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	<title>Medio Oriente Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 28 Aug 2026 23:07:23 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Medio Oriente Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Finita la missione sperimentale per la task force droni USA</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/finita-la-missione-sperimentale-per-la-task-force-droni-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mauri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 23:07:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[droni kamikaze]]></category>
		<category><![CDATA[Pentagono]]></category>
		<category><![CDATA[Us Army]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Task Force Falcon, unità dell'U.S. Army che utilizza droni aerei, di superficie e subacquei, ha terminato la sua missione </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/finita-la-missione-sperimentale-per-la-task-force-droni-usa.html">Finita la missione sperimentale per la task force droni USA</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LUCAS-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A settembre terminerà la missione sperimentale della task force droni dell&#8217;esercito statunitense nel teatro euro-africano, cominciata a novembre del 2025. Ad agosto dello scorso anno, il <strong><a href="https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4573159/centcom-launches-first-ever-multinational-attack-drone-task-force/">CENTCOM</a></strong>, il Comando Centrale degli Stati Uniti che sovrintende le operazioni in Medio Oriente e Asia Centrale, aveva istituito la <strong>Task Force Falcon</strong>, la prima unità dell&#8217;U.S. Army dotata di droni d&#8217;attacco <em>one way</em> composti da <strong>sistemi senza pilota in grado di operare in superficie, in mare e sott&#8217;acqua,</strong> gestiti da personale di supporto militare statunitense e partner regionali. </p>



<p>Al suo avvio, la task force era stata incaricata dal Dipartimento dell&#8217;esercito e dall&#8217;EUCOM (il Comando Europo degli Stati Uniti), di apprendere tattiche, soluzioni costruttive e metodologie di impiego dalle forze droni specializzate, <strong>comprese quelle impiegate dall&#8217;Ucraina</strong>, e di trasmettere tali insegnamenti all&#8217;esercito per supportare l&#8217;obiettivo del Pentagono di raggiungere la supremazia statunitense nel settore dei droni.</p>



<p>Un anonimo funzionario dell&#8217;U.S. Army ha dichiarato in un comunicato che, dopo la massiccia esercitazione multinazionale Saber Junction di agosto e settembre, il battaglione tornerà alla sua missione di fanteria aviotrasportata. Questo mese invece, il CENTCOM ha annunciato la creazione di una task force multinazionale che utilizzerà droni d&#8217;attacco one way aerei, di superficie e sottomarini insieme ai partner regionali. Questa task force fa seguito alla creazione, nel 2025, della <strong>Task Force Scorpion Strike</strong>, con sede in Medio Oriente e dotata di droni d&#8217;attacco, che è stata impiegata durante l&#8217;operazione <strong>Epic Fury</strong> nel Golfo Persico.</p>



<p>Il Pentagono, come riporta <em><a href="https://www.defensenews.com/news/your-military/2026/08/21/us-army-to-end-experimental-drone-battalion-in-europe/">Defense News</a></em>, si è concentrato molto sull&#8217;espansione del suo arsenale di droni in seguito a un ordine esecutivo del giugno 2025 che imponeva alle forze armate statunitensi di potenziare le proprie capacità in materia di sistemi aerei senza pilota. Dopo tale ordine, il Segretario alla Difesa <strong>Pete Hegseth </strong>ha emesso un memorandum nel luglio 2025 in cui affermava che “le unità statunitensi non sono equipaggiate con i piccoli droni letali richiesti dal moderno campo di battaglia” e si impegnava a rinnovare gli sforzi delle forze armate per l&#8217;acquisizione e l&#8217;impiego dei droni.</p>



<p>La creazione della Task Force Falcon segue l&#8217;istituzione della Task Force Scorpion Strike nel dicembre 2025 equipaggiata con droni d&#8217;attacco <em>one way</em>, nell&#8217;ambito dello sforzo volto a integrare questo tipo di tecnologia nelle diverse forze armate statunitensi. </p>



<p>All&#8217;avvio dell&#8217;operazione Epic Fury, sappiamo che l&#8217;esercito statunitense ha utilizzato per la prima volta in combattimento il drone <em>one way</em> <strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/tomahawk-bombe-guidate-e-nuovi-droni-dattacco-lucas-ecco-2630265.html">LUCAS</a></strong> (<em>Low-cost Unmanned Combat Attack System)</em>: uno UAV (<em>Unmanned Air Vehicle</em>) prodotto dalla SpektreWorks dal costo unitario di 35mila dollari. Il LUCAS possiede ala delta larga 2,5 metri ed è lungo circa 3, è propulso da un motore a elica, ed è in grado di trasportare un carico utile di circa 18 kg con un&#8217;autonomia dichiarata di 444 miglia nautiche (circa 712 km). La sua designazione commerciale è FLM 136. Il drone viene lanciato da una rotaia come avviene per l&#8217;iraniano <strong>Shahed 136</strong>, e in effetti il LUCAS ne ricorda molto le forme e molto probabilmente è stato sviluppato partendo dai resti di questo tipo di drone – che i russi producono su licenza col nome Geran-2 – recuperati nel teatro mediorientale o in quello ucraino.</p>



<p>A due settimane dall&#8217;inizio dell&#8217;operazione Epic Fury, il responsabile del programma LUCAS <a href="https://defensescoop.com/2026/03/17/lucas-drone-production-emil-michael-operation-epic-fury/">aveva affermato</a> che “non ne stiamo producendo decine di migliaia. Si tratta di poche decine, ma finora funzionano molto bene” aggiungendo che i droni “non erano in piena produzione” prima del dispiegamento presso il CENTCOM e che i militari “hanno lanciato ciò che avevano a disposizione”. L&#8217;ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, aveva anche fatto notare il grande successo dei droni impiegati e che il sistema era in fase di perfezionamento in vista della produzione di massa. </p>



<p>Tornando alla Task Force Falcon, il suo aspetto più distintivo è l&#8217;<strong>integrazione</strong> di sistemi aerei, di superficie e subacquei all&#8217;interno di un&#8217;unica organizzazione. Il CENTCOM non ha mai specificato quali piattaforme marittime o sommergibili sono state assegnate a questa unità né in che modo i partner internazionali hanno contribuito. Anche il numero l&#8217;organizzazione del personale non sono noti. Tale incertezza è rilevante perché un drone d&#8217;attacco aereo one way, un&#8217;imbarcazione di superficie autonoma e un veicolo sottomarino hanno requisiti di comunicazione, velocità di avvicinamento, metodi di navigazione e processi di puntamento differenti; inoltre sapere l&#8217;organigramma della Task Force e come si è integrata con le altre unità delle forze armate USA impegnate nell&#8217;operazione Epic Fury aiuterebbe a capire in che modo il Pentagono intenda integrare i droni nei suoi reparti. Utilizzare UAV, USV e UUV in un&#8217;unica struttura operativa implica ben più che il semplice impiego di un maggior numero di sistemi senza equipaggio. </p>



<p>Sappiamo solo, come accennato, che il CENTCOM questo mese ha annunciato la creazione di un&#8217;altra task force multinazionale che utilizzerà droni d&#8217;attacco one way in aria, in acqua e sott&#8217;acqua insieme a partner regionali, e molto probabilmente questo modello organizzativo verrà impiegato in ambito NATO nel prossimo futuro.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Usa e Iran firmano il Memorandum ma il Medio Oriente non si fida più di Washington</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/usa-e-iran-firmano-il-memorandum-ma-il-medio-oriente-non-si-fida-piu-di-washington.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Beccaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 04:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="medio oriente" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-600x315.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Memorandum certifica una sorta di sconfitta americana, ma al contempo apre scenari di instabilità nella regione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="medio oriente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/medio-oriente-e1782136208401-600x315.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo varie settimane di proclami puntualmente smentiti e dopo mesi di conflitto più o meno aperto, Washington e Teheran hanno finalmente firmato un accordo in 14 punti su cui però è giusto fare approfondite riflessioni. Primo, si tratta di un accordo preliminare propedeutico per aprire una fase negoziale più approfondita di 60 giorni, ma lo stesso presidente Trump ha detto che quel limite temporale non è categorico. Secondo, malgrado la sua natura transitoria e precaria <strong>è un trattato che certifica chiaramente la debolezza della posizione americana. </strong>Sia perché l’Iran in sostanza non cede praticamente nulla (promette di non ottenere l’arma nucleare, ma anche prima dichiarava di non essere interessato, per cui non sembra essere una grande concessione) e dal canto loro gli Stati Uniti non raggiungono nessun obiettivo ventilato all’inizio della campagna (non il crollo del regime, non la distruzione dell’arsenale missilistico, non lo smantellamento dei proxy); sia perché Washington ha dimostrato di non essere più in grado di garantire sicurezza ai suoi alleati locali, aprendo così la strada a un rimescolamento degli equilibri regionali di cui solo in futuro potremo vedere più chiaramente le conseguenze.</p>



<p>Su queste pagine avevamo già previsto un tale scenario di debolezza americano quando era emerso con chiarezza che la guerra non poteva essere risolta rapidamente. Infatti, in questo articolo si era messo in luce come senza l’impiego di forze a terra a Washington restassero solo due opzioni: escalare il conflitto, cosa impossibile visti i costi dell’operazione e la difficoltà di dislocare gli asset militari necessari; o ridurre significativamente i propri obiettivi per avvicinarsi alla richieste dell’avversario su cui chiaramente l’azione militare non aveva svolto la giusta forma di coercizione. Il trattato firmato in questi giorni va esattamente in quest’ultima direzione: <strong>certifica un ridimensionamento significativo delle richieste americane a fronte di un accettazione di quelle iraniane. </strong></p>



<p>Se questo aspetto era già evidente da tempo e frutto di una pianificazione quanto meno lacunosa, il risultato dell’indebolimento di Washington è però significativo e avrà ripercussioni sul lungo periodo che potrebbero andare ben al di là della regione del Golfo o del Medio Oriente. Infatti, il problema per gli Stati della regione non è tanto il come la guerra si è conclusa (per ora?), quanto piuttosto <strong>la posizione americana, che è stata  erratica e imprevedibile. </strong>Ciò, da  un lato, spinge gli attori locali a non fidarsi troppo degli Stati Uniti e dall’altro a cercare nuove partnership di sicurezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La frattura</h2>



<p>Durante la Guerra Fredda la regione, pur con alterne vicende interne e cambi in alcuni Paesi, era divisa tra le due Superpotenze che avevano i propri alleati, ma a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’operazione <em>Desert Storm </em>gli Stati Uniti emersero come l’unico garante dell’ordine regionale in cui i Paesi del Golfo dipendevano da Washington per la loro sicurezza. In tale contesto, le sanzioni e la deterrenza militare hanno contenuto l’aggressione iraniana e si è avviato un lento e assolutamente limitato e parziale percorso verso la normalizzazione arabo-israeliana con gli Accordi di Abramo durante la prima amministrazione Trump.</p>



<p>In tale contesto possiamo individuare una frattura interna alla regione che potrebbe delineare i limiti americani nella gestione e aprire i nuovi scenari futuri. Da un lato, <strong>possiamo indicare la “coalizione abramitica”, guidata da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti, che è strettamente allineata con gli Stati Uniti</strong> (ma i cui membri non è scontato che condividano gli stessi interessi americani) e talvolta include Grecia (soprattutto in funzione anti-turca) e India su questioni militari, economiche ed energetiche. Le radici di questo blocco risalgono al 2020, quando Israele ha normalizzato le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco con i cosiddetti Accordi di Abramo.</p>



<p><strong>Dall’altra parte c&#8217;è una coalizione islamica, guidata da potenze sunnite come l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan e, sempre più spesso, l’Egitto. </strong>Queste potenze regionali di medio livello fanno ancora affidamento su Washington per la loro sicurezza, ma si sono avvicinate tra loro in risposta alle minacce percepite non solo dall’Iran, ma anche da Israele, che proiettava la sua influenza oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania, in Siria, Libano e nel Corno d’Africa.</p>



<p>La guerra non ha fatto altro che ampliare il divario già esistente tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, le due maggiori economie del Golfo, che malgrado agende politiche similari (consolidamento del potere interno e ambiziosi progetti di trasformazione nazionale) a livello di politica estera <strong>si sono con il tempo posizionati su fronti opposti nei conflitti in Sudan e Yemen. </strong>In tale contesto l’attacco israeliano in Qatar nel 2025 ha rappresentato una sorta di punto di rottura. Per Riad quella fu la dimostrazione che Israele era un attore tanto imprevedibile e pericoloso quanto l’Iran e poco dopo ha siglato un trattato di aiuto reciproco con il Pakistan e ha avuto contatti con Turchia ed Egitto. Abu Dabhi, invece, si è maggiormente avvicinata a Tel Aviv che durante il conflitto con l’Iran ha anche offerto asset di difesa aerea. Queste due “coalizioni” sono tutt’altro che rigide ma hanno visioni opposte del conflitto. Mentre l’Arabia Saudita mira a bilanciare l’influenza iraniana e magari arrivare a un accordo, quella legata agli accordi di Abramo vede l’Iran come una minaccia esistenziale da eliminare.</p>



