Dallo scoppio della guerra in Ucraina, si è spesso sentito parlare di strategie militari che i due eserciti combattenti avrebbero potuto e potrebbero attuare per sfondare le linee nemiche e dilagare nel Paese in ottica russa oppure su come rafforzare i presidi di difesa in ottica ucraina. Raramente si è fatto cenno al numero di vittime tra i militari per due ordini di motivi: il primo è che un conflitto combattuto tra armate regolari non suscita orrore se a perire sono i soldati poiché, sin dagli albori della storia dell’uomo, ciò rientra pienamente nelle regole del gioco drammatico della guerra; il secondo è la mancanza fonti ufficiali che certifichino la quantità di vittime tra le reclute, a differenza di quelle civili che sono intorno a 10mila.
Secondo il Media Military Center ucraino, i soldati caduti sul campo di battaglia sono circa 30mila ma, in mancanza di ufficialità, c’è il sospetto che tale cifra sia piuttosto approssimativa e che in realtà i morti da piangere siano molti di più. Secondo il Wall Street Journal c’è un altro dato che gode di scarsa attenzione da parte degli organi di stampa, ovvero il numero dei soldati feriti che è di circa 100mila e qui occorre una riflessione. Le reclute che finiscono nei reparti d’ospedale, non solo avranno sempre vivido il ricordo degli orrori vissuti ai tempi di guerra, ma tanti di loro dovranno convivere per sempre con una qualche forma di disabilità a causa delle lesioni cagionate dagli scontri in battaglia. Secondo il ministero per le Politiche sociali di Kiev, dal febbraio 2022 il numero delle persone affette da disabilità è incrementato fino a giungere a 300mila e più di 20mila hanno subito interventi di amputazione degli arti. Diversi militari, dunque, necessitano di un’assistenza che consenta loro di tornare a svolgere la vita che avevano prima di essere chiamati al fronte ma con le difficoltà di un handicap, oltre che di un supporto psicologico. Tale prospettiva, però, potrebbe risultare molto più ardua di quel che già è dal momento che l’Ucraina soffre di scarsa sensibilità riguardo al tema delle disabilità a causa di un retaggio culturale risalente ai tempi dell’Unione Sovietica dove i disabili erano tenuti ai margini della società e non godevano di grande apprezzamento da parte dello Stato.
Le disabilità ai tempi dell’Urss
Per capire quale fosse la considerazione degli invalidi all’epoca del regime comunista, c’è un episodio che ne è emblematico. Durante le Olimpiadi del 1980, celebrate in Russia, un giornalista occidentale chiese a un rappresentante del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) se il governo di Mosca aveva intenzione di far partecipare i suoi atleti ai primi Giochi paralimpici che si sarebbero tenuti l’anno successivo. La risposta fu: “Non ci sono invalidi nell’Urss”. Una battuta tranchant ed esemplificativa di come i soggetti con disabilità dovessero celarsi dietro un paravento sociale che li rendesse invisibili. L’antropologa americana Sarah Phillips ha pubblicato uno studio dal titolo There are no invalids in the USSR! A missing Soviet chapter in the New Disability History in cui traccia un excursus delle vicende riguardanti i disabili nel Paese. Le prime politiche forgiate per coloro affetti da handicap risalgono all’epoca del secondo dopoguerra quando la quantità di soldati mutilati era cresciuta notevolmente. Di primo acchito, Stalin si preoccupò di fornire un’assistenza statale adeguata per evitare che potessero ribellarsi contro il regime, proprio come avvenne ai tempi degli zar per i veterani che avevano combattuto nella campagna di Russia del 1812. Allo stesso tempo, però, il leader georgiano impose l’esclusione di tutte le ex reclute invalide dagli eventi commemorativi della guerra poiché rischiavano di intaccare l’immagine dell’orgoglio sovietico, uscito vittorioso dallo scontro con il nazismo, e di ricordare alle generazioni postbelliche i traumi del conflitto.
