<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>stalin Archives - InsideOver</title>
	<atom:link href="https://it.insideover.com/persone/stalin/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://it.insideover.com/persone/stalin</link>
	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Sat, 20 Jun 2026 04:41:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/cropped-logo-favicon-150x150.png</url>
	<title>stalin Archives - InsideOver</title>
	<link>https://it.insideover.com/persone/stalin</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Da Kiev all&#8217;Africa, così la crisi ucraina ridisegna il mondo ortodosso</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/da-kiev-allafrica-cosi-la-crisi-ucraina-ridisegna-il-mondo-ortodosso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 04:40:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=520955</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev in una fase in cui il cristianesimo ortodosso pare in progressiva disarticolazione. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/da-kiev-allafrica-cosi-la-crisi-ucraina-ridisegna-il-mondo-ortodosso.html">Da Kiev all&#8217;Africa, così la crisi ucraina ridisegna il mondo ortodosso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev si inserisce in una fase storica in cui il cristianesimo ortodosso non appare più come una tradizione religiosa relativamente coerente, ma come <strong>uno spazio politico-teologico in progressiva disarticolazione.</strong> La dinamica non è nuova nei suoi presupposti, ma è nuova nella sua intensità sistemica: ciò che sta emergendo non è una semplice disputa giurisdizionale, bensì la crisi di modello ecclesiologico. Per comprendere la profondità di questa frattura occorre tornare alla lunga durata della civiltà ortodossa. Nei <em>Racconti di un pellegrino russo</em>, testo significativo della spiritualità slava ottocentesca, il pellegrinaggio non è soltanto movimento fisico, ma attraversamento di uno spazio sacralizzato e relativamente omogeneo. <strong>Il mondo ortodosso appare come una continuità:</strong> una geografia spirituale che, pur attraversata da differenze linguistiche e rituali, mantiene una sostanziale unità simbolica.</p>



<p>Quel paesaggio a livello quantomeno politico ecclesiastico è fortemente minato.Se lo stesso pellegrino ripercorresse oggi le rotte dell’Oriente cristiano, incontrerebbe una costellazione di giurisdizioni concorrenti: <strong>a Kiev due Chiese ortodosse in competizione per legittimità, </strong>sul Bosforo il Patriarcato Ecumenico di Istanbul in tensione strutturale con Patriarcato di Mosca, in Medio Oriente comunità divise tra tradizione greca e influenza russa, in Africa giurisdizioni sovrapposte che contestano lo stesso spazio canonico. <strong>Il nodo originario rimane la Rus’ di Kiev e il battesimo del 988 del principe Vladimir. </strong>Nella narrazione ecclesiale russa, tale evento costituisce l’atto fondativo di una civiltà storica continua: dalla Rus’ medievale all’impero zarista fino alla federazione contemporanea. Questa continuità è oggi uno degli assi ideologici del <em>Russkij Mir</em> (“mondo russo”), che intreccia teologia e geopolitica. In tale schema, Ucraina e Bielorussia non sono periferie, ma parti organiche di una stessa matrice sacrale.</p>



<p>La frattura contemporanea si innesta su una tensione più antica: quella tra universalismo ecclesiale e nazionalizzazione della Chiesa. La condanna dell’etnofiletismo da parte del sinodo di Costantinopoli del 1872 rappresenta uno snodo teorico importante. I<strong>l principio condannato è la subordinazione della struttura ecclesiastica all’identità nazionale.</strong> L’Ortodossia si definisce formalmente come comunione di Chiese autocefale non etniche, ma dalla fine dell’Ottocento le Chiese sono progressivamente diventate proiezioni istituzionali delle nazioni. Grecia, Serbia, Bulgaria e Romania hanno tradotto la sovranità politica in autocefalia ecclesiastica. <strong>La crisi ucraina rappresenta la forma estrema di questo processo da entrambo i lati.</strong></p>



<p>L’Ucraina contemporanea è uno spazio ecclesiale plurale e conflittuale. Accanto alla Chiesa ortodossa legata storicamente a Mosca, guidata dal <strong>metropolita Onufriy,</strong> opera la Chiesa ortodossa autocefala ucraina riconosciuta dal Patriarcato Ecumenico. A queste si aggiunge la Chiesa greco-cattolica ucraina guidata da <strong>Sviatoslav Shevchuk</strong> e una piccola comunità latina. La Chiesa greco-cattolica, nata dall’Unione di Brest del 1596, conserva la liturgia bizantina ma riconosce Roma. Storicamente radicata nell’Ucraina occidentale, è stata percepita da Mosca come corpo estraneo nello spazio slavo orientale. Nel 1946, nel contesto sovietico, il sinodo di Leopoli ne decretò la soppressione e l’incorporazione forzata nella Chiesa ortodossa russa.</p>



<p>Il paradosso sovietico è che, dopo la repressione, Stalin reintegrò parzialmente la Chiesa ortodossa russa come infrastruttura simbolica della mobilitazione nazionale nella Seconda guerra mondiale. <strong>La Chiesa diventa così elemento funzionale alla continuità statale, modello che sopravvive alla dissoluzione dell’URSS.</strong> Con la fine dell’Unione Sovietica, e nel quadro estremamente fragile degli anni di El’cin e della successiva stabilizzazione putiniana, l’elemento ecclesiale riacquista un ruolo centrale come <strong>uno dei principali vettori di ricomposizione identitaria. </strong>In una fase segnata da disintegrazione economica e crisi istituzionale, la Chiesa ortodossa russa torna a costituire un riferimento di coesione culturale e simbolica, non solo all’interno della Federazione, ma anche come strumento di connessione con le comunità della diaspora. In questo senso, essa diventa uno dei canali privilegiati di relazione con i cosiddetti “russi fuori dalla patria” (<em>compatrioti</em>, talvolta definiti anche in senso politico come <em>rossijskie diaspory</em>), contribuendo a mantenere un’idea di continuità storica e identitaria oltre i confini statali.</p>



<p>Con il 1991 la competizione ecclesiastica diventa esplicita. L’autocefalia ucraina riconosciuta nel 2019 dal Patriarcato Ecumenico apre una frattura definitiva tra Costantinopoli e Mosca. In questo contesto emergono figure come <strong>Filarete,</strong> protagonista della lunga transizione verso una Chiesa ucraina autonoma, e il metropolita <strong>Hilarion Alfeyev,</strong> rappresentante della diplomazia ecclesiastica russa, progressivamente marginalizzato nel nuovo contesto bellico.</p>



<p>Nel caso della cattedrale colpita a Kiev, la sua gestione riflette direttamente questa evoluzione. Prima della guerra, l’edificio rientrava nell’orbita della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, guidata dal <strong>metropolita Onufriy,</strong> cioè la struttura canonicamente connessa alla giurisdizione della Chiesa ortodossa russa. Con l’invasione del 2022 e la successiva accelerazione del processo di distanziamento ecclesiastico, molte comunità hanno progressivamente rinegoziato la propria appartenenza canonica, mentre <strong>lo Stato ucraino ha avviato procedure di revisione delle proprietà ecclesiastiche</strong>. In diversi casi, la gestione effettiva degli spazi liturgici è stata riallineata verso strutture autocefale riconosciute da Costantinopoli, in un quadro non uniforme ma in rapida trasformazione.</p>



