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	<title>Viktor Orbán Archives - InsideOver</title>
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	<title>Viktor Orbán Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;Ungheria di Magyar e la resa dei conti con i reduci dell&#8217;era Orban: primo nel mirino il presidente Sulyok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 15:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ungheria" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il nuovo Primo Ministro magiaro è salito al potere sulla spinta di una forte volontà di farla finita con i precedenti governi Orbán. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lungheria-di-magyar-e-la-resa-dei-conti-con-i-reduci-dellera-orban-primo-nel-mirino-il-presidente-sulyok.html">L&#8217;Ungheria di Magyar e la resa dei conti con i reduci dell&#8217;era Orban: primo nel mirino il presidente Sulyok</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ungheria" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ungheria-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Da qualche settimana, diversi <em>meme</em> ritraggono <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/ungheria-magyar-vuole-cacciare-presidente-della-repubblica-e-capo-della-corte-costituzionale.html" type="post" id="519073">Tamás Sulyok, Presidente della Repubblica ungherese,</a> mentre legge una copia del quotidiano francese <em>Le Monde</em>. Nessuna didascalia o nessun commento corredano le immagini satiriche. Al pubblico italiano tali vignette potrebbero dire poco, ma per gli ungheresi il messaggio è chiaro: “<em>lemond</em>”, infatti, è un verbo ungherese che significa “dare le dimissioni”. Il significato politico di tali meme è quindi ben preciso e si inserisce nel contesto della crisi istituzionale creatasi in seguito alla vittoria di <strong>Péter Magyar </strong>alle elezioni dello scorso aprile.</p>



<p>Chi ha seguito le vicende ungheresi degli ultimi mesi, ricorderà come il nuovo Primo Ministro magiaro sia salito al potere sulla spinta di una forte volontà, da parte dei cittadini ungheresi, di farla finita con i precedenti governi Orbán e il sistema illiberale e corrotto che per 16 anni ha retto le sorti del Paese danubiano. Non sorprenderà quindi come, dal primo giorno dopo la strabordante vittoria elettorale, <strong>Magyar abbia chiesto a gran voce le dimissioni di tutti i precedenti gerarchi di Fidesz, Sulyok in testa.</strong> “Ci aspettiamo le dimissioni dei fantocci di Orbán” ha tuonato il leader di Tisza durante la sua prima conferenza stampa all’indomani delle elezioni “Il 31 maggio sarà la data limite entro la quale potranno dimettersi. Dopodiché agiremo in base al nostro mandato ed esploreremo tutte le vie legali per rimuoverli dai loro incarichi”.</p>



<p>Ed effettivamente il nuovo governo di Budapest, preso atto che i “fantocci di Orbán” non hanno risposto all’ultimatum, si è messo all’opera per forzare la mano a Sulyok e agli altri vertici dello Stato illiberale. Il 22 giugno, durante una sessione parlamentare straordinaria, Péter Magyar ha annunciato <strong>l’inizio dell’Operazione Fuoco Purificatore,</strong> ossia l’avvio del processo di smantellamento del sistema creato da <strong>Viktor Orbán</strong> durante i suoi sedici anni di potere indiscusso. Passando dalle parole ai fatti, il 4 luglio il governo Magyar ha presentato la sua proposta per il 17° emendamento alla Legge Fondamentale, ossia un aggiornamento dell’attuale Costituzione ungherese, la cui bozza è stata pubblicata sul sito del governo in modo che i cittadini ungheresi, utilizzando una finestra di cinque giorni, potessero discuterla e proporre eventuali modifiche.</p>



<p>Tra le misure incluse nell’emendamento vi sono le dimissioni del Presidente della Repubblica, un limite di età pari a massimo 70 anni per i membri della Corte Costituzionale, il ritorno del diritto di eleggere il Presidente della Corte Costituzionale a quest’ultima e non più al Parlamento (eliminando così una pericolosa influenza del potere politico su quello giudiziario-costituzionale), un limite massimo di 12 anni (o di tre mandati consecutivi) per i deputati e la nascita di un <strong>Ufficio nazionale per la protezione e il recupero dei beni,</strong> volto a indagare su eventuali appropriazioni indebite avvenute durante i governi Fidesz e a lottare contro la corruzione. </p>



<p>Se quest’ultimo punto va sicuramente nella direzione indicata dall’Unione Europea in termini di lotta alla corruzione, è altrettanto vero che la nascita dell’ente incontra il favore dei cittadini, andando a colpire un male endemico della società ungherese: <strong>la corruzione, infatti, mangia ogni anno tra l’8 e il 10% del PIL ungherese. </strong>La creazione di questo Ufficio nazionale, inoltre, fornirebbe nuove armi legali a Magyar per portare avanti la sua guerra contro ex gerarchi di Fidesz, colpendo i casi più eclatanti di corruzione e indebolendo ulteriormente l’ex partito di (super) maggioranza. Inviando un messaggio ai “giannizzeri del regime di Orbán, per i quali il patrimonio comune ungherese era bottino di guerra&#8221;, il Primo Ministro ha infatti affermato che coloro i quali &#8220;credono di poter nascondere, far evacuare o occultare rapidamente dietro prestanome e reti aziendali tutto ciò che è stato sottratto al popolo ungherese si sbagliano. Lo Stato si riprenderà tutto ciò che è stato rubato alla nazione &#8220;</p>



<p>Sono, tuttavia, i primi due articoli dell’emendamento quelli che stanno infiammando di più gli animi a Budapest. Partiamo dal secondo. Ponendo un limite di età massimo pari a 70 anni per i giudici costituzionali, Magyar otterrebbe le dimissioni di <strong>Péter Polt,</strong> Presidente della Corte Costituzionale e fedelissimo di Orbán, e di altri tre giudici costituzionali nominati dal precedente governo. In un colpo solo, quindi, Tisza si libererebbe di una figura decisamente scomoda, non a caso posta alla presidenza della Corte nel dicembre del 2025 nel tentativo di blindare l’influenza di Fidesz su questa istituzione assai delicata. Il disegno di Orbán era chiaro: in caso di vittoria, tutto sarebbe continuato come prima, mentre in caso di sconfitta il nuovo Primo Ministro si sarebbe trovato con una bella gatta da pelare, dovendo gestire i rapporti con una Corte Costituzionale in mano a Fidesz. <strong>La vittoria dirompente di Magyar ha tuttavia assegnato a quest’ultimo la potente mannaia dei due terzi dei seggi parlamentari, con i quali può modificare tranquillamente la Costituzione e superare questi ostacoli.</strong></p>



