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	<title>Ahmed al-sharaa Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 07 Aug 2026 10:59:28 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Ahmed al-sharaa Archives - InsideOver</title>
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		<title>Perché la Siria di al-Sharaa non attaccherà Hezbollah</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgia di gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 10:59:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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<p>Al-Sharaa ha un vecchio conto in sospeso con Hezbollah, ma oggi la Siria ha altre priorità, per primo l'ISIS.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-la-siria-di-al-sharaa-non-attacchera-hezbollah.html">Perché la Siria di al-Sharaa non attaccherà Hezbollah</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Sulla carta, <strong>Ahmed al-Sharaa</strong> avrebbe avuto più di una ragione per colpire Hezbollah. In realtà, la rivalità tra le due parti nasce a partire dal 2011 quando, durante la rivolta siriana, Hezbollah intervenne a sostegno di Bashar al Assad e partecipò a battaglie decisive contro le forze ribelli, tra cui lo stesso al-Sharaa. Allora perché non attaccare, ora che Hezbollah risulta indebolito dagli attacchi israeliani? La risposta potrebbe trovarsi tanto nella storia recente del Medio Oriente quanto nelle priorità strategiche della nuova leadership siriana.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il fantasma del passato</strong></h2>



<p>Nonostante al-Sharaa abbia più di un conto in sospeso con <strong>Hezbollah</strong>, la nuova leadership siriana sembra guardare oltre le rivalità maturate durante la guerra civile.&nbsp;A pesare sulle valutazioni di Damasco è soprattutto&nbsp;<a href="https://levant24.com/en/article/how-the-scars-of-wars-past-shape-syrias-lebanon-policy">il precedente del 1976</a>, quando Hafez al-Assad intervenne militarmente in Libano. Quella che doveva essere una missione temporanea si trasformò in una presenza destinata a durare quasi trent&#8217;anni, fino alla cosiddetta <strong>Rivoluzione dei Cedri del 2005.</strong> Una lezione che la Siria sembrerebbe non aver dimenticato: entrare in Libano può essere semplice, uscirne molto meno. In questo senso, la storia aiuta a comprendere la prudenza di Damasco, ma non basta a spiegare il rifiuto di al-Sharaa.</p>



<p>La cautela del leader siriano emerge ancora di più guardando alle <strong>pressioni americane</strong> delle ultime settimane. È il 21 luglio quando&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/features/2026/7/22/trump-push-for-syrian-intervention-against-hezbollah-short-sighted">Donald Trump riceve alla Casa Bianca il presidente libanese Joseph Aoun</a>. Ma se Beirut arriva a Washington per discutere di ricostruzione e del ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, il presidente americano sembra avere un&#8217;altra priorità: trovare un attore capace di ridimensionare Hezbollah. Eppure, Trump aveva già provato a percorrere un&#8217;altra strada: convincere la Siria di Ahmed al-Sharaa a farsi carico del dossier Hezbollah. L’invito in questione risale a novembre scorso, mentre diverse testate riprendono un’interessante dichiarazione di Trump: «Ho suggerito ad Israele che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah, perché ad essere onesti, farebbero (la Siria) un lavoro migliore».</p>



<p>Al contrario di quanto Trump abbia voluto fare credere al presidente Aoun durante il loro incontro nella Casa Bianca, il leader siriano ha prontamente declinato la proposta americana, <strong>escludendo qualsiasi intervento militare contro Hezbollah</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;ISIS prima di Hezbollah</strong></h2>



<p>In un&#8217;analisi pubblicata da&nbsp;<em>Middle East Eye</em>, l’analista Ali Rizk propone infatti una lettura diversa. Secondo l&#8217;analista, Hezbollah continua certamente a rappresentare un avversario storico della nuova leadership siriana, ma <strong>non costituisce la minaccia più grave</strong> alla sua sopravvivenza politica. Quel ruolo spetterebbe invece allo Stato Islamico. Rizk osserva come, nonostante la lunga storia di ostilità tra Damasco e il gruppo sciita libanese, Hezbollah non abbia dichiarato guerra all&#8217;attuale governo siriano. Al contrario, <strong>il vero pericolo per al-Sharaa sarebbe rappresentato dalle reti jihadiste dell&#8217;ISIS</strong>, che continuano a costituire una minaccia per la sicurezza del Paese proprio mentre la Siria cerca di ricostruire le proprie istituzioni dopo anni di conflitto.<br>Non è un caso che negli ultimi mesi le autorità siriane abbiano concentrato gran parte dei propri sforzi sul contrasto ai gruppi jihadisti e sul rafforzamento della cooperazione di sicurezza con il Libano. Aprire un nuovo fronte contro Hezbollah significherebbe inevitabilmente disperdere risorse preziose e spostare l&#8217;attenzione da quello che Damasco considera il nemico prioritario.</p>