<p>Parallelamente alla ridefinizione delle giurisdizioni, il conflitto ha prodotto anche una trasformazione materiale del paesaggio religioso ucraino. La Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca in Ucraina si trova oggi in una condizione estremamente critica, che alcuni osservatori descrivono come una marginalizzazione di fatto nello spazio pubblico e giuridico ucraino. Il suo primate, il metropolita Onufriy (Berezovsky), è stato oggetto di forti pressioni politiche e istituzionali, inserite in un più ampio processo di revisione dei rapporti tra Stato e strutture ecclesiastiche considerate vicine a Mosca. Le difficoltà di questa Chiesa non iniziano con l’invasione del 2022, ma <strong>si manifestano già a partire dal 2014, con l’annessione della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass.</strong> Da quel momento, settori nazionalisti ucraini hanno intensificato la pressione politica e sociale contro le strutture ecclesiastiche percepite come filorusse, generando un clima di sospetto e contestazione che ha progressivamente eroso la loro presenza pubblica.</p>



<p>Una dinamica speculare, sebbene in un contesto politico opposto, si osserva nei territori occupati o controllati dalle forze russe e separatiste nelle regioni di Luhansk e Donbass, dove risultano invece sottoposte a restrizioni o riorganizzazioni forzate le comunità religiose considerate vicine al Patriarcato di Costantinopoli o alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina, oltre alle strutture greco-cattoliche. In questo quadro, la dimensione ecclesiastica tende a riflettere in modo diretto la frammentazione territoriale e ideologica del conflitto, diventando un’estensione della competizione politica e identitaria tra i due poli del mondo ortodosso contemporaneo.</p>



<p>Per una parte significativa dell’élite politica e religiosa ucraina a orientamento nazional-patriottico, la progressiva rottura del legame canonico con Mosca non rappresenta soltanto una ridefinizione amministrativa, ma <strong>un passaggio identitario decisivo. </strong>Separarsi dall’orizzonte ecclesiastico del Patriarcato di Mosca equivale a interrompere una continuità culturale e simbolica con quello che viene definito “mondo moscovita”, percepito come matrice storica di subordinazione politica. La costruzione di un’ortodossia ucraina autonoma diventa così uno strumento di consolidamento identitario nazionale.</p>



<p>La guerra ha trasformato la frattura ucraina in un moltiplicatore globale.I Patriarcati di tradizione greca – Costantinopoli, Alessandria e in parte Gerusalemme – hanno riconosciuto o sostenuto l’autocefalia ucraina, mentre Mosca ha reagito anche con la creazione di strutture parallele in Africa, rompendo un principio storico di non sovrapposizione territoriale. In Africa, l’istituzione di un esarcato russo ha generato una competizione diretta con il Patriarcato di Alessandria, con conseguente adesione di parte del clero locale a giurisdizioni alternative. Anche nelle comunità ortodosse della diaspora, inclusa l’Italia, si osserva una polarizzazione crescente tra orientamenti legati al Patriarcato Ecumenico e ambienti più vicini alla sensibilità del Patriarcato di Mosca.</p>



<p>La frattura riflette non solo divergenze teologiche, ma differenti posizionamenti rispetto alla modernità politica e all’ordine internazionale europeo. Il volume <em>Ecclesiologia ortodossa e scisma in Ucraina</em> (Theosis Editrice, 2025) si inserisce in questo dibattito con una prospettiva marcatamente tradizionale e athonita. Tra gli autori figurano Epifanios Kapsaliotis, monaco del Monte Athos, Georgios Karalis, Paisios Kareotis e Vassilios Touloumtsis, che interpretano la crisi ucraina come deviazione dall’ecclesiologia canonica ortodossa.</p>



<p>Il pellegrino ottocentesco attraversava un mondo in cui la comunione ortodossa era presupposto implicito. Il viaggiatore contemporaneo attraversa uno spazio in cui la competizione tra giurisdizioni è strutturale. Dalla Rus’ di Kiev alle periferie africane, l’Ortodossia contemporanea appare sospesa tra universalismo teologico e frammentazione nazionale. L’incendio di Kiev diventa così il segno visibile di una trasformazione più ampia: la ridefinizione stessa dell’unità ortodossa nel XXI secolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/da-kiev-allafrica-cosi-la-crisi-ucraina-ridisegna-il-mondo-ortodosso.html">Da Kiev all&#8217;Africa, così la crisi ucraina ridisegna il mondo ortodosso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da Mosca a Kiev, all&#8217;altezza (scarsa) del potere</title>
		<link>https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/da-mosca-a-kiev-allaltezza-scarsa-del-potere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 10:26:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Le Newsletter di InsideOver]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=497202</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Perché i leader sovietici e russi, d Stalin a Putin, sono così bassi, in un Paese dove l'altezza media è invece notevole? </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/da-mosca-a-kiev-allaltezza-scarsa-del-potere.html">Da Mosca a Kiev, all&#8217;altezza (scarsa) del potere</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/putin-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Esiste il cosiddetto &#8220;fisico del ruolo&#8221;? Se uno osserva gli inquilini del Cremlino può arrivare a ragionevolmente dubitarne. Come tutti sanno, Vladimir Putin non è alto (gli si attribuiscono 170 centimetri) e <strong>Stalin</strong> lo era ancora meno, tra i 165 e i 168 centimetri, anche se in generale i monumenti a lui dedicati (quando c&#8217;erano) erano tagliati per dare l&#8217;impressione che madre natura l&#8217;avesse dotato di un po&#8217; d&#8217;altezza in più. Putin, per parte sua, viene spesso accusato di soffrire della &#8220;sindrome di Napoleone&#8221;, cioè di essere aggressivo per compensare la scarsa altezza. Anche se ormai tutti sanno che l&#8217;altezza (o la bassezza) di Napoleone, 168 centimetri, era perfettamente nella media della Francia della sua epoca, e che a sbeffeggiarlo come nanerottolo era solo l&#8217;efficacissima propaganda inglese.</p>



<p>Tra Stalin e Putin si sono succeduti, ai vertici dell&#8217;Urss e della Russia, <strong>Nikita Khruscev</strong> (altro piccoletto: 160 centimetri), <strong>Leonid Brezhnev</strong> (173), <strong>Jurij Andropov </strong>(un gigante: 182 centimetri), <strong>Konstantin Cernenko</strong> (169) e <strong>Michail Gorbaciov</strong> (175). <strong>Boris Eltsin</strong>, primo presidente della Federazione Russa, era un pezzo d&#8217;uomo (188 centimetri). Dopo di lui, appunto, Putin. E prima di tutti loro <strong>Lenin</strong>, che dal punto di vista fisico era un omino, con i suoi 165 centimetri.</p>



<p>E anche guardando fuori dalla Russia, per esempio a Kiev&#8230;</p>



<p> <strong>Per dare un&#8217;occhiata dietro le quinte del potere russo e non solo, segui InsideRussia, la newsletter di InsideOver dedicata alla Russia e dintorni. Riceverla puntualmente ogni giovedì è facile: <em><a href="https://it.insideover.com/abbonamenti-standard">basta abbonarsi al nostro giornale e diventare uno di noi.</a></em> Fallo subito, non aspettare Natale! </strong></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/da-mosca-a-kiev-allaltezza-scarsa-del-potere.html">Da Mosca a Kiev, all&#8217;altezza (scarsa) del potere</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>29 agosto 1949: l&#8217;atomica sovietica inaugura la Guerra Fredda</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/29-agosto-1949-latomica-sovietica-inaugura-la-guerra-fredda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 15:15:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Armi nucleari]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=483618</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="365" height="273" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one.jpg 365w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one-300x224.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>29 agosto 1949, Semipalatinsk, Kazakistan: alle 7 in punto, ora di Mosca, detona il Dispositivo 501, tecnicamente la RDS-1, la prima bomba atomica sovietica. Un ordigno da 22 chilotoni, costruito sul modello della bomba atomica di Nagasaki, completava la rincorsa sovietica e, poco più di quattro anni dopo il Trinity Test di Los Alamos e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/29-agosto-1949-latomica-sovietica-inaugura-la-guerra-fredda.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/29-agosto-1949-latomica-sovietica-inaugura-la-guerra-fredda.html">29 agosto 1949: l&#8217;atomica sovietica inaugura la Guerra Fredda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="365" height="273" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one.jpg 365w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Joe_one-300x224.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p><strong>29 agosto 1949, Semipalatinsk, Kazakistan</strong>: alle 7 in punto, ora di Mosca, detona il Dispositivo 501, tecnicamente la RDS-1, la prima bomba atomica sovietica. Un ordigno da 22 chilotoni, costruito sul modello della bomba atomica di Nagasaki, completava la rincorsa sovietica e, poco più di <strong>quattro anni dopo il Trinity Test di Los Alamos</strong> e gli impieghi bellici della Bomba per antonomasia contro il Giappone imperiale toglieva l&#8217;esclusività del dominio sul nucleare militare agli Stati Uniti.</p>