<p>L’aspetto più controverso di questo 17° emendamento è tuttavia quello che riguarda la cessazione del mandato dell’attuale Presidente della Repubblica. &#8220;Il mandato del Presidente della Repubblica in carica cesserà il giorno successivo all&#8217;entrata in vigore del diciassettesimo emendamento alla Legge Fondamentale&#8221;, si legge nella proposta presentata dal governo Magyar. La trappola per Tamás Sulyok, altro fedelissimo di Orbán, è quindi pronta a scattare: se, infatti, il Presidente firmerà l’emendamento allora segnerebbe la sua condanna. Qualora, d’altro canto, dovesse rifiutarsi di firmare il testo una volta approvato dal Parlamento, potrebbe venire messo in stato di accusa e rimosso legalmente dal proprio ufficio. </p>



<p>La permanenza di Sulyok a Palazzo Sándor sarebbe inaccettabile per Magyar non solo perché l’attuale Presidente è, come abbiamo visto, un fedelissimo di Orbán e uno dei volti più identificabili degli ultimi anni del passato regime, ma anche perché <strong>Sulyok gode di tutta una serie di poteri che potrebbero causare ben più di un mal di testa al governo Tisza.</strong> Al di là di un ruolo meramente cerimoniale, infatti, il Presidente della Repubblica detiene numerose prerogative quali la nomina di diversi alti ufficiali come il Presidente della Corte Suprema, i rettori delle università, i generali e i magistrati. Non solo: <strong>il Capo dello Stato ha anche il potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento,</strong> potendo di conseguenza rimandare i decreti all’attenzione dell’Assemblea nazionale, oltre a poter coinvolgere la Corte Costituzionale qualora le leggi venissero considerate potenzialmente incostituzionali da parte del Presidente. Risulta quindi evidente come sia vitale, per Péter Magyar, avere un nuovo inquilino a Palazzo Sándor.</p>



<p>E proprio la Presidenza della Repubblica ha emesso un comunicato nel quale Sulyok, pur non commentando la proposta di emendamento, “richiama l&#8217;attenzione sul rispetto del principio dello Stato di diritto e mette in guardia contro l&#8217;esercizio arbitrario del potere pubblico e l&#8217;applicazione illimitata delle possibilità offerte dalla maggioranza parlamentare dei due terzi”. Al contempo, Tamás Sulyok ha fatto appello alla Corte Costituzione ungherese e alla Commissione di Venezia, tre membri della quale si sono recati nei giorni passati a Budapest per una serie di incontri tanto con la Presidenza quanto con l’Esecutivo. L’attenzione è quindi massima non solo da parte dei cittadini ungheresi, <strong>ma anche delle istituzioni europee </strong>che monitorano gli sviluppi politici in Ungheria, nella speranza che il cambiamento iniziato ad aprile vada nella direzione auspicata.</p>



<p>La presa di posizione del governo Magyar è stata naturalmente criticata da Fidesz che ha lanciato una manifestazione a tutela della libertà e dello stato di diritto per giovedì 9 giugno. A esprimere perplessità per l’emendamento costituzionale è stata però anche <strong>Amnesty International.</strong> Pur non contestando la richiesta di dimissioni avanzata a Sulyok, colpevole di non aver “mai alzato la voce contro la tirannia del potere né in difesa dei più vulnerabili” e non aver “fatto nulla per garantire che tutti si sentissero membri uguali, liberi e rispettati della nostra comunità&#8221;, l’associazione per i diritti umani contesta il metodo scelto da Péter Magyar. Come si legge nel comunicato di Amnesty International, infatti, <strong>l&#8217;emendamento alla Legge fondamentale ignora il fatto che anche il Presidente della Repubblica ha diritto a un giusto processo</strong> e che la sua rimozione è possibile solo con adeguate garanzie legali. Il monito lanciato da Amnesty sembrerebbe quindi essere quello di non rimediare alle storture del sistema democratico operate da Orbán con altre storture, cadendo così in un meccanismo dal quale sarebbe difficile uscire.</p>



<p>Se, da un lato, Magyar promette di risolvere la questione entro il 20 luglio e garantisce che questo emendamento sarà solo una situazione temporanea, impegnandosi a iniziare un nuovo processo costituzionale nell’autunno di quest’anno sotto la supervisione di un nuovo Presidente della Repubblica, resta il fatto che la proposta presentata al Parlamento sta decisamente scaldando gli animi. Il rischio è quello di un’ulteriore e più profonda crisi istituzionale che renda questa torrida estate ungherese ancora più rovente.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lungheria-di-magyar-e-la-resa-dei-conti-con-i-reduci-dellera-orban-primo-nel-mirino-il-presidente-sulyok.html">L&#8217;Ungheria di Magyar e la resa dei conti con i reduci dell&#8217;era Orban: primo nel mirino il presidente Sulyok</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ungheria-Islamabad: la vittoria delle guerre infinite</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ungheria-islamabad-la-vittoria-delle-guerre-infinite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Paoletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 16:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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<p>Oggi, peraltro, è previsto un incontro tra una delegazione libanese e una israeliana sul conflitto che oppone Tel Aviv a Hezbollah, le cui sorti Israele sta cercando di distaccare dal più ampio conflitto mediorientale contrapponendosi alla richiesta di Teheran per tenere unite le criticità.</p>
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<p>Domenica è stata una giornata trionfale per il partito della guerra infinita, con il fallimento dei negoziati tra Iran e Israele che ha preceduto di poche ore la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi, sviluppo che dovrebbe prolungare la guerra ucraina. L&#8217;incendio che divampa lungo la linea di faglia che si allunga tra Oriente e Occidente ha avuto nuovo alimento.</p>



<p>Ma, anche se lo scacco alle possibilità di una distensione internazionale non è certo trascurabile, restano aperte opportunità, come dimostra la possibile apertura di un nuovo round negoziale tra Iran e Stati Uniti a Islamabad, che potrebbe aver luogo questo fine settimana.</p>



<p>Oggi, peraltro, è previsto un incontro tra una delegazione libanese e una israeliana sul conflitto che oppone Tel Aviv a Hezbollah, le cui sorti Israele sta cercando di distaccare dal più ampio conflitto mediorientale contrapponendosi alla richiesta di Teheran per tenere unite le criticità.</p>



<p>Richiesta che gli Stati Uniti avevano accolto prima di fare retromarcia a seguito delle pressioni israeliane, che stanno cercando di sabotare i negoziati anche sul più ampio fronte iraniano, anche perché la maggioranza degli israeliani, nonostante la stanchezza causata dalla guerra, vuole che riprenda, come attesta un <a href="https://www.bbc.com/news/articles/clyxgxyeqpgo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente sondaggio</a>.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.bbc.com/news/articles/clyxgxyeqpgo"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.piccolenote.it/wp-content/uploads/A1-BBC-2-1024x509.jpg" alt="Israelis war-weary but most oppose Iran ceasefire, poll suggests" class="wp-image-81553"/></a></figure>



