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	<title>Stefano Lorusso Archives - InsideOver</title>
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	<title>Stefano Lorusso Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;ultima famiglia palestinese</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/lultima-famiglia-palestinese.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Lorusso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1708" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" /></p>
<p>Una famiglia palestinese è stata sfrattata da un appartamento la cui proprietà era contestata da un gruppo di coloni, dopo una battaglia legala durata 45 anni diventata emblema della battaglia sulla conquista della maggioranza demografica a Gerusalemme.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/lultima-famiglia-palestinese.html">L&#8217;ultima famiglia palestinese</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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                        Società
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                    L&#8217;ultima famiglia palestinese
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                        Una famiglia palestinese è stata sfrattata da un appartamento la cui proprietà era contestata da un gruppo di coloni, dopo una battaglia legala durata 45 anni diventata emblema della battaglia sulla conquista della maggioranza demografica a Gerusalemme.
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            <a href="https://it.insideover.com/autore/stefano-lorusso" rel="contributor">
                Stefano Lorusso
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<p>Da quando aveva ricevuto l’ordine di espulsione da parte della Corte Suprema Israeliana, Nora Ghaith Sub-Laban, 68 anni, aveva smesso di dormire e di uscire di casa per timore che l’esercito potesse approfittare della sua assenza e confiscare l’abitazione in cui abita da quando è nata.<br>All’alba dell’11 luglio scorso la donna palestinese ha dovuto momentaneamente lasciare il suo appartamento, l’ultima abitazione ancora occupata da palestinesi in un edificio controllato da coloni israeliani ultra-ortodossi. Prima di uscire ha spento la luce, chiuso la porta e mormorato una preghiera affinché potesse farvi ritorno dopo una visita medica che non poteva più rimandare.</p>



<p>È stata l’ultima volta. Alle prime luci dell’alba le forze israeliane hanno sfondato la porta, fatto irruzione nell’appartamento nella zona di Aqabet al-Khaldyeh, il quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme, e permesso ai coloni di prendere possesso dell’appartamento. In pochi minuti, il marito di Nora Ghaith Sub-Laban e quattro attivisti del gruppo per i diritti umani <em>Free Jerusalem</em> sono stati buttati fuori e la serratura della porta cambiata.</p>



<p>Con il dito levato verso il cielo, circondata dalle telecamere e dagli attivisti accorsi nel tentativo di fermare lo sgombero, Nora Ghaith Sub-Laban ha urlato che la casa, un giorno, ritornerà di sua proprietà. “Sfrutterò ogni pretesto giuridico per continuare la battaglia per il possesso della mia casa, del mio Paese”, ha detto mentre il figlio Ahmad le teneva il braccio.</p>



<p>È improbabile che ciò accada. Dopo una battaglia legale durata 45 anni la Corte Suprema, l’ultima istanza giuridica di appello nell’ordinamento israeliano, aveva ordinato lo sgombero in un giorno che il sindaco di Gerusalemme Arieh King, leader del movimento dei coloni, ha considerato “da celebrare”, definendo i membri della famiglia “occupanti abusivi” e il caso come un semplice conflitto sulle proprietà immobiliari.</p>



<p>In realtà la battaglia su questo edificio di tre piani costruito due secoli fa a pochi metri dalla Moschea al-Aqsa e dal Muro del Pianto si inserisce nella cornice più ampia della disputa territoriale tra israeliani e palestinesi che si concretizza in una lotta senza quartiere per il possesso di ogni singola abitazione di Gerusalemme. In gioco c’è la conquista della maggioranza demografica nella città che sia israeliani che palestinesi rivendicano come capitale.</p>



<p>“Gli sgomberi servono un doppio scopo del governo israeliano: incrementare la presenza ebraica in città e accrescere il controllo sul territorio”, spiega Amy Cohen dell’ong israeliana Ir Amim, specializzata nel controllare l’attività dei coloni a Gerusalemme. “Ogni casa conquistata dai coloni rinforza la continuità territoriale della Gerusalemme ebraica ed ostacola la possibilità di una soluzione condivisa al conflitto”, continua Amy Cohen.</p>