<p>Quello della bomba che negli Usa chiamarono &#8220;Joe-1&#8221; per riferirla al dittatore sovietico Josif Stalin fu il primo di 715 test nucleari che avrebbero coinvolto 969 ordigni tra il Kazakistan e l&#8217;isola artica di Novaja Zemlja, dove nel 1960 fu fatta detonare la bomba all&#8217;idrogeno più potente mai testata dall&#8217;uomo, fino al 1990 coinvolsero il programma nucleare sovietico il cui erede, quello russo, detiene tuttora il primo arsenale al mondo per dimensioni. Quel giorno, si può dire, <strong>iniziò davvero la Guerra Fredda, iniziò la tendenza alla spartizione del mondo tra blocchi guidati da due superpotenze, Usa e Urss,</strong> nessuna delle quali poteva dirsi però in grado di acquisire un vantaggio strategico decisivo fintanto che la prospettiva di una rappresaglia nucleare dell&#8217;avversario sarebbe rimasta cogente.</p>



<p>La corsa all&#8217;atomica di Stalin è la storia dell&#8217;ossessione di non restare indietro da parte del leader che rivendicava la vittoria nella <a href="https://it.insideover.com/storia/il-patto-molotov-ribbentrop-86-anni-dopo-quando-germania-e-urss-decisero-il-futuro-della-polonia.html">&#8220;Grande Guerra Patriottica&#8221;</a>, la risposta all&#8217;invasione tedesca nel 1941, come presupposto per uno status di grande potenza per Mosca. Tra un programma blindato guidato dall&#8217;ex &#8220;zar&#8221; della repressione Lavrentij Berija e un uso <strong>dinamico dell&#8217;infiltrazione in Occidente con le &#8220;spie atomiche&#8221; </strong>che tra Usa e Regno Unito fornivano informazioni a Mosca, l&#8217;Urss ci mise quattro anni ma riuscì a ottenere l&#8217;accesso al club atomico.</p>



<p>Da allora, quest&#8217;ultimo sarebbe stato sempre più affollato: testarono i primi ordigni nucleari il Regno Unito nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964, l&#8217;India nel 1974, il Pakistan nel 1998, la Corea del Nord nel 2006. In mezzo, nel 1979, ci fu probabilmente il test congiunto tra Israele e il Sudafrica dell&#8217;Apartheid nell&#8217;Atlantico del Sud individuato dai satelliti Vela della Nasa. L&#8217;equilibrio atomico cambiò per sempre la guerra, ponendo da un lato la minaccia di quella che Giorgio La Pira chiamava <strong><a href="https://it.insideover.com/storia/il-ritorno-della-frontiera-dellapocalisse-il-mondo-e-lincubo-atomico.html">&#8220;frontiera dell&#8217;Apocalisse&#8221;</a></strong> sempre più incombente sulla civiltà umana e creando dall&#8217;altro l&#8217;equilibrio del terrore atomico come base di una sostanziale ineffabilità delle guerre tra grandi potenze.</p>



<p>La Guerra Fredda fu <strong>l&#8217;epoca della grande paura ma anche della grande consapevolezza della necessità di coordinare</strong> il rodeo atomico. E in un certo senso forse tutto ciò è dovuto anche al test atomico sovietico del 1949. <strong>Risulta più pericoloso un nucleare in mano a una sola potenza o uno diffuso con equilibrio?</strong> La storia ricorda che finora le atomiche sono state impegnate in guerra solo quando un unico Stato le possedeva. Al contempo, però, è bene ricordare che Usa e Urss seppero strutturare un dialogo costante sulla gestione degli arsenali con tanto di trattati di governance della competizione che oggi, in una rinnovata e muscolare fase di rivalità tra potenze, sono tramontati e non sembrano pronti a tornare. Rendendo l&#8217;epoca presente assai meno stabile di quella della Guerra Fredda.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/29-agosto-1949-latomica-sovietica-inaugura-la-guerra-fredda.html">29 agosto 1949: l&#8217;atomica sovietica inaugura la Guerra Fredda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Russia: il ricordo di Stalin val bene un monumento. Anzi, 123</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/russia-il-ricordo-di-stalin-val-bene-un-monumento-anzi-123.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2025 15:59:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=470085</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Stalin" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Si moltiplicano in Russia le iniziative  in memoria di Stalin. Per i russi il vincitore della guerra, per il Cremlino...</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/russia-il-ricordo-di-stalin-val-bene-un-monumento-anzi-123.html">Russia: il ricordo di Stalin val bene un monumento. Anzi, 123</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Stalin" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/stalin-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Nei giorni scorsi, nella metropolitana di Mosca, alla fermata Taganskaja della linea Kolzevaja (ovvero quella che segue per intero il Sodovoe Kol&#8217;zo, l&#8217;anello dei giardini, la grande circonvallazione interna alla capitale), si potevano notare piccoli assembramenti davanti a un bassorilievo. Erano i moscoviti di passaggio che si fermavano per dare un&#8217;occhiata a tre strani cartelli. Uno conteneva una citazione dall&#8217;intervista televisiva pubblica che <strong>Vladimir Putin</strong> concede ogni anno e diceva: <strong>&#8220;Tutti i risultati positivi dell&#8217;era Stalin furono ottenuti a un costo inaccettabile. </strong>Ottenere i risultati attraverso la repressione è inaccettabile. In quel periodo ci fu non solo il culto della personalità ma anche una massiccia quantità di crimini contro la popolazione&#8221;. Il secondo riportava un brano del discorso tenuto da <strong>Dmitrij Medvedev</strong> per la Giornata della Memoria delle vittime della repressione politica, in cui si diceva che Stalin e gli altri leader sovietici meritavano &#8220;la più aspra delle condanne&#8221; per le loro azioni contro il popolo sovietico. Il terzo cartello, invece, riportava solo l&#8217;emoji del clown.</p>



<p>La singolare e peraltro discreta protesta (inutile dire che i cartelli sono stati rapidamente rimossi) era rivolta a un grande bassorilievo, intitolato &#8220;La riconoscenza del popolo per la sua guida e comandante!, che <strong>raffigura Stalin circonfuso di luce e circondato da cittadini adorant</strong>i, inaugurato guarda combinazione per i 90 anni del metro moscovita e gli 80 anni dalla vittoria sull&#8217;invasore nazista, celebrati con la solita parata sulla Piazza Rossa il 9 maggio. Il bassorilievo era stato inaugurato nel 1950, all&#8217;apertura della stazione Taganskaja, poi rimosso nel 1966 per aprire un passaggio verso un&#8217;altra fermata, la Krasnopresenskaja. E ora è stato ripristinato anche se con un filo meno di pompa: <strong>quello attuale è di gesso mentre l&#8217;originale era in ceramica</strong>, il colore ora è azzurro invece dell&#8217;oro della prima versione. Ma è chiaro che con quei tre cartelli qualcuno ha voluto richiamare l&#8217;attenzione sul fatto che Stalin, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, è tornato. E non solo nel metro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tornare a Stalingrado</h2>



