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Israele e Turchia hanno raggiunto un’intesa preliminare sul coordinamento militare all’interno della Siria, dove entrambe le nazioni mantengono una presenza illegale, al fine di evitare uno scontro diretto tra le loro forze militari. Un funzionario israeliano, interpellato il 21 maggio scorso da Israel Hayom, ha confermato l’accordo.

 La collaborazione è nata da colloqui segreti mediati dall’Azerbaigian a Baku, indicando una crescente necessità di gestire le sovrapposizioni delle presenze militari sullo sfondo di un ricalibrato equilibrio di potere regionale, in seguito al crollo del regime di Assad nel dicembre 2024. Il funzionario israeliano ha ribadito che le parti hanno concordato di istituire un meccanismo permanente per prevenire attriti militari in Siria, con il quadro d’intesa finalizzato durante gli incontri di Baku.

Sia Israele che la Turchia hanno avuto ruoli significativi nei processi che hanno portato l’attuale governo siriano, guidato dall’ex comandante di Al-Qaeda in Iraq Ahmad al-Sharaa, precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani, ad arrivare al potere a dicembre, ma le loro interazioni e il tipo di assistenza fornita differiscono notevolmente.

La Turchia vanta stretti legami con Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo guidato da al-Sharaa, considerandolo un soggetto prioritario per la stabilità in Siria. Ankara ha attivamente sostenuto il consolidamento delle istituzioni sotto HTS, facilitando l’apertura diplomatica del gruppo e incoraggiando investimenti stranieri e aiuti umanitari, con l’obiettivo di rafforzare una presenza favorevole alle proprie prospettive geopolitiche nella regione.

I sospetti di Netanyahu

Il ruolo di Israele, invece, non è stato di supporto diretto all’ascesa di al-Sharaa. Le operazioni israeliane in Siria sono state dettate principalmente dalle proprie preoccupazioni di sicurezza nazionale, con attacchi aerei mirati contro obiettivi iraniani e del regime di Assad volti a prevenire il rafforzamento di influenze ostili ai suoi confini. Lo Stato ebraico ha espresso sospetto nei confronti di al-Sharaa e delle forze HTS, e le sue azioni si sono focalizzate sul mantenere una situazione di scomposizione del potere in Siria o a stabilire una zona demilitarizzata, piuttosto che a sostenere attivamente il nuovo Governo. Le relazioni tra Israele e la nuova entità governativa sono descritte come una complessa partita a scacchi, dove Israele gestisce una nuova realtà sul proprio confine senza un’alleanza esplicita.

Attualmente, l’esercito turco occupa aree nella Siria settentrionale e occidentale. Israele,invece, dopo aver occupato le alture del Golan siriane nel 1967, ha conquistato ulteriore territorio nella Siria meridionale proprio subito dopo il rovesciamento del governo dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad a favore di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) guidata da Sharaa. La presenza israeliana in Siria, interessa, quindi,  ragioni militari strategiche, ma anche la famosa espansione del cosiddetto “Grande Israele”. Quest’ultimo termine si riferisce a un’ideologia che, nelle sue interpretazioni più estese, immagina uno stato ebraico che si estende su vaste porzioni del Medio Oriente, arrivando a comprendere parti della Giordania, dell’Egitto e, significativamente, della Siria. Va precisato che, tale visione non fa parte del discorso ufficiale del Governo israeliano e non esistono rivendicazioni territoriali esplicite in tal senso oltre i confini riconosciuti, ad eccezione, però, delle Alture del Golan.

Recentemente, Israele ha mantenuto una posizione che riflette la sua profonda diffidenza verso Ahmad al-Sharaa, nonostante i suoi tentativi di presentarsi come figura moderata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha persino esortato a mantenere le sanzioni contro il suo gruppo in passato e i suoi funzionari israeliani hanno continuato a definire l’amministrazione Sharaa come ‘jihadista radicale’, e ribadito che Israele non avrebbe tollerato un’occupazione turca delle basi aeree siriane vicino a Palmira.

La presenza turca come minaccia

 Le preoccupazioni di Israele riguardo alla Siria si estendono soprattutto alla crescente influenza militare della Turchia. Tel Aviv ha apertamente manifestato il proprio disappunto per il posizionamento di sistemi di difesa aerea e radar turchi che potrebbero monitorare le operazioni aeree israeliane. L’area della “linea di Palmira” è stata identificata come un punto di particolare attrito e un’area fondamentale per la sicurezza israeliana, dove qualsiasi presenza militare turca, percepita come minaccia alla libertà di manovra aerea di Israele, sarebbe inaccettabile. Proprio per gestire simili tensioni e prevenire scontri militari diretti, Israele e Turchia hanno intrapreso i colloqui, mediati dall’Azerbaigian, per stabilire un protocollo per evitare scontri militari in Siria, compresa una hotline operativa 24 ore su 24, per affrontare la complessità delle loro operazioni sovrapposte e divergenti. In attesa di un quinto round di negoziati, previsto entro la fine del mese corrente, una fonte vicina ai negoziati ha fatto sapere a i24 News che il governo israeliano accetta ampiamente l’invio di forze di terra turche in Siria, compresi carri armati e fanteria, ma continua a opporsi all’impiego di sistemi di difesa aerea e radar turchi in grado di monitorare le operazioni israeliane.

La possibile occupazione turca della base T4, con i suoi progetti di ammodernamento, ampliamento e installazione di sofisticati sistemi difensivi tra cui i missili Hisar, un eventuale temporaneo posizionamento degli S-400 russi e l’utilizzo di droni da combattimento, desta particolare allarme a Tel Aviv. Le autorità israeliane hanno chiarito che considererebbero il dispiegamento di tali armamenti nell’area una violazione inaccettabile dei propri “red lines”, con potenziali ripercussioni sulle operazioni contro le minacce regionali. Di conseguenza, l’aviazione israeliana ha incrementato i bombardamenti calibrati contro obiettivi militari in territorio siriano, con particolare attenzione alle installazioni di T4 e Palmira. I raid, che hanno reso inutilizzabili le piste e compromesso strutture sensibili, sono stati letti da analisti geopolitici come un avvertimento inequivocabile alla Turchia: qualsiasi tentativo di creare basi permanenti o di limitare la libertà d’azione israeliana nello spazio aereo siriano incontrerà una ferma risposta.

In attesa di sviluppi, la situazione alla T4 incarna un capitolo in un più ampio rimodellamento della Siria post-Assad, che vede l’ambizione turca di consolidare la propria influenza e proteggere i propri confini da gruppi come l’ISIS e le forze curde, scontrarsi con gli imperativi di sicurezza di Israele.

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