assieme ad altre 12 persone, trasferito in una base del battaglione Dnipro 1, a Dnipropetrovsk. Qui i prigionieri vengono costretti ad un periodo di lavori forzati. Poi Anatolj e gli altri vengono consegnati agli uomini dei servizi segreti ucraini, che li conducono al palazzo dell’Sbu di Kharkov. “In tutto, nel palazzo c’erano cinquecento persone”, racconta Anatolj, “che variavano man mano che i detenuti venivano scambiati”. “Non avevamo alcun tipo di contatto con le nostre famiglie”, ci dice, “per il mondo esterno eravamo letteralmente scomparsi”.

 

“Non sparate, ci sono bambini piccoli”

Gli “zachistki”, i “ripulitori”, ex poliziotti ucraini, a Vladimir, altro nome di fantasia, gli hanno spaccato i denti a forza di calci. “Mi dicevano che avevano così tanto potere che, anche se mi avessero sparato, avrebbero potuto nascondere il loro crimine”, ci racconta quando lo incontriamo in un altro alloggio collettivo, questa volta a Lugansk. Suo figlio, che avrà massimo nove anni, ci racconta con un filo di voce, di quando gli uomini dell’Sbu e dei battaglioni Alfa e Aidar, hanno fatto irruzione a casa loro. “Erano cinquanta, è stato terribile, non sapevo cosa pensare”. Racconta il bambino con la voce rotta dall’emozione. La sua mamma ha implorato i militari di non sparare, perché “ci sono bambini piccoli in casa”. Ma anche il figlio della donna viene fatto sdraiare con la faccia a terra ed il fucile puntato alla schiena per ore, mentre i militari perquisiscono l’abitazione prima di portare via suo marito, accusato di aver partecipato all’organizzazione del referendum dell’11 maggio 2014. Dopo essere stato detenuto in un carcere a Starobesheve, Vladimir firma la sua scarcerazione. Ma anche lui, invece di essere liberato, viene caricato su uno scuolabus, ed insieme ad altre nove persone, viene chiuso in una cella al secondo piano dell’Sbu di Karkhov. Qui sarà detenuto illegalmente per mesi, prima di essere scambiato, il 10 luglio del 2015, con i soldati ucraini, detenuti dai separatisti.

Secondo il rapporto di Amnesty International, nel centro di detenzione segreta nel palazzo dell’Sbu di Karkhov, indicato come centro illegale di detenzione anche in un rapporto diffuso nel giugno scorso dalle Nazioni Unite, potrebbero trovarsi tutt’ora detenute fino a 16 persone. Ma i servizi segreti ucraini negano ogni accusa e ogni coinvolgimento nelle detenzioni illegali.

Anzi, per le autorità ucraine, alcuni dei compagni di cella di Sergej, ad esempio, non sarebbero “mai stati detenuti”. Eppure Sergej sostiene che quelle stesse persone, fino al mese di febbraio del 2015, erano ancora lì, nelle celle del secondo piano dell’Sbu di Karkhov. Dove sono ancora detenute centinaia di persone, ufficialmente sparite nel nulla.