<p>Il trattato firmato in questi giorni quindi certifica una sorta di sconfitta americana, ma al contempo <strong>apre scenari di instabilità</strong> perché Israele continuerà i suoi conflitti e con la sua continua politica di espansione non potrà che essere guardato con sempre più sospetto da varie potenze sunnite. Tale situazione inoltre riduce di molto la capacità americana di garantire sicurezza perché Washington si trova a dover agire con alleati locali molto variegati, in contrapposizione fra loro e che in generale non guardano più agli Stati Uniti come un alleato credibile ed efficace.</p>
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		<item>
		<title>Usa e Iran, la pace che nasce dalla sfiducia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/usa-e-iran-la-pace-che-nasce-dalla-sfiducia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 09:51:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Usa temono una crisi energetica globale e una nuova guerra. L’Iran teme un logoramento. Entrambi vogliono capitalizzare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma r<strong>idefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.</strong></p>



<p>La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, <strong>il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.</strong></p>



<p>Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei loro alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo <strong>l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione</strong>: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva</h2>



<p><strong>Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale.</strong> Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.</p>



<p>La riapertura di Hormuz e le operazioni di sminamento assumono dunque un significato enorme. Non sono semplicemente misure tecniche. Sono il segnale che la guerra ha raggiunto un punto oltre il quale nessuno dei due protagonisti principali voleva davvero andare. Perché una guerra lunga nel Golfo avrebbe significato prezzi dell’energia fuori controllo, aumento dei costi assicurativi, pressione sulle economie occidentali, irritazione degli importatori asiatici e rischio permanente di incidenti militari.</p>



<p><strong>La pace annunciata, quindi, non nasce necessariamente da fiducia reciproca. Nasce dal calcolo. </strong>Gli Stati Uniti sanno che non possono permettersi una destabilizzazione permanente di Hormuz. L’Iran sa che può usare la geografia come arma politica. Il memorandum è il punto d’incontro tra queste due consapevolezze: Washington conserva l’obiettivo di impedire una crisi globale dell’energia; Teheran dimostra che nessuna architettura regionale può essere costruita ignorando il suo ruolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Iran incassa prima di negoziare</h2>



<p>La struttura dei quattordici punti attribuiti all’intesa mostra un dato essenziale: l’Iran non intende entrare nei negoziati finali come parte sconfitta. Al contrario, pretende benefici anticipati. Prima ancora di discutere l’accordo definitivo, chiede la sospensione delle sanzioni petrolifere, la revoca del blocco navale, lo sblocco di una parte dei fondi congelati e il riconoscimento della propria sovranità.</p>



<p>È un’impostazione molto precisa. <strong>Teheran vuole impedire che la trattativa si trasformi in una replica degli schemi precedenti,</strong> nei quali l’Iran accettava limiti immediati in cambio di promesse future. Questa volta la logica sembra rovesciata: prima il sollievo economico e politico, poi il negoziato. Prima il denaro, poi il nucleare. Prima la riapertura dello spazio energetico, poi la discussione sulle materie arricchite e sull’arricchimento.</p>



<p>Lo sblocco di 24 miliardi di dollari, con metà della somma da rendere disponibile prima dell’avvio dei colloqui finali, è il simbolo di questa impostazione. Per l’Iran non si tratta solo di liquidità. <strong>È una prova di affidabilità dell’interlocutore americano. </strong>Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, Teheran non si accontenta più di dichiarazioni politiche. Chiede garanzie materiali, verificabili, immediate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ricostruzione o risarcimento geopolitico</h2>



<p>Ancora più rilevante è la richiesta di piani di ricostruzione per almeno 300 miliardi di dollari a carico degli Stati Uniti e dei loro alleati. Qui il memorandum supera il terreno della cessazione delle ostilità e si sposta su quello della compensazione strategica.</p>



<p>L’Iran sembra voler trasformare la fine della guerra in un riconoscimento politico: non solo basta con le operazioni militari, non solo basta con il blocco navale, non solo basta con le sanzioni sul petrolio, ma anche contributo alla ricostruzione del Paese. Una simile impostazione, se accettata, avrebbe un valore enorme. Significherebbe che l’Iran non viene trattato come potenza piegata, ma come <strong>attore capace di imporre un prezzo alla normalizzazione.</strong></p>



<p>Da qui nasce anche la difficoltà americana. Per Washington un piano di ricostruzione potrebbe essere presentato come investimento nella stabilità regionale. Per Teheran sarebbe invece il riconoscimento della propria vittoria. Per Israele e per alcuni partner regionali degli Stati Uniti, potrebbe apparire come un premio concesso a un avversario che mantiene intatta la propria rete di influenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La grande esclusione: missili e resistenza fuori dal tavolo</h2>



<p>Il passaggio politicamente più sensibile riguarda l’agenda dei negoziati finali. Secondo la formulazione attribuita all’intesa, il futuro accordo dovrà riguardare soltanto il destino dei materiali arricchiti, l’arricchimento, la revoca delle sanzioni e il piano di ricostruzione economica. <strong>Resterebbero invece fuori il programma missilistico iraniano e il sostegno ai cosiddetti gruppi di resistenza.</strong></p>



<p>Per Teheran sarebbe una conquista fondamentale. Da anni l’obiettivo americano, israeliano e in parte europeo è stato quello di allargare il negoziato oltre il nucleare, includendo missili balistici, droni, milizie alleate, Hezbollah, gruppi iracheni, influenza in Siria, legami con lo Yemen e capacità di pressione su Israele. L’Iran ha sempre rifiutato questa impostazione perché avrebbe significato discutere non di un singolo programma, ma della propria dottrina di sicurezza nazionale.</p>



<p><strong>Se l’esclusione venisse confermata, l’Iran manterrebbe la propria profondità strategica. </strong>Potrebbe accettare limitazioni sul nucleare senza smantellare il sistema di deterrenza regionale costruito negli ultimi decenni. È questo il vero nodo. Il nucleare è il dossier più visibile. Ma la forza iraniana non si misura solo nelle centrifughe. Si misura nella capacità di attivare o disattivare fronti multipli, dal Libano al Mar Rosso, dall’Iraq alla Siria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Libano come termometro dell’accordo</h2>



<p>La menzione del Libano è tutt’altro che casuale. Il fronte libanese rappresenta uno dei punti più delicati dell’intero equilibrio mediorientale. Se il memorandum produrrà una reale riduzione della tensione tra Israele e Hezbollah, allora l’intesa potrà essere considerata qualcosa di più di un cessate il fuoco tattico. Se invece il fronte nord di Israele dovesse riaccendersi, la credibilità dell’intero meccanismo verrebbe subito messa in discussione.</p>



<p><strong>Il Libano è importante perché non è soltanto un teatro locale. </strong>È il luogo in cui si incontrano la sicurezza israeliana, l’influenza iraniana, la fragilità dello Stato libanese, il ruolo di Hezbollah, l’attenzione francese, la presenza diplomatica americana e il timore di una guerra regionale. In questo senso, la pace nel Golfo dovrà essere verificata sulle coste del Mediterraneo orientale.</p>



<p><strong>Lo stesso vale, in forme diverse, per Iraq, Siria, Yemen e Mar Rosso. </strong>Una tregua vera dovrebbe ridurre la pressione dell’intero asse regionale legato a Teheran. Ma una tregua parziale potrebbe semplicemente spostare la tensione da un fronte all’altro. È il rischio classico del Medio Oriente: non la fine del conflitto, ma la sua migrazione geografica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fermare l’escalation senza perdere deterrenza</h2>



<p>Dal punto di vista militare, l’accordo risponde a una necessità immediata: impedire che il confronto tra Stati Uniti e Iran oltrepassi la soglia del controllo politico. In una regione dove operano flotte, basi americane, sistemi missilistici, milizie, droni, gruppi armati e intelligence concorrenti, il rischio di errore di calcolo è permanente.</p>



<p>Il blocco navale, le mine, la minaccia su Hormuz, la pressione sui porti, gli attacchi indiretti e la presenza di forze statunitensi nella regione creano un ambiente nel quale un incidente può diventare rapidamente crisi, e una crisi può diventare guerra. Il memorandum prova a congelare questo meccanismo. Ma congelare non significa risolvere.</p>



<p>Gli Stati Uniti dovranno evitare di apparire come la potenza che arretra. L’Iran dovrà evitare di apparire come il Paese che accetta condizioni esterne. <strong>Israele dovrà decidere se considerare l’intesa una pausa utile o una minaccia strategica.</strong> Le monarchie del Golfo dovranno capire se la riduzione della tensione le rende più sicure o se consegna a Teheran un ruolo regionale più ampio.</p>



<p><strong>La vera difficoltà sarà mantenere la deterrenza dentro la de-escalation. </strong>Troppa pressione può far saltare l’accordo. Troppa concessione può convincere l’Iran che la strategia della minaccia funziona. Troppa libertà d’azione israeliana può far crollare il tavolo. Troppa rigidità americana può riportare tutti al punto di partenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il petrolio come linguaggio della pace</h2>



<p>Sul piano economico, l’effetto più immediato riguarda il petrolio iraniano. La sospensione delle sanzioni sulla vendita di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati permetterebbe a Teheran di rientrare con maggiore forza nei mercati internazionali. Questo avrebbe conseguenze dirette sul prezzo dell’energia, sulle scelte degli importatori asiatici, sugli equilibri tra produttori e sulle strategie delle grandi compagnie.</p>



<p>L’Iran dispone di risorse enormi, ma per anni ha operato sotto vincoli finanziari, commerciali, assicurativi e bancari. La normalizzazione, anche parziale, delle esportazioni consentirebbe al governo iraniano di ottenere valuta pregiata, stabilizzare il bilancio, finanziare infrastrutture, sostenere la moneta nazionale e attenuare il malcontento interno.</p>



<p><strong>Per l’Europa, la questione è più complessa. </strong>Da un lato, più petrolio sul mercato può significare prezzi più bassi e maggiore sicurezza energetica. Dall’altro, il ritorno economico dell’Iran apre un problema politico: fino a che punto le imprese europee potranno rientrare nel mercato iraniano senza temere nuove sanzioni americane future? È lo spettro del 2015. Molte aziende europee avevano guardato all’Iran come a un grande mercato potenziale, per poi ritirarsi quando Washington cambiò linea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cina, Russia ed Europa davanti al ritorno iraniano</h2>



<p>La dimensione geoeconomica è decisiva. Un Iran parzialmente reintegrato nei mercati non sarebbe soltanto un produttore di petrolio. Sarebbe un grande spazio di competizione tra potenze. La Cina, che negli anni dell’isolamento ha rafforzato la propria presenza economica e strategica in Iran, cercherebbe di mantenere una posizione privilegiata. Pechino ha bisogno di energia, rotte terrestri, influenza eurasiatica e partner capaci di ridurre la pressione americana.</p>



<p>La Russia guarderebbe al processo con maggiore ambivalenza. Mosca condivide con Teheran una parte dell’antagonismo verso l’Occidente, ma un Iran meno isolato potrebbe diventare più autonomo e meno dipendente dall’asse con la Russia. Inoltre, un ritorno pieno del petrolio iraniano sui mercati potrebbe complicare alcuni equilibri energetici.</p>



<p><strong>L’Europa, invece, avrebbe interesse a riaprire canali economici, soprattutto nei settori infrastrutturali, energetici, industriali e tecnologici.</strong> Ma l’Europa è debole quando non ha garanzie politiche. Senza una protezione stabile contro le sanzioni secondarie americane, le imprese europee difficilmente rischierebbero investimenti di lungo periodo.</p>



<p>Le monarchie del Golfo si troverebbero davanti a un dilemma. La pace riduce il rischio di guerra e protegge le economie regionali. Ma un Iran più ricco, meno sanzionato e diplomaticamente riconosciuto potrebbe diventare un concorrente ancora più forte. Per Arabia Saudita ed Emirati, la stabilizzazione del Golfo è una necessità economica; il rafforzamento dell’Iran è invece una preoccupazione strategica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Nazioni Unite come assicurazione contro il passato</h2>



<p>L’idea che l’accordo finale venga approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU risponde a un’esigenza precisa: blindare il futuro compromesso. L’Iran non vuole ripetere l’esperienza dell’accordo nucleare del 2015, smontato da una decisione politica americana. Per questo cerca una cornice internazionale che renda più difficile una nuova uscita unilaterale.</p>



<p>Tuttavia, una risoluzione non basta a creare fiducia. La fiducia tra Stati Uniti e Iran è quasi inesistente. Washington sospetta che Teheran voglia mantenere una capacità nucleare di soglia. Teheran sospetta che Washington voglia usare ogni accordo come strumento temporaneo per poi riprendere la pressione. Israele sospetta che ogni concessione economica all’Iran finisca per rafforzare anche Hezbollah e gli altri alleati regionali. Le monarchie arabe sospettano che la distensione americano-iraniana possa avvenire sopra le loro teste.</p>



<p><strong>Per questo la garanzia internazionale è necessaria ma non sufficiente. </strong>La vera garanzia sarà l’equilibrio degli interessi. Se tutti avranno qualcosa da perdere nel far saltare l’accordo, allora la tregua potrà reggere. Se anche uno solo degli attori principali penserà di poter guadagnare dal sabotaggio, il memorandum diventerà fragile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una pace che nasce dalla paura della guerra</h2>



