Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l’unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell’islamismo.
Il caso degli alatiwi è stato il più drammatico. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da Ahmed al-Sharaa prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d’inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.
I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell’Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un’area a prevalenza musulmana sunnita con un’eccezione, appunto Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa. In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?
Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza. A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall’altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della “diversità” della comunità cristiana.
I segnali da non sottovalutare
È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c’era stata alcuna discriminazione “ufficiale” nei loro confronti. Ma nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant’Elia a Damasco, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all’albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l’assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.
Sull’analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d’aquila della provincia di Idlib, i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l’etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l’unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.
È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand’era “solo” il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l’atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate. E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.
Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere
Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all’estero un’immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l’amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa (si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq.
Altri effetti positivi di questa scelta sono stati: riuscire a creare almeno un minimo di struttura di Governo laddove altrove altri movimenti islamisti hanno fallito nel tentativo di governare in prima persona; e ripulire l’immagine di HTS, riportandolo almeno in parte dietro le quinte. Però non bisogna ingannarsi: Al-Sharaa si è riservato salde redini di controllo del potere. Il presidente ad interim Al-Sharaa ha fatto approvare una Costituzione provvisoria scritta da un comitato di sette saggi da lui scelti, Costituzione che assegna al presidente (cioè ad Al-Sharaa) il potere di scegliere i giudici della Corte costituzionale. In seguito (5 ottobre 2025) è stato eletto il nuovo Parlamento con i candidati scelti in questo modo: un terzo direttamente da Al-Sharaa; i restanti due terzi selezionati da u comitato nominato da Al-Sharaa.
Messo in prospettiva, un quadro che non porta a pensare che il leader delle milizie, sopravvissuto a tante battaglie militari e politiche, diventato presidente con poteri reali quasi assoluti, possa essere facilmente scavalcato o ignorato nelle sue decisioni. E da qui emerge la seconda tesi: che Al-Sharaa riservi per sé l’immagine del moderato che gli è così preziosa quando incontra Donald Trump o Ursula von der Leyen, quando deve chiedere prestiti o l’allentamento delle sanzioni; per richiamare in servizio Al-Joulani quando invece occorre far capire ai siriani quanto sia cambiata la musica, affermare il controllo totale della maggioranza musulmana sunnita ed eliminare eventuali sacche di dissenso o di protesta. Nell’uno come nell’altro caso bisognerà tenere gli occhi aperti sulla Siria e sullo sviluppo degli eventi, per evitare altre epurazioni o pulizie etniche. Ma Usa ed Europa hanno già deciso che in Siria va tutto bene, quindi difficilmente lo vedremo succedere.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