<p>A Gerusalemme Est abitano oltre 220mila israeliani e oltre 350mila palestinesi che vivono in quartieri sovraffollati, costituendo il 38% della popolazione in una città in cui le autorità israeliane stanno implementando “politiche sistematiche di ingegneria demografica”, secondo l’Onu. Attualmente Gerusalemme sfiora il milione di abitanti. La maggioranza demografica ebraica è salda grazie all’alto tasso di natalità degli ebrei ultraortodossi che rappresentano circa un terzo della popolazione cittadina.<br>Per questa ragione il controllo di ogni casa rappresenta un’opportunità per affermare la propria presenza in questa città contestata. La storia dell’appartamento della famiglia Sub-Laban rispecchia in ogni suo aspetto l’andamento del conflitto israelo-palestinese.</p>



<p>Nella prima metà del Novecento, l’abitazione era posseduta da un gruppo di interesse dell’Europa orientale che raccoglieva fondi per le famiglie ebraiche di Gerusalemme. È poi diventata di proprietà del regno di Giordania dopo la guerra scatenata dalla creazione dello stato di Israele e, fino a pochi giorni fa, è stata oggetto di una controversia giuridica durata 45 anni, risoltasi con lo sgombero forzato della famiglia palestinese nonostante la pressione internazionale di diplomatici europei e americani.</p>



<p>Con l’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, l’edificio diventò di proprietà del regno di Giordania dopo la guerra scatenata dalla creazione dello stato di Israele, che coincide con l’evento storico che i Palestinesi chiamano Nakba o ”La Catastrofe”, all’origine del conflitto israelo-palestinese. Più di 700mila palestinesi furono espulsi dalle loro città, senza potervi far mai più ritorno, mentre Gerusalemme fu divisa in due: l’Est alla Giordania, l’ovest al neonato Stato di Israele.</p>



<p>I Sub-Laban, come altre centinaia di famiglie palestinesi, firmarono un contratto d’affitto per la loro abitazione nella Città Vecchia con un ente giordano incaricato di gestire le proprietà immobiliari abbandonate a Gerusalemme Est. Nora nacque in questa casa due anni dopo, nel 1955.<br>I conflitti giuridici sulla proprietà iniziarono proprio quando poi l’ente fu posto sotto l’autorità israeliana nel 1967, a seguito della Guerra dei Sei Giorni con cui lo Stato ebraico sottrasse alla coalizione di stati arabi la Penisola del Sinai, la Cisgiordania e, appunto, Gerusalemme Est.</p>



<p>Nonostante i residenti palestinesi furono allora riconosciuti come &#8220;affittuari protetti&#8221; dalla legge israeliana, gruppi di interesse ebraici, incentivati dal governo, iniziarono a contestare la proprietà palestinese degli immobili nelle aule di giustizia, mentre i coloni ultra-ortodossi occupavano illegalmente le abitazioni palestinesi.</p>



<p>È così che è iniziata la battaglia legale che dopo 45 anni ha portato la famiglia Sub-Laban ad essere sfrattata dall’abitazione in cui viveva da quasi 70 anni. La proprietà dell’appartamento era rivendicata dalla fondazione Kollel Galicia, legata ad Ateret Cohanim, un gruppo di coloni all’origine di altri ricorsi per il passaggio delle proprietà immobiliari palestinesi nelle mani degli israeliani.</p>



<p>“Lo sgombero è parte del progetto di giudaizzazione di Gerusalemme che ha lo scopo di confiscare sempre più case ai palestinesi in favore dei coloni con il supporto del governo”, spiega Shir Tarabas, attivista del gruppo israeliano Free Jerusalem, i cui membri sono stati arrestati per aver tentato di fermare l’espulsione dei Sub-Laban, alla fine di una lunga campagna di intimidazione della famiglia palestinese da parte dei coloni.</p>