<p>A dimostrazione di quanto la sicurezza condivisa sia diventata una priorità per entrambi i Paesi, <a href="https://www.middleeasteye.net/opinion/why-syria-will-not-join-fight-against-hezbollah-lebanon">Rizk osserva</a>: «Il Libano si è affermato come un partner importante per la Siria nella<strong>l otta contro l’IS</strong>IS. Secondo quanto riferito, la condivisione di informazioni dei servizi segreti ha contribuito a smascherare e smantellare la cellula accusata di aver orchestrato un attentato dinamitardo a Damasco».</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una guerra che potrebbe ritorcersi contro Damasco</strong></h2>



<p>C&#8217;è poi un altro elemento che contribuisce a rendere poco appetibile l&#8217;opzione militare. Secondo Rizk, un intervento siriano contro Hezbollah rischierebbe di riaccendere la storica <strong>contrapposizione tra sunniti e sciiti </strong>nella regione, un terreno sul quale organizzazioni come <strong>lo Stato Islamico</strong> hanno costruito negli anni parte della propria narrativa e della propria capacità di reclutamento. È proprio nei momenti di maggiore instabilità, infatti, che gruppi come l&#8217;ISIS riescono a guadagnare terreno, inserendosi nei vuoti di potere lasciati dagli Stati.</p>



<p>In quest&#8217;ottica, un nuovo conflitto regionale rischierebbe di offrire proprio quelle condizioni di caos e frammentazione dalle quali lo Stato Islamico ha storicamente tratto vantaggio.</p>



<p>Ma non è l&#8217;unico rischio. Paradossalmente, <strong>una guerra pensata per indebolire Hezbollah potrebbe persino produrre l&#8217;effetto opposto</strong>. Diversi osservatori ritengono infatti che il movimento sciita potrebbe sfruttare un eventuale intervento siriano per presentarsi ancora una volta come difensore della sovranità libanese contro interferenze esterne, recuperando parte del consenso perso negli ultimi anni. A ciò si aggiunge un problema d&#8217;immagine non trascurabile. Accettare una proposta sostenuta pubblicamente da Donald Trump rischierebbe di alimentare la percezione di una Siria allineata agli interessi statunitensi, fornendo argomenti tanto ai gruppi jihadisti quanto agli oppositori più radicali del nuovo governo.</p>



<p>Più che il desiderio di colpire un vecchio nemico, sembra quindi prevalere una fredda valutazione strategica. Per quanto Hezbollah rimanga legato a una delle pagine più dolorose della guerra civile siriana, Damasco non sembra intenzionata ad aprire un nuovo fronte. <strong>La priorità, oggi, è un&#8217;altra</strong>: evitare che il caos della regione offra allo Stato Islamico l&#8217;occasione di tornare protagonista.</p>
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		<title>Israele oggi: tre anni di guerra, sette fronti aperti e un&#8217;ambizione egemonica che si rivolta contro se stessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La superiorità militare e le ambizioni egemoniche si fanno sentire sulla regione ma provocano anche la reazione degli altri Paesi. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/israele-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 7 ottobre 2023 ha aperto una nuova era per ciò che riguarda gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. L’attacco di Hamas ha avuto come conseguenza quella di liberare Israele dalle briglie della comunità internazionale, permettendogli di agire liberamente, o quasi, in varie direzioni. Parallelamente altri attori regionali come <strong>Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente Iran </strong>si sono riposizionati per affrontare lo scenario emergente. Al contempo il ruolo di garante della sicurezza regionale degli Stati Uniti è stato decisamente indebolito. Come tutti questi elementi evolveranno in futuro e quindi come andranno a impattare la stabilità della regione è al momento impossibile indicarlo, tuttavia è doveroso prendere atto di queste dinamiche e analizzare più nello specifico il ruolo di Tel Aviv.</p>