<p>Tra fine aprile e l&#8217;inizio di maggio, appunto alla vigilia delle celebrazioni sulla Piazza Rossa, sono stati inaugurati in Russia sette monumenti dedicati a Stalin, sparsi un po&#8217; dappertutto: Serpukhov (oblast&#8217; di Mosca, a un centinaio di chilometri dalla capitale), Ulan-Ude (capitale della Buriatia), Mozhaisk (un centinaio di chilometri a Ovest di Mosca), Amirovo (un piccolo villaggio in Bashkiria), Melitopol&#8217; (la città dell&#8217;oblast&#8217; ucraina di Zaporizzhia occupata dai russi) e due nella regione di Vologda. Praticamente in tutti i casi si è trattato di iniziative delle autorità locali. che hanno tirato dritto anche quando i cittadini hanno mostrato contrarietà: <strong>ad Amirovo, in Bashkhiria, gli abitanti hanno votato contro l&#8217;installazione del busto a Stalin</strong> ma il sindaco ha trovato comunque un cittadino disposto a ospitare il piccolo monumento nel proprio terreno. Spostato in ambito privato, il monumento è diventato pienamente legittimo.</p>



<p>Nel 2025  sono stati inaugurati in totale 8 monumenti a Stalin, e siamo solo a maggio. Il che mette quest&#8217;anno pienamente in gara per il posto di &#8220;anno più staliniano&#8221;, in concorrenza con il 2016 (9 monumenti) e il 2019 (l&#8217;anno record con 13). È stato anche calcolato che<strong> in Russia ci sono già 123 monumenti dedicati a Stalin</strong>, 110 dei quali sono stati inaugurati nell&#8217;era Putin. Il dato statistico vuol dire poco o nulla, anche perché Putin si è giocato la memoria del dittatore da furbo calcolatore, come suo solito.</p>



<p>Lo si è visto bene di recente, quando ha deciso di rinominare Stalingrado l&#8217;aeroporto internazionale di Volgograd (appunto l&#8217;ex Stalingrado), &#8220;al fine di perpetuare la Vittoria del Popolo sovietico nella Grande Guerra Patriottica del 1941-1945&#8221;. Fondata come <strong>Tsarytsin</strong> nel 1589, con lo scopo di farne un baluardo contro le invasioni turche, era stata poi ribattezzata <b>Stalingrad</b>  nel 1925  (Lenin era morto l&#8217;anno prima) in onore del segretario generale del partito, che proprio in quella regione si era distinto nella lotta contro i &#8220;bianchi&#8221; controrivoluzionari. Khruscev, nel 1961, nel pieno della campagna contro il culto della personalità, aveva infine deciso di chiamarla Volgograd.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ricordo della battaglia decisiva</h2>



<p>I nomi sono importanti e, come abbiamo visto, sono serviti a distinguere precise fasi politiche. Ma per i russi Stalingrado, comunque si chiami, resta Stalingrado. Ovvero, il luogo in cui l&#8217;Armata Rossa oppose una resistenza erpica e disperata alle armate naziste, fino a sconfiggerle in <strong>una battaglia durata dall&#8217;estate del 1942 al febbraio del 1943 </strong>e in cui i tedeschi e i loro alleati persero 1 milione di uomini e subirono 400 mila prigionieri. Gli specialisti del senno del poi puntano spesso l&#8217;attenzione sui crudeli ordini di servizio dei comandi sovietici, del &#8220;resistere a qualunque costo&#8221; imposto alle truppe e ai civili. È tutto vero. Ma se i sovietici avessero ceduto, forse la guerra avrebbe avuto un altro corso. Forse oggi marceremmo tutti al passo dell&#8217;oca.</p>



<p>Per questo è piuttosto facile, per Putin, far passare la &#8220;rinascita&#8221; della memoria di Stalin come la rinascita non del feroce dittatore delle &#8220;purghe&#8221; degli anni Trenta ma del comandante delle vittoriose campagne militari sovietiche. E infatti l&#8217;aeroporto di Volgograd è stati rinominato Stalingrado dopo che il governatore della regione, <strong>Andrej Bocharov</strong>, che guarda caso è un ex ufficiale dell&#8217;esercito, gli ha rivolto una supplica a nome &#8220;della popolazione, dei veterani e della grande guerra patriottica e dei reduci dell&#8217;operazione militare speciale (il nome che le autorità russe danno alla guerra in Ucraina, n.d.r.)&#8221;. E Putin ha risposto: &#8220;La parola dei reduci per me è legge&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il parere dei cittadini</h2>



<p>Com&#8217;è ovvio, allo Zar l&#8217;ambiguità conviene e su questa lavora da anni. Già nel 2017 un sondaggio del Levada Center stabilì che <strong>il 46% esprimeva &#8220;rispetto e ammirazione&#8221; per Stalin</strong>, la cifra più alta del quindicennio precedente. Avendo però in crescita anche coloro che esprimevano &#8220;paura, odio e disgusto&#8221;, arrivati al 21%. Se il ricordo della vittoria sul nazismo fa passare, neppur troppo sottilmente, l&#8217;idea che la Russia necessità di un <em>vozhd</em>, una guida, un uomo forte capace di indirizzare il Paese, a <strong>Putin, che potrebbe anche battere il record di durata al potere di Stalin (31 anni, dal 1922 al 1953)</strong>, non può che tornare utile. Ma da qui a credere che i russi siano diventati, negli anni, dei fanatici di Stalin il passo sarebbe lunghissimo. Intanto, sono moltissime le famiglie che hanno perso antenati a parenti negli stermini organizzati dal dittatore, e certe memorie restano, proprie come quelle dei caduti in guerra. E poi, quando si è provato a chiedere il loro parere, i russi hanno chiuso subito certe porte. </p>



<p>Non è un caso se il già citato governatore Bocharov nel 2022 ha emesso una legge regionale che prevede che il nome di Volgograd possa essere cambiato (sottinteso: per tornare a Stalingrado) solo in seguito a un referendum popolare, che peraltro non è mai stato convocato. Anche perché un sondaggio Vtisiom (istituto peraltro considerato &#8220;sensibile&#8221; alle autorità di Mosca) ha stabilito che <strong>oltre il 65% dei residenti di Volgograd è contrario al ritorno del vecchio nome.</strong> In linea peraltro con quanto era successo già prima (2002, 2013, 2021) quando erano partite petizioni o iniziative per cambiare il nome alla città. </p>



<p><strong><em>La memoria dello stalinismo, nella Russia di oggi, è vissuta all&#8217;insegna dell&#8217;ambiguità: il dittatore feroce delle purghe è ricordato soprattutto come il vincitore della guerra contro il nazismo. Sono i meandri del sentimento collettivo russo, ai nostri occhi sempre un po&#8217; misterioso. Scoprilo con noi, segui InsideOver e <a href="https://it.insideover.com/abbonamenti-standard"> abbonati subito!</a></em></strong></p>