<p>Il punto più importante è forse questo: la pace nel Golfo non nasce da un’improvvisa conversione alla fiducia reciproca. Nasce dalla paura della guerra. <strong>Gli Stati Uniti temono una crisi energetica globale e una nuova guerra mediorientale. L’Iran teme un logoramento economico e militare </strong>troppo lungo, ma vuole capitalizzare la propria capacità di resistenza. Israele teme un Iran rafforzato, ma deve misurarsi con i limiti della forza. Le monarchie del Golfo temono sia la guerra sia l’egemonia iraniana. L’Europa teme i prezzi dell’energia, le migrazioni, l’instabilità e la propria irrilevanza.</p>



<p>Questa è la vera natura del memorandum: non un abbraccio, ma un armistizio tra paure convergenti. E proprio per questo può funzionare, almeno nel breve periodo. Le paci più solide nascono spesso da una visione comune del futuro. Quelle più fragili nascono dalla consapevolezza condivisa del disastro da evitare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I sessanta giorni che decideranno il nuovo equilibrio</h2>



<p>La finestra negoziale di sessanta giorni sarà decisiva. In quel periodo si capirà se il memorandum è l’inizio di una nuova architettura regionale o soltanto una pausa tattica. I nodi sono tre.</p>



<p>Il primo è economico: sanzioni, petrolio, fondi congelati, accesso alle risorse finanziarie, ricostruzione. Se Teheran non vedrà benefici concreti, potrà accusare Washington di non rispettare gli impegni. Se Washington concederà troppo rapidamente, rischierà accuse interne e regionali di cedimento.</p>



<p><strong>Il secondo è militare: Hormuz, blocco navale, presenza americana, Libano, gruppi alleati dell’Iran. Una sola escalation su uno di questi fronti potrebbe compromettere il percorso.</strong></p>



<p>Il terzo è nucleare: materiali arricchiti, livelli di arricchimento, verifiche, ispezioni, garanzie. È il dossier più tecnico, ma anche quello più politico. Perché il problema non è soltanto impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare. È stabilire quanta capacità nucleare l’Iran potrà mantenere senza essere percepito come minaccia imminente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">l Medio Oriente tra tregua e nuova gerarchia</h2>



<p>Se l’accordo reggerà, il Medio Oriente entrerà in una fase nuova. Non necessariamente più pacifica, ma diversa. L’Iran uscirebbe dall’isolamento più forte di prima. Gli Stati Uniti proverebbero a ridurre il peso della guerra diretta senza abbandonare la regione. La Cina cercherebbe di sfruttare l’apertura economica. La Russia osserverebbe con prudenza. L’Europa proverebbe a rientrare, ma con mezzi limitati. Israele dovrebbe decidere se adattarsi a una nuova realtà o cercare di impedirla.</p>



<p>Se invece l’accordo fallirà, il rischio sarà ancora più alto. Perché le aspettative deluse producono spesso crisi più gravi delle crisi originarie. Un Iran convinto di essere stato ingannato potrebbe riattivare la pressione regionale. Gli Stati Uniti potrebbero tornare alla logica delle sanzioni e della forza. Israele potrebbe agire da solo. Il Golfo potrebbe ripiombare nell’incertezza energetica.</p>



<p><strong>La pace annunciata, dunque, non è la fine della partita. </strong>È l’apertura di una fase in cui diplomazia, energia, guerra indiretta e finanza si intrecciano più che mai. Nel Golfo, ogni tregua è anche una prova di forza. Ogni accordo è anche un messaggio agli alleati e ai nemici. Ogni firma è anche una scommessa sulla tenuta del sistema.</p>



<p>Il memorandum tra Stati Uniti e Iran può diventare il primo mattone di una stabilizzazione regionale. Oppure può restare una parentesi, destinata a chiudersi davanti alla prossima crisi. Tutto dipenderà da una domanda semplice e terribile: le parti vogliono davvero costruire un nuovo equilibrio, o stanno soltanto prendendo fiato prima del prossimo scontro?</p>
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		<title>Nakba, il giorno in cui 770 mila palestinesi persero la patria</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/nakba.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 05:53:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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<p>Il 15 maggio, il popolo palestinese ricorda la Nakba, il giorno in cui 700mila palestinesi furono cacciati dal nuovo Stato di Israele.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1536x1013.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ogni anno, il <strong>15 maggio</strong>, il popolo palestinese ricorda la <strong>Nakba</strong>, letteralmente &#8220;disastro&#8221; o &#8220;catastrofe&#8221;. Settantasei anni fa, 700mila palestinesi vennero cacciati dalle proprie case dal nuovo Stato di Israele. Era il 1948, l’anno in cui la Palestina perse la guerra contro Israele. Il 15 maggio è il ricordo di una sconfitta, ma anche l&#8217;inizio delle violenze e delle persecuzioni che giungono fino ai giorni nostri. La data è simbolica, poiché si tratta del giorno seguente alla nascita dello Stato di Israele, ovvero il 14 maggio 1948. Ogni anno il popolo palestinese commemora questo giorno, esponendo alcuni simboli durante le manifestazioni e le parate. Tra questi simboli sono note le <strong>chiavi</strong>, con cui rivendicano il ritorno alle case da cui vennero cacciati con violenza. Il gesto ricorda anche una delle tradizioni dei profughi palestinesi legate a questi eventi, che consiste nel conservare la chiave della vecchia abitazione, passandola di padre in figlio.</p>



<p>L’<strong>Onu</strong>, alla fine della guerra del 1948, aveva garantito ai palestinesi il diritto di ritorno alle proprie case, ma Israele non ha mai acconsentito e quel diritto, oggi, non è mai stato rivendicato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prima di Israele</strong></h2>



<p>Il territorio palestinese divenne luogo di interesse a partire dall’Ottocento, caratterizzato da un lento ma costante flusso migratorio dall’Europa. Veniva descritto come un territorio <strong>primitivo ma ricco di risorse</strong>, nonché una perfetta preda della colonizzazione.</p>



<p>La Palestina divenne meta di viaggiatori in cerca di nuove terre, ma anche dei missionari cristiani che desideravano visitare la Terra promessa, e in particolar modo divenne l&#8217;obiettivo dei nuovi programmi del movimento sionista. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento aumentò il flusso degli ebrei che si recavano in Palestina, dando il via ad un insediamento radicale che non teneva alcun conto della cultura e delle tradizioni locali della popolazione araba.</p>



<p>Conclusa la prima guerra mondiale, a causa della confitta dell&#8217;Impero ottomano, la Gran Bretagna divenne sovrana <em>de facto</em> della Palestina e, per ragioni diplomatiche, espresse la sua approvazione alla creazione di uno Stato ebreo in quei territori. Il mandato britannico durò dal 1920 al 1948, anni in cui ci fu una crescente immigrazione di ebrei. Trattandosi di due nazionalismi inconciliabili, in quegli anni la popolazione autoctona e i coloni sionisti vissero in una<strong> convivenza forzata</strong> e non mancarono momenti di tensione. In Occidente, invece, si discuteva sulla possibilità di una soluzione a due Stati o se creare un unico Stato arabo-israeliano.</p>



<p>Tra il <strong>1936 al 1939</strong> ci fu la Grande Rivolta, condotta dai nazionalisti palestinesi in opposizione al Sionismo e alla presenza britannica. La repressione britannica e la reazione delle organizzazioni sioniste fu violenta. Alla fine, però, i nazionalisti arabi ottennero un drastico contenimento dell’immigrazione ebraica. Il prezzo pagato non fu basso: la rivolta aveva causato 5mila morti dalla parte araba e 500 dalla parte ebrea. Inoltre, le organizzazioni paramilitari sioniste ne uscirono più forti, mentre la maggior parte dei componenti dell&#8217;élite politica araba palestinese fu arrestata e costretta all’esilio. Tra questi vi era il capo del Supremo Comitato Arabo, <strong>Hājjī Amīn al-Ḥusaynī</strong>, che si rifugiò nella Germania nazista cercando appoggio alla sua causa.</p>



<p>Il massacro mirato della popolazione palestinese da parte dei Sionisti iniziò molto prima della costituzione di uno Stato. Nel 1942 l&#8217;organizzazione terrorista Sionista <strong>Irgun</strong> iniziò ad attaccare i civili palestinesi, diversi furono i<a href="https://www.instagram.com/p/C6-0vdbu-dl/?igsh=MW1vaDZ3d2ZsNTNkbg%3D%3D"> bombardamenti mirati, le espulsioni e i massacri</a>.</p>



<p>In seguito agli eventi della seconda guerra mondiale, venne data la spinta necessaria per la creazione definitiva di uno Stato ebraico. Così la terra palestinese divenne perfetta per dare rifugio agli ebrei dopo la loro persecuzione in Europa, quindi, la terra in cui creare lo Stato di Israele per dare una casa a tutti gli ebrei del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Verso l’esodo</strong></h2>



<p>Nel 1947 l’Onu formò un <strong>Comitato speciale per la Palestina</strong>, con lo scopo di studiare la questione nell’area e fornire una soluzione alla convivenza tra il popolo arabo e i coloni sionisti. Gli emissari del Comitato, sfortunatamente, non avevano esperienza del Medio Oriente e seguirono uno schema di partizione pronto all’uso fornito dagli emissari sionisti, mentre i palestinesi non riuscirono a proporre alternative.</p>



<p>Il piano di partizione definitivo arrivò il 29 novembre 1947: il popolo ebreo otteneva la fascia costiera, Galilea occidentale e deserto del Negev; al popolo arabo venne lasciata un’area minoritaria. In pratica, il <strong>56 per cento</strong> del territorio doveva essere concesso agli ebrei e il resto ai palestinesi, mentre Gerusalemme sarebbe stata governata direttamente dall’ONU e rimanere territorio neutrale. I palestinesi non accettarono il piano, rifiutando l’idea che quello che era un territorio quasi interamente abitato da popolazioni arabe dovesse accogliere lo Stato di Israele. D’altra parte, però, questo diede un pretesto ai sionisti per creare il proprio Stato con la forza e far tornare in auge un progetto già in cantiere dagli anni Trenta che prevedeva l’espulsione della popolazione locale. Il periodo tra il 1947 e il 1948 fu caratterizzato da attacchi da parte degli arabi nei confronti delle comunità ebraiche e dalla distruzione da parte dei coloni sionisti dei primi villaggi arabi. A marzo 1948 scoppiò la guerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il giorno della Nakba</strong></h2>



<p>Il 14 maggio il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, <strong>David Ben Gurion, </strong>dichiarò la fondazione dello Stato di Israele. <strong>Cinquantotto villaggi </strong>arabi erano già stati sgombrati e i soldati israeliani li circondavano armati, lasciando una via per indurre alla fuga la popolazione locale. Chi invece si rifiutava di fuggire aveva dinanzi due scenari: essere caricato sugli autocarri per le <strong>deportazioni </strong>o essere <strong>fucilato</strong>. Quando i villaggi erano svuotati, si procedeva alla loro distruzione, per costruire nuovi insediamenti e per impedire rivendicazioni future dagli arabi. I palestinesi fuggiti trovarono rifugio nelle tendopoli improvvisate dall’Onu.</p>



<p>Successivamente fu formata una coalizione tra gli<strong> Stati arabi</strong>, Egitto, Iraq, Giordania e Siria, che attaccarono Israele. Nonostante qualche successo iniziale, l’esercito israeliano fu abbastanza forte da contrattaccare e sconfiggere gli eserciti avversari, estendendo persino il suo controllo a territori non riconosciuti dal piano Onu, successivamente approvati.</p>



<p>I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall&#8217;<strong>UNRWA</strong>, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente&nbsp;costituita nel 1949, erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Molti di questi risiedevano nei campi profughi palestinesi.</p>



<p>L’operazione di messa in fuga e di pulizia etnica messa in pratica da Israele nella primavera del 1948, costituisce la Nakba. Nonostante sia avvenuta nell’arco di mesi, la Nakba è ricordata dai palestinesi ogni anno il 15 maggio, proprio perché rappresenta il primo giorno di vita dello Stato di Israele, nonché uno dei giorni più difficili per la popolazione palestinese che ancora risiede nei territori israeliani. Inoltre, è considerata la data di origine dei problemi del popolo palestinese. Commemorare il Giorno della Nakba non è concesso in Israele da una legge del 2010, che vieta di celebrare la data di dichiarazione di indipendenza di Israele come un giorno di lutto. Questa restrizione riflette la necessità di promuovere l’identità e il patriottismo israeliano e cancellare il dolore della sconfitta, rappresentando anch’essa una violenza nei confronti del popolo palestinese.</p>