<p>Dal citato attacco di Hamas ,Israele è chiaramente emerso come la potenza espansionista nella regione, la potenza militare più avanzata (sebbene con limiti evidenti) e un possibile egemone regionale. Se idealmente questi aspetti potrebbero apparire positivi soprattutto per le frange filo israeliane, in realtà sono elementi estremamente pericolosi e forieri di una possibile forte instabilità futura. Fino al 7 ottobre Israele, pur con variazioni e cambiamenti, basava la propria sicurezza su almeno tre presupposti principali: <strong>guerre brevi; guerre condotte sul territorio nemico; principio della deterrenza.</strong> È chiaro che nell’attuale situazione tutti questi tre elementi sono venuti meno.</p>



<p>La deterrenza non ha evidentemente funzionato per l’attacco di Hamas, per Hezbollah e per l’Iran che in modi e tempi diversi hanno sempre colpito il territorio israeliano (e gli ultimi due possono continuare a farlo). Questo aspetto inoltre indebolisce anche il secondo punto, perché la guerra fin dall’inizio si è sempre combattuta anche sul territorio nazionale di Tel Aviv, seppur con modalità e criticità diverse rispetto agli altri teatri. Infine, le operazioni militari che Israele sta conducendo dall’autunno 2023 hanno ormai raggiunto un’estensione territoriale e temporale del tutto nuova. Dal punto di vista temporale siamo di fronte a un conflitto che, seppur con varie forme, intensità e fronti coinvolti, perdura da quasi tre anni, una situazione mai vista nella breve storia di Israele e che ha e avrà ripercussioni profonde sulla sua società, per via dei feriti (l’incidenza dei suicidi tra gli ex militari è particolarmente allarmante), dei morti e del coinvolgimento dei riservisti, e sulla sua economia. Dal punto di vista territoriale siamo, invece, al cospetto di una guerra regionale molto ampia, articolata e di cui non si vede una conclusione. <strong>Al momento Israele, infatti, ha ben sette fronti aperti: Gaza, l’invasione del Libano, raid in Yemen, Iran e a Beirut; operazioni nella West Bank; invasione della Siria. </strong></p>



<p>Qui serve fare però fare almeno tre riflessioni più accurate. Primo, <strong>Hamas benché non del tutto smantellato è un gruppo che al momento è solo il fantasma di sé stesso.</strong> I suoi vertici sono stati tutti eliminati così come molti dei nuovi capi, visto che a maggio le forze israeliane hanno assassinato <strong>Izz al-Din al-Haddad,</strong> il capo dell’ala militare di Hamas e pochi giorni dopo il suo successore, <strong>Mohammed Odeh,</strong> entrambi insieme alle famiglie. Questo indica due elementi: da un lato Israele colpisce la miliazia impedendo la creazione di una struttura in grado di riorganizzarsi; dall’altro è venuto meno il cordone di sicurezza intorno ai leader, che possono essere colpiti praticamente a casa loro.  Sicuramente esiste ancora la struttura sotterranea dei tunnel ma è stata pesantemente degradata e il gruppo ha perso le capacità di costruire i razzi per colpire Israele. Infine <strong>anche il supporto esterno iraniano è venuto meno per Hamas </strong>che quindi si trova assediato nella Striscia e isolato dal punto di vista internazionale. Israele però ha tutto da guadagnarci nel mantenere viva una narrativa su Hamas (che comunque è ancora presente, dispone ancora di armi leggere ed è la milizia più temibile nella Striscia, sebbene non sia l’unica) in modo da <strong>giustificare la creazione di 40 avamposti militari nella Striscia</strong> che indicano la chiara volontà di non ritirarsi dai territori occupati negli ultimi anni.</p>