<p></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/russia-il-ricordo-di-stalin-val-bene-un-monumento-anzi-123.html">Russia: il ricordo di Stalin val bene un monumento. Anzi, 123</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Russia e Ucraina, le ferite che ti mettono ai margini</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/russia-e-ucraina-le-ferite-che-ti-mettono-ai-margini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo Calvi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 May 2024 03:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=420898</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1232" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-600x385.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-1024x657.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-768x493.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-1536x986.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per un retaggio culturale di epoca sovietica, chi soffre di una disabilità dovuta alla guerra rischia di finire ai margini della società.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/russia-e-ucraina-le-ferite-che-ti-mettono-ai-margini.html">Russia e Ucraina, le ferite che ti mettono ai margini</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1232" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-600x385.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-1024x657.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-768x493.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240514004429973_b028338a3af9fb8ff03cb70d54a53118-1536x986.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dallo scoppio della<strong> guerra in Ucraina</strong>, si è spesso sentito parlare di strategie militari che i due eserciti combattenti avrebbero potuto e potrebbero attuare per sfondare le linee nemiche e dilagare nel Paese in ottica russa oppure su come rafforzare i presidi di difesa in ottica ucraina. Raramente si è fatto cenno al <strong>numero di vittime</strong> tra i <strong>militari</strong> per due ordini di motivi: il primo è che un conflitto combattuto tra armate regolari non suscita orrore se a perire sono i soldati poiché, sin dagli albori della storia dell&#8217;uomo, ciò rientra pienamente nelle regole del gioco drammatico della guerra; il secondo è la mancanza fonti ufficiali che certifichino la quantità di vittime tra le reclute, a differenza di quelle civili che sono intorno a 10mila.&nbsp;</p>



<p>Secondo il <em>Media Military Center</em> ucraino, i soldati caduti sul campo di battaglia sono circa 30mila ma, in mancanza di ufficialità, c’è il sospetto che tale cifra sia piuttosto approssimativa e che in realtà i morti da piangere siano molti di più. Secondo il <em>Wall Street Journal </em>c’è un altro dato che gode di scarsa attenzione da parte degli organi di stampa, ovvero il numero dei <strong>soldati feriti </strong>che è di circa 100mila e qui occorre una riflessione. Le reclute che finiscono nei reparti d’ospedale, non solo avranno sempre vivido il ricordo degli orrori vissuti ai tempi di guerra, ma tanti di loro dovranno convivere per sempre con una qualche forma di <strong>disabilità</strong> a causa delle lesioni cagionate dagli scontri in battaglia. Secondo il ministero per le Politiche sociali di Kiev, dal febbraio 2022 il numero delle persone affette da disabilità è incrementato fino a giungere a 300mila e più di 20mila hanno subito interventi di amputazione degli arti. Diversi militari, dunque, necessitano di un’assistenza che consenta loro di tornare a svolgere la vita che avevano prima di essere chiamati al fronte ma con le difficoltà di un handicap, oltre che di un supporto psicologico. Tale prospettiva, però, potrebbe risultare molto più ardua di quel che già è dal momento che l’Ucraina soffre di scarsa sensibilità riguardo al tema delle disabilità a causa di un retaggio culturale risalente ai tempi dell’Unione Sovietica dove i disabili erano tenuti ai margini della società e non godevano di grande apprezzamento da parte dello Stato. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le disabilità ai tempi dell’Urss</strong></h2>



<p>Per capire quale fosse la considerazione degli invalidi all&#8217;epoca del regime comunista, c’è un episodio che ne è emblematico. Durante le Olimpiadi del 1980, celebrate in <strong>Russia</strong>, un giornalista occidentale chiese a un rappresentante del <strong>Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS)</strong> se il governo di Mosca aveva intenzione di far partecipare i suoi atleti ai primi Giochi paralimpici che si sarebbero tenuti l’anno successivo. La risposta fu: “Non ci sono invalidi nell’Urss”. Una battuta tranchant ed esemplificativa di come i soggetti con disabilità dovessero celarsi dietro un paravento sociale che li rendesse invisibili. L’antropologa americana <strong>Sarah Phillips</strong> ha pubblicato uno studio dal titolo <em>There are no invalids in the USSR! A missing Soviet chapter in the New Disability History</em> in cui traccia un excursus delle vicende riguardanti i disabili nel Paese. Le prime politiche forgiate per coloro affetti da handicap risalgono all’epoca del secondo dopoguerra quando la quantità di soldati mutilati era cresciuta notevolmente. Di primo acchito, Stalin si preoccupò di fornire un’assistenza statale adeguata per evitare che potessero ribellarsi contro il regime, proprio come avvenne ai tempi degli zar per i veterani che avevano combattuto nella <strong>campagna di Russia del 1812</strong>. Allo stesso tempo, però, il leader georgiano impose l&#8217;esclusione di tutte le ex reclute invalide dagli eventi commemorativi della guerra poiché rischiavano di intaccare l’immagine dell’orgoglio sovietico, uscito vittorioso dallo scontro con il nazismo, e di ricordare alle generazioni postbelliche i traumi del conflitto.</p>



<p>Partendo da questa impostazione che rimase in piedi per tutta la seconda metà del 20esimo secolo, chi soffriva di handicap era percepito come lo specchio delle brutture della vita con cui non avere niente da spartire, tant’è che i paraplegici venivano chiamati “<strong>samovars</strong>”, ovvero ceppi umani in sedia a rotelle. I disabili, però, venivano avviati allo svolgimento di una professione &#8211; le più comuni erano falegname, calzolaio, apicoltore e altre manuali, non di certo dirigenziali &#8211; poiché erano forza lavoro su cui poter in qualche modo contare e, soprattutto, la disoccupazione rappresentava una potenziale minaccia per il controllo esercitato dallo Stato sulla popolazione. Nel tempo si era formata una vera e propria <strong>gerarchia dei disabili</strong> dove all’apice della considerazione c’erano i veterani della Seconda guerra mondiale; a seguire i soldati impegnati a reprimere le manifestazioni anticomuniste come a Budapest e a Praga; gli invalidi sul luogo di lavoro e infine tutti quelli non rientranti nei precedenti casi. </p>



<p>La società sovietica, però, non si è mai dimostrata del tutto indifferente nei confronti degli invalidi. Già dagli anni Cinquanta fecero la loro comparsa diversi movimenti impegnati a sensibilizzare sul tema e a chiedere una maggiore considerazione dei disabili negli ambienti scolastici e di lavoro. Nel 1988, un gruppo di attivisti riuscì nell’impresa di dare vita all’<strong>Organizzazione per gli Invalidi</strong> (VOI, l’acronimo in russo) che aveva lo scopo di dare voce a tutti i disabili russi, a prescindere dal loro handicap. Nel 1991, anno di dissoluzione dell’Urss, circa un quarto degli individui con disabilità in Russia si era unito alla lotta per imprimere una svolta culturale che vide i primi frutti a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del III millennio quando furono approvate nuove misure di protezione sociale e lo Stato cedette la gestione di centinaia di piccole aziende a collettivi di lavoro che annoverano disabili tra la manovalanza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dopo la guerra, il dramma della solitudine</strong></h2>



<p>Sebbene negli ultimi decenni l’<strong>accettazione degli invalidi</strong> sia molto più sentita nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, molti di loro vivono il loro handicap come se fosse uno<strong> stigma</strong> a causa del quale rinunciano alla socialità e all’idea di costruirsi una vita senza percepire se stessi come “diversi”. L’Ong <strong>Ukrainian Contemporary View</strong> è impegnata in prima linea ad assistere con la riabilitazione post-trattamento i giovani soldati e offre anche supporto psicoterapeutico per aiutarli a superare il complesso di cui sono vittime. <strong>Olesya Perepechenko</strong>, direttrice della suddetta organizzazione, ha dichiarato di trovarsi spessissimo a interloquire con il personale sanitario degli ospedali per poter entrare in contatto con le reclute malridotte e convincerle a partecipare alle loro iniziative: “Abbiamo davvero bisogno di convincerli. Qualche volta tendo loro un simpatico trabocchetto proponendo di andare a un corso dove ci sarà solo da rilassarsi”. Perepechenko ha anche aggiunto che una volta tornati dall’esperienza con i suoi operatori, i ragazzi spesso le dicono di aver vissuto la prima giornata di relax dopo tanto tempo. </p>