<p>I gruppi di interesse che rappresentano i coloni sono impegnati in una lotta senza quartiere per la conquista di Gerusalemme Est, sfruttando una legge del 1970 che permette soltanto ai cittadini di fede ebraica di reclamare la proprietà di immobili persi dopo il 1948. Questa legge non garantisce ai palestinesi lo stesso diritto e mette in piedi un impianto discriminatorio che non fornisce loro uno strumento di contestazione diverso dalla difesa nelle aule di tribunale. Spesso il giudice è lui stesso un colone, come accaduto ai Sub-Laban.</p>



<p>La Città Vecchia è solo uno dei teatri in cui si combatte la battaglia demografica tra israeliani a palestinesi a Gerusalemme. Casi di sfratto e demolizioni forzate si verificano nel quartiere di Sheikh Jarrah, all’origine della guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza 2021, che ha portato alla morte 256 palestinesi, inclusi 66 bambini e 13 israeliani. I Ghaith-Sub Laban sono solo due degli oltre 3mila residenti di Gerusalemme Est a rischio sfratto, cumulandosi con altre 20mila case palestinesi in tutta la Cisgiordania soggette a ordini di demolizione perché erette senza il permesso di costruire israeliano, che secondo un report dell’Onu è “virtualmente impossibile” da ottenere.</p>



<p>Le autorità israeliane concedono poca terra per lo sviluppo urbanistico e la costruzione di abitazioni nelle aree palestinesi, favorendo l’edificazione e il rafforzamento delle colonie. Il risultato è una crisi degli alloggi e di sovraffollamento nei quartieri palestinesi che, secondo alcuni gruppi di difesa dei diritti umani, è volta ad alterare il rapporto demografico a favore degli israeliani.</p>



<p>Avendo esaurito tutte le vie di ricorso, i Sub-Laban non hanno altri strumenti per far valere il lodo diritto a conservare quella che hanno considerato per decenni la loro abitazione. Mentre le utenze sono ancora a loro nome, la famiglia è stata condannata a pagare una multa di circa 2.500 euro come risarcimento alla municipalità di Gerusalemme per le operazioni di sgombero, senza che ciò rappresenti l’ultima beffa per la famiglia.</p>


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                                    Stefano Lorusso
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/lultima-famiglia-palestinese.html">L&#8217;ultima famiglia palestinese</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il dilemma palestinese. Perché lavorare nelle colonie israeliane?</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/il-dilemma-palestinese-perche-lavorare-nelle-colonie-israeliane.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 May 2023 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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<p>Il mercato del lavoro israeliano, seppur con ricatti e dinamiche di sfruttamento, attira moltissimi lavoratori palestinesi, che rimanendo in Palestina faticherebbero a provvedere per le proprie famiglie. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/il-dilemma-palestinese-perche-lavorare-nelle-colonie-israeliane.html">Il dilemma palestinese. Perché lavorare nelle colonie israeliane?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509120914408_a9fb405357694697927449403b576bc9-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                        17.05.2023
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                <h1 class="article__title">
                    Il dilemma palestinese. Perché lavorare nelle colonie israeliane?
                </h1>

                                    <div class="article__lead">
                        Il mercato del lavoro israeliano, seppur con ricatti e dinamiche di sfruttamento, attira moltissimi lavoratori palestinesi, che rimanendo in Palestina faticherebbero a provvedere per le proprie famiglie. 
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            <a href="https://it.insideover.com/autore/stefano-lorusso" rel="contributor">
                Stefano Lorusso
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<p>Quando lo scorso 2 maggio tutta la Cisgiordania ha scioperato a seguito della morte nelle prigioni israeliane di Khader Adnan – uno dei simboli della resistenza palestinese -, Abdel si è svegliato all’alba. Ha fatto colazione, baciato sua figlia sulla fronte e si è recato al lavoro. Non a Ramallah, dove abita in Cisgiordania, ma a Gerusalemme Est, nel lato israeliano del Muro di separazione.</p>



