I caccia F-22 decollati dagli Stati Uniti per essere dispiegati in Medio Oriente sono l’ultimo segnale di una decisione già presa o l’ennesima manovra di persuasione per convincere Teheran a riconsiderare la propria posizione al tavolo dei negoziati, che proseguono silenziosamente e possono condurre solo in due direzioni: la de-escalation o l’escalation che riporterebbe la guerra nell’intera regione.
Il dispiegamento di dodici caccia da superiorità aerea F-22 Raptor in Medio Oriente viene considerato da molti l’ultimo tassello del notevole dispositivo militare che Washington sta accumulando da mesi nella regione in vista di una potenziale azione offensiva contro l’Iran. Un’azione su vasta scala, se si prende in considerazione il numero di aerei, asset speciali schierati nelle basi e navi da guerra lanciamissili, sottomarini e portaerei che già incrociano nel Mar Arabico.
Ieri e oggi due formazioni di F-22, velivoli che dovrebbero garantire la totale superiorità aerea nel caso di un attacco su obiettivi prefissati nel cuore del territorio iraniano, sono decollate dalla Langley Air Force Base, nello stato della Virginia, per fare scalo nella base britannica di RAF Lakenheath prima di dirigersi verso il Medio Oriente e rafforzare la flotta aerea agli ordini del United States Central Command. Questo schieramento “imminente” era già stato paventato da molti analisti e considerato uno degli ultimi segnali che la Casa Bianca vuole disporre di tutte le risorse necessarie prima di ordinare un attacco.
Il numero di aerei da combattimento pronti a entrare in azione in Medio Oriente inizia a essere davvero rilevante. Oltre ai Carrier Air Wing della USS Abraham Lincoln e della seconda portaerei americana inviata nell’area di responsabilità del Centcom, la USS Gerald R. Ford — oltre 120 velivoli della componente imbarcata tra F/A-18 Hornet e Super Hornet, F-35C Lightning II e aerei per la guerra elettronica EA-18G Growler — sono stati schierati nuovi F-16 Fighting Falcon, una squadriglia di F-35A Lightning II, un ulteriore gruppo di EA-18G basati a terra e due squadriglie di F-15E Strike Eagle che possono trasportare le bombe “bunker buster” GBU-28 e GBU-72 e che, si ritiene, potrebbero entrare in azione in un eventuale raid aereo, accanto o dopo bombardieri strategici come i B-2 Spirit e i B-1 Lancer, che però decollerebbero da basi esterne alla regione, di norma dall’America continentale.
Oltre agli aerei d’attacco, l’US Air Force ha schierato un gran numero di velivoli speciali, per comando e controllo in volo, sorveglianza, intelligence e ricognizione. Oltre agli E-3 Sentry AWACS, piattaforme di allerta e controllo aviotrasportato, è stato osservato lo schieramento di tre E-11A Battlefield Airborne Communications Node (BACN), un EA-37 Compass Call, un RC-135 Rivet Joint, un aereo spia U-2 Dragon Lady, diversi droni MQ-4 Triton ed è stato mobilitato perfino un WC-135R Constant Phoenix, soprannominato “nuke sniffer” per la sua capacità di monitorare eventuali tracce radioattive nell’atmosfera riconducibili ad attività di carattere nucleare.
I colloqui tra Stati Uniti e Iran restano aperti e centrati sul programma nucleare di Teheran e sulla richiesta di rinunciare allo sviluppo di un programma missilistico, ritenuto una minaccia per il Medio Oriente ma anche l’unica garanzia che la Repubblica Islamica possiede per mantenere uno status di potenza regionale. Nelle ultime settimane i segnali provenienti dai governi di Washington e Teheran sono apparsi contrastanti: passi indietro, annunci e incidenti — come l’abbattimento di un drone di sorveglianza iraniano avvicinatosi a una portaerei americana — non consentono di avere un quadro chiaro sul piano militare e politico.
Nel frattempo si ricevono sempre meno notizie sulle proteste interne e sulla repressione del regime che aveva spinto il presidente Donald Trump a ventilare un possibile intervento militare per scoraggiare la Guardia della Rivoluzione Islamica e la Basij, contribuendo alla destabilizzazione di uno dei principali avversari geopolitici globali e mantenendo credibile l’ipotesi di un’opzione militare che continua a essere definita imminente da un mese a questa parte.
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