<p>Una storia che è emblematica a tal riguardo è quella di <strong>Ivan Kosyuk</strong>, 20enne a cui sono state impiantate le protesi oculari dopo aver perso la vista combattendo. Kosyuk si è raccontato a <em>Politico</em> dicendo che dopo il ricovero in ospedale è stato mandato a casa e completamente abbandonato al suo destino. La mamma del ragazzo si è così espressa: “Lo hanno mandato a casa senza nessun supporto. Prima delle lesioni, non era mai a casa perché andava sempre da qualche parte. Dopo la menomazione agli occhi è rimasto chiuso in casa per quasi un anno, cadendo in profonda depressione”. Kosyuk è stato contattato da  Ukrainian Contemporary View e ha dapprima rifiutato per poi cambiare idea dopo aver capito che la vergogna che provava per la sua condizione da invalido lo aveva paralizzato dal fare qualsiasi cosa, dall’andare a prendersi da mangiare fino all’uscire con gli amici. Il 20enne, oggi, si dice soddisfatto della scelta di aver preso parte alle iniziative della Ong di Perepechenko e proprio per tutti coloro che hanno una storia simile alla sua, l’associazione con l’ausilio del ministero dell’Istruzione ha messo in piedi un programma rivolto alle generazioni più giovani per educarle al rispetto, all’accettazione e all’interazione con le persone affette da disabilità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/russia-e-ucraina-le-ferite-che-ti-mettono-ai-margini.html">Russia e Ucraina, le ferite che ti mettono ai margini</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nella città di Stalin la nostalgia non tramonta</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/nella-citta-stalin-la-nostalgia-non-tramonta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Apr 2017 07:14:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/nella-citta-stalin-la-nostalgia-non-tramonta-159823.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="870" height="489" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055.jpg 870w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 870px) 100vw, 870px" /></p>
<p>da Gori (Georgia)Per costruire un museo il buon gusto non serve, però aiuta. Ma a Gori, in Georgia, non sembrano averne troppo. Non tanto in senso estetico, quanto storico: di amor di verità. A un paio di ore d&#8217;auto dalla capitale Tbilisi, Gori è famosa soltanto per aver dato i natali, nel 1879, a Iosif &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/nella-citta-stalin-la-nostalgia-non-tramonta.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nella-citta-stalin-la-nostalgia-non-tramonta.html">Nella città di Stalin la nostalgia non tramonta</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="870" height="489" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055.jpg 870w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/7160055-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 870px) 100vw, 870px" /></p><p>da Gori (Georgia)Per costruire un museo il buon gusto non serve, però aiuta. Ma a Gori, in Georgia, non sembrano averne troppo. Non tanto in senso estetico, quanto storico: di amor di verità. A un paio di ore d&#8217;auto dalla capitale Tbilisi, Gori è famosa soltanto per aver dato i natali, nel 1879, a Iosif Vissarionovic Dugavili, più noto come Josif Stalin, l&#8217;uomo d&#8217;acciaio. Al «piccolo padre dei popoli» è dedicato il museo statale J. Stalin, sei grandi sale rimaste pervicacemente ancorate all&#8217;epoca sovietica. «L&#8217;ultima sistemazione complessiva risale al 1969, da allora ci sono state solo piccole aggiunte: fotografie e qualche altro oggetto» racconta la giovane guida, Nadia, che lavora al museo da sei anni. «Però l&#8217;aspetto non è cambiato sostanzialmente», spiega. Ma passi per l&#8217;aspetto esteriore un po&#8217; antiquato, che ai musei polverosi siamo abituati anche in Italia, a non essere cambiata è la narrazione del percorso di vita del dittatore sovietico. Qui non si accenna ai milioni di morti nei Gulag in Siberia, così come non si accenna alle deportazioni di massa delle minoranze etniche o alla carestia in Ucraina. Paradossalmente un turista a digiuno di storia che visitasse questa costruzione dal profilo neoclassico ne uscirebbe con l&#8217;idea di aver conosciuto un personaggio storico dai grossi baffi con l&#8217;abitudine di fumare il sigaro, venerato dalle masse e incensato da pittori e scultori, che deve aver avuto una gioventù alquanto avventurosa e una vita adulta costellata di successi, tra cui il più eclatante: aver sconfitto il nazismo nella grande guerra patriottica. Insomma, un eroe senza se e senza ma.Visitare il museo Stalin allora è come fare un salto nel tempo. L&#8217;ingresso costa 15 lari, poco più di cinque euro, ma è gratis per i combattenti della Seconda guerra mondiale e per i rifugiati delle zone separatiste della Georgia. Le impiegate che ti accolgono conservano lo stesso grigiume burocratico d&#8217;epoca sovietica; un poliziotto con tanto di pistola seduto su una sedia vigilia annoiato che tutto proceda senza intoppi, mentre al guardaroba rivestito di massiccio legno del Caucaso l&#8217;addetta sonnecchia per mancanza di clienti. Non che i turisti manchino, anzi sono in crescita costante, ma la stanza non ispira. Così come non ispirano le bottiglie di Superavi, il potente vino rosso georgiano amato dal caro leader in vendita nel negozio di souvenir assieme a spille, tazze con la falce e martello e altre riproduzioni di «baffone». Tutto splendidamente inattuale come sembra essere inattuale questo museo agiografico che si compone di tre elementi: un palazzo neanche troppo imponente che si ispira a un vago stile neoclassico italiano; l&#8217;isba dove vide la luce e il vagone blindato da trecento tonnellate con cui Stalin che aveva paura di volare si spostava all&#8217;interno dell&#8217;Unione Sovietica e venne usato anche per andare alle conferenze di Teheran, Yalta e Postdam. L&#8217;isba è una modesta costruzione di legno e mattoni che faceva parte di un denso quartiere di casette simili, tirate giù quando si è pensato di costruire il museo. Oggi è protetta da una teca di vetro conservata sotto una specie di tempio finto greco costruito già nel 1937 per volere, così si dice, di Berjia, capo della polizia segreta dell&#8217;Urss e anche lui georgiano. Uno più realista del re.«Stalin spiega la guida che fa la sua presentazione a macchinetta come nella migliore tradizione sovietica non approvava il culto della personalità. Nella sua idea questo edificio doveva ospitare un museo della rivoluzione socialista. Finì per diventare un museo personale solo alla sua morte per volere del popolo». Dice proprio così: «del popolo», e chissà se ci crede davvero. Scucirle un&#8217;opinione personale non è semplice, il ruolo impone neutralità. Così non racconta che una buona metà dei georgiani considera Stalin un tiranno e un despota, mentre un&#8217;altra metà lo reputa «ben più di una persona, assai oltre l&#8217;umano, giusto un gradino sotto Dio». L&#8217;idea che va per la maggiore è che sia stato un onesto figlio della terra georgiana che si è fatto strada. Che a ben vedere suona un po&#8217; come la versione caucasica del «quando c&#8217;era lui i treni arrivano in orario». Chi non lo ama fa finta che fosse georgiano per un incidente e comunque solo in gioventù, quando da ex seminarista si trasformò in rivoluzionario marxista come raccontano con dovizia di fotografie, ritratti e documenti le prime due sale. Per il resto della