<p>Nel 2023, per la prima volta nella sua storia, anche l’ONU&nbsp;ha commemorato&nbsp;ufficialmente la Nakba. Il ritorno alla propria terra per i palestinesi rappresenta ormai un sogno infranto, un diritto irraggiungibile. Oggi ne rimane solo il labile, e per qualcuno vietato, ricordo.</p>
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		<title>Così l&#8217;Iran colpisce le basi Usa che nessuno ha pensato a proteggere</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/cosi-liran-colpisce-le-basi-usa-che-nessuno-ha-pensato-a-proteggere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mauri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 04:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Awacs]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa aerea]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
		<category><![CDATA[Us Air Force (Usaf)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03.jpeg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-300x225.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-1024x768.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-768x576.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-600x450.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Il recente attacco a una base aerea USA in Arabia Saudita pone il problema della protezione nelle installazioni: che fine hanno fatto?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03.jpeg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-300x225.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-1024x768.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-768x576.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-30-at-17.23.03-600x450.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Il recente attacco iraniano alla base aerea saudita <strong>Prince Sultan</strong> situata ad Al Kharj, non lontano da Riad, avrebbe danneggiato “<a href="https://theaviationist.com/2026/03/27/iranian-attack-on-prince-sultan-air-base/">parecchie aerocisterne</a>” tipo KC-135 presenti nel sito e distrutto un aereo AWACS (<em>Airborne Warning and Control System</em>) E-3 “Sentry”. L&#8217;attacco, secondo quanto riferito, sarebbe stato condotto con un misto di missili balistici non specificati e droni <em>one way </em>Shahed-136, e a quanto sembra a colpire l&#8217;AWACS sarebbe stato proprio uno o più di questi ultimi.</p>



<p><strong>L&#8217;azione è identica a una precedente, effettuata il 6 marzo,</strong> in cui altre aerocisterne non specificate sono state danneggiate. <strong>La base aerea Prince Sultan è situata a circa 600 km dalla costa iraniana vicino alla capitale</strong>, e proprio per via di questa sua posizione avanzata risulta strategica per le operazioni aeree statunitensi ospitando aerei cisterna, velivoli AWACS e per la raccolta l&#8217;intelligence dei segnali (SIGINT). A causa della presenza statunitense, la base è stata bersaglio di attacchi aerei iraniani in diverse occasioni negli ultimi tempi che hanno causato anche la morte di militari USA di stanza nella base.</p>



<p>L&#8217;Iran dall&#8217;immediato inizio delle ostilità ha dimostrato la <strong>capacità di colpire le basi militari</strong> nella regione, comprese quelle statunitensi, bersagliandole con missili balistici e droni <em>one way</em>. In questo modo si è anche concentrato sul tentativo di degradazione delle capacità di osservazione avversarie avendo attaccato, e in alcuni casi distrutto, radar di scoperta e tracciamento come l&#8217;AN/TPY-2 a Muwaffaq al-Salti in Giordania, e l&#8217;AN/FPS-132 – radar da <em>Early Warning</em> – in Qatar, quest&#8217;ultimo acquistato dall&#8217;emirato nel 2013. Colpiti anche i radar di controllo del fuoco di batterie di Patriot così come <em>relais </em>satellitari.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">This satellite imagery is noteworthy. It appears to show at least two precise impact points on a large bunker used by U.S. forces at Al Udeid Air Base in Qatar 🇶🇦, located at 25°06&#39;45.71&quot;N 51°20&#39;43.17&quot;E. <br><br>Curious which munitions were used in that strike. <a href="https://t.co/unbsGZmZUc">https://t.co/unbsGZmZUc</a> <a href="https://t.co/CItRQjA9gr">pic.twitter.com/CItRQjA9gr</a></p>&mdash; Egypt&#39;s Intel Observer (@EGYOSINT) <a href="https://twitter.com/EGYOSINT/status/2032259062042161532?ref_src=twsrc%5Etfw">March 13, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Lo schema è evidente: l&#8217;Iran sta cercando di ridurre da un lato la capacità di “vedere” degli Stati Uniti, dall&#8217;altro quella più generale di colpire con gli attacchi alle aerocisterne: aver messo fuori combattimento “parecchie” di queste ultime significa che i caccia devono ridurre il loro rateo di missione. </p>



<h2 class="wp-block-heading">I bandi per i rifugi</h2>



<p><em><a href="https://www.twz.com/news-features/hardened-underground-facilities-now-being-sought-for-al-udeid-air-base">The War Zone</a></em> riferisce che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sta quindi <strong>ricercando soluzioni più efficaci per proteggere le proprie truppe e capacità operative</strong>. Questa settimana, il Comando e le sue unità subordinate hanno pubblicato <strong>due bandi di gara rivolti ad aziende in grado di progettare e fornire infrastrutture rinforzate, inclusi rifugi sotterranei e bunker.</strong> Una necessità che si è presentata dopo che 13 soldati statunitensi sono stati uccisi, oltre 300 feriti e infrastrutture e attrezzature, come i già citati sistemi radar e velivoli, sono state distrutte o danneggiate dall&#8217;inizio dell&#8217;operazione Epic Fury, il 28 febbraio. Il <em><a href="https://www.nytimes.com/2026/03/25/us/politics/iran-us-bases.html">New York Times</a></em> riferisce anche che gli attacchi sono stati “talmente intensi” da costringere parte del personale presente nelle basi a spostarsi negli alberghi e altre strutture civili, lavorando sostanzialmente da remoto, con l&#8217;eccezione di piloti e personale di terra ovviamente.</p>



<p>La scorsa settimana, l&#8217;<strong>AFCENT (U.S. Air Forces Central)</strong> ha lanciato un bando di gara volto a cercare società costruttrici in grado di rafforzare la protezione delle forze presso la base aerea di Al Udeid in Qatar, la più grande installazione militare americana in Medio Oriente. Nel bando, ci ricorda ancora <em>The War Zone</em>, è presente <strong>la richiesta di costruzione di ulteriori strutture,</strong> tra cui uffici amministrativi, centri di comando e controllo, strutture per la prontezza operativa e il supporto vitale per il personale specializzato, ascensori e un parcheggio multipiano. Il CENTCOM, invece, ha fatto richiesta per strutture prefabbricate progettate per proteggere il personale da esplosioni e schegge che devono essere consegnabili al terminal merci dell&#8217;aeroporto internazionale King Hussein di Aqaba, in Giordania, esprimendo quindi una certa urgenza che si riflette in consegne entro 3, 15 e 30 giorni.</p>



<p>Viene ora da chiedersi per quale motivo ci si sia accorti della fragilità delle installazioni militari statunitensi in Medio Oriente a operazioni belliche ampiamente già iniziate. Da ben prima del fatidico 28 febbraio l<strong>a capacità iraniana di colpire a grande distanza con missili balistici e soprattutto droni <em>one way</em></strong> era ben nota: Israele è stato messo sotto stress da tutta una serie di fitti attacchi avvenuti negli anni precedenti che avevano evidenziato l&#8217;efficacia di questa possibilità. Probabilmente, proprio quegli attacchi che hanno danneggiato risorse militari israeliane ma in modo non grave, e il potenziamento delle difese aeree di Tel Aviv da parte statunitense, hanno fatto <strong>sopravvalutare la capacità USA di difendere le installazioni militari</strong>.</p>



<p>Soprattutto restiamo stupiti davanti alla <strong>cattiva organizzazione delle infrastrutture militari statunitensi</strong> nell&#8217;area del Medio Oriente, almeno di quelle colpite e di quelle per le quali si è reso necessario l&#8217;acquisto urgente di protezioni. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le misure che si prendevano un tempo</h2>



<p>Se potessimo guardare alla struttura di una base aerea durante la Guerra Fredda, vedremmo un assetto ben diverso rispetto alle attuali basi mediorientali utilizzate dall&#8217;U.S. Air Force. Innanzitutto, i velivoli in caso di operazioni belliche in cui vi fosse il rischio di reazione avversaria sarebbero stati <strong>dispersi nelle numerose piazzole presenti</strong>, collocate, a gruppi, a notevole distanza reciproca e molto spesso protette da terrapieni per evitare che le schegge di un&#8217;esplosione in una potessero avere effetti nelle altre vicine. Nella base saudita, invece, aerocisterne e AWACS erano ordinatamente parcheggiati negli spazi a margine delle piste, senza alcun tipo di protezione, e infatti è molto probabile che un singolo colpo possa aver danneggiato più aerocisterne in una sola volta. </p>



<p>La medesima situazione si ritrova anche in altre basi aeree, e non solo in Medio Oriente: immagini satellitari di Diego Garcia, nell&#8217;Oceano Indiano, mostrano la stessa identica metodologia di parcheggio dei velivoli. I <strong>centri di comando e controllo</strong> di una base aerea durante la Guerra Fredda, oltre a essere corazzati in bunker, erano anche diversificati per avere capacità di ridondanza in caso di attacco. Gli stessi cacciabombardieri erano posizionati all&#8217;interno di <strong>shelter corazzati </strong>quando non nelle piazzole protette, mentre alla vigilia e durante l&#8217;attuale conflitto abbiamo visto immagini di aerei ancora una volta parcheggiati uno di fianco all&#8217;altro presso le piste.</p>



<p>Forse, <strong>troppi anni di air show</strong> hanno influito su talune decisioni di sicurezza, insieme alla convinzione che sarebbero bastati pochi giorni di campagna aerea per portare Teheran a più miti consigli.  Non abbiamo idea di dove vengano stoccate le munizioni, in particolare gli ordigni utilizzati, ma a questo punto è possibile che parte di esse siano sistemate in semplici magazzini senza nessun tipo di protezione.</p>



<p>Facciamo ora una veloce considerazione sulle <strong>capacità di difesa aerea delle basi</strong>: è possibile che dopo 4 anni di guerra in Ucraina, le forze statunitensi non abbiano mai preso nota di come poter eliminare non tanto la minaccia missilistica – in questo i Patriot sono discretamente efficaci – quanto quella dei droni <em>one way</em>? Avviare un conflitto contro un Paese che ha in queste armi uno dei suoi principali punti di forza senza aver prima predisposto un&#8217;adeguata difesa contro di esse, è stato privo di senso.</p>
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		<title>L’elio, il gas invisibile che può inceppare la guerra tecnologica</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lelio-il-gas-invisibile-che-puo-inceppare-la-guerra-tecnologica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 05:47:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Elio]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1101" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Qatar" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio-300x172.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio-1024x587.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio-768x440.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio-1536x881.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/elio-600x344.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'elio è una delle materie prime quasi invisibili al grande pubblico, che però reggono interi sistemi industriali e tecnologici.</p>
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<p>Dal Golfo ai semiconduttori, il conflitto con l’Iran minaccia il cuore dell’economia digitale. Nelle guerre contemporanee non contano soltanto il petrolio, il gas o le rotte marittime. Esistono materie prime meno appariscenti, quasi invisibili al grande pubblico, che però reggono interi sistemi industriali e tecnologici. <strong>L’elio è una di queste.</strong> Sembra un dettaglio tecnico, quasi marginale, e invece è una componente essenziale della produzione dei semiconduttori, cioè dell’infrastruttura materiale su cui poggiano <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/guerra-rischio-ai-data-center-medio-oriente.html">intelligenza artificiale</a>, difesa elettronica, telecomunicazioni, satelliti, centri dati e industria militare avanzata. <strong>La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta mostrando proprio questo</strong>: un conflitto regionale può colpire non solo il mercato energetico, ma anche il sistema nervoso dell’economia digitale mondiale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Hormuz non minaccia solo il greggio</h2>



<p>L’attenzione internazionale si è concentrata, com’è naturale, sul petrolio e sul gas. Ma il vero salto di qualità della crisi sta nel fatto che il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e la vulnerabilità delle infrastrutture del Golfo mettono in discussione anche la continuità delle forniture di elio. <strong>Il Qatar, da solo, pesa in modo decisivo sulla produzione globale di questo elemento</strong>, e il fatto che le spedizioni siano diventate incerte apre uno scenario molto più serio di quanto appaia a prima vista. Quando un materiale strategico entra in una zona di rischio, non si colpisce soltanto una filiera industriale: si destabilizza una catena di valore che unisce Medio Oriente, Asia orientale, Stati Uniti ed Europa.</p>



<p><strong>Il punto essenziale è che l’elio viene estratto soprattutto dal gas naturale. Dunque la sua sorte è legata all’intera architettura energetica del Golfo. </strong>Se questa architettura entra in tensione per guerra, attacchi alle infrastrutture o restrizioni alla navigazione, anche un settore apparentemente lontano come quello dei microchip ne subisce immediatamente gli effetti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova vulnerabilità di Taiwan e Corea del Sud</h2>



<p><strong>I due poli più esposti sono Taiwan e Corea del Sud</strong>, cioè i centri nevralgici della manifattura mondiale dei semiconduttori. È qui che la crisi assume un valore geoeconomico enorme. Se i produttori asiatici vedono restringersi l’accesso all’elio o devono pagarlo a prezzi esplosi, l’intero sistema mondiale dell’elettronica, dell’automobile avanzata, della difesa e dell’intelligenza artificiale entra in una zona di attrito. I chip non sono un prodotto qualsiasi: sono <strong>la base materiale della sovranità tecnologica. Per questo l’elio diventa improvvisamente una materia strategica,</strong> al pari di una rotta navale o di una base militare.</p>



<p>Il fatto che le imprese taiwanesi e sudcoreane parlino ancora di stabilità non deve ingannare. Nelle crisi sistemiche, il problema non è il presente immediato, ma la durata. Più il conflitto si prolunga, più cresce la probabilità che le aziende debbano riorganizzare gli approvvigionamenti, sostenere costi più alti, ridurre margini o rallentare la produzione. <strong>E quando si rallenta la produzione di semiconduttori, gli effetti si propagano a cascata ben oltre l’Asia.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">L’economia della guerra entra nella filiera dei chip</h2>