Partendo da questa impostazione che rimase in piedi per tutta la seconda metà del 20esimo secolo, chi soffriva di handicap era percepito come lo specchio delle brutture della vita con cui non avere niente da spartire, tant’è che i paraplegici venivano chiamati “samovars”, ovvero ceppi umani in sedia a rotelle. I disabili, però, venivano avviati allo svolgimento di una professione – le più comuni erano falegname, calzolaio, apicoltore e altre manuali, non di certo dirigenziali – poiché erano forza lavoro su cui poter in qualche modo contare e, soprattutto, la disoccupazione rappresentava una potenziale minaccia per il controllo esercitato dallo Stato sulla popolazione. Nel tempo si era formata una vera e propria gerarchia dei disabili dove all’apice della considerazione c’erano i veterani della Seconda guerra mondiale; a seguire i soldati impegnati a reprimere le manifestazioni anticomuniste come a Budapest e a Praga; gli invalidi sul luogo di lavoro e infine tutti quelli non rientranti nei precedenti casi.
La società sovietica, però, non si è mai dimostrata del tutto indifferente nei confronti degli invalidi. Già dagli anni Cinquanta fecero la loro comparsa diversi movimenti impegnati a sensibilizzare sul tema e a chiedere una maggiore considerazione dei disabili negli ambienti scolastici e di lavoro. Nel 1988, un gruppo di attivisti riuscì nell’impresa di dare vita all’Organizzazione per gli Invalidi (VOI, l’acronimo in russo) che aveva lo scopo di dare voce a tutti i disabili russi, a prescindere dal loro handicap. Nel 1991, anno di dissoluzione dell’Urss, circa un quarto degli individui con disabilità in Russia si era unito alla lotta per imprimere una svolta culturale che vide i primi frutti a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del III millennio quando furono approvate nuove misure di protezione sociale e lo Stato cedette la gestione di centinaia di piccole aziende a collettivi di lavoro che annoverano disabili tra la manovalanza.
Dopo la guerra, il dramma della solitudine
Sebbene negli ultimi decenni l’accettazione degli invalidi sia molto più sentita nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, molti di loro vivono il loro handicap come se fosse uno stigma a causa del quale rinunciano alla socialità e all’idea di costruirsi una vita senza percepire se stessi come “diversi”. L’Ong Ukrainian Contemporary View è impegnata in prima linea ad assistere con la riabilitazione post-trattamento i giovani soldati e offre anche supporto psicoterapeutico per aiutarli a superare il complesso di cui sono vittime. Olesya Perepechenko, direttrice della suddetta organizzazione, ha dichiarato di trovarsi spessissimo a interloquire con il personale sanitario degli ospedali per poter entrare in contatto con le reclute malridotte e convincerle a partecipare alle loro iniziative: “Abbiamo davvero bisogno di convincerli. Qualche volta tendo loro un simpatico trabocchetto proponendo di andare a un corso dove ci sarà solo da rilassarsi”. Perepechenko ha anche aggiunto che una volta tornati dall’esperienza con i suoi operatori, i ragazzi spesso le dicono di aver vissuto la prima giornata di relax dopo tanto tempo.
Una storia che è emblematica a tal riguardo è quella di Ivan Kosyuk, 20enne a cui sono state impiantate le protesi oculari dopo aver perso la vista combattendo. Kosyuk si è raccontato a Politico dicendo che dopo il ricovero in ospedale è stato mandato a casa e completamente abbandonato al suo destino. La mamma del ragazzo si è così espressa: “Lo hanno mandato a casa senza nessun supporto. Prima delle lesioni, non era mai a casa perché andava sempre da qualche parte. Dopo la menomazione agli occhi è rimasto chiuso in casa per quasi un anno, cadendo in profonda depressione”. Kosyuk è stato contattato da Ukrainian Contemporary View e ha dapprima rifiutato per poi cambiare idea dopo aver capito che la vergogna che provava per la sua condizione da invalido lo aveva paralizzato dal fare qualsiasi cosa, dall’andare a prendersi da mangiare fino all’uscire con gli amici. Il 20enne, oggi, si dice soddisfatto della scelta di aver preso parte alle iniziative della Ong di Perepechenko e proprio per tutti coloro che hanno una storia simile alla sua, l’associazione con l’ausilio del ministero dell’Istruzione ha messo in piedi un programma rivolto alle generazioni più giovani per educarle al rispetto, all’accettazione e all’interazione con le persone affette da disabilità.