sua vita, specie quando impartiva ordini per sterminare migliaia di persone, era russo, anzi sovietico. I giovani georgiani ogni volta che glielo si nomina dicono (in inglese) «quel fottuto Stalin» e aspettano fiduciosi che la biologia faccia il suo corso: i nostalgici sono quasi tutti anziani.Sono gli stessi anziani, un tempo giovani, che per una strana forma di patriottismo negli anni hanno lottato per difendere i simboli staliniani di Gori. Sulla piazza principale, davanti alle finestre del municipio, per decenni troneggiava una statua di Stalin. In bronzo, alta sei metri, non era particolarmente imponente, ma aveva un grosso piedistallo di granito. Dalla destalinizzazione degli anni Cinquanta sarebbe dovuta essere l&#8217;unica statua «ufficiale» di Stalin in tutta l&#8217;Unione Sovietica, anche se nei giardini delle scuole o nei cortili delle sedi di partito più periferiche le statue di Stalin non mancavano. Era stata collocata nel centro della sua città natale nel 1951, poco prima della sua morte. Nel 1956 Cruschev la voleva abbattere, ma tutta la città scese in piazza per protestare. Nel 1988, quando al potere c&#8217;era Gorbacev, ci riprovarono. Anche allora la gente di Gori si radunò al grido di «Stalin non si tocca» e la statua rimase dov&#8217;era. Alla fine venne rimossa nel 2010, di notte e senza preavviso. Con un accordo a suo modo salomonico sarebbe dovuta finire nel giardino del museo in qualità di reperto storico, ma non ve n&#8217;è traccia. Anzi, nel 2013 il Comune ha votato il ripristino del monumento, per ora rimasto sulla carta. Come è rimasto sulla carta il progetto di riallestire il museo aggiornando e attualizzando il racconto. «Saakashvili aveva quasi completato il progetto per trasformarlo in un museo della Georgia sotto l&#8217;Unione Sovietica, simile al museo dell&#8217;occupazione di Tbilisi, ma il suo governo non è durato abbastanza e da allora non se ne parla più» spiega la guida. E il materiale non mancherebbe: al ministero dell&#8217;Interno conservano ancora le 3.600 condanne a morte di georgiani che Stalin firmò personalmente.Così in oltre 60 anni l&#8217;unico cambiamento di rilievo è stato quello del 2010, quando è stata creata un&#8217;ala separata dedicata al periodo delle repressioni staliniane. Anche se definirla un&#8217;ala è eccessivo: più che altro si tratta di un modesto sottoscala grigio e scuro, dove sono raccolte le fotocopie di alcuni documenti del Kgb, la riproduzione di una cella e qualche fotografia di internati nei gulag. È l&#8217;unico riferimento concreto ai milioni di morti, deportati e perseguitati del periodo staliniano. Nello stesso anno è stata esposta una copia del testamento di Lenin in cui definisce il compagno Stalin «capriccioso, brutale e grossolano», ma è solo una piccola teca che si rischia di non vedere. Anche perché nella stanza successiva si trova la maschera mortuaria di Stalin: un calco del volto circondato da colonne di marmo trionfanti. Nell&#8217;ultima sono invece raccolti i regali che da tutto il mondo giunsero in occasione del suo 70esimo compleanno. Uno arriva dall&#8217;Italia: «Dalle donne italiane di Mantova a Giuseppe Stalin, campione della Pace». All&#8217;epoca il buon gusto non mancava soltanto a Gori.Di Osvaldo Spadaro</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nella-citta-stalin-la-nostalgia-non-tramonta.html">Nella città di Stalin la nostalgia non tramonta</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Paese nostalgico di Stalin</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-paese-che-non-dimentica-il-comunismo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2016 10:07:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Praga]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/il-paese-che-non-dimentica-il-comunismo-157405.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-1024x502.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>«La morte di una persona è una tragedia, la morte di milioni è statistica». La frase di Stalin, incisa su una placca di ottone tra i cimeli della Cecoslovacchia, accoglie chi entra al Museo del comunismo a Praga sulla Na Píkop, la via dello shopping. Un palazzo rococò dai soffitti affrescati la cui eleganza collide &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-paese-che-non-dimentica-il-comunismo.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-paese-che-non-dimentica-il-comunismo.html">Il Paese nostalgico di Stalin</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1280px-Narodni_muzeum-1024x502.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>«La morte di una persona è una tragedia, la morte di milioni è statistica». La frase di <strong>Stalin</strong>, incisa su una placca di ottone tra i cimeli della <strong>Cecoslovacchia</strong>, accoglie chi entra al <strong>Museo del comunismo</strong> a <strong>Praga</strong> sulla <strong>Na Píkop</strong>, la via dello shopping. Un palazzo rococò dai soffitti affrescati la cui eleganza collide col grigiore che si respira tra i busti dei gerarchi socialisti, i manifesti della propaganda, i quadri celebrativi sul lavoro nelle fabbriche e nei campi, la riproduzione dell&#8217;ufficio per gli interrogatori della <strong>polizia segreta</strong>, la famigerata <strong>StB</strong> (Státní bezpenost, «sicurezza dello Stato»), quella del negozietto di alimentari con i pochi prodotti disponibili negli anni &#8217;70 grazie alla «pianificazione centralizzata» (mancava anche la carta igienica e ci si aiutava col sarcasmo: «Ogni bravo cecoslovacco si pulisce il culo con il muschio», era il motto popolare).Il museo l&#8217;ha fondato sedici anni fa un americano, <strong>Glenn Spicker</strong>, traferitosi a Praga dopo la <strong>Rivoluzione di velluto</strong> (1989): cinquantamila visitatori l&#8217;anno, quasi tutti stranieri. I cechi, specie gli over 40 che hanno vissuto la giovinezza sotto il regime, non hanno bisogno né alcuna voglia di rivivere il passato («non mi serve andarci, ci sono cresciuto dentro!», è la risposta che davano a Spicker quando esponeva il suo progetto). Il ricordo è indelebile e ancora fortissimo, le tracce un po&#8217; ovunque, nei palazzi squadrati che spezzano l&#8217;eleganza dell&#8217;architettura praghese &#8211; gotica, barocca, neoclassica, art nouveau -, nei pochi monumenti sopravvissuti tra quelli eretti per commemorare la liberazione sovietica del 1945 (come La fratellanza, un ufficiale russo accolto con un bacio e un mazzo di fiori da un ragazzo).Tra i cento campanili di Praga (contati personalmente dal grande matematico boemo Bernard Bolzano) svetta la <strong>Torre ikov</strong>, ma non certo per la bellezza. Lo sgraziato antennone della tv pubblica, iniziata e progettata nell&#8217;ultimo decennio comunista, domina (e in parte rovina) lo skyline praghese con i suoi 216 metri. Sulla torre si è esercitata l&#8217;ironia del popolo verso i politici comunisti. Soprannominata <strong>Dito di Jake</strong>, segretario del partito fino al 1989, oppure <strong>L&#8217;ago di Bilak</strong>, altro politico stalinista, slovacco, che di mestiere faceva il sarto. La sua reputazione non era il massimo, così il popolo raccomandava: «Meglio che Bilak non faccia giacche» (e ancor meno politica). Oggi, ironia della sorte per un monumento del socialismo reale, la torre ospita un hotel super lusso con una sola camera, da mille euro a notte. Non c&#8217;è più, invece, il carro armato sovietico numero 23 (il