<p>Qui si coglie una trasformazione decisiva della guerra contemporanea. L’attacco non riguarda più soltanto eserciti, aeroporti o raffinerie. <strong>Riguarda l’ecosistema industriale che alimenta il potere tecnologico delle grandi economie. </strong>L’Iran, colpendo <em>data center</em> nel Golfo e minacciando i grandi gruppi tecnologici occidentali, ha cercato di spostare il conflitto dentro la dimensione infrastrutturale della competizione globale. Non si tratta solo di rappresaglia. Si tratta di dire agli Stati Uniti e ai loro alleati che il prezzo della guerra non sarà limitato al campo di battaglia, ma verrà pagato anche nelle reti logistiche, nelle catene di approvvigionamento e nei nodi industriali più sensibili.</p>



<p>In questo senso, il rischio sull’elio non è una nota tecnica ma una lezione strategica. Le grandi potenze hanno costruito una globalizzazione ad altissima interdipendenza, ma proprio questa interdipendenza rende i sistemi avanzati molto più vulnerabili di quanto ammettano. Basta che un collo di bottiglia si blocchi, basta che una materia prima entri in tensione, e l’intera filiera comincia a scricchiolare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Inflazione tecnologica e strozzature produttive</h2>



<p>Sul piano economico, i primi segnali sono già chiari. <strong>I prezzi dell’elio stanno salendo rapidamente e in alcuni casi in modo brutale. </strong>Questo significa maggiori costi per i produttori di semiconduttori e, di riflesso, rincari potenziali per tutti i settori che dipendono dai chip. È una forma di inflazione tecnologica che si somma a quella energetica. In altre parole, la guerra con l’Iran rischia di produrre un doppio shock: <strong>uno sul costo dell’energia e uno sul costo della tecnologia.</strong></p>



<p>Se il conflitto dovesse prolungarsi, si potrebbe assistere a una competizione feroce per assicurarsi forniture stabili di elio, con contratti prioritari, riallocazioni di mercato e ulteriore pressione sui produttori più esposti. I Paesi che dispongono di capacità finanziaria, riserve strategiche o forza contrattuale resisteranno meglio. Gli altri saranno costretti a subire. È la logica classica della guerra economica: la scarsità non colpisce tutti allo stesso modo, ma premia chi possiede massa critica, pianificazione e strumenti di protezione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La dimensione militare: i chip come potenza di guerra</h2>



<p>C’è poi il lato militare, che è forse ancora più importante. I semiconduttori sono indispensabili non solo per l’economia civile, ma <strong>per i sistemi d’arma, la sorveglianza, i satelliti, i radar, i droni, le comunicazioni </strong>sicure e l’elaborazione dati in tempo reale. Se la filiera dei chip entra in sofferenza, ne risente anche la capacità degli Stati di sostenere la guerra tecnologica. Questo vale per l’Occidente, per l’Asia orientale e per tutti gli attori che dipendono da apparecchiature avanzate.</p>



<p>Di conseguenza, l’elio smette di essere una questione industriale e diventa una variabile di sicurezza. In una guerra dove l’intelligenza artificiale, i droni e la superiorità elettronica contano sempre di più, ogni pressione sulle materie prime che alimentano questi sistemi assume automaticamente una dimensione strategica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il significato geopolitico della crisi</h2>



<p>La vera lezione geopolitica è che i<strong>l Medio Oriente resta il cuore nascosto della stabilità globale, anche quando si parla di settori apparentemente lontani come i semiconduttori. </strong>Il Golfo non fornisce solo energia: fornisce anche alcune condizioni essenziali della potenza tecnologica mondiale. Questo rafforza il ruolo strategico della regione e dimostra quanto sia illusoria l’idea di separare la sicurezza militare dalla sicurezza industriale.</p>



<p>L’Occidente, e in particolare l’Europa, paga ancora una volta il prezzo di una visione miope. Ha parlato per anni di autonomia strategica senza costruire una reale sicurezza delle filiere critiche. Oggi scopre che non basta avere centri di ricerca o ambizioni digitali: bisogna controllare, proteggere o almeno diversificare le materie prime senza cui quella potenza resta puramente teorica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra invisibile che decide il futuro</h2>



<p>Il conflitto con l’Iran sta dunque mostrando una verità che molti preferivano ignorare. La guerra del ventunesimo secolo non si combatte solo con missili, raid e flotte. <strong>Si combatte anche con la pressione sulle materie prime</strong> che alimentano le industrie del futuro. L’elio, gas discreto e quasi sconosciuto ai più, entra così nella grande partita della potenza.</p>



<p>E forse è proprio questo il dato più inquietante: mentre il mondo guarda le esplosioni, i mercati e le cancellerie dovrebbero guardare anche ciò che non si vede. Perché una guerra può paralizzare un sistema non solo distruggendo una città o chiudendo uno stretto, ma anche rendendo improvvisamente raro ciò che fino al giorno prima sembrava garantito. In quel momento, la fragilità della globalizzazione non è più una teoria. Diventa un fatto.</p>
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		<title>George Prokopiou, Il &#8220;pirata di Hormuz&#8221;, e il profitto che nasce dal caos</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/george-prokopiou-il-pirata-di-hormuz-e-il-profitto-che-nasce-dal-caos.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 05:45:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Stretto di Hormuz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="790" height="444" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="George Prokopiou" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou.jpg 790w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/George-Prokopiou-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 790px) 100vw, 790px" /></p>
<p>L'armatore greco avanza dove gli altri arretrano. Ma l’ordine commerciale internazionale è già entrato in una fase di vulnerabilità estrema.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/george-prokopiou-il-pirata-di-hormuz-e-il-profitto-che-nasce-dal-caos.html">George Prokopiou, Il &#8220;pirata di Hormuz&#8221;, e il profitto che nasce dal caos</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Quando la guerra diventa un moltiplicatore di rendita: lo chiamano il pirata di <a href="https://it.insideover.com/guerra/hormuz-aperto-per-cina-e-india-chiuso-per-gli-usa-lo-mossa-delliran-e-uno-scacco-per-trump.html">Hormuz</a>, ma il soprannome dice meno di un’illegalità e molto di più di una verità brutale dell’economia di guerra. In uno Stretto diventato uno dei punti di frattura più pericolosi del pianeta, mentre la maggior parte degli armatori si ritira, sospende i transiti o aspetta una protezione militare sempre più incerta, <strong>un armatore greco ha scelto di fare esattamente il contrario. Avanza dove gli altri arretrano. </strong>Manda le sue petroliere là dove circolano voci di mine, là dove i pasdaran fanno pesare la minaccia di attacchi, là dove la normale navigazione commerciale assume i contorni di una scommessa strategica.</p>



<p>Dall’esplosione del conflitto con l’Iran, lo Stretto di Hormuz si è progressivamente svuotato. Gli attacchi contro alcune navi, i marinai uccisi, il timore di una militarizzazione ancora più spinta del corridoio marittimo e la prospettiva di una chiusura parziale o intermittente del passaggio sono bastati a paralizzare una parte rilevante del traffico. Soprattutto quello petrolifero. <strong>Ma Hormuz non è un passaggio qualsiasi. È uno dei grandi rubinetti energetici del mondo.</strong> Quando si blocca Hormuz, non si fermano soltanto delle navi: si inceppa una parte decisiva della circolazione mondiale del greggio.</p>



<p>È in questo vuoto che si inserisce <strong>George Prokopiou</strong>. Alla guida di Inacom Tankers Management, il miliardario greco ha continuato a far transitare diverse sue navi nonostante il deterioramento del quadro di sicurezza. Il gesto può sembrare temerario. <strong>In realtà è perfettamente razionale dal punto di vista economico.</strong> In un’area che tutti giudicano improvvisamente troppo pericolosa, i costi del trasporto esplodono. La paura diventa una merce. Il rischio si trasforma in rendita. Dove il mercato normale si inceppa, se ne forma un altro: quello del premio di guerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rendita del rischio</h2>



<p>Il meccanismo è semplice e spietato. <strong>Meno sono le navi disposte a entrare nel Golfo, più quelle che accettano di farlo possono imporre le loro condizioni. </strong>I noli salgono, le coperture assicurative rincarano, i caricatori pagano perché non hanno alternative immediate, e l’armatore che attraversa la zona rossa trasforma ogni viaggio in un’operazione ad altissimo margine. Per le grandi petroliere impegnate su quella rotta, i ricavi giornalieri possono raggiungere livelli eccezionali. Ciò che per molti appare come follia, per pochi è una strategia di massimizzazione del profitto dentro un mercato deformato dalla guerra.</p>



<p>L’elemento più significativo è che <strong>non siamo davanti a un gesto impulsivo, ma a una logica ben precisa.</strong> Entrare nel Golfo Persico quando gli altri si ritirano, caricare il petrolio e ripartire con un enorme premio di rischio significa trasformare la crisi in vantaggio competitivo. È il capitalismo delle zone grigie, quello che prospera nei varchi aperti dal disordine internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il capitalismo della linea del fronte</h2>



<p>Sarebbe però riduttivo leggere questa vicenda soltanto come l’audacia di un uomo d’affari. Quello che accade a Hormuz rivela qualcosa di più profondo: <strong>nelle grandi crisi, il trasporto marittimo smette di essere un semplice servizio logistico e diventa un attore geopolitico. </strong>L’armatore non trasporta più soltanto greggio. In una certa misura arbitra il rapporto tra scarsità e approvvigionamento, tra paura e necessità, tra paralisi del sistema e continuità dei flussi. Diventa un operatore del disordine globale.</p>



<p>La scelta degli equipaggi di spegnere i transponder per evitare di essere localizzati in tempo reale chiarisce la natura del momento. <strong>La navigazione commerciale adotta ormai riflessi da teatro militare. </strong>Non si attraversa più semplicemente uno stretto: si entra in una zona di minaccia nella quale la discrezione elettronica, la rapidità di esecuzione e l’accettazione del pericolo diventano parametri economici. È l’incontro fra marina mercantile e guerra ibrida.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una logica già sperimentata</h2>



<p>Questa strategia non nasce oggi. Inacom aveva già continuato a trasportare petrolio russo sottoposto a sanzioni, in un quadro legale ma evitato da molti operatori più prudenti. Il precedente è importante perché dimostra che alcuni grandi gruppi marittimi hanno imparato a guadagnare proprio là dove le sanzioni, i conflitti o le tensioni politiche allontanano la concorrenza. In altri termini, hanno costruito il proprio vantaggio comparato sulla capacità di agire negli interstizi del sistema internazionale, là dove diritto, commercio e guerra si sovrappongono.</p>



<p>La lezione, dunque, va ben oltre il caso del singolo armatore greco. Ci ricorda che le crisi geopolitiche contemporanee non distruggono soltanto ricchezza: <strong>la redistribuiscono brutalmente a vantaggio di chi sa monetizzare l’esposizione al rischio. </strong>Dietro la figura suggestiva del pirata di Hormuz si nasconde una realtà meno romanzesca e più inquietante: nell’economia mondiale esistono sempre attori pronti a trasformare l’instabilità in profitto, purché altri uomini siano disposti a navigare sotto la minaccia dei missili.</p>



<p>La vera domanda, allora, non è soltanto quanto George Prokopiou possa guadagnare da questa fase. La vera domanda è fino a che punto il sistema energetico mondiale sia ormai dipendente da questi imprenditori del pericolo, da questi traghettatori della crisi, <strong>da questi capitalisti della linea del fronte.</strong> Perché quando un passaggio strategico come Hormuz resta aperto solo grazie alla disponibilità di pochi armatori a sfidare la guerra, significa che l’ordine commerciale internazionale è già entrato in una fase di vulnerabilità estrema.</p>
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		<title>Exodos-Exit, guardare la migrazione che non vogliamo vedere</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/exodos-exit-guardare-la-migrazione-che-non-vogliamo-vedere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tiziana Bonomo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 13:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migration]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Without category]]></category>
		<category><![CDATA[Exodos]]></category>
		<category><![CDATA[fotoreporter]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mostra fotografica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Siccardi]]></category>
		<category><![CDATA[Sud America]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2000" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg 2000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p> Una grande mostra itinerante per aprire gli occhi sulla realtà della migrazione, che riguarda tutti anche se non vogliamo vederla.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg 2000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p>In Italia i primi flussi migratori iniziano negli anni Settanta. La pancia calda dell’Italia ospitava, tra indulgenza e fastidio, manodopera a buon mercato soprattutto per lavori umili che iniziavano a scarseggiare. Si aggiungono ai tanti dialetti italiani nuove lingue a formare un ventaglio di suoni indecifrabili.</p>



<p>La società italiana, alla fine del secolo scorso, gode ancora di buona salute: la borghesia avanza, gli studenti aumentano, gli operai acquistano diritti, i migranti lentamente si inseriscono nelle nostre case. L’Italia si scopre avvolta dai miti del successo e del capitalismo, da politici che giocano a fare le star hollywoodiane, dal desiderio diffuso di viaggiare verso mete esotiche. <strong>Ma è soprattutto l’esotico che arriva a casa nostra con la Grande Migrazione del 2011 legata al periodo delle Primavere Arabe nel Nord dell’Africa.</strong> Da allora ci siamo talmente abituati alla tragedia dei migranti, in tutte le sue sfumature, da viverla come un dato di fatto, come parte del nostro paesaggio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507550" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">©Mauro Ujetto <em>OULX, Italy 03/10/2023 Migrants walk dangerously along the state road to France when buses end the service. On March 10th, 2023, a significant number of migrants, mainly from sub-Saharan Africa, attempted to cross from Italy to France through the mountain forests in order to escape the French border police (PAF).</em><br></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507551" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Paolo Siccardi South Sudan, 2022 – Profughi di etnia Dinca in fuga da Bor per risalire sui barconi il Nilo Bianco per raggiungere il nord Africa</em></figcaption></figure>