<p>Difficile la querelle libanese, dal momento che Israele vorrebbe che Beirut disarmi Hezbollah e, nel contempo, preservare il controllo del Libano meridionale sul quale, invece, il Paese dei cedri chiede di ripristinare la propria sovranità. Anche il disarmo di Hezbollah appare arduo nonostante il governo si dica disposto a procedere, determinazione ovvia dal momento che l&#8217;attuale leadership è stata imposta da Stati Uniti e Israele al tempo del cessate il fuoco successivo al conflitto post 7 ottobre.</p>



<p>Hezbollah, per parte sua, teme che le autorità si sottomettano a Israele in quello che a loro avviso sarebbe un tradimento sia nei loro confronti, perché affermano di aver difeso il Paese dagli invasori, che del popolo libanese. Peraltro, leggono in tal senso la richiesta di disarmare la loro milizia, anche perché Tel Aviv sta oggettivamente cercando di ottenere per via diplomatica quel che non è riuscito a fare &#8211; né può fare <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-04-03/ty-article/.premium/disarming-hezbollah-can-only-be-done-by-lebanon-idf-officials-say/0000019d-525e-d220-a9bf-73ff1d260000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">per ammissione delle stesse IDF</a> &#8211; con la forza.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-04-03/ty-article/.premium/disarming-hezbollah-can-only-be-done-by-lebanon-idf-officials-say/0000019d-525e-d220-a9bf-73ff1d260000"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.piccolenote.it/wp-content/uploads/A2-H-17-1024x276.jpg" alt="Disarming Hezbollah Can Only Be Done by Lebanon, IDF Officials Say" class="wp-image-81554"/></a></figure>



<p>Né è chiaro se nelle trattative le autorità di Beirut insisteranno per collegare il disarmo di Hezbollah al completo ritiro di Israele dal Libano meridionale, intesa che la milizia islamica aveva accolto nelle more del cessate il fuoco pregresso (ma le migliaia di violazioni della tregua da parte dell&#8217;IDF non aiuta certo Hezbollah a rinnovare la fiducia precedente).</p>



<p>L&#8217;altro punto dolente è che Hezbollah, e tutti i libanesi, avevano esultato quando era stato annunciato il cessate il fuoco con l&#8217;Iran perché avrebbe dovuto applicarsi anche al loro Paese. Ora il distacco delle sorti del conflitto libanese da quelle del più ampio conflitto mediorientale, oltre a porre criticità nei negoziati con Teheran, pone criticità anche ai negoziati libanesi.</p>



<p>Se le autorità libanesi hanno accettato tale distacco, Hezbollah lo rifiuta, dichiarando inutile il dialogo tra Beirut e Tel Aviv, perché tutto dovrebbe decidersi nel più ampio negoziato di Islamabad. Insomma, trattative difficili &#8211; con il rischio che scoppi una guerra civile libanese &#8211; con difficoltà che complicano vieppiù le eventuali trattative di Islamabad.</p>



<p>Per quanto riguarda invece la sconfitta di Orbán, se abbiamo scritto che è una brutta notizia per il conflitto ucraino è perché, come noto, il premier ungherese era oggettivamente un freno alla spinta all&#8217;escalation proveniente dall&#8217;Europa occidentale e dal partito della guerra infinita americano, mascherata da doveroso sostegno a un Paese vittima di un&#8217;aggressione illegittima.</p>



<p>Non si tratta, quindi, di magnificare il Primo ministro ungherese o difenderlo dalle accuse di autoritarismo, che interessa il giusto in questa sede, quanto di inquadrare la sua eliminazione dal quadro politico europeo nel più ampio contesto del conflitto che oppone l&#8217;Occidente alla Russia.</p>



<p>D&#8217;altronde, i Paesi europei e le forze transnazionali che stanno spingendo per prolungare la macelleria ucraina hanno sostenuto il suo avversario, Peter Magyar, proprio per tale motivo e a tale motivo questi deve la sua vittoria, altrimenti molto più ardua.</p>



<p>Quindi, la guerra ucraina, una volta eliminato il politico europeo che più vi si opponeva sostenendo la necessità di un&#8217;intesa con la Russia, è destinata a prolungarsi, mietendo altre e più numerose vittime.</p>



<p>Non solo, ma si riaprirà anche il canale finanziario che faceva confluire i soldi dei contribuenti europei alla leadership ucraina, e da questa alle casse dell&#8217;apparato militar industriale Usa e altrove (probabilmente, tramite intermediari, a persone o società americane ed europee).</p>



<p>Si dovrebbe sbloccare, cioè il prestito di 90 miliardi diretto a Kiev, al quale il primo ministro ungherese aveva posto il veto. Una follia anche per il disastro che provocherà nelle casse dei Paesi europei che, già impoveriti dal conflitto che stanno alimentando, non riavranno mai indietro i loro soldi, come ben sanno quanti hanno deciso in merito.</p>



<p>Follia doppia se tiene conto di quanto è avvenuto dopo l&#8217;approvazione del prestito medesimo, cioè le catastrofiche conseguenze della guerra iraniana e della chiusura dello Stretto di Hormuz, che graveranno sui bilanci globali per i prossimi mesi/anni. Ora la speranza è che quei politici europei che finora si erano nascosti dietro il veto di Orbán vengano allo scoperto opponendosi apertamente alla follia incombente. Così si spera.</p>



<p>Quanto al nuovo premier ungherese, se ovviamente non porrà alcun veto al prestito, sembra però meno allineato delle attese alle fumisterie occidentali: <a href="https://it.marketscreener.com/notizie/il-cremlino-si-dice-soddisfatto-dell-apertura-di-magyar-a-un-dialogo-pragmatico-con-la-russia-ce7e50dfd98ef522" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> che potrebbe parlare con Putin, che cercherà di conservare il flusso energetico russo e che non prenderà le parti dell&#8217;Ucraina nel suo processo di adesione alla Ue, anche perché in Ungheria il Paese confinante non gode di eccessiva simpatia. In fondo, la geopolitica detta regole difficilmente eludibili: l&#8217;energia serve e i vicini non possono essere scelti, ma sono imposti dalla geografia.</p>



