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Difesa

Così l’Iran colpisce le basi Usa che nessuno ha pensato a proteggere

Il recente attacco a una base aerea USA in Arabia Saudita pone il problema della protezione nelle installazioni: che fine hanno fatto?

Il recente attacco iraniano alla base aerea saudita Prince Sultan situata ad Al Kharj, non lontano da Riad, avrebbe danneggiato “parecchie aerocisterne” tipo KC-135 presenti nel sito e distrutto un aereo AWACS (Airborne Warning and Control System) E-3 “Sentry”. L’attacco, secondo quanto riferito, sarebbe stato condotto con un misto di missili balistici non specificati e droni one way Shahed-136, e a quanto sembra a colpire l’AWACS sarebbe stato proprio uno o più di questi ultimi.

L’azione è identica a una precedente, effettuata il 6 marzo, in cui altre aerocisterne non specificate sono state danneggiate. La base aerea Prince Sultan è situata a circa 600 km dalla costa iraniana vicino alla capitale, e proprio per via di questa sua posizione avanzata risulta strategica per le operazioni aeree statunitensi ospitando aerei cisterna, velivoli AWACS e per la raccolta l’intelligence dei segnali (SIGINT). A causa della presenza statunitense, la base è stata bersaglio di attacchi aerei iraniani in diverse occasioni negli ultimi tempi che hanno causato anche la morte di militari USA di stanza nella base.

L’Iran dall’immediato inizio delle ostilità ha dimostrato la capacità di colpire le basi militari nella regione, comprese quelle statunitensi, bersagliandole con missili balistici e droni one way. In questo modo si è anche concentrato sul tentativo di degradazione delle capacità di osservazione avversarie avendo attaccato, e in alcuni casi distrutto, radar di scoperta e tracciamento come l’AN/TPY-2 a Muwaffaq al-Salti in Giordania, e l’AN/FPS-132 – radar da Early Warning – in Qatar, quest’ultimo acquistato dall’emirato nel 2013. Colpiti anche i radar di controllo del fuoco di batterie di Patriot così come relais satellitari.

Lo schema è evidente: l’Iran sta cercando di ridurre da un lato la capacità di “vedere” degli Stati Uniti, dall’altro quella più generale di colpire con gli attacchi alle aerocisterne: aver messo fuori combattimento “parecchie” di queste ultime significa che i caccia devono ridurre il loro rateo di missione.

I bandi per i rifugi

The War Zone riferisce che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sta quindi ricercando soluzioni più efficaci per proteggere le proprie truppe e capacità operative. Questa settimana, il Comando e le sue unità subordinate hanno pubblicato due bandi di gara rivolti ad aziende in grado di progettare e fornire infrastrutture rinforzate, inclusi rifugi sotterranei e bunker. Una necessità che si è presentata dopo che 13 soldati statunitensi sono stati uccisi, oltre 300 feriti e infrastrutture e attrezzature, come i già citati sistemi radar e velivoli, sono state distrutte o danneggiate dall’inizio dell’operazione Epic Fury, il 28 febbraio. Il New York Times riferisce anche che gli attacchi sono stati “talmente intensi” da costringere parte del personale presente nelle basi a spostarsi negli alberghi e altre strutture civili, lavorando sostanzialmente da remoto, con l’eccezione di piloti e personale di terra ovviamente.

La scorsa settimana, l’AFCENT (U.S. Air Forces Central) ha lanciato un bando di gara volto a cercare società costruttrici in grado di rafforzare la protezione delle forze presso la base aerea di Al Udeid in Qatar, la più grande installazione militare americana in Medio Oriente. Nel bando, ci ricorda ancora The War Zone, è presente la richiesta di costruzione di ulteriori strutture, tra cui uffici amministrativi, centri di comando e controllo, strutture per la prontezza operativa e il supporto vitale per il personale specializzato, ascensori e un parcheggio multipiano. Il CENTCOM, invece, ha fatto richiesta per strutture prefabbricate progettate per proteggere il personale da esplosioni e schegge che devono essere consegnabili al terminal merci dell’aeroporto internazionale King Hussein di Aqaba, in Giordania, esprimendo quindi una certa urgenza che si riflette in consegne entro 3, 15 e 30 giorni.

Viene ora da chiedersi per quale motivo ci si sia accorti della fragilità delle installazioni militari statunitensi in Medio Oriente a operazioni belliche ampiamente già iniziate. Da ben prima del fatidico 28 febbraio la capacità iraniana di colpire a grande distanza con missili balistici e soprattutto droni one way era ben nota: Israele è stato messo sotto stress da tutta una serie di fitti attacchi avvenuti negli anni precedenti che avevano evidenziato l’efficacia di questa possibilità. Probabilmente, proprio quegli attacchi che hanno danneggiato risorse militari israeliane ma in modo non grave, e il potenziamento delle difese aeree di Tel Aviv da parte statunitense, hanno fatto sopravvalutare la capacità USA di difendere le installazioni militari.

Soprattutto restiamo stupiti davanti alla cattiva organizzazione delle infrastrutture militari statunitensi nell’area del Medio Oriente, almeno di quelle colpite e di quelle per le quali si è reso necessario l’acquisto urgente di protezioni.

Le misure che si prendevano un tempo

Se potessimo guardare alla struttura di una base aerea durante la Guerra Fredda, vedremmo un assetto ben diverso rispetto alle attuali basi mediorientali utilizzate dall’U.S. Air Force. Innanzitutto, i velivoli in caso di operazioni belliche in cui vi fosse il rischio di reazione avversaria sarebbero stati dispersi nelle numerose piazzole presenti, collocate, a gruppi, a notevole distanza reciproca e molto spesso protette da terrapieni per evitare che le schegge di un’esplosione in una potessero avere effetti nelle altre vicine. Nella base saudita, invece, aerocisterne e AWACS erano ordinatamente parcheggiati negli spazi a margine delle piste, senza alcun tipo di protezione, e infatti è molto probabile che un singolo colpo possa aver danneggiato più aerocisterne in una sola volta.

La medesima situazione si ritrova anche in altre basi aeree, e non solo in Medio Oriente: immagini satellitari di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, mostrano la stessa identica metodologia di parcheggio dei velivoli. I centri di comando e controllo di una base aerea durante la Guerra Fredda, oltre a essere corazzati in bunker, erano anche diversificati per avere capacità di ridondanza in caso di attacco. Gli stessi cacciabombardieri erano posizionati all’interno di shelter corazzati quando non nelle piazzole protette, mentre alla vigilia e durante l’attuale conflitto abbiamo visto immagini di aerei ancora una volta parcheggiati uno di fianco all’altro presso le piste.

Forse, troppi anni di air show hanno influito su talune decisioni di sicurezza, insieme alla convinzione che sarebbero bastati pochi giorni di campagna aerea per portare Teheran a più miti consigli. Non abbiamo idea di dove vengano stoccate le munizioni, in particolare gli ordigni utilizzati, ma a questo punto è possibile che parte di esse siano sistemate in semplici magazzini senza nessun tipo di protezione.

Facciamo ora una veloce considerazione sulle capacità di difesa aerea delle basi: è possibile che dopo 4 anni di guerra in Ucraina, le forze statunitensi non abbiano mai preso nota di come poter eliminare non tanto la minaccia missilistica – in questo i Patriot sono discretamente efficaci – quanto quella dei droni one way? Avviare un conflitto contro un Paese che ha in queste armi uno dei suoi principali punti di forza senza aver prima predisposto un’adeguata difesa contro di esse, è stato privo di senso.

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