<p>Ben venga una mostra come <strong>“EXODOS&#8221;</strong>, popoli in cammino per ricordarci cos’è la migrazione, chi è il migrante. Volti, sorrisi, pianti, bambini, filo spinato, abbracci, stanchezza, barche sfasciate, binari ferroviari, battigie, disperazione, poliziotti, divieti, treni. <strong>Circa settanta immagini sulla migrazione.</strong></p>



<p>Ci muoviamo nella mostra con loro. Scopriamo una tappa di questa esposizione itinerante ad Alessandria, dopo il successo ottenuto a Novara nel mese di novembre, e che nasce dalla collaborazione tra l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e l’Università del Piemonte Orientale. <strong>I migranti ci svelano, attraverso le foto dei fotoreporter, il calvario per arrivare in Italia e quanto accade nei nostri confini,</strong> da Lampedusa a Trieste alla Val Susa a Ventimiglia. Un invito a ricordare, a rendere consapevoli in particolare i giovani, della migrazione. Esodo questa è la storia fotografica di un popolo in cammino.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/%C2%A9Stefano-Stranges_040-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507552"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Stefano Stranges Campo profugo turco di Bab Al Salam per profughi fuggiti dalla guerra in Siria</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507553" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Renata Busettini -Tijuana (Messico) Mary Aguilar è stata deportata in Messico dopo sette anni di permanenza negli Stati Uniti. A Tijuana ha incontrato Jesus e con lui spera di ritornare, un giorno, in California.</em></figcaption></figure>



<p>Una domanda inquieta: <strong>abbiamo dunque bisogno di una mostra come questa  per ravvivare la memoria di qualcosa che avviene tutti i giorni?</strong> Morti nel Mediterraneo, bambini orfani senza genitori, mendicanti migranti sotto i portici delle città, nelle stazioni, sui social. Quirico ha partecipato al convegno inaugurale incalzando : “Da 15 anni, 15 anni! E tutto è tragicamente immobile: le parole le promesse le accuse le bugie i silenzi le ipocrisie e i migranti. Un popolo senza nome e bandiere che cammina attraversa i mari e i deserti. E muore.”. La migrazione non la vogliamo integrare nella nostra fragile, ipocrita ‘’civiltà’’: eppure sappiamo! Contiamo i morti. Conosciamo le rotte. Dalla Siria attraversano il confine con la Turchia e da lì si dirigono prima in Grecia, poi in Macedonia, e poi cercano di risalire verso la Germania attraverso la Croazia, la Serbia, la Slovenia, l’Austria, l’Ungheria. Oppure dalla Libia e dalla tunisia salpano su caravelle marce e sbarcano in Italia (quando riescono ad arrivare) per poi dirigersi spesso verso il nord Europa, oppure in Francia e ancora in Inghilterra. Altri confini, altre umiliazioni, altri rifiuti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507555" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Paolo Siccardi Idomeni (Grecia), 2015, la rete metallica costruita dalla Repubblica di Macedonia fa da spartiacque e divide la frontiera con la Grecia con un lungo reticolato</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507556" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Mauro Donato&nbsp;Agosto 2015 Calais (Francia) Scontri tra la Gendarmerie e i migranti nella “Giungla”</em></figcaption></figure>



<p>Chiedo a <strong>Paolo Siccardi</strong>, fotoreporter, di raccontarmi la sua esperienza di narratore per immagini dell’esodo. “Sono tredici i fotoreporter coinvolti in “Exodos-Exit” quasi tutti torinesi o che vivono a Torino : Marco Alpozzi, Renata Busettini, Simona Carnino, Mauro Donato, Max Ferrero, Mirko Isaia, Giulio Lapone, Matteo Montaldo, Giorgio Perottino, Andreja Restek, Paolo Siccardi, Stefano Stranges, Mauro Ujetto. Il progetto nacque nel 2017 da un’idea dell’Associazione degli ex allievi del Master di Giornalismo Giorgio Bocca di Torino, sostenuta dalla Regione Piemonte e presentato per la prima volta a Torino, nello spazio della Regione di Piazza Castello. <strong>Da allora quella esposizione iniziale si è messa in cammino, è diventata itinerante,</strong> si è riproposta in molte città, sempre arricchendosi,  documentando nuove realtà di una tragedia che muta, si moltiplica, cambia protagonisti e dolore. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507557" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©LaPresse &#8211; Marco Alpozzi September 01, 2015 Mediterranean Sea ( Italy)<br>Nave Comandante Cigala Fulgosi &#8211; P490 Operation &#8220;Mare Sicuro&#8221;</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507558" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©LaPresse &#8211; Marco Alpozzi September 01, 2015 Mediterranean Sea ( Italy)<br>Nave Comandante Cigala Fulgosi &#8211; P490 Operation &#8220;Mare Sicuro&#8221;</em></figcaption></figure>



<p>Le immagini esposte nel 2017 erano state scattate prevalentemente un paio di anni prima. Oggi la mostra ha una parte storica – quella dedicata alla <em>Western Balcan Route</em> – a cui nel 2024, grazie all’Ordine dei giornalisti, è stata aggiunta una parte che racconta le più recenti migrazioni in una sezione intitolata ‘’origini’’, i luoghi  da dove partono  i migranti. Ad esempio <strong>sono state inserite  fotografie di Simona Carnino del Sudamerica, le mie in Sud Sudan e di altri colleghi in New Messico. </strong>Anche in Senegal con una scena tratta dal film <em>Io Capitano</em>. Come fotogiornalista lavoro da 25 anni sempre e solo per Famiglia Cristiana. Il convegno inaugurale ad Alessandria aveva lo scopo di intrecciare l’urgenza della cronaca, grazie ai reportages dei fotografi, con la profondità della ricerca scientifica di personalità come Telmo Pievani, biologo e il rettore Upo Menico Rizzi.”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507559" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Simona Carnino Luglio 2024 El Paraíso, Honduras &#8211; Decine di famiglie cenano all&#8217;interno del Centro di accoglienza temporanea per migranti &#8220;Alivio del Sufrimiento&#8221; dove trascorrono la notte prima di riprendere il viaggio verso gli Stati Uniti</em></figcaption></figure>



<p>I 13 fotografi, noti tutti a livello internazionale,  usano prevalentemente il colore a sottolineare l’intensità e la drammaticità della realtà. L’anno segnato nelle didascalie scandisce una realtà sconfortante: la vita dei migranti nel 2015, ’16, ’17, ’18,’19 &#8230;..’26 purtroppo è sempre la stessa. Dura mesi se non anni. L’estenuante viaggio interrotto e ripreso mille volte per mancanza di soldi, per rifiuti alle frontiere, per incarcerazioni, per fame, per dover affrontare migliaia di chilometri. Le immagini di Marco Alpozzi nel Mar Mediterraneo sono impregnate di paura, tristezza, speranza. Come le fotografie di Mauro Donato e Max Ferrero restituiscono gli scontri con le polizie custodi di muri inviolabili. Come la rete metallica fissata dagli scatti di Siccardi che segna visivamente il rifiuto. Simona Carnino e Renata Busettini scandiscono  la disperazione, i pianti, la fatica in Sud America. Allora non parliamo più. <strong>Ascoltiamo il silenzio. Guardiamo le immagini. Impregniamoci di quella sofferenza.</strong> Apriamo i nostri cuori. Allarghiamo le braccia. Accogliamo. La guerra insieme ai migranti busserà con sempre più rumore alla nostra porta e noi che parliamo, senza essere attrezzati ad affrontare le catastrofi, non sapremo più cosa fare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/%C2%A9Giorgio-Perottino_025-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507560"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Giorgio Perottino A migrant walks with his family under heavy rain through the fields near Tabanovce, Makedonia, trying to reach the Serbian border in Presevo, throughout the so called no man&#8217;s land between Makedonia and Serbia, October 20, 2015. <br>&#8216;New Way New Life&#8217; is a photographic documentation of the journey conditions of refugees crossing Greece, Makedonia FYROM and Serbia escaping from war conditions in their homelands. The reportage has been shot across Balkans during an assignment for Italian NGO NutriAid, specialized in children malnutrition.</em></figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/exodos-exit-guardare-la-migrazione-che-non-vogliamo-vedere.html">Exodos-Exit, guardare la migrazione che non vogliamo vedere</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Alberto Negri su Usa-Iran: &#8220;Non siamo intervenuti per fermare il genocidio, e oggi tutto il mondo è Gaza&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/alberto-negri-su-usa-iran-non-siamo-intervenuti-per-fermare-il-genocidio-e-oggi-tutto-il-mondo-e-gaza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diana Mihaylova]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 14:35:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>"Israele è lo Stato più pericoloso al mondo, Trump segue l'agenda di Netanyahu in Iran. Il diritto internazionale è finito...".</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/alberto-negri-su-usa-iran-non-siamo-intervenuti-per-fermare-il-genocidio-e-oggi-tutto-il-mondo-e-gaza.html">Alberto Negri su Usa-Iran: &#8220;Non siamo intervenuti per fermare il genocidio, e oggi tutto il mondo è Gaza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio scorsi <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/israele-e-usa-martellano-liran-dietro-le-bombe-poca-visione-strategica-e-possibili-divisioni.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran</a>,</strong> aprendo uno scenario che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile: <strong>l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, al potere da oltre 36 anni</strong>, e un’<em>escalation</em> senza precedenti in tutto il Medio Oriente, con centinaia di vittime, tra cui non solo pasdaran e soldati ma anche numerosi civili.</p>



<p>In poche ore, una crisi latente si è trasformata in uno scontro aperto, i cui esiti economici — e soprattutto politici — restano del tutto imprevedibili su scala globale. Per capire cosa sta accadendo e <strong>quali conseguenze potrebbe avere questo nuovo conflitto per l’Europa</strong>, abbiamo parlato con <strong>il giornalista e reporter di guerra <a href="https://mowmag.com/attualita/alberto-negri-siamo-governati-da-imbecilli-ucraina-guerra-persa-gaza-israele-occupa-territori-perche-non-viene-sanzionata" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alberto Negri</a></strong>, inviato per oltre quarant’anni in alcuni dei principali teatri di conflitto tra Medio Oriente, Asia, Africa e Balcani e profondo conoscitore delle dinamiche politiche e militari della regione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-508514" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Guerra-Usa-Israele-Iran-2026-guerra-del-Golfo-Medio-Oriente-funerali-vittime-civili.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Funerali di alcune delle  vittime civili del conflitto in Ian</em></figcaption></figure>
</div>


<p><strong>Stati Uniti e Israele hanno lanciato l&#8217;operazione militare “Ruggito del Leone” contro l&#8217;Iran e in poche ore si è scatenato il caos. Hanno ucciso non solo l&#8217;Ayatollah Khamenei, ma anche altri 50 esponenti della leadership politica dell&#8217;Iran, portando a una guerra totale in Medio Oriente. Cosa pensa di questa operazione militare e quanto era prevedibile?</strong></p>



<p>“L&#8217;attacco della mattina del 28 febbraio è stato il primo, ed è stato fatto da Israele, e solo dopo si sono aggiunti gli Stati Uniti. Questo già ci dice qualcosa: <strong>gli Stati Uniti seguono l&#8217;agenda israeliana, come è accaduto anche nell&#8217;attacco del giugno scorso.</strong> Ha sempre iniziato Israele. Dunque, <strong>Trump fa quello che gli dice Netanyahu</strong>. Qual è la ragione? Non lo sappiamo, però è sempre più evidente che Netanyahu è in grado di imporre la propria agenda agli Stati Uniti e l&#8217;obiettivo è chiaro: <strong>lasciare che Israele rimanga l&#8217;unica superpotenza in quella regione. </strong>Ovvero l&#8217;unica dotata di armi nucleari, ma anche l&#8217;unica in grado di poter imporre la propria egemonia. L&#8217;obiettivo di queste guerre, da sempre, ormai da vent&#8217;anni, è quello di lasciare i Paesi di quella regione completamente inermi. Ne sono un esempio Siria e Iraq che oggi non hanno più neanche un&#8217;aviazione militare. Ora è il turno dell&#8217;Iran. <strong>Israele si impone come Stato padrone, incontrastato, del Medio Oriente</strong>, con conseguenze evidenti anche per i Paesi del Golfo, che sono stati coinvolti in questa guerra, e alla fine dovranno inchinarsi a Israele&#8221;.</p>



<p><strong>Che cosa pensa dell’uccisione di Khamenei? Molti occidentali, così come diversi iraniani emigrati, celebrano la fine del regime iraniano, ringraziando Stati Uniti e Israele per essere stati &#8220;liberati&#8221;. Ma si può davvero parlare di “liberazione”?</strong></p>