<p>______________</p>



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		<title>Ungheria 2026: tra Orban e Magyar un derby tutto a destra</title>
		<link>https://it.insideover.com/nazionalismi/ungheria-2026-tra-orban-e-magyar-un-derby-tutto-a-destra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:12:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni in Ungheria]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ungheria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ungheria-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con le elezioni ungheresi sempre più vicine, la cui posta in gioco è alta tanto per l’Ungheria quanto per l’Europa, il Paese danubiano ha suscitato un forte interesse nell’opinione pubblica mondiale. Non sono quindi solo gli elettori ungheresi a essersi polarizzati intorno alle figure di Viktor Orbán e Péter Magyar, ma anche politici e opinionisti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/ungheria-2026-tra-orban-e-magyar-un-derby-tutto-a-destra.html">[...]</a></p>
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<p>Con le elezioni ungheresi sempre più vicine, la cui posta in gioco è alta tanto per l’Ungheria quanto per l’Europa, il Paese danubiano ha suscitato un forte interesse nell’opinione pubblica mondiale. Non sono quindi solo gli elettori ungheresi a essersi polarizzati intorno alle figure di <strong>Viktor Orbán </strong>e <strong>Péter Magyar,</strong> ma anche politici e opinionisti al di fuori dei confini magiari. Se, da un lato, i nazionalisti e populisti d’Europa sono sempre stati compatti intorno a Orbán, <strong>Magyar sembra essere diventato il nuovo feticcio dello schieramento liberale ed europeista </strong>che, con punte estreme di <em>wishful thinking</em>, vede in lui la panacea di tutti i mali dell’Ungheria, se non addirittura un ribelle contro il sistema. Come spesso accade, quindi, la tendenza sembrerebbe essere quella di leggere la politica ungherese attraverso le lenti occidentali o attraverso schemi preconcetti che non permettono di cogliere diverse sfumature che pure sono essenziali per comprendere quanto sta succedendo in Ungheria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Magyar e la nascita di Tisza: una svolta nella politica ungherese</h2>



<p>Per analizzare la situazione attuale in modo equilibrato dobbiamo quindi partire da Péter Magyar e dalla sua ascesa alla guida del <strong>Partito del Rispetto e della Libertà</strong> (Tisza: <em>Tisztelet és Szabadság Párt</em>). Lungi dall’essere un “ribelle antisistema”, <strong>Magyar è in realtà un conservatore che ha iniziato la sua carriera politica nel Fidesz</strong>, all’epoca degli scontri di piazza nati in seguito alle imponenti manifestazioni del 2006 contro l’ultimo governo liberal-socialista di <strong>Ferenc Gyurcsány</strong>. In breve tempo, il giovane Magyar è entrato nel cerchio magico di Viktor Orbán, giungendo anche a gestire i rapporti tra l’Ufficio del Primo ministro e il Parlamento Europeo. Inoltre, grazie al matrimonio poi naufragato con <strong>Judit Varga,</strong> ex Ministro della Giustizia, Péter Magyar ha avuto per circa un ventennio accesso ai vertici di Fidesz.</p>



<p>La svolta è avvenuta nel 2024, durante uno degli scandali più gravi che ha sconvolto la politica ungherese negli ultimi anni. Nel febbraio di quell’anno, infatti, <strong>Katalin Novák</strong>, all’epoca Presidente della Repubblica in quota Fidesz, venne costretta alle dimissioni in seguito alla concessione della grazia presidenziale a Endré Konyá, vicedirettore dell’orfanotrofio di Bicske, accusato di aver insabbiato casi di pedofilia nell’istituto. Quella della Novák non fu l’unica testa a cadere: <strong>anche Judit Varga, ormai separatasi da Magyar, venne obbligata al ritiro dalla vita politica</strong>, colpevole di aver controfirmato il decreto di grazie nella sua funzione di Guardasigilli. Durante lo scandalo e le manifestazioni di piazza che chiedevano le dimissioni di Katalin Novák, Péter Magyar ha iniziato a presentarsi sempre più come il nuovo anti-Orbán, figura che, pur essendo stata a lungo parte del sistema-Fidesz grazie al quale ha fatto carriera, era ora pronto a denunciarne la corruzione e le storture.</p>



<p>Annunciata la sua discesa in campo, l’ex Fidesz apparentemente folgorato sulla via di Damasco, ha assunto la guida del Partito del Rispetto e della Libertà, <strong>un’organizzazione centrista nata nel 2020 e fino a quel momento completamente ininfluente nel panorama politico ungherese.</strong> Grazie alla guida carismatica di Magyar e alla sua campagna anticorruzione, il partito è cresciuto esponenzialmente, ottenendo il 29,60% dei voti alle elezioni europee del 2024, fagocitando di fatto l’opposizione tradizionale e spingendo l’Ungheria verso un bipartitismo fino ad allora sconosciuto. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ungheria 2026: una sfida tra due destre</h2>



<p>Da quel momento, l’ascesa di Tisza non si è più fermata e il partito ha terminato l’opera di distruzione dei partiti classici di opposizione, tanto di centro-sinistra quando di destra, <strong>eliminando di fatto il Partito socialista, le organizzazioni liberali e la destra radicale di Jobbik</strong> dallo scacchiere politico. Quello che è nato grazie alla guida di Péter Magyar è quindi un partito grande-tenda che, sotto lo slogan “<em>Nincs jobb! Nincs bal! Csak magyar!</em>” (“Niente destra! Niente sinistra! Solo l’Ungheria!”, con evidente interscambio tra <em>magyar</em> in quanto popolo e Magyar in quanto leader) vuole radunare tutti i cittadini ungheresi intorno a una sola bandiera. Eppure, al di là degli slogan, <strong>l’impianto conservatore e di destra tanto di Tisza quanto del suo leader appare evidente</strong>. Beninteso, nel suo tentativo di creare un’organizzazione in grado di attirare elettori da entrambi gli schieramenti, il programma politico di Tisza include punti che strizzano l’occhio alla sinistra, come la promessa di aumentare i fondi destinati alla sanità e all’istruzione, trovando soluzione a due tra i problemi più gravi e sentiti dalla società ungherese.</p>



<p>E tuttavia sarebbe un errore grave ritenere Tisza un partito di centrosinistra, come pure lasciano intendere certi analisti rapiti dalle posizioni europeiste di Magyar e preda del facile schematismo “Orbán-Destra; anti-Orbán-sinistra”. <strong>In diversi punti del programma, in realtà, è estremamente difficile trovare differenze sostanziali tra Fidesz e Tisza.</strong> Le somiglianze principali si trovano nel campo della sicurezza nazionale, della politica militare e della gestione dei flussi migratori. Nel capitolo “Ungheria sicura, confini forti”, per esempio, Tisza si pone come partito dalla parte della pace che non trascinerà l’Ungheria in alcun conflitto, sfidando di fatto Fidesz sul suo stesso territorio, ma <strong>propone anche l’aumento delle spese militari al 5% del PIL entro il 2035 come richiesto dalla NATO su spinta di Trump.</strong> Questa decisione, pur promettendo la revisione delle privatizzazioni nel settore della Difesa voluti dai governi Fidesz, si pone in diretta continuità con la politica di riarmo avviata da Viktor Orbán negli ultimi anni.</p>