<p>La seconda riflessione da fare, su cui si parla molto poco, <strong>riguarda la Siria.</strong> Con la caduta del regime di Assad, Israele ha invaso il territorio siriano dove ha costruito basi militari, utilizza agenti chimici per deforestare le zone antistanti e quindi impedire che la vegetazione copra eventuali nemici in avvicinamento e conduce raid nei villaggi vicini. Per esempio il 27 giugno le forze israeliane hanno ucciso due siriani durante un attacco preventivo. La questione siriana è particolarmente rilevante per due ragioni. Primo, il nuovo presidente <strong>Ahmed al-Sharaa</strong> è un uomo molto vicino alla Turchia che non solo ha importanti interessi geopolitici nel Paese ma mira anche a stabilire basi militari. La presenza di Israele con le sue capacità militari, che sono nettamente superiori a quelle degradate siriane, pone i due Paesi in rotta di collisione. Secondo,  l’espansionismo israeliano e le capacità militari mostrate in questi anni hanno sicuramente messo in allarme varie capitali regionali (Riad, Ankara e Il Cairo su tutte), il che compromette proprio il ruolo egemonico che Tel Aviv sembra stia cercando di conquistarsi e difendere. Inoltre non va dimenticato che la creazione della base segreta in Iraq piuttosto che l’invio di Forze Speciali in Azerbaigian sono altri segnali di una rete militare e di <strong>una indifferenza verso le basilari regole internazionali </strong>che non possono far altro che aumentare l’allarme nei Paesi limitrofi.</p>
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		<title>Le possibili conseguenze regionali della guerra in Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-possibili-conseguenze-regionali-della-guerra-in-iran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 23:24:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1463" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iraq" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-300x229.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1024x780.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-768x585.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1536x1170.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-600x457.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> I Paesi del golfo Persico, la Siria, l'Iraq: tutti tornati in prima linea in una guerra che minaccia la stabilità dell'intera regione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1463" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iraq" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-300x229.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1024x780.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-768x585.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-1536x1170.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iraq-600x457.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra tra Stati Uniti e Israele,da un lato, e Iran con i suoi proxy dall’altro, ha ormai scollinato il mese e al momento non sembrano esserci segnali che possano far pensare a una rapida conclusione, malgrado le roboanti dichiarazioni del presidente Trump. In questo contesto siamo ormai abituati sentire analisi più o meno catastrofiste sulla questione energetica, lo stretto di Hormuz o le capacità militari dei contendenti. Un aspetto però che viene spesso lasciato in disparte, ma che in realtà è centrale per comprendere sia come la guerra possa ampliarsi ed evolvere sia per evidenziare possibili conseguenze, <strong>è la stabilità regionale che può essere divisa in tre macro aspetti.</strong></p>



<p><strong>Il primo è relativo ai Paesi del Golfo Persico</strong> che affrontano due cruciali problemi. Il più immediato è sicuramente relativo ai danni alle infrastrutture energetiche, alle conseguenze economiche sia riguardo la riduzione dell’esportazione di petrolio e gas sia quella del turismo e in generale dell’appeal che nel corso degli ultimi anni quei Paesi erano riusciti a sviluppare. Il secondo problema è relativo al tema della sicurezza. L’idea che ha guidato per anni il rapporto tra Stati Uniti e gli stati del Golfo era basata sul consentire la presenza di asset militari americani in cambio di garanzie di sicurezza (aspetto emerso fin dall’operazione <em>Desert Shield</em> nel 1990 per difendere l’Arabia Saudita da un’eventuale invasione irachena). L’impiego di missili e droni da parte di Teheran fin dall’inizio del conflitto <strong>ha messo quei Paesi in prima linea </strong>e pone una questione di sicurezza che andrà poi affrontata. Molto dipenderà da come si concluderà il conflitto, ma chiaramente il ruolo di Washington come garante di sicurezza potrebbe essere diverso rispetto a quando la guerra è iniziata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Siria e la questione curda</h2>



<p><strong>Il secondo aspetto su cui è giusto riflettere guardando alla stabilità regionale riguarda la Siria.</strong> Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 è venuta meno una buona parte della penetrazione strategica iraniana, ma i suoi proxy e le dinamiche conflittuali non sono sparite. La <a href="https://warontherocks.com/2026/03/islamic-state-containment-is-collapsing-in-syria/">Siria</a> resta un tema cruciale perché <strong>nel Paese erano e sono ancora presenti cellule di quello che fu lo Stato Islamico.</strong> A gennaio le forze del governo di Damasco hanno sferrato un’offensiva nella zona di Aleppo che ha ricacciato indietro i curdi di circa 80km. Questo aspetto è importante per due motivi. Primo, ciò è avvenuto nel contesto di un progressivo ritiro americano dalla Siria (Washington per anni ha mantenuto piccoli contingenti in varie aree del Paese che ora ha quasi interamente restituito al governo) che ha chiaramente ridotto l’esposizione dei militari americani a rappresaglie iraniane e di milizie collegate, ma dall’altro ha anche ridotto significativamente sia il controllo del territorio sia la raccolta di informazioni. Secondo, è stato mandato il messaggio ai curdi che non erano più supportati dagli Stati Uniti che hanno lasciato carta bianca al governo siriano. <strong>Ciò ha chiaramente avuto un impatto sulla volontà curda di collaborare con Stati Uniti e Israele nel contesto iraniano come si paventava nei primi giorni dell’operazione. </strong>Il ritiro curdo dalle regioni siriane prima indicate ha altresì condotto alla fuga di ex membri di ISIS da alcuni campi nella zona, in particolar modo da quello di Al-Hol, che ospitava 24.000 persone circa, primariamente donne e bambini, e 9.000 ex combattenti sotto custodia curda. Circa la metà sono stati frettolosamente trasferiti in Iraq dagli americani, ma molti sono riusciti a scappare anche grazie alla complicità delle forze siriane. Infatti, serve ricordare che l’attuale presidente siriano è un ex membro di al-Qaeda che nel corso degli ultimi 10 anni ha cercato in vari modi di ripulire la propria immagine pubblica e di conseguenza molti membri delle attuali forze di sicurezza siriane arrivano da quelle realtà estremiste. </p>



<p>Sono quindi due aspetti di cui tenere conto. Da un lato le forze armate siriane, e in generale il tessuto sociale del Paese, risultano alquanto deboli sia perché carenti in addestramento e armamento sia perché sono il risultato di un Paese profondamente diviso tra la maggioranza sunnita rappresentata dall’attuale governo e varie minoranze che nel corso degli ultimi anni hanno ripetutamente contestato l’autorità di Damasco come Alawiti, vicino a Teheran, e Druzi, coinvolti nel Sud dalla presenza israeliana. Dall’altro lato il rischio che tali criticità portino al riemergere di gruppi estremisti è alquanto serio e ciò si lega all’ultimo macro tema che si deve analizzare, ovvero l’Iraq.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Se dovesse riemergere l&#8217;Isis&#8230;</h2>



<p>Infatti, l’<a href="https://www.newarab.com/analysis/after-iran-war-turning-point-iraqs-political-order">Iraq</a> dopo l’invasione americana del 2003 ha cercato di portare avanti un duplice binario: data la maggioranza sciita nel Paese, che ha sempre portato a governi sciiti, questi hanno sempre tentato di mantenere buoni rapporti con Teheran e con Washington. Tuttavia, al momento questa scelta potrebbe rivelarsi difficile da mantenere non solo per la cronica instabilità e insicurezza del Paese, ma anche perché la presenza di proxy iraniani <strong>ha trasformato l’Iraq in un altro terreno di scontro </strong>dove agiscono e combattono entrambi i contendenti. Mentre le milizie sciite hanno condotto alcuni attacchi contro obiettivi americani e curdi, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno colpito più volte vari edifici in Iraq definiti come centri di comando delle milizie sciite. Dati precisi su questi attacchi non ci sono ma l’<em>Institute for the Study of War</em> identifica almeno tre momenti (<a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-in-iraq-between-march-3-2026-at-400-pm-et-and-march-4-2026-at-400-pm-et/">3-4 marzo</a>; <a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-on-iraq-between-march-10-2026-at-300-pm-et-and-march-11-2026-at-300-pm-et/">10-11 marzo</a>; <a href="https://understandingwar.org/map/us-and-israeli-strikes-in-iraq-between-march-16-2026-at-300-pm-et-and-march-17-2026-at-300-pm-et/">16-17 marzo</a>) in cui sono stati colpiti obiettivi legati alle milizie sciite in Iraq. Il fatto curioso è che per la maggior parte dei casi si tratta di obiettivi situati in province a maggioranza sunnita (Mosul, le province di Al-Anbar o di Ninive), cosa che potrebbe indebolire ulteriormente la capacità del governo di Baghdad, che dal 2014 in poi ha sempre fatto ampio affidamento su tali milizie per combattere ISIS, di mantenere un stabile controllo del Paese. </p>



<p>Alla luce anche di quanto detto riguardo la Siria, ciò rischia di rappresentare una nuova finestra di opportunità per il riemergere di un gruppo estremista come ISIS che in chiave anti-iraniana al momento potrebbe fare comodo, si pensi anche alla situazione libanese, ma che in prospettiva potrebbe rappresentare un rischio non secondario. Infine, i temi qui evidenziati riguardo a Siria e Iraq fanno temere anche la possibilità di una loro maggiore instabilità interna indipendentemente da come e quando finirà la guerra con l’Iran.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-possibili-conseguenze-regionali-della-guerra-in-iran.html">Le possibili conseguenze regionali della guerra in Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Siria, assalto ai cristiani: le minoranze a rischio con il &#8220;moderato&#8221; presidente Al-Sharaa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/siria-assalto-ai-cristiani-le-minoranze-a-rischio-con-il-moderato-presidente-al-sharaa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 15:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="siria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria.webp 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-300x200.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-1024x683.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-768x512.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-1536x1024.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-600x400.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo gli alawiti, i drusi, i curdi, ora anche i cristiani sono nel mirino. Il tentato pogrom a Suqalbayliyah, nella valle dell'Oronte. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="siria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria.webp 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-300x200.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-1024x683.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-768x512.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-1536x1024.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/siria-600x400.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l&#8217;unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell&#8217;islamismo.</p>



<p>Il caso degli alatiwi è stato il più drammatico.  Nel marzo dell&#8217;anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di <strong>Hayat Tahrir al-Sham</strong>  (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da <strong>Ahmed al-Sharaa </strong>prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d&#8217;inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.</p>



<p>I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell&#8217;Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un&#8217;area a prevalenza musulmana sunnita con un&#8217;eccezione, appunto <strong>Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa.</strong> In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?</p>



<p>Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri <strong>musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza.</strong> A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall&#8217;altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della &#8220;diversità&#8221; della comunità cristiana.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I segnali da non sottovalutare</h2>



<p>È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c&#8217;era stata alcuna discriminazione &#8220;ufficiale&#8221; nei loro confronti. Ma <strong>nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant&#8217;Elia a Damasco</strong>, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all&#8217;albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l&#8217;assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.</p>



<p>Sull&#8217;analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d&#8217;aquila della provincia di Idlib, <strong>i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare</strong> e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l&#8217;etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l&#8217;unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">After massacring Alawites and Druze the pogrom against Christians has begun. Jolani thugs are attacking Christian businesses and homes. Churches attacked and statues of virgin Mary destroyed. Thank you USA for bringing “democracy and freedom” to Syria <a href="https://t.co/VIp09ZVMp3">pic.twitter.com/VIp09ZVMp3</a></p>&mdash; Hadi (@HadiNasrallah) <a href="https://twitter.com/HadiNasrallah/status/2037706371664052547?ref_src=twsrc%5Etfw">March 28, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand&#8217;era &#8220;solo&#8221; il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l&#8217;atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. <strong>Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate.</strong> E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere</h2>



<p>Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all&#8217;estero un&#8217;immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l&#8217;amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di <strong>offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa </strong>(si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq.</p>



<p>Altri effetti positivi di questa scelta sono stati: riuscire a creare almeno un minimo di struttura di Governo laddove altrove altri movimenti islamisti hanno fallito nel tentativo di governare in prima persona; e ripulire l&#8217;immagine di HTS, riportandolo almeno in parte dietro le quinte. <strong>Però non bisogna ingannarsi: Al-Sharaa si è riservato salde redini di controllo del potere.</strong> Il presidente ad interim Al-Sharaa ha fatto approvare una Costituzione provvisoria scritta da un comitato di sette saggi da lui scelti, Costituzione che assegna al presidente (cioè ad Al-Sharaa) il potere di scegliere i giudici della Corte costituzionale. In seguito (5 ottobre 2025) è stato eletto il nuovo Parlamento con i candidati scelti in questo modo: un terzo direttamente da Al-Sharaa; i restanti due terzi selezionati da u comitato nominato da Al-Sharaa. </p>



<p>Messo in prospettiva, un quadro che non porta a pensare che il leader delle milizie, sopravvissuto a tante battaglie militari e politiche, diventato presidente con poteri reali quasi assoluti, possa essere facilmente scavalcato o ignorato nelle sue decisioni. E da qui emerge la seconda tesi: che <strong>Al-Sharaa </strong>riservi per sé l&#8217;immagine del moderato che gli è così preziosa quando incontra Donald Trump o Ursula von der Leyen, quando deve chiedere prestiti o l&#8217;allentamento delle sanzioni; per richiamare in servizio <strong>Al-Joulani</strong> quando invece occorre far capire ai siriani quanto sia cambiata la musica, <strong>affermare il controllo totale della maggioranza musulmana sunnita</strong> ed eliminare eventuali sacche di dissenso o di protesta. Nell&#8217;uno come nell&#8217;altro caso bisognerà tenere gli occhi aperti sulla Siria e sullo sviluppo degli eventi, per evitare altre epurazioni o pulizie etniche. Ma Usa ed Europa hanno già deciso che in Siria va tutto bene, quindi difficilmente lo vedremo succedere.</p>



<p></p>



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		<title>Azerbaigian mediatore: un accordo tra Turchia e Israele per evitare scontri in Siria</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/un-accordo-tra-turchia-e-israele-per-evitare-scontri-in-siria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Umbrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 09:38:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128-600x398.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250523141753893_e95ea18041b81296f66b1c8a92c19128-1536x1020.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Israele e Turchia lavorano su un accordo militare per evitare scontri in Siria, nonostante le loro posizioni contrastanti sul governo HTS.</p>
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<p>Israele e Turchia hanno<a href="https://www.kurdistan24.net/en/story/841691/israel-and-turkey-reach-military-coordination-agreement-in-syria"> raggiunto un&#8217;intesa</a> preliminare sul coordinamento militare all&#8217;interno della Siria, dove entrambe le nazioni mantengono una presenza illegale, <strong>al fine di evitare uno scontro diretto tra le loro forze militari</strong>. Un funzionario israeliano, interpellato il 21 maggio scorso&nbsp;da Israel Hayom, ha confermato l&#8217;accordo.</p>



<p> La collaborazione è nata da <strong>colloqui segreti mediati dall&#8217;Azerbaigian a Baku,</strong> indicando una crescente necessità di gestire le sovrapposizioni delle presenze militari sullo sfondo di un ricalibrato equilibrio di potere regionale, in seguito al <a href="https://it.insideover.com/guerra/siria-caduto-assad-gli-stati-uniti-chiudono-tre-basi-e-dimezzano-le-truppe.html">crollo </a>del regime di Assad nel dicembre 2024. Il funzionario israeliano ha ribadito che le parti hanno concordato di istituire <strong>un meccanismo permanente per prevenire attriti militari in Siria</strong>, con il quadro d&#8217;intesa finalizzato durante gli incontri di Baku.</p>



<p>Sia Israele che la Turchia<strong> hanno avuto ruoli significativi</strong> nei processi che hanno portato l&#8217;attuale governo siriano, guidato dall&#8217;ex comandante di Al-Qaeda in Iraq Ahmad al-Sharaa, precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani, ad arrivare al potere a dicembre, ma le loro interazioni e il tipo di assistenza fornita differiscono notevolmente.</p>



<p>La <strong>Turchia vanta stretti legami con Hay&#8217;at Tahrir al-Sham</strong> (HTS), il gruppo guidato da al-Sharaa, considerandolo un soggetto prioritario per la stabilità in Siria. Ankara ha attivamente sostenuto il consolidamento delle istituzioni sotto HTS, facilitando l&#8217;apertura diplomatica del gruppo e incoraggiando investimenti stranieri e aiuti umanitari, con l&#8217;obiettivo di rafforzare una presenza favorevole alle proprie prospettive geopolitiche nella regione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I sospetti di Netanyahu</h2>



<p>Il ruolo di Israele, invece, non è stato di supporto diretto all&#8217;ascesa di al-Sharaa. Le operazioni israeliane in Siria sono state dettate principalmente dalle proprie preoccupazioni di sicurezza nazionale, con attacchi aerei mirati contro obiettivi iraniani e del regime di Assad volti a prevenire il rafforzamento di influenze ostili ai suoi confini. <strong>Lo Stato ebraico ha espresso sospetto nei confronti di al-Sharaa</strong> e delle forze HTS, e le sue azioni si sono focalizzate sul mantenere una situazione di scomposizione del potere in Siria o a stabilire una zona demilitarizzata, piuttosto che a sostenere attivamente il nuovo Governo. Le relazioni tra Israele e la nuova entità governativa sono descritte come una complessa partita a scacchi, dove Israele gestisce una nuova realtà sul proprio confine senza un&#8217;alleanza esplicita.</p>



<p>Attualmente, <strong>l&#8217;esercito turco occupa aree nella Siria settentrionale e occidentale</strong>. Israele,invece, dopo aver occupato le alture del Golan siriane nel 1967, ha conquistato ulteriore territorio nella Siria meridionale proprio subito dopo il rovesciamento del governo dell&#8217;ex presidente siriano <strong>Bashar al-Assad</strong> a favore di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) guidata da Sharaa. La presenza israeliana in Siria, interessa, quindi,  ragioni militari strategiche, ma anche <strong>la famosa espansione del cosiddetto &#8220;Grande Israele&#8221;.</strong> Quest&#8217;ultimo termine si riferisce a un&#8217;ideologia che, nelle sue interpretazioni più estese, immagina uno stato ebraico che si estende su vaste porzioni del Medio Oriente, arrivando a comprendere parti della Giordania, dell&#8217;Egitto e, significativamente, della Siria. Va precisato che, tale visione non fa parte del discorso ufficiale del Governo israeliano e non esistono rivendicazioni territoriali esplicite in tal senso oltre i confini riconosciuti, ad eccezione, però, delle Alture del Golan.</p>



<p>Recentemente, Israele ha mantenuto una posizione che riflette la sua profonda diffidenza verso Ahmad al-Sharaa, nonostante i suoi tentativi di presentarsi come figura moderata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha persino esortato a mantenere le sanzioni contro il suo gruppo in passato e i suoi funzionari israeliani hanno continuato a definire l&#8217;amministrazione Sharaa come &#8216;jihadista radicale&#8217;, e ribadito che Israele non avrebbe tollerato un&#8217;occupazione turca delle basi aeree siriane vicino a Palmira.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La presenza turca come minaccia</h2>



<p> <strong>Le preoccupazioni di Israele riguardo alla Siria si estendono soprattutto alla crescente influenza militare della Turchia.</strong> Tel Aviv ha apertamente manifestato il proprio disappunto per il posizionamento di sistemi di difesa aerea e radar turchi che potrebbero monitorare le operazioni aeree israeliane. L&#8217;area della &#8220;linea di Palmira&#8221; è stata identificata come un punto di particolare attrito e un&#8217;area fondamentale per la sicurezza israeliana, dove <strong>qualsiasi presenza militare turca, percepita come minaccia alla libertà di manovra aerea di Israele</strong>, sarebbe inaccettabile. Proprio per gestire simili tensioni e prevenire scontri militari diretti, Israele e Turchia hanno intrapreso i colloqui, mediati dall&#8217;Azerbaigian, per stabilire un protocollo per evitare scontri militari in Siria, compresa una hotline operativa 24 ore su 24, per affrontare la complessità delle loro operazioni sovrapposte e divergenti. In attesa di un quinto round di negoziati, previsto entro la fine del mese corrente, una fonte vicina ai negoziati ha fatto sapere a i24 News che il governo israeliano accetta ampiamente l&#8217;invio di forze di terra turche in Siria, compresi carri armati e fanteria, ma continua a opporsi all&#8217;impiego di sistemi di difesa aerea e radar turchi in grado di monitorare le operazioni israeliane.</p>



<p>La possibile occupazione turca della base T4, con i suoi progetti di ammodernamento, ampliamento e installazione di sofisticati sistemi difensivi tra cui i missili Hisar, un eventuale temporaneo posizionamento degli S-400 russi e l&#8217;utilizzo di droni da combattimento, desta particolare allarme a Tel Aviv. Le autorità israeliane hanno chiarito che considererebbero il dispiegamento di tali armamenti nell&#8217;area una violazione inaccettabile dei propri &#8220;red lines&#8221;, con potenziali ripercussioni sulle operazioni contro le minacce regionali. Di conseguenza, <strong>l&#8217;aviazione israeliana ha incrementato i bombardamenti calibrati contro obiettivi militari in territorio siriano, con particolare attenzione alle installazioni di T4 e Palmira</strong>. I raid, che hanno reso inutilizzabili le piste e compromesso strutture sensibili, sono stati letti da analisti geopolitici come un avvertimento inequivocabile alla Turchia: qualsiasi tentativo di creare basi permanenti o di limitare la libertà d&#8217;azione israeliana nello spazio aereo siriano incontrerà una ferma risposta.</p>



<p>In attesa di sviluppi, la situazione alla T4 incarna un capitolo in un più ampio rimodellamento della Siria post-Assad, che vede l&#8217;ambizione turca di consolidare la propria influenza e proteggere i propri confini da gruppi come l&#8217;ISIS e le forze curde, scontrarsi con gli imperativi di sicurezza di Israele.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/un-accordo-tra-turchia-e-israele-per-evitare-scontri-in-siria.html">Azerbaigian mediatore: un accordo tra Turchia e Israele per evitare scontri in Siria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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