<p>“Il mio primo pensiero non va tanto a quelli che fanno le dimostrazioni qui in Europa e negli Stati Uniti, ma <strong>agli iraniani che vivono in Iran e sono sottoposti a due pressioni contemporaneamente: i bombardamenti dall&#8217;alto della coppia Stati Uniti-Israele, ma anche al giro di vite repressivo di un regime che non molla ancora il controllo della popolazione</strong>. Ecco perché la traiettoria di quello che può accadere in Iran è assai incerta.</p>



<p>Molto spesso le previsioni sull&#8217;Iran si sono rivelate assolutamente fallaci: è un grande Paese, con più di 90 milioni di abitanti, un milione e 600mila chilometri quadrati e non confina con la Svizzera, ma con l&#8217;Afghanistan dove, tra l’altro, c&#8217;è in corso un’altra guerra con il Pakistan, oltre a confinare anche con Paesi altamente instabili come l&#8217;Iraq.</p>



<p>Inoltre, anche la composizione etnica dell&#8217;Iran è variopinta e diversificata e <strong>bisogna vedere se gli iraniani sarebbero disposti ad accettare un cambio di regime che potrebbe rischiare di disgregare il Paese</strong> in varie parti. È quello che è accaduto in Iraq con la guerra del 2003, dopo cui il Paese poi non si è mai più ricomposto. È quello che sta avvenendo anche in Siria ormai da un anno e mezzo. Siamo sicuri che l’Iran voglia andare in quella stessa direzione?”</p>



<p><strong>Considerata la sua pluriennale esperienza sul campo di Medio Oriente, questa nuova guerra è diversa dalle precedenti nella stessa area? Mi riferisco proprio a Iraq, Afghanistan, Siria</strong>&#8230;</p>



<p>“Tecnicamente si tratta di guerre molto diverse, perché la guerra in Iraq fu accompagnata da un&#8217;invasione di terra con oltre 150mila soldati americani, che si è prolungata per anni e anni. Tuttavia, le conseguenze di questo conflitto potrebbero essere le stesse: <strong>la disgregazione dell’Iran come è avvenuto per la Siria, l&#8217;Iraq, e la Libia di Gheddafi</strong>. Ne parliamo adesso, 15-20 anni dopo, e ancora non vediamo una reale ricomposizione di questi Paesi. Come ho detto, questo è l&#8217;obiettivo principale: disgregarli e dividerli per linee etniche, religiose o settarie&#8221;.</p>



<p><strong>Pensando alla nostra prospettiva, perché come occidentali siamo alleati dei Paesi del Golfo, tanto che alcuni nostri politici arrivano ad elogiarne le caratteristiche socio-politiche, nonostante che le donne lì, praticamente non abbiano diritti, ma al contempo ci indigniamo per le oppressioni, pur disgustose, dei Pasdaran e della polizia morale iraniana?</strong></p>



<p>“<strong>Perché i Paesi del Golfo pagano miliardi di dollari per comprare armi italiane, francesi, inglesi e americane</strong>. Sono nostri partner economici da una vita, hanno comprato dalle nostre aziende, e comprano tutt&#8217;ora, tutto ciò che serve dal punto di vista militare. Ecco perché i Paesi del Golfo non vengono mai presi di mira. Qualcuno si ricorda ancora che Mohammad bin Salman, il principe saudita, ha fatto a pezzi, all’interno del consolato saudita di Istanbul, <strong>il giornalista Jamal Khashoggi </strong>nel 2018? Qualcuno lo nomina ancora? Non mi pare.</p>



<p>Noi siamo in grado di tollerare tutto, basta che tu paghi. <strong>Questo è il problema grosso dell&#8217;Occidente e dell&#8217;Europa: la bassa, bassissima tenuta morale europea</strong>. Non è solo questione di armi, ma di tenuta morale. L&#8217;Europa ha tollerato che per due anni Israele facesse un genocidio a Gaza con oltre 70mila morti tra donne, bambini, anziani<strong>. Ecco perché oggi Israele e gli Stati Uniti fanno quello che vogliono, perché noi non siamo intervenuti per fermare il genocidio dei palestinesi e adesso tutto il mondo è diventato Gaza&#8221;.</strong></p>



<p><strong>Restiamo in Europa: oggi non si può più parlare, di fatto, di applicazione del diritto internazionale perché nessuno lo rispetta più. Tuttavia, l’Unione Europea si proclama ancora portatrice di determinati valori etici e morali. In quest’ottica, cosa pensa del doppio standard applicato dall’Ue rispetto all’invasione russa dell’Ucraina da una parte, per cui sono stati approvati 20 pacchetti di sanzioni, e al quasi nulla rispetto al genocidio a Gaza, perpetrato da Israele, dall’altra? A ciò, si aggiunge ora anche la nuova aggressione di matrice israelo-americana in Iran, dove non solo non si interviene dal punto di vista politico e diplomatico, ma anzi, vengono fornite armi e supporto.</strong></p>



<p>“Lo vediamo chiaramente: Putin è stato condannato per crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale, e dunque non può viaggiare in Europa e in altre parti del mondo. Anche Netanyahu è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale, ma lui è ancora un nostro partner attivo. Anzi, dirò di più, è il nostro vero ‘colonizzatore’ oggi. Questo è il problema. <strong>Noi abbiamo accettato che Israele facesse di tutto, proprio con quel famoso doppio standard, per cui da una parte c&#8217;è la guerra in Ucraina e finanziamo la resistenza ucraina, dall&#8217;altra parte però nessuno di noi finanzia più i palestinesi</strong>; anzi, con questa guerra sono finiti in condizioni ancora peggiori di prima. Qualcuno ha sentito alzare qualche voce al riguardo? Purtroppo, anche dal punto di vista morale c&#8217;è una caduta: è precipitato tutto, non solo il diritto internazionale. Certo, lo sappiamo che sul diritto internazionale anche il regime iraniano è pessimo, ma <strong>non è accettabile che per questo oggi chiunque possa far la guerra a chiunque altro; fare un torto e ripagare con la stessa moneta, con la vendetta. Questa è la fine del diritto internazionale</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>In questo modo però non c’è soluzione di alcun tipo. Tra l’altro, Ursula von der Leyen, come presidente della Commissione Europea, alcune ore dopo i primi attacchi in Iran nel corso del weekend, ha scritto un messaggio su X per informare che sarebbe stata indetta una riunione straordinaria dei vertici Ue, ma solo il lunedì mattina, suscitando moltissime perplessità e commenti sul web. Come se non si trattasse di una crisi internazionale, ma di un lavoro impiegatizio d’ufficio che si può rimandare al lunedì mattina. In quest’ottica, cosa pensa della classe politica europea? Sono preparati a questo nuovo scenario?</strong></p>



<p>“La risposta viene da sé: questi signori dell’Ue non sono assolutamente in grado di affrontare la situazione. Di questo passo l&#8217;Unione Europea rischia di disgregarsi politicamente. Lo abbiamo visto con l’atteggiamento di Orban in Ungheria, ma più in generale <strong>l’unità europea oggi non si fonda più su valori, ma solo su interessi</strong>&#8220;.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Following the ongoing situation in Iran, I am convening a special Security College on Monday. <br><br>For regional security and stability, it is of the utmost importance that there is no further escalation through Iran’s unjustified attacks on partners in the region.</p>&mdash; Ursula von der Leyen (@vonderleyen) <a href="https://twitter.com/vonderleyen/status/2027756878575362119?ref_src=twsrc%5Etfw">February 28, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p><strong>In queste ore si discute dei possibili effetti sul conflitto in Merio Oriente qualora Italia, Francia, Germania e Regno Unito decidessero di concedere l’uso delle basi militari presenti sul proprio territorio all’esercito Usa per operazioni contro l’Iran. Lei come vede un coinvolgimento più diretto dell’Italia in questo scenario? In che posizione ci metterebbe?</strong></p>



<p>“Per ora nessuno ha deciso di concedere le basi militari agli americani, in Italia. Hanno però deciso di intervenire a supporto di Cipro, che è ormai una specie di colonia israeliana, dietro cui c’è anche un accordo trilaterale Cipro-Israele-Grecia. Chiaramente un coinvolgimento ci metterebbe dentro il conflitto, questo mi sembra evidente. Certo, nel 2011 l’Italia ha concesso l’uso delle basi militari a Francia, Gran Bretagna e Regno Unito per far fuori Gheddafi, che era tra i nostri maggiori alleati nel Mediterraneo. Oggi data la situazione mi sembra evidente che se ci fosse una richiesta americana per la concessione delle basi, debba passare prima in Parlamento, perché le basi sono in uso agli Stati Uniti, ma la sovranità resta ancora italiana.”</p>



<p><strong>Cosa pensa del fatto che il ministro Crosetto, pur rappresentando l’Italia, Paese alleato di Stati Uniti e Israele, non fosse stato avvisato dell’operazione contro l’Iran, tanto da rimanere bloccato a Dubai? Pare che nessun capo di Stato fosse stato avvisato. Questo non segna un precedente?</strong></p>



<p>“Nessuno era stato avvisato di quest&#8217;operazione, neppure il Primo Ministro britannico Starmer. <strong>È la prima volta che accade che gli Stati Uniti facciano una guerra senza avvisare la Gran Bretagna</strong>. Era stato avvisato soltanto uno, il cancelliere tedesco Merz, e per un motivo: perché sulle piste degli aeroporti tedeschi c&#8217;erano degli aerei militari israeliani&#8221;.</p>



<p><strong>Al suo rientro in Italia il Ministro Crosetto ha dichiarato che “siamo sull’orlo dell’abisso”. Quanto è plausibile un ulteriore allargamento del conflitto? C’è ancora una remota possibilità che non che non si vada verso lo scenario peggiore?</strong></p>



<p>“Un allargamento del conflitto agli Stati della regione lo abbiamo già visto, ma ora bisogna vedere quanti missili restano ancora all’Iran da sparare, visto che stanno facendo fuori i lanciatori. Se parliamo di un allargamento a Russia e Cina invece, la situazione è diversa. La Russia non mi sembra assolutamente nella posizione di partecipare a un altro conflitto, visto che c&#8217;è già quello in Ucraina. E in secondo luogo, non interverrebbe mai militarmente a sostegno dell&#8217;Iran contro Israele. Putin non è mai andato contro Israele, perché in Israele la seconda lingua più parlata è il russo, dalla diaspora ancora di epoca sovietica. Per quanto riguarda la Cina, magari ci saranno delle forniture militari sottobanco, ma non vedo proprio i cinesi intervenire in un conflitto così lontano dai loro interessi strategici. Perché è vero che l&#8217;Iran fornisce petrolio alla Cina, ma è molto distante dai loro interessi e la Cina non ha basi in Medio Oriente.”</p>



<p><strong>Lei ha detto che l&#8217;operazione contro l&#8217;Iran è stata iniziata prima da Israele e dopo dagli Stati Uniti. Quindi l&#8217;agenda americana segue quello che vuole Netanyahu. Abbiamo visto un mese fa il rapimento di Maduro in Venezuela. Trump sta già parlando di cosa potrebbe succedere a Cuba. Ovviamente sono solo dichiarazioni, però in quest&#8217;ottica quanto sono pericolosi per il mondo Trump e Netanyahu?</strong> </p>



<p>“Oggi Israele, insieme alla Corea del Nord, è lo Stato più pericoloso al mondo. Israele è una potenza nucleare, ma noi non sappiamo se voglia usare questa potenza o meno. Israele è addirittura più libero degli Stati Uniti in questo. Gli Stati Uniti, comunque, le armi nucleari non le potrebbero usare, perché ci sono Cina e Russia<strong>. Israele si farebbe remore a usare una bomba atomica, anche tattica, in Medio Oriente se dovesse perdere una guerra? No, lo sappiamo tutti che non si farebbe nessuna remora. Per questo è lo Stato più pericoloso al mondo&#8221;.</strong></p>



<p><strong>Però, vista così, nessuno è in grado di fermarlo. Non c&#8217;è nessun tipo di risposta né diplomatica, né politica, né militare.</strong></p>



<p>“Ha visto cosa è successo a Gaza? Dicevo e scrivevo ‘Guardate che se non si interviene a Gaza, se non si blocca Israele, Israele si sentirà autorizzato a fare qualunque cosa, non solo dei Paesi del Medio Oriente ma anche di noi.’ È esattamente quello che è successo. Israele fa quello che vuole, decide quali sono gli obiettivi, può costringerti a una crisi petrolifera ed energetica di ampia portata, e tutto questo senza che tu abbia fatto nulla. Perché non sei intervenuto prima. <strong>Non essere intervenuti prima per fermare Israele a Gaza, è stato il via libera tacito dell’Europa sul genocidio, E ora questo. Israele ha sentito di poter fare qualunque cosa.</strong> Questa è la situazione pura e semplice: <strong>non siamo più nella diplomazia, ma nei rapporti di forza</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>Ha parlato di una possibile crisi energetica. Negli ultimi giorni Putin ha dichiarato che il gas russo che ancora rifornisce una parte dell&#8217;Europa centro-orientale potrebbe essere interrotto prima dello scadere del termine concordato del 2027. E in ogni caso la maggior parte dei Paesi dell&#8217;Ue non ha più rapporti commerciali con la Russsia. Dall’altra parte, però, con questa nuova crisi potrebbero esserci problemi anche sui rifornimenti dal Medio Oriente. In quel caso i Paesi europei ne potrebbero uscire perdenti?</strong></p>



<p>“Bisogna distinguere tra i Paesi europei. Francia e Spagna sono autonomi dal punto di vista energetico: la Francia ha le centrali nucleari, inoltre si riforniscono con navi che passano dall&#8217;Atlantico, non dal Golfo. L’Italia invece è in una posizione di debolezza perché prende il suo gas al 25% circa dal Qatar, che però ha chiuso i gli impianti. Qualcosa arriva dall’Azerbaijan, 40% dall&#8217;Algeria, un altro 10% dalla Libia, ma è chiaro che dovremo rivolgerci ad altri fornitori. <strong>Questa situazione ha messo in evidenza una crisi strutturale. E l’Italia è un Paese vulnerabile per quel che riguarda il rifornimento di energia. </strong>Oltretutto, se non ci arriva più gas dal Golfo, Trump si frega le mani, perché significa che gli Usa ce lo possono vendere a prezzo superiore&#8221;.</p>



<p><strong>Perché, secondo lei, il Governo italiano resta così fedele alla linea politica degli Stati Uniti, non criticandone alcuna iniziativa?</strong></p>



<p>“Perché contrasterebbe quello che vuole Israele. <strong>L&#8217;Italia è un Paese a sovranità limitata</strong>, basta vedere le basi americane che ci sono, ma siamo in condizioni di sottomissione anche nei confronti del Governo israeliano. <strong>Nel marzo del 2023 l&#8217;Italia ha appaltato la <em>cyber security</em> dei propri servizi segreti a Israele e questa è stata una manovra totalmente sconsiderata: abbiamo consegnato a Israele le chiavi della nostra sicurezza.</strong> Ecco perché Israele è in condizioni di forza anche nei confronti dell&#8217;Italia&#8221;.</p>



<p><strong>Una domanda di respiro un po’ più ampio: lei ha detto giustamente che questo conflitto in Medio Oriente ha già coinvolto tantissimi altri paesi dell&#8217;area. Sto parlando di Qatar, Emirati Arabi, Bahrain, Kuwait, gli Huthi in Yemen, Hezbollah in Libano, i Curdi…</strong> <strong>Quanto ci avvicina tutto questo, aggiungendoci il conflitto già in corso in Ucraina, e la situazione a Gaza, a una Terza guerra mondiale?</strong></p>



<p>“Secondo me, non tanto: Israele occuperà un pezzo di Libano, come ha già occupato un pezzo di Siria dopo la caduta di Assad, e già occupava le alture del Golan dal 1967. Questo è quello che interessa a Israele, e siccome dispone nella sua agenda anche degli Stati Uniti, quello che andrà bene agli Stati Uniti, andrà bene anche a noi. Certo, credo che sarà una guerra lunga.</p>



<p>Distinguiamo tra le operazioni militari che stanno conducendo Stati Uniti e Israele. <strong>L’obiettivo ora è radere completamente al suolo l’apparato militare iraniano, e questo potrebbe andare avanti ancora per qualche settimana</strong>. Poi però, bisogna vedere se vogliono effettivamente attuare un cambio di regime e in che modo vogliono farlo. Quello che dice Trump&#8230; Lo sappiamo, un giorno dice una cosa, il giorno dopo ne dice un&#8217;altra, però a quel punto, gli interessi di Stati Uniti e Israele potrebbero divergere. Israele vuole radere al suolo l’apparato militare iraniano, ma <strong>Trump a un certo punto dovrà chiudere questo conflitto perché a breve ci saranno le elezioni di midterm</strong> e non può presentarsi con una guerra aperta, in corso.”</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">A video shows a group of pastors praying over President Donald Trump in the Oval Office <a href="https://t.co/ACG6Pzs002">pic.twitter.com/ACG6Pzs002</a></p>&mdash; Reuters (@Reuters) <a href="https://twitter.com/Reuters/status/2029878407878656456?ref_src=twsrc%5Etfw">March 6, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p><strong>Trump però era quello che prometteva la pace nel mondo, addirittura di risolvere le guerre, pretendendo il Nobel per la pace</strong></p>



<p>“Trump dice cose inutili, recentemente ha detto che vuole nominare lui la prossima guida suprema dell’Iran, da Mar-a-Lago. <strong>Ma Trump stesso è ormai il capo di una nuova religione. Una religione sotto l’egida del sionismo, che mette insieme evangelici, pentecostali, battisti, i miliardari del Golfo… Una religione che vuole imporre a tutti noi.</strong></p>



<p>Trump ha però un problema: la base MAGA che lo ha votato ha iniziato a essere molto irritata dal fatto che lui, anziché pensare agli interessi degli Stati Uniti, pensi a quelli di Israele. E questo può costituire un vero grande problema alle prossime elezioni. Per questo ha bisogno di chiudere questo conflitto e dichiarare una vittoria. <strong>Noi come Europa abbiamo forse voce in capitolo? No, altrimenti ci avrebbero avvertiti di questa guerra.</strong> Noi pagheremo per le enormi conseguenze di questa guerra dal punto di vista economico, come paghiamo per la guerra in Ucraina. Ma di fatto, non decidiamo nulla&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/alberto-negri-su-usa-iran-non-siamo-intervenuti-per-fermare-il-genocidio-e-oggi-tutto-il-mondo-e-gaza.html">Alberto Negri su Usa-Iran: &#8220;Non siamo intervenuti per fermare il genocidio, e oggi tutto il mondo è Gaza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>F-22 Usa in Medio Oriente, l&#8217;ultimo segnale di una decisione già presa</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/f-22-usa-in-medio-oriente-lultimo-segnale-di-una-decisione-gia-presa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 05:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Caccia F-22]]></category>
		<category><![CDATA[Colloqui Usa-Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Usaf]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il dispiegamento di 12 caccia F-22 Raptor in Medio Oriente viene considerato da molti l’ultimo tassello del dispositivo militare Usa.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/f-22-usa-in-medio-oriente-lultimo-segnale-di-una-decisione-gia-presa.html">F-22 Usa in Medio Oriente, l&#8217;ultimo segnale di una decisione già presa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-scaled-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/150904-F-XT249-9188-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I caccia F-22 decollati dagli Stati Uniti per essere dispiegati in <strong>Medio Oriente </strong>sono l’ultimo segnale di una decisione già presa o l’ennesima manovra di persuasione per convincere Teheran a riconsiderare la propria posizione al tavolo dei negoziati, che proseguono silenziosamente e possono condurre solo in due direzioni: la <strong>de-escalation</strong> o l’<strong>escalation</strong> che riporterebbe la guerra nell’intera regione.</p>



<p>Il dispiegamento di dodici <strong>caccia da superiorità aerea</strong> <strong>F-22 Raptor</strong> in Medio Oriente viene considerato da molti l’ultimo tassello del notevole dispositivo militare che Washington sta accumulando da mesi nella regione in vista di una <strong>potenziale azione offensiva</strong> contro l’<strong>Iran</strong>. Un’azione su vasta scala, se si prende in considerazione il numero di aerei, asset speciali schierati nelle basi e navi da guerra lanciamissili, sottomarini e portaerei che già incrociano nel Mar Arabico.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">AXIOS: In the past 24 hours, another 50 U.S. fighter jets headed to the Middle East <a href="https://t.co/EefSfIgNrM">pic.twitter.com/EefSfIgNrM</a></p>&mdash; Open Source Intel (@Osint613) <a href="https://twitter.com/Osint613/status/2024083018743222307?ref_src=twsrc%5Etfw">February 18, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Ieri e oggi due formazioni di F-22, velivoli che dovrebbero garantire la totale superiorità aerea nel caso di un attacco su obiettivi prefissati nel cuore del territorio iraniano, sono decollate dalla&nbsp;Langley Air Force Base, nello stato della&nbsp;Virginia, per fare scalo nella base britannica di&nbsp;RAF Lakenheath&nbsp;prima di dirigersi verso il Medio Oriente e rafforzare la flotta aerea agli ordini del&nbsp;<strong>United States Central Command</strong>. Questo schieramento “imminente” era già stato paventato da molti analisti e considerato uno degli ultimi segnali che la&nbsp;Casa Bianca&nbsp;vuole disporre di <strong>tutte le risorse necessarie</strong> prima di ordinare un attacco.</p>



<p>Il numero di aerei da combattimento pronti a entrare in azione in Medio Oriente inizia a essere davvero rilevante. Oltre ai Carrier Air Wing della <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-portaerei-uss-abraham-lincoln-punta-liran-unaltra-volta.html">USS&nbsp;<em>Abraham Lincoln</em></a>&nbsp;e della seconda portaerei americana inviata nell’area di responsabilità del Centcom, la USS&nbsp;<em>Gerald R. Ford</em>&nbsp;— oltre 120 velivoli della componente imbarcata tra F/A-18 Hornet e Super Hornet, F-35C Lightning II e aerei per la guerra elettronica EA-18G Growler — sono stati schierati nuovi <strong>F-16 Fighting Falcon</strong>, una squadriglia di F-35A Lightning II, un ulteriore gruppo di EA-18G basati a terra e due squadriglie di<strong> F-15E Strike Eagle</strong> che possono trasportare le <strong>bombe “bunker buster”</strong> GBU-28 e GBU-72 e che, si ritiene, potrebbero entrare in azione in un eventuale raid aereo, accanto o dopo bombardieri strategici come i B-2 Spirit e i B-1 Lancer, che però decollerebbero da basi esterne alla regione, di norma dall’America continentale.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">After the Gerald R. Ford Carrier Strike Group transits the Atlantic, the U.S. will have 2 aircraft carriers and 15 destroyers (plus a few subs) to work with across combatant commands.<br><br>Approx. 33% of the deployed U.S. Navy fleet is represented below, which can carry 600+ TLAMs. <a href="https://t.co/1vPf9akqTY">pic.twitter.com/1vPf9akqTY</a></p>&mdash; Ian Ellis (@ianellisjones) <a href="https://twitter.com/ianellisjones/status/2023200769365938288?ref_src=twsrc%5Etfw">February 16, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Oltre agli aerei d’attacco, l’US Air Force ha schierato un gran numero di velivoli speciali, per<strong> comando e controllo in volo</strong>, sorveglianza, <strong>intelligence </strong>e ricognizione. Oltre agli E-3 Sentry AWACS, piattaforme di allerta e controllo aviotrasportato, è stato osservato lo schieramento di tre E-11A Battlefield Airborne Communications Node (BACN), un <a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/usa-portano-guerra-elettronica-nei-cieli-medio-oriente-ecco-2600868.html">EA-37 Compass Call</a>, un RC-135 Rivet Joint, <strong>un aereo spia U-2 </strong>Dragon Lady, diversi droni MQ-4 Triton ed è stato mobilitato perfino un WC-135R Constant Phoenix, soprannominato “<em>nuke sniffer</em>” per la sua capacità di monitorare eventuali tracce radioattive nell’atmosfera riconducibili ad attività di carattere <em>nucleare.</em></p>



<p>I <strong>colloqui </strong>tra <strong>Stati Uniti e Iran </strong>restano aperti e centrati sul <strong>programma nucleare</strong> di Teheran e sulla richiesta di rinunciare allo sviluppo di un <strong>programma missilistico</strong>, ritenuto una minaccia per il Medio Oriente ma anche l’unica garanzia che la Repubblica Islamica possiede per mantenere uno <em>status</em> di potenza regionale. Nelle ultime settimane i segnali provenienti dai governi di Washington e Teheran sono apparsi contrastanti: passi indietro, annunci e incidenti — come l’a<a href="https://it.insideover.com/difesa/tensione-nel-golfo-f-35-abbatte-un-drone-iraniano-troppo-vicino-alla-lincoln.html">bbattimento di un drone</a> di sorveglianza iraniano avvicinatosi a una portaerei americana — non consentono di avere un quadro chiaro sul piano militare e politico. </p>



<p>Nel frattempo si ricevono sempre meno notizie sulle proteste interne e sulla repressione del regime che aveva spinto il presidente <strong>Donald Trump</strong> a ventilare un possibile intervento militare per scoraggiare la Guardia della Rivoluzione Islamica e la Basij, contribuendo alla destabilizzazione di uno dei principali avversari geopolitici globali e mantenendo credibile l’ipotesi di un’<a href="https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/insidewar-la-minaccia-delliran-e-massima-allerta-nel-medio-oriente-in-attesa-di-negoziati.html">opzione militare</a> che continua a essere definita <a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/lattacco-degli-usa-alliran-imminente-ecco-quali-potrebbero-2595429.html">imminente</a> da un mese a questa parte.</p>



<p><strong><em>Lo sviluppo di tecnologie militari&nbsp;d’avanguardia e il loro schieramento deciderà le sorti delle guerre future. Conoscerle, analizzarle, e cercare di spiegare la loro importanza e il ruolo che svolgono nei conflitti&nbsp;è parte del nostro sforzo quotidiano.&nbsp;Se vuoi approfondire queste tematiche ed essere sempre aggiornato sugli sviluppi nell’ambito della Difesa, segui InsideOver, e sostieni il nostro lavoro,&nbsp;</em><a href="https://it.insideover.com/abbonamenti-standard">abbonati oggi!</a></strong></p>
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