<p>Per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori, non solo Tisza non rappresenta una discontinuità con Fidesz, ma prova addirittura a superare Orbán a destra. <strong>Per Péter Magyar, infatti, la politica antimigranti di Orbán è ipocrita e troppo blanda</strong>: da un lato, le organizzazioni vicine al Primo ministro trarrebbero profitti record dalla gestione dei flussi migratori, mentre dall’altro Orbán, con le recenti leggi volte a favorire l’ingresso di <em>guest workers</em> da Paesi extra-UE per sopperire alla mancanza di manodopera in certi settori, favorirebbe quella migrazione che, a parole, combatterebbe, preferendo i lavoratori stranieri ai cittadini ungheresi. Tisza promette quindi una vera tolleranza zero verso l’immigrazione illegale, garantendo il mantenimento della barriera antimigranti al confine con la Serbia, proponendo anzi un suo rafforzamento, e dichiarando la propria ferma opposizione alle quote migratorie dell’UE e a qualsivoglia patto europeo sulla migrazione. Non solo: in caso di vittoria, <strong>il governo Magyar vieterà l’ingresso di ogni <em>guest worker</em>, in particolare di provenienza asiatica e ucraina</strong>, accusando i lavoratori di provenienza extra-europea di aver generato la crisi degli affitti che attanaglia Budapest da molti più anni rispetto all’approvazione delle leggi sui <em>guest workers</em> approvate di recente dal governo Orbán. Di più: a marzo Tisza non ha avuto alcun problema a votare il controverso Regolamento rimpatri approvato dal Parlamento Europeo, trovandosi dalla stessa parte della barricata insieme al nemico Fidesz e ai neofascisti di Mi Hazánk.</p>



<p>Anche sui diritti LGBT le differenze con Fidesz non emergono nettamente. Quando, nel corso del 2025, il Parlamento ungherese ha modificato la costituzione inserendo le ben note normative omofobe che hanno portato al divieto del Gay Pride, <strong>Tisza è stato l’unico partito di opposizione a non partecipare al Pride illegale.</strong> Interrogato sulla questione, Magyar ha affermato che la sua priorità era prepararsi alle elezioni per sconfiggere Orbán e che con il suo governo l’Ungheria tornerà ad aprirsi a tutti. Tuttavia, il leader dell’opposizione non ha mai preso una posizione netta sui temi LGBT e nel suo programma non esiste alcun punto che menzioni l’eliminazione delle normative omofobe dalla costituzione della Repubblica.</p>



<p>Le principali differenze con Fidesz emergono in politica estera. In questo campo, <strong>Tisza si pone apertamente come forza europeista intenzionata a riportare Budapest tra i ranghi di Bruxelles e nella NATO.</strong> Proponendo la revisione della politica di “Apertura a Oriente” portata avanti da Orbán, Magyar sostiene la necessità di una nuova partnership strategica con gli Stati Uniti, volta a rafforzare la sicurezza e la cooperazione economica ed energetica attraverso l’interruzione totale della dipendenza dalla Russia entro il 2035. E non potrebbe essere altrimenti, considerando il fatto che il responsabile per le politiche energetiche di Tisza è nientemeno che <strong>István Kapitány</strong>, ex vicepresidente di Shell global, mentre la candidata al Ministero degli Esteri è <strong>Anita Orbán</strong>, ex Fidesz passata poi al mondo delle multinazionali e attiva per anni nel settore GNL statunitense. Nei confronti dell’Ucraina, tuttavia, le differenze con Fidesz sono minime: pur promettendo una svolta europeista e una rottura con la Russia, <strong>Magyar ha ribadito la sua opposizione all’ingresso facilitato di Kiev nell’Unione Europea,</strong> promettendo di sottomettere la posizione ungherese sul tema a un referendum vincolante.</p>



<p>Quello che emerge è quindi uno scontro tra due destre con il rischio concreto, in caso di vittoria del Tisza, della continuazione del sistema illiberale con facce nuove alla guida del Paese: una sorta di “Fidesz dal volto umano” che, riportando l’Ungheria nei ranghi di Bruxelles, garantisca la continuità del sistema creato da Orbán. Uno scenario che, a quanto pare, molti europeisti sarebbero pronti a digerire pur di staccare l’Ungheria da Mosca e Pechino.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Guerra di sondaggi in una campagna elettorale surreale</h2>



<p>In mezzo a questo scontro tra due destre che non propongono realmente una visione radicalmente opposta di società, ma sembrano divergere sostanzialmente in questioni di politica estera, non sorprenderà che la campagna elettorale, per quanto violenta, sia stata surreale. Caratterizzata da una mancanza pressoché totale di politica, la campagna si è concentrata proprio su quella politica estera che divide i due contendenti, con <strong>le accuse lanciate da Orbán a Magyar di essere un burattino nelle mani di Bruxelles e Kiev</strong> e di voler trascinare l’Ungheria in guerra. E se, da un lato, Magyar ha risposto con una campagna anticorruzione e di denuncia contro i ripetuti scandali che hanno visto al centro esponenti del Fidesz, promettendo un cambio di rotta ai cittadini ungheresi stanchi di 16 anni di orbanismo, dall’altro la sensazione è quella di una lotta tra due leader politici senza una reale sostanza politica. Per un Viktor Orbán che ripete stancamente le solite posizioni anti-UE e insiste sui pericoli esterni che minacciano l’esistenza dell’Ungheria, abbiamo un Péter Magyar che pubblica ogni giorno il conto alla rovescia verso elezioni che è sicuro di vincere, <strong>cercando di porsi come alleato sicuro per Trump e per Israele </strong>e postando sui suoi social, sui quali si definisce con estrema modestia “<em>The Man</em>”, foto ammiccanti in cui tiene in mano un’enorme <em>kolbász</em>, ossia la tradizionale salsiccia ungherese. Una campagna elettorale surreale, combattuta a suon di post modificati con l’intelligenza artificiale, di scandali veri o presunti e di tentativi di <em>character assassination</em>.</p>



<p>Anche i sondaggi elettorali si dividono seguendo le stesse fratture della società ungherese. Prendiamo ad esempio gli ultimi sondaggi pubblicati da quattro istituti, ossia <em>21 Kutatóközpont</em>, <em>Republikon intézet</em>, <em>Nézőpont</em> e <em>XXI Század intézet</em>. I primi due propongono la vittoria certa di Tisza (54% secondo <em>21 Kutatóközpont </em>e 49% secondo <em>Republikon intézet</em>), mentre gli altri garantiscono la vittoria di Fidesz (46% per entrambi). E come potrebbe essere altrimenti? Il direttore del <em>21 Kutatóközpont</em>, Dániel Róna, è un ex collaboratore del partito liberale Momentum, mentre <em>Republikon intézet</em>, altro centro vicino al polo liberale, riceve fondi dell’Unione Europea. La direttrice del <em>XXI Század intézet</em>, al contrario, è Mária Schmidt, controversa storica i cui rapporti con Viktor Orbán sono ben noti, mentre <em>Nézőpont</em> riceve fondi da parte del governo europeista.</p>