<p>“Se partecipassi allo sciopero sarei licenziato”, racconta Abdel, 26 anni, con le mani in tasca e una sigaretta in bocca, mentre attraversa il checkpoint di Qalandiya, il filtro che l’esercito israeliano apre e chiude per controllare il flusso di palestinesi tra la Cisgiordania e Gerusalemme. “Hai dei coltelli con te?”, gli chiede la soldatessa israeliana addetta ai controlli di sicurezza, dopo che Abdel le ha mostrato il suo permesso. “No. Sto andando a lavorare” risponde, prima di prendere un autobus per Atarot, nel nord di Gerusalemme, in una delle 19 zone industriali israeliane situate nei territori occupati.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-394877" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/Atarot_ZI_Stefano-Lorusso-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">La zona industriale di Atarot è circondata dal Muro di separazione ed è costruita sulla terra confiscata dai villaggi palestinesi di Beit Hanina, Al-Ram e Dahiyat al Bareed. Foto di Stefano Lorusso.</figcaption></figure>



<p>Cinque kilometri percorsi in un’ora e mezza per raggiungere l&#8217;insediamento industriale che contiene 160 tra attività e fabbriche – comprese tre multinazionali -, costruite su tre villaggi palestinesi confiscati dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele allargò i confini di Gerusalemme come parte del piano di annetterla, dichiarandola capitale indivisibile dello Stato ebraico. Secondo il centro di ricerca <em>Who Profits</em>, la crescita di queste zone industriali viola il diritto internazionale ed è associata ad un meccanismo di espropriazione della terra palestinese nei territori occupati.</p>



<p>Nella fabbrica in cui lavora Abdel sono impiegati una ventina di operai palestinesi, alle dipendenze di un manager israeliano. “Servo l’occupazione, ma allo stesso tempo guadagno fino a sei volte di più rispetto ad un qualsiasi altro impiego in Cisgiordania. A volte lavoro 12 ore al giorno, senza straordinari. Sacrifico però i miei diritti sociali”, spiega Abdel, il cui datore di lavoro non gli versa i contributi per la pensione, né le indennità per i giorni di malattia.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-394906" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509131016231_ecf1a63571376b7a9275e3b30fa52ced-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tulkarem, Cisgiordania, 1 maggio 2023. Un operaio palestinese attraversa il checkpoint di Tayba per andare a lavorare in Israele nella giornata internazionale dei lavoratori. EPA/ALAA BADARNEH.</figcaption></figure>



<p>Accusate di incrementare la dipendenza dell’economia palestinese nei confronti di Israele, considerate illegali dal diritto internazionale, queste zone industriali assorbono circa 37.000 lavoratori palestinesi, soprattutto nel settore dell’edilizia, costruendo gli insediamenti che sperano un giorno di vedere smantellati. Nel 2015, la Banca Mondiale ha stimato che il costo dell&#8217;occupazione ammontava, da solo, a più di un terzo del PIL palestinese. Secondo un rapporto dell’organizzazione palestinese Al-Haq, Israele incoraggia lo sviluppo delle aziende nelle colonie industriali tramite incentivi fiscali. Ad Atarot, “la tassa municipale è di circa 74 shekel per metro quadrato (circa 18 euro), mentre a Gerusalemme Ovest la tassa è di circa 92 &#8211; 123 shekel (circa 23 &#8211; 30 euro)”, si legge nel rapporto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://it.insideover.com/iscriviti-alla-newsletter" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="234" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200-1024x234.png" alt="" class="wp-image-395700" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200-1024x234.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200-600x137.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200-300x69.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200-768x175.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/strip_dfp_desktop_newsletter_1200.png 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Dalle 6 del mattino, Fadi carica e scarica pacchi di lattine per un distributore privato israeliano di bibite ad Atarot. Nonostante si reputi fortunato ad aver trovato un lavoro dopo aver chiuso il suo caffè a Ramallah durante la pandemia, sente ogni giorno di camminare sul filo del rasoio: “Il numero di Palestinesi disposti a lavorare nelle colonie è così alto che ai datori di lavoro non importa di noi. Se la nostra produttività cala, trovano facilmente un sostituto”.</p>



<p>I lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane finiscono per preferire lo sfruttamento alla povertà. Il salario minimo nei territori occupati ammonta a circa 1400 shekel (350 euro), mentre in Israele è di circa 5500 shekel (1400 euro).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-394878" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-2048x1365.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509122448381_eab6910e51842300d4e0a11fdeb6e8dc-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gerusalemme Est, Israