Con le elezioni ungheresi sempre più vicine, la cui posta in gioco è alta tanto per l’Ungheria quanto per l’Europa, il Paese danubiano ha suscitato un forte interesse nell’opinione pubblica mondiale. Non sono quindi solo gli elettori ungheresi a essersi polarizzati intorno alle figure di Viktor Orbán e Péter Magyar, ma anche politici e opinionisti al di fuori dei confini magiari. Se, da un lato, i nazionalisti e populisti d’Europa sono sempre stati compatti intorno a Orbán, Magyar sembra essere diventato il nuovo feticcio dello schieramento liberale ed europeista che, con punte estreme di wishful thinking, vede in lui la panacea di tutti i mali dell’Ungheria, se non addirittura un ribelle contro il sistema. Come spesso accade, quindi, la tendenza sembrerebbe essere quella di leggere la politica ungherese attraverso le lenti occidentali o attraverso schemi preconcetti che non permettono di cogliere diverse sfumature che pure sono essenziali per comprendere quanto sta succedendo in Ungheria.
Magyar e la nascita di Tisza: una svolta nella politica ungherese
Per analizzare la situazione attuale in modo equilibrato dobbiamo quindi partire da Péter Magyar e dalla sua ascesa alla guida del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza: Tisztelet és Szabadság Párt). Lungi dall’essere un “ribelle antisistema”, Magyar è in realtà un conservatore che ha iniziato la sua carriera politica nel Fidesz, all’epoca degli scontri di piazza nati in seguito alle imponenti manifestazioni del 2006 contro l’ultimo governo liberal-socialista di Ferenc Gyurcsány. In breve tempo, il giovane Magyar è entrato nel cerchio magico di Viktor Orbán, giungendo anche a gestire i rapporti tra l’Ufficio del Primo ministro e il Parlamento Europeo. Inoltre, grazie al matrimonio poi naufragato con Judit Varga, ex Ministro della Giustizia, Péter Magyar ha avuto per circa un ventennio accesso ai vertici di Fidesz.
La svolta è avvenuta nel 2024, durante uno degli scandali più gravi che ha sconvolto la politica ungherese negli ultimi anni. Nel febbraio di quell’anno, infatti, Katalin Novák, all’epoca Presidente della Repubblica in quota Fidesz, venne costretta alle dimissioni in seguito alla concessione della grazia presidenziale a Endré Konyá, vicedirettore dell’orfanotrofio di Bicske, accusato di aver insabbiato casi di pedofilia nell’istituto. Quella della Novák non fu l’unica testa a cadere: anche Judit Varga, ormai separatasi da Magyar, venne obbligata al ritiro dalla vita politica, colpevole di aver controfirmato il decreto di grazie nella sua funzione di Guardasigilli. Durante lo scandalo e le manifestazioni di piazza che chiedevano le dimissioni di Katalin Novák, Péter Magyar ha iniziato a presentarsi sempre più come il nuovo anti-Orbán, figura che, pur essendo stata a lungo parte del sistema-Fidesz grazie al quale ha fatto carriera, era ora pronto a denunciarne la corruzione e le storture.
Annunciata la sua discesa in campo, l’ex Fidesz apparentemente folgorato sulla via di Damasco, ha assunto la guida del Partito del Rispetto e della Libertà, un’organizzazione centrista nata nel 2020 e fino a quel momento completamente ininfluente nel panorama politico ungherese. Grazie alla guida carismatica di Magyar e alla sua campagna anticorruzione, il partito è cresciuto esponenzialmente, ottenendo il 29,60% dei voti alle elezioni europee del 2024, fagocitando di fatto l’opposizione tradizionale e spingendo l’Ungheria verso un bipartitismo fino ad allora sconosciuto.
Ungheria 2026: una sfida tra due destre
Da quel momento, l’ascesa di Tisza non si è più fermata e il partito ha terminato l’opera di distruzione dei partiti classici di opposizione, tanto di centro-sinistra quando di destra, eliminando di fatto il Partito socialista, le organizzazioni liberali e la destra radicale di Jobbik dallo scacchiere politico. Quello che è nato grazie alla guida di Péter Magyar è quindi un partito grande-tenda che, sotto lo slogan “Nincs jobb! Nincs bal! Csak magyar!” (“Niente destra! Niente sinistra! Solo l’Ungheria!”, con evidente interscambio tra magyar in quanto popolo e Magyar in quanto leader) vuole radunare tutti i cittadini ungheresi intorno a una sola bandiera. Eppure, al di là degli slogan, l’impianto conservatore e di destra tanto di Tisza quanto del suo leader appare evidente. Beninteso, nel suo tentativo di creare un’organizzazione in grado di attirare elettori da entrambi gli schieramenti, il programma politico di Tisza include punti che strizzano l’occhio alla sinistra, come la promessa di aumentare i fondi destinati alla sanità e all’istruzione, trovando soluzione a due tra i problemi più gravi e sentiti dalla società ungherese.
E tuttavia sarebbe un errore grave ritenere Tisza un partito di centrosinistra, come pure lasciano intendere certi analisti rapiti dalle posizioni europeiste di Magyar e preda del facile schematismo “Orbán-Destra; anti-Orbán-sinistra”. In diversi punti del programma, in realtà, è estremamente difficile trovare differenze sostanziali tra Fidesz e Tisza. Le somiglianze principali si trovano nel campo della sicurezza nazionale, della politica militare e della gestione dei flussi migratori. Nel capitolo “Ungheria sicura, confini forti”, per esempio, Tisza si pone come partito dalla parte della pace che non trascinerà l’Ungheria in alcun conflitto, sfidando di fatto Fidesz sul suo stesso territorio, ma propone anche l’aumento delle spese militari al 5% del PIL entro il 2035 come richiesto dalla NATO su spinta di Trump. Questa decisione, pur promettendo la revisione delle privatizzazioni nel settore della Difesa voluti dai governi Fidesz, si pone in diretta continuità con la politica di riarmo avviata da Viktor Orbán negli ultimi anni.
Per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori, non solo Tisza non rappresenta una discontinuità con Fidesz, ma prova addirittura a superare Orbán a destra. Per Péter Magyar, infatti, la politica antimigranti di Orbán è ipocrita e troppo blanda: da un lato, le organizzazioni vicine al Primo ministro trarrebbero profitti record dalla gestione dei flussi migratori, mentre dall’altro Orbán, con le recenti leggi volte a favorire l’ingresso di guest workers da Paesi extra-UE per sopperire alla mancanza di manodopera in certi settori, favorirebbe quella migrazione che, a parole, combatterebbe, preferendo i lavoratori stranieri ai cittadini ungheresi. Tisza promette quindi una vera tolleranza zero verso l’immigrazione illegale, garantendo il mantenimento della barriera antimigranti al confine con la Serbia, proponendo anzi un suo rafforzamento, e dichiarando la propria ferma opposizione alle quote migratorie dell’UE e a qualsivoglia patto europeo sulla migrazione. Non solo: in caso di vittoria, il governo Magyar vieterà l’ingresso di ogni guest worker, in particolare di provenienza asiatica e ucraina, accusando i lavoratori di provenienza extra-europea di aver generato la crisi degli affitti che attanaglia Budapest da molti più anni rispetto all’approvazione delle leggi sui guest workers approvate di recente dal governo Orbán. Di più: a marzo Tisza non ha avuto alcun problema a votare il controverso Regolamento rimpatri approvato dal Parlamento Europeo, trovandosi dalla stessa parte della barricata insieme al nemico Fidesz e ai neofascisti di Mi Hazánk.
Anche sui diritti LGBT le differenze con Fidesz non emergono nettamente. Quando, nel corso del 2025, il Parlamento ungherese ha modificato la costituzione inserendo le ben note normative omofobe che hanno portato al divieto del Gay Pride, Tisza è stato l’unico partito di opposizione a non partecipare al Pride illegale. Interrogato sulla questione, Magyar ha affermato che la sua priorità era prepararsi alle elezioni per sconfiggere Orbán e che con il suo governo l’Ungheria tornerà ad aprirsi a tutti. Tuttavia, il leader dell’opposizione non ha mai preso una posizione netta sui temi LGBT e nel suo programma non esiste alcun punto che menzioni l’eliminazione delle normative omofobe dalla costituzione della Repubblica.
Le principali differenze con Fidesz emergono in politica estera. In questo campo, Tisza si pone apertamente come forza europeista intenzionata a riportare Budapest tra i ranghi di Bruxelles e nella NATO. Proponendo la revisione della politica di “Apertura a Oriente” portata avanti da Orbán, Magyar sostiene la necessità di una nuova partnership strategica con gli Stati Uniti, volta a rafforzare la sicurezza e la cooperazione economica ed energetica attraverso l’interruzione totale della dipendenza dalla Russia entro il 2035. E non potrebbe essere altrimenti, considerando il fatto che il responsabile per le politiche energetiche di Tisza è nientemeno che István Kapitány, ex vicepresidente di Shell global, mentre la candidata al Ministero degli Esteri è Anita Orbán, ex Fidesz passata poi al mondo delle multinazionali e attiva per anni nel settore GNL statunitense. Nei confronti dell’Ucraina, tuttavia, le differenze con Fidesz sono minime: pur promettendo una svolta europeista e una rottura con la Russia, Magyar ha ribadito la sua opposizione all’ingresso facilitato di Kiev nell’Unione Europea, promettendo di sottomettere la posizione ungherese sul tema a un referendum vincolante.
Quello che emerge è quindi uno scontro tra due destre con il rischio concreto, in caso di vittoria del Tisza, della continuazione del sistema illiberale con facce nuove alla guida del Paese: una sorta di “Fidesz dal volto umano” che, riportando l’Ungheria nei ranghi di Bruxelles, garantisca la continuità del sistema creato da Orbán. Uno scenario che, a quanto pare, molti europeisti sarebbero pronti a digerire pur di staccare l’Ungheria da Mosca e Pechino.
Guerra di sondaggi in una campagna elettorale surreale
In mezzo a questo scontro tra due destre che non propongono realmente una visione radicalmente opposta di società, ma sembrano divergere sostanzialmente in questioni di politica estera, non sorprenderà che la campagna elettorale, per quanto violenta, sia stata surreale. Caratterizzata da una mancanza pressoché totale di politica, la campagna si è concentrata proprio su quella politica estera che divide i due contendenti, con le accuse lanciate da Orbán a Magyar di essere un burattino nelle mani di Bruxelles e Kiev e di voler trascinare l’Ungheria in guerra. E se, da un lato, Magyar ha risposto con una campagna anticorruzione e di denuncia contro i ripetuti scandali che hanno visto al centro esponenti del Fidesz, promettendo un cambio di rotta ai cittadini ungheresi stanchi di 16 anni di orbanismo, dall’altro la sensazione è quella di una lotta tra due leader politici senza una reale sostanza politica. Per un Viktor Orbán che ripete stancamente le solite posizioni anti-UE e insiste sui pericoli esterni che minacciano l’esistenza dell’Ungheria, abbiamo un Péter Magyar che pubblica ogni giorno il conto alla rovescia verso elezioni che è sicuro di vincere, cercando di porsi come alleato sicuro per Trump e per Israele e postando sui suoi social, sui quali si definisce con estrema modestia “The Man”, foto ammiccanti in cui tiene in mano un’enorme kolbász, ossia la tradizionale salsiccia ungherese. Una campagna elettorale surreale, combattuta a suon di post modificati con l’intelligenza artificiale, di scandali veri o presunti e di tentativi di character assassination.
Anche i sondaggi elettorali si dividono seguendo le stesse fratture della società ungherese. Prendiamo ad esempio gli ultimi sondaggi pubblicati da quattro istituti, ossia 21 Kutatóközpont, Republikon intézet, Nézőpont e XXI Század intézet. I primi due propongono la vittoria certa di Tisza (54% secondo 21 Kutatóközpont e 49% secondo Republikon intézet), mentre gli altri garantiscono la vittoria di Fidesz (46% per entrambi). E come potrebbe essere altrimenti? Il direttore del 21 Kutatóközpont, Dániel Róna, è un ex collaboratore del partito liberale Momentum, mentre Republikon intézet, altro centro vicino al polo liberale, riceve fondi dell’Unione Europea. La direttrice del XXI Század intézet, al contrario, è Mária Schmidt, controversa storica i cui rapporti con Viktor Orbán sono ben noti, mentre Nézőpont riceve fondi da parte del governo europeista.
I sondaggi relativi alle elezioni di domenica 12 aprile, quindi, più che vagliare l’opinione pubblica sembrano cercare di influenzarla, dicendo ai leader ed elettori dei rispettivi schieramenti quello che probabilmente vorrebbero sentirsi dire. L’immagine che ne deriva è quella di un’Ungheria divisa nella certezza della vittoria della rispettiva fazione politica, in un meccanismo che sembra ricordare il tifo calcistico. Una dinamica che, rimbalzata da diversi opinionisti al di fuori dell’Ungheria, ci fa perdere il contatto con una competizione assai più tesa di quanto possa sembrare, in cui molto probabilmente nessuno dei due contendenti potrebbe ottenere la famosa maggioranza dei 2/3 e in cui, per la prima volta, si rischia un Parlamento a tre, diviso tra la destra di Fidesz, quella di Tisza e quella estrema di Mi Hazánk
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