<p>I sondaggi relativi alle elezioni di domenica 12 aprile, quindi, più che vagliare l’opinione pubblica sembrano cercare di influenzarla, dicendo ai leader ed elettori dei rispettivi schieramenti quello che probabilmente vorrebbero sentirsi dire. L’immagine che ne deriva è quella di un’Ungheria divisa nella certezza della vittoria della rispettiva fazione politica, in un meccanismo che sembra ricordare il tifo calcistico. Una dinamica che, rimbalzata da diversi opinionisti al di fuori dell’Ungheria, ci fa perdere il contatto con una competizione assai più tesa di quanto possa sembrare, in cui molto probabilmente nessuno dei due contendenti potrebbe ottenere la famosa maggioranza dei 2/3 e <strong>in cui, per la prima volta, si rischia un Parlamento a tre,</strong> diviso tra la destra di Fidesz, quella di Tisza e quella estrema di Mi Hazánk</p>
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		<title>TurkStream, la nuova linea rossa: come Budapest prova a portare il gas nel perimetro strategico della NATO</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/turkstream-la-nuova-linea-rossa-come-budapest-prova-a-portare-il-gas-nel-perimetro-strategico-della-nato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 06:02:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="922" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="TurkStream" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-300x144.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-1024x492.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-768x369.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-1536x738.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-600x288.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il messaggio lanciato da Viktor Orban è semplice: una minaccia al gas è una minaccia alla sicurezza nazionale. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="922" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="TurkStream" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-300x144.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-1024x492.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-768x369.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-1536x738.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/turkstream-600x288.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le rotte energetiche europee non sono mai state semplici infrastrutture. Oggi, però, sono qualcosa di più: <strong>strumenti di potere</strong>, leve negoziali e potenziali detonatori geopolitici. Le recenti dichiarazioni attribuite a Mosca, <a href="https://www.sardegnagol.eu/mosca-zelenskyy-potrebbe-sabotare-il-turkstream-per-tornare-al-centro-dellattenzione/">secondo cui Volodymyr Zelenskyy potrebbe puntare a un’escalation colpendo TurkStream, si inseriscono in un contesto già altamente polarizzato</a>. Ma il punto centrale non è la veridicità dell’accusa: è il fatto che <strong>TurkStream sia entrato nel linguaggio della minaccia strategica europea</strong>.</p>



<p><strong>Perché TurkStream conta più oggi</strong></p>



<p>Dopo il 2022, l’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo. Tuttavia, la riduzione sistemica non ha eliminato le <strong>dipendenze locali</strong>. Con la fine del transito ucraino nel 2025, TurkStream è rimasto l’ultimo corridoio diretto tra Russia ed Europa sudorientale<a href="https://www.cdt.ch/news/mondo/budapest-accusa-kiev-colpito-il-turkstream-con-22-droni-422503">. Per Paesi come l’Ungheria, non è solo una questione di volumi, ma di <strong>geografia delle forniture</strong></a>: da dove passa il gas, quanto è sostituibile e con quali tempi. In questo scenario, TurkStream non è più un’infrastruttura neutra, ma una <strong>strozzatura strategica</strong>. Quando le rotte si riducono, ogni nodo diventa vulnerabile.</p>



<p><strong>Il metodo Budapest</strong></p>



<p>Il governo di Viktor Orbán ha sviluppato un approccio chiaro: trasformare la sicurezza energetica in <strong>leva diplomatica</strong>. Non è una novità. Già sul dossier Druzhba, Budapest aveva legato il proprio consenso europeo alla continuità delle forniture. Ora lo schema si ripete su TurkStream. Il messaggio implicito è semplice: <strong>una minaccia al gas è una minaccia alla sicurezza nazionale</strong>. Questo sposta il dibattito da un piano economico a uno strategico, rendendo più difficile per Bruxelles trattare la questione come semplice diversificazione energetica.</p>



<p><strong>Realtà giuridica o pressione politica?</strong></p>



<p>Uno dei punti più controversi riguarda il possibile richiamo all’Articolo 5 della NATO. In termini giuridici, il Trattato parla di attacco armato contro un alleato, non di sabotaggi a infrastrutture energetiche. Anche in casi più diretti, come episodi missilistici vicino alla Turchia, l’Alleanza ha evitato escalation automatiche. Questo significa che l’idea di un <strong>automatismo tra attacco a TurkStream e risposta NATO</strong> è, allo stato attuale, una forzatura. Ma proprio qui sta il punto: Budapest non punta necessariamente all’attivazione formale. Punta a <strong>introdurre ambiguità strategica</strong>, alzando il costo politico di qualsiasi azione contro il corridoio.</p>



<p><strong>Il fattore regionale — Turchia, Balcani e nuovi equilibri</strong></p>



<p>TurkStream attraversa un’area cruciale. La Turchia emerge sempre più come hub energetico e attore politico chiave. La Serbia consolida il proprio ruolo di transito, mentre l’Ungheria si posiziona come <strong>snodo negoziale tra Est e Ovest</strong>. Questo ridisegno rafforza una dinamica: l’energia non è più solo mercato, ma <strong>architettura di potere regionale</strong>. Chi controlla o dipende da una rotta acquisisce peso politico.</p>



<p><strong>Il paradosso ungherese</strong></p>



<p>Budapest sta diversificando: accordi con attori internazionali e nuovi canali sono in costruzione. Tuttavia, nel breve periodo, il gas russo resta centrale. Da qui nasce il paradosso: <strong>una vulnerabilità che diventa risorsa politica</strong>. L’Ungheria non nega la propria esposizione. Al contrario, la enfatizza per ottenere margini negoziali. In sostanza, sta tentando di <strong>trasformare una debolezza strutturale in capitale strategico</strong>.</p>



<p><strong>La securitizzazione dell’energia</strong></p>



<p>Non esiste una dottrina ufficiale, ma è plausibile che Budapest stia portando avanti tre obiettivi:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Deterrenza</strong>: aumentare il rischio percepito di escalation</li>



<li><strong>Negoziazione</strong>: ottenere deroghe e flessibilità europea</li>



<li><strong>Ridefinizione</strong>: ampliare il concetto di sicurezza includendo le infrastrutture critiche</li>
</ul>



<p>Se questa impostazione prendesse piede, cambierebbe il paradigma: non più solo territori da difendere, ma <strong>reti energetiche da proteggere come asset strategici</strong>.</p>



<p><strong>Tra stabilità e crisi</strong></p>



<p>Nel migliore dei casi, la tensione resta retorica. Nessun danno reale, mercati stabili, Ankara impegnata a garantire continuità. In questo scenario, TurkStream rimane una <strong>leva politica, non un casus belli</strong>. Nel peggiore, basta poco: un’interruzione credibile, un’attribuzione ambigua, una risposta politica aggressiva. A quel punto, il rischio è una <strong>crisi a catena</strong>: blocchi europei, tensioni NATO, aumento del premio di rischio energetico. La variabile chiave non è il singolo evento, ma la convergenza di tre fattori: danno fisico; attribuzione credibile; volontà politica di escalation</p>



<p><strong>La soglia che cambia</strong></p>



<p>TurkStream non è decisivo per i volumi europei complessivi, ma lo è per la <strong>definizione delle soglie strategiche</strong>. È un’infrastruttura residua che concentra vulnerabilità, interessi e narrativa. La vera partita non riguarda il gas in sé, ma la trasformazione del suo significato: da <em>commodity</em> a <strong>elemento di sicurezza collettiva</strong>. Se l’Europa accetterà questa evoluzione, si aprirà un precedente. Se la respingerà, TurkStream resterà un caso isolato. In ogni caso, il segnale è chiaro: nella nuova geopolitica, <strong>le infrastrutture contano quanto i confini</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/turkstream-la-nuova-linea-rossa-come-budapest-prova-a-portare-il-gas-nel-perimetro-strategico-della-nato.html">TurkStream, la nuova linea rossa: come Budapest prova a portare il gas nel perimetro strategico della NATO</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Kallas, la linea dura che isola l&#8217;Europa e prolunga l&#8217;agonia ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/kallas-la-linea-dura-che-isola-leuropa-e-prolunga-lagonia-ucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2025 09:46:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1030" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251208094455364_f6ca40374fc10a3bda2ae9ea750f3b9c-e1765183518706.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Telegraph, in un duro editoriale, boccia la linea dura del "falco" Kaja Kallas contro la Russia che isola l'Europa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/kallas-la-linea-dura-che-isola-leuropa-e-prolunga-lagonia-ucraina.html">Kallas, la linea dura che isola l&#8217;Europa e prolunga l&#8217;agonia ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>L&#8217;approccio rigido e ideologico dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, <strong>Kaja Kallas</strong>, ha isolato l&#8217;Europa a livello diplomatico e non fa altro che prolungare le sofferenze del popolo ucraino. Lo sostiene, <a href="https://www.telegraph.co.uk/news/2025/12/06/kaja-kallas-is-a-gift-to-kremlin/">in un durissimo editoriale sul&nbsp;<em>Telegraph</em> che sta facendo molto discutere</a>, <strong>Owen Matthews</strong>, che accusa l’ex premier estone di aver scelto la “purezza ideologica” al posto di un sano pragmatismo, con il risultato di alimentare proprio quella disunità occidentale che lei per prima aveva paventato come un regalo alla Russia.  Risultato? Nelle trattative tra Stati Uniti e Russia sull&#8217;Ucraina, l&#8217;Europa si presenta come un attore marginale. &#8220;L’Europa non è al tavolo &#8211; scrive Matthews &#8211; anche mentre l’architettura di sicurezza futura del continente viene definita&#8221;. Una marginalizzazione pericolosa, frutto del sordo rifiuto di Bruxelles di confrontarsi con la realtà scomoda di parlare con i russi. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La propaganda fa i conti con la realtà</h2>



<p>La retorica di Kallas è chiara: l’Ue sostiene &#8220;una pace giusta e duratura&#8221; &#8211; qualunque cosa voglia dire &#8211; e la sua politica è &#8220;rafforzare l’Ucraina e indebolire la Russia&#8221;. Suona bene, ammette l’editoriale del <em>Telegraph</em>, ma si scontra con una realtà nella quale rafforzare l’Ucraina richiede denaro, armi e, soprattutto, un <strong>costante afflusso di giovani ucraini disposti a continuare a combattere e a morire</strong>. E su tutti e tre i fronti, l’Europa sta venendo meno.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">When you&#39;re so extreme that even The Telegraph thinks you&#39;re too fanatically anti-Russia: <a href="https://t.co/RCwVzRrQoK">https://t.co/RCwVzRrQoK</a><br><br>They argue that Kallas has &quot;chosen ideological purity over practical diplomacy&quot; and is &quot;Estonianising&quot; Europe’s foreign policy. <br><br>Which in the end serves no-one,… <a href="https://t.co/qIF0y5gtWo">pic.twitter.com/qIF0y5gtWo</a></p>&mdash; Arnaud Bertrand (@RnaudBertrand) <a href="https://twitter.com/RnaudBertrand/status/1997673635616895201?ref_src=twsrc%5Etfw">December 7, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Il piano da 60 miliardi di euro per Kiev, nota sempre il <em>Telegraph</em>, è bloccato dalle resistenze e divisioni interne, guidate dall’Ungheria di Viktor Orbán ma sempre più condivise dai nuovi governi di destra in Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria. Anche l’Italia di Giorgia Meloni, tradizionalmente filo-ucraina, ha rinviato un voto su un nuovo pacchetto di aiuti militari in attesa degli sviluppi diplomatici.  L’idea alternativa di Kallas – un prestito da <strong>140 miliardi garantito dagli asset russi</strong> congelati in Belgio – <a href="https://it.insideover.com/economia/il-cortocircuito-della-commissione-sulla-garanzia-della-bce-per-gli-asset-russi.html">è stata bollata come illegale sia dalla Banca Centrale Europea </a>che dal <strong>Fondo Monetario Internazionale</strong>. Intanto, il Primo Ministro belga <strong>Bart De Wever</strong> ha liquidato come &#8220;un’illusione completa&#8221; l’idea che la Russia possa essere sconfitta in Ucraina. In molte cancellerie europee si fa sempre più strada la convinzione che prolungare questa guerra non sia solo inutile ma anche costoso ed estremamente dannoso per il Vecchio Continente. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il peso della storia e la provocazione della “balcanizzazione”</h2>



<p>Matthews ricorda anche la miope lettura storica di Kallas, che ha più volte affermato come &#8220;la Russia abbia invaso almeno 19 paesi…  nessuno dei quali ha mai invaso o attaccato la Russia&#8221;. Una visione che, ricorda l’editorialista, <strong>ignora deliberatamente l’invasione nazista del 1941</strong>, &#8220;la sorgente stessa della paranoia e dell’intransigenza che ancora oggi domina il pensiero strategico del Cremlino&#8221;.</p>



<p>Ancora più controproducente, per Matthews, è stata la proposta – avanzata da Kallas prima della sua nomina – di <strong>frammentare la Russia in Paesi più piccoli</strong>, alimentando così la narrazione del Cremlino su un “pericolo esistenziale” proveniente dall’Occidente.</p>



<p>Il risultato di questa linea dura è un’Europa divisa e irritante per i suoi alleati. Fonti della Casa Bianca avrebbero parlato con fastidio di <strong>una &#8220;estonizzazione&#8221; della politica estera europea</strong>. Ma la frustrazione più profonda viene dall’Ucraina stessa. <strong>Iuliia Mendel</strong>, ex portavoce di Zelensky, ha scritto con parole drammatiche: &#8220;Il mio Paese si sta dissanguando. Molti di quelli che si oppongono a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più chiara che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo sul fronte e dentro il Paese in questo momento&#8221;.</p>



<p>“Il tempo dell’ideologia è finito”, sentenzia l’editoriale. “A questo punto molti, forse la maggior parte, degli ucraini preferirebbero una pace ingiusta a una guerra per sempre”. <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/ora-anche-il-financial-times-ammette-un-accordo-e-lunica-opzione-realistica-per-lucraina.html">Sono le medesime conclusioni a cui era giunto il <em>Financial Times</em></a> nei giorni scorsi. </p>



<p>La domanda che resta sospesa è se Kallas e i falchi europei capiranno questo messaggio o, per fini propagandistici e <strong>ideologici, proseguiranno nel sostenere una guerra che non si può vincere</strong>. Tanto sul fronte, a morire, ci vanno altri. </p>



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		<title>La Slovacchia di Fico ha scelto: più vicina a Russia e Cina, più lontana dall&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-slovacchia-di-fico-ha-scelto-piu-vicina-a-russia-e-cina-piu-lontana-dalleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 11:53:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1152" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-600x360.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-300x180.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-1024x614.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-768x461.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-1536x922.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il premier slovacco Robert Fico ha adottato una politica estera sempre più vicina a Russia e Cina: le sue mosse.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1152" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-600x360.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-300x180.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-1024x614.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-768x461.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/11/OVERCOME_20241128205838244_61bbdcfeb19fb348281a682667e70d57-e1732823991240-1536x922.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Continua a gran ritmo la campagna di disallineamento dalla già debole politica estera comune europea promossa dal <strong>premier slovacco Robert Fico</strong>. Con l’ultimo annuncio ufficiale di una futura visita in Russia, prevista per il 9 maggio 2025 in occasione dell’anniversario del trionfo dell’Armata Rossa sul nazifascismo nella seconda guerra mondiale, Fico diventerà il <strong>secondo capo di governo europeo a recarsi in Russia</strong> dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022. Il primo a farlo era stato <strong>Viktor Orbán</strong> lo scorso luglio, con la differenza che quest’ultimo aveva agito diplomaticamente nell’ambito della presidenza di turno del Consiglio dell’Ue ma non per questo evitando di suscitare scandalo accompagnato da un coro di condanne unanimi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il viaggio di Fico in Cina</h2>



<p>Oltre al noto avvicinamento e apertura al dialogo nei confronti della Federazione russa, <strong>Fico ha compiuto a inizio novembre un viaggio in Cina</strong> terminato con l’innalzamento delle relazioni fra i due Paesi a &#8220;partnership strategica&#8221; con ampi investimenti e collaborazioni in commercio, infrastrutture e scambi culturali. Occasione in cui il capo di Governo slovacco ha mandato un segnale forte e chiaro in Occidente, criticando pesantemente la gestione della guerra in Ucraina e accusando Usa ed Europa di aver volutamente sabotato i colloqui di pace fra le due parti in scena ad Istanbul nella primavera del 2022.</p>



<p>Di certo non si può affermare che questa decisione, di grande rilevanza simbolica in politica estera, possa destare sorpresa o clamore, visto che è esattamente in linea con quanto affermato e fatto fino ad ora dallo stesso Fico. Proprio pochi giorni prima di recarsi a Pechino infatti, Fico era apparso in un’intervista rilasciata all’emittente pubblica russa <em>Rossija 1</em> nella quale aveva criticato il sostegno dell’Ue alla <strong>resistenza ucraina e messo in dubbio le misure restrittive adottate contro Mosca</strong>. Accusando infine gli stessi partner occidentali di voler volutamente “prolungare” la guerra in Ucraina tramite un “sostegno inefficace” fornito a Kiev.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il tema degli aiuti militari a Kiev</h2>



<p>Ma è sul tema degli aiuti militari all’Ucraina che si è consumato in passato il <strong>maggiore distacco politico fra Fico e la Commissione europea</strong>. La cessazione del supporto militare a Kiev è stato infatti uno dei principali cavalli di battaglia, insieme alla promessa di combattere l’immigrazione, della campagna elettorale che lo ha visto poi trionfare alle elezioni politiche del settembre 2023. Una scelta che ha avuto un valore più simbolico che concreto visto che la Slovacchia fornisce meno dell’1% degli aiuti militari complessivi che con cui l’Occidente supporta l’Ucraina. <strong>&#8220;Non un altro proiettile a Kiev&#8221; era stato il motto ripetuto da Fico</strong> e messo poi in pratica una volta diventato presidente. Salvo che, come riportato da <em>Politico</em>, un emendamento approvato lo scorso gennaio dal Parlamento slovacco ha di fatto autorizzato il ministero della Difesa ad<strong> approvare l’invio di armamenti a Kiev</strong> annacquando quanto deciso in precedenza dal governo.</p>



<p>Nel Paese è decisamente forte e <strong>affermato il sentimento filorusso</strong>, elemento che ha permesso a Fico di trionfare alle elezioni. È altresì importante e particolarmente attiva la fazione politica che unisce coloro che <strong>ritengono prioritario il sostegno a Kiev</strong> per difendersi dall’aggressione russa. Tanto che un’iniziativa privata di sostegno all’Ucraina denominata “Munizioni per Kiev” lo scorso aprile ha permesso di raccogliere 4 milioni di euro di donazioni trasformate poi in sostegno militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio terrorismo</h2>



<p>Fico ha sfidato più volte l’opposizione interna mantenendo sempre una retorica incline a non tradire quanto promesso in campagna elettorale e favorendo una polarizzazione che ha indirettamente messo a rischio la sua stessa vita quando, il 15 maggio scorso, il <strong>cittadino slovacco Juraj Cintula</strong>, definito come un 71enne “di sinistra”, ha tentato di ucciderlo con <strong>colpi di pistola che lo hanno tenuto fra la vita e la morte</strong> in ospedale per diverse ore, causandogli dei danni alla salute irreversibili e permanenti. Interrogato dalle forze di sicurezza, Cintula ha poi dichiarato di aver colpito Fico perché in disaccordo con le politiche governative e in particolare con l’interruzione degli aiuti militari all’Ucraina.</p>



<p>Il <strong>rischio di terrorismo</strong> rimane però un problema attuale per la Slovacchia. Nel corso di un’intervista rilasciata al portale locale <em>Standard</em>, lo stesso Fico ha svelato alcune informazioni su un altro e più recente tentativo di assassinio da parte di un uomo armato che ad ottobre si trovava ad un evento pubblico dove era prevista la sua partecipazione, intenzionato a colpirlo a causa del suo “atteggiamento nei confronti dell’Ucraina”.</p>
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