primo a entrare a Praga) nel <strong>quartiere Smíchov</strong>, ridipinto di rosa nel 1991 per provocazione dall&#8217;artista <strong>David Cerný</strong>, mentre è in corso un dibattito pubblico se lasciare la statua del generale russo <strong>Konev</strong> nel distretto 6 della città oppure rimuoverla e mettere solo una targhetta. <strong>Ricordare o dimenticare</strong>?Anche la memoria è stata sofisticata dalla propaganda sovietica. Per quasi mezzo secolo l&#8217;anniversario della liberazione si è festeggiato il 9 maggio, data in cui l&#8217;<strong>Armata rossa</strong> entrò su Praga, anche se l&#8217;8 maggio la parte ovest della Cecoslovacchia (la città di Pilsen, famosa per la birra) era già stata liberata, ma dagli americani. Nelle scuole era vietato insegnarlo ai bambini, proibito anche solo ricordarlo (il motto da mandare a memoria invece era «con l&#8217;Urss per sempre»). Su alcuni campanili delle chiese sono ancora conservati gli strumenti di controllo della polizia segreta. Dai 71 metri della torre della chiesa di <strong>San Nicola</strong> a <strong>Malá Strana</strong>, per esempio, la StB spiava i movimenti dei funzionari delle ambasciate straniere, ospitate tutte nel raggio di pochi centinaia di metri. «Il giorno della festa del lavoro eravamo tutti obbligati, lavoratori e studenti, ad andare in piazza Letná a sentire i discorsi dei capi del partito comunista &#8211; racconta Jana Zemanová, storica della lingua russa e oggi guida turistica a Praga -. Per fare andare più gente possibile mettevano delle bancarelle dove si potevano trovare arance e banane, frutta per noi esotica che si poteva trovare solo a Natale in poche quantità e dopo code interminabili. Io ero una ragazzina, con le amiche cercavamo di andarcene senza essere visti dalla polizia. Nessuno di noi ricorda volentieri quel periodo di miseria morale e mancanza di libertà. Eppure se guardi le riunioni del Partito comunista ceco non è cambiato niente, è incredibile».La <strong>crisi economica</strong> degli ultimi anni ha risvegliato imprevedibili nostalgie. Solo qualche settimana il <strong>Kscm</strong> (Partito comunista di Boemia e Moravia) ha riconfermato lo stesso gruppo dirigente del passato, a partire dal presidente del partito, <strong>Vojtech Filip</strong>, già esponente del Kscm negli anni &#8217;80. <strong>Stesse persone, stesse idee</strong>: uscire dalla Nato, riscattare la società dal «controllo degli oligarchi e dei monopoli capitalistici». Eppure alle ultime elezioni il partito comunista ceco ha preso il 12%, e per le regionali che si terranno a breve è stimato al 14%.Dopo decenni in cui era impossibile espatriare (mai una famiglia intera contemporaneamente, si andava a turno e comunque dopo un estenuante iter burocratico per i visti), viaggiare all&#8217;estero è oggi il più popolare lusso che si concedono i cechi. Per capirlo basta andare a <strong>Valdice</strong>, nella Moravia meridionale, tra le colline ricamate dai vigneti (si producono ottimi bianchi) e centinaia di castelli di epoca asburgica. Al confine con l&#8217;Austria da qualche anno c&#8217;è il <strong>Museo della Cortina di ferro</strong>, all&#8217;interno degli edifici che fino al 1989 ospitavano i militari incaricati di assicurare l&#8217;assoluta impenetrabilità della «cortina». Documenti, armi e apparecchiature originali, gli uffici e le celle dove veniva rinchiuso chi provava a fuggire, o anche chi solo si avvicinava in maniera sospetta al confine. Il museo offre anche una bizzarra esperienza: «Una notte in prigione. Riceverete un lenzuolo e una scodella per il rancio, una foto segnaletica e un interrogatorio sono inclusi nel biglietto. Dopo la notte sullo scomoda cuccetta avrete la colazione del prigioniero e infine potrete lasciare una scritta sul muro della cella». Le storie di chi ha tentato di fuggire verso la libertà sembrano prese da una sceneggiatura hollywoodiana. Il deltaplano artigianale costruito da due ventenni, <strong>Josef Kutra</strong> e <strong>Jirí Jedlicka</strong>, tentativo finito tragicamente: morto il primo, in prigione il secondo. L&#8217;<strong>incredibile fuga</strong> (riuscita) nel 1986 di <strong>Robert Ospald</strong> sui cavi elettrici tra la Cecoslovacchia e Austria, con una rudimentale sedia agganciata ai fili (oggi conservata al Memoriale del Muro di Berlino), e poi <strong>Libor Veselský</strong>, l&#8217;«uomo rana», che in una notte del giugno 1987 ha attraversato il confine sotto l&#8217;acqua del <strong>fiume Thaya</strong>, con una muta da sommozzatore, una bombola d&#8217;aria e un tronco d&#8217;albero sotto cui nascondersi, in apnea nel punto controllato a vista dai poliziotti addestrati a sparare alla minima bolla d&#8217;aria sospetta nel fiume. E altre decine di storie come la loro.Si diceva dei castelli: la Repubblica Ceca è il paese con la più alta concentrazione al mondo, circa duemila. Anche queste <strong>fortezze della nobiltà boema e asburgica</strong> raccontano un altro pezzo del periodo comunista. Con l&#8217;arrivo dei comunisti al potere le proprietà delle famiglie nobili, considerati «nemici del popolo», sono state confiscate. Molti castelli, dopo la fine del comunismo, sono stati restituiti ai legittimi proprietari, ma non tutti. Il castello della famiglia dei Lichtenstein, ad esempio, una maestosa reggia in stile neogotico nella Moravia meridionale, è tuttora oggetto di un contenzioso tra la Repubblica ceca e il principato del Lichtenstein (stessa famiglia), che rivendica la restituzione del vasto possedimento. Più a nord, nella Boemia centrale, a un&#8217;ora di macchina da Praga, c&#8217;è il castello della famiglia Ternberk, antica aristocrazia boema. Fu confiscato dallo Stato cecoslovacco nel 1949. «Arrivò una delegazione di burocrati da Praga &#8211; racconta Kateina Reháková, curatrice del museo -, e siccome il castello doveva diventare un museo per il popolo, comunicarono al proprietario la loro decisione: avrebbe fatto lui da custode e guida turistica». Suo figlio Zdeneck, invece, fu mandato nelle miniere di Karvina, al confine con la Slesia. Fuggito in Austria dopo l&#8217;invasione sovietica di Praga nel &#8217;68, il vecchio Zdenk è tornato nel castello di famiglia, dove vive tuttora, circondato dai ricordi.Il viaggio nelle rovine del comunismo cecoslovacco può terminare a Zlin, la città di Tomas Bata, geniale e visionario imprenditore che tra le due guerre creò un impero calzaturiero (oggi una multinazionale presente in cento paesi del mondo), importando dagli <strong>Usa</strong> il modello della fabbrica fordista. Le case, la scuola, l&#8217;ospedale, i negozi per i dipendenti, in una città-azienda che sembrava realizzare i sogni degli <strong>utopisti ottocenteschi</strong>. <strong>Tutto confiscato e nazionalizzato</strong> dai comunisti nel &#8217;48 (Tomas Jan Bata, figlio del fondatore, tornerà in patria solo nel 1990, acclamato come un eroe popolare). Il modello della fabbrica dal volto umano era troppo raffinato per poter essere distrutto dai comunisti, e infatti l&#8217;azienda è andata avanti come se nulla fosse. Un caso non frequente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-paese-che-non-dimentica-il-comunismo.html">Il Paese nostalgico di Stalin</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Object Caching 63/217 objects using Redis
Page Caching using Disk: Enhanced 
Minified using Disk

Served from: it.insideover.com @ 2026-08-27 15:15:05 by W3 Total Cache
-->