La guerra tra Stati Uniti e Israele,da un lato, e Iran con i suoi proxy dall’altro, ha ormai scollinato il mese e al momento non sembrano esserci segnali che possano far pensare a una rapida conclusione, malgrado le roboanti dichiarazioni del presidente Trump. In questo contesto siamo ormai abituati sentire analisi più o meno catastrofiste sulla questione energetica, lo stretto di Hormuz o le capacità militari dei contendenti. Un aspetto però che viene spesso lasciato in disparte, ma che in realtà è centrale per comprendere sia come la guerra possa ampliarsi ed evolvere sia per evidenziare possibili conseguenze, è la stabilità regionale che può essere divisa in tre macro aspetti.
Il primo è relativo ai Paesi del Golfo Persico che affrontano due cruciali problemi. Il più immediato è sicuramente relativo ai danni alle infrastrutture energetiche, alle conseguenze economiche sia riguardo la riduzione dell’esportazione di petrolio e gas sia quella del turismo e in generale dell’appeal che nel corso degli ultimi anni quei Paesi erano riusciti a sviluppare. Il secondo problema è relativo al tema della sicurezza. L’idea che ha guidato per anni il rapporto tra Stati Uniti e gli stati del Golfo era basata sul consentire la presenza di asset militari americani in cambio di garanzie di sicurezza (aspetto emerso fin dall’operazione Desert Shield nel 1990 per difendere l’Arabia Saudita da un’eventuale invasione irachena). L’impiego di missili e droni da parte di Teheran fin dall’inizio del conflitto ha messo quei Paesi in prima linea e pone una questione di sicurezza che andrà poi affrontata. Molto dipenderà da come si concluderà il conflitto, ma chiaramente il ruolo di Washington come garante di sicurezza potrebbe essere diverso rispetto a quando la guerra è iniziata.
La Siria e la questione curda
Il secondo aspetto su cui è giusto riflettere guardando alla stabilità regionale riguarda la Siria. Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 è venuta meno una buona parte della penetrazione strategica iraniana, ma i suoi proxy e le dinamiche conflittuali non sono sparite. La Siria resta un tema cruciale perché nel Paese erano e sono ancora presenti cellule di quello che fu lo Stato Islamico. A gennaio le forze del governo di Damasco hanno sferrato un’offensiva nella zona di Aleppo che ha ricacciato indietro i curdi di circa 80km. Questo aspetto è importante per due motivi. Primo, ciò è avvenuto nel contesto di un progressivo ritiro americano dalla Siria (Washington per anni ha mantenuto piccoli contingenti in varie aree del Paese che ora ha quasi interamente restituito al governo) che ha chiaramente ridotto l’esposizione dei militari americani a rappresaglie iraniane e di milizie collegate, ma dall’altro ha anche ridotto significativamente sia il controllo del territorio sia la raccolta di informazioni. Secondo, è stato mandato il messaggio ai curdi che non erano più supportati dagli Stati Uniti che hanno lasciato carta bianca al governo siriano. Ciò ha chiaramente avuto un impatto sulla volontà curda di collaborare con Stati Uniti e Israele nel contesto iraniano come si paventava nei primi giorni dell’operazione. Il ritiro curdo dalle regioni siriane prima indicate ha altresì condotto alla fuga di ex membri di ISIS da alcuni campi nella zona, in particolar modo da quello di Al-Hol, che ospitava 24.000 persone circa, primariamente donne e bambini, e 9.000 ex combattenti sotto custodia curda. Circa la metà sono stati frettolosamente trasferiti in Iraq dagli americani, ma molti sono riusciti a scappare anche grazie alla complicità delle forze siriane. Infatti, serve ricordare che l’attuale presidente siriano è un ex membro di al-Qaeda che nel corso degli ultimi 10 anni ha cercato in vari modi di ripulire la propria immagine pubblica e di conseguenza molti membri delle attuali forze di sicurezza siriane arrivano da quelle realtà estremiste.
Sono quindi due aspetti di cui tenere conto. Da un lato le forze armate siriane, e in generale il tessuto sociale del Paese, risultano alquanto deboli sia perché carenti in addestramento e armamento sia perché sono il risultato di un Paese profondamente diviso tra la maggioranza sunnita rappresentata dall’attuale governo e varie minoranze che nel corso degli ultimi anni hanno ripetutamente contestato l’autorità di Damasco come Alawiti, vicino a Teheran, e Druzi, coinvolti nel Sud dalla presenza israeliana. Dall’altro lato il rischio che tali criticità portino al riemergere di gruppi estremisti è alquanto serio e ciò si lega all’ultimo macro tema che si deve analizzare, ovvero l’Iraq.
Se dovesse riemergere l’Isis…
Infatti, l’Iraq dopo l’invasione americana del 2003 ha cercato di portare avanti un duplice binario: data la maggioranza sciita nel Paese, che ha sempre portato a governi sciiti, questi hanno sempre tentato di mantenere buoni rapporti con Teheran e con Washington. Tuttavia, al momento questa scelta potrebbe rivelarsi difficile da mantenere non solo per la cronica instabilità e insicurezza del Paese, ma anche perché la presenza di proxy iraniani ha trasformato l’Iraq in un altro terreno di scontro dove agiscono e combattono entrambi i contendenti. Mentre le milizie sciite hanno condotto alcuni attacchi contro obiettivi americani e curdi, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno colpito più volte vari edifici in Iraq definiti come centri di comando delle milizie sciite. Dati precisi su questi attacchi non ci sono ma l’Institute for the Study of War identifica almeno tre momenti (3-4 marzo; 10-11 marzo; 16-17 marzo) in cui sono stati colpiti obiettivi legati alle milizie sciite in Iraq. Il fatto curioso è che per la maggior parte dei casi si tratta di obiettivi situati in province a maggioranza sunnita (Mosul, le province di Al-Anbar o di Ninive), cosa che potrebbe indebolire ulteriormente la capacità del governo di Baghdad, che dal 2014 in poi ha sempre fatto ampio affidamento su tali milizie per combattere ISIS, di mantenere un stabile controllo del Paese.
Alla luce anche di quanto detto riguardo la Siria, ciò rischia di rappresentare una nuova finestra di opportunità per il riemergere di un gruppo estremista come ISIS che in chiave anti-iraniana al momento potrebbe fare comodo, si pensi anche alla situazione libanese, ma che in prospettiva potrebbe rappresentare un rischio non secondario. Infine, i temi qui evidenziati riguardo a Siria e Iraq fanno temere anche la possibilità di una loro maggiore instabilità interna indipendentemente da come e quando finirà la guerra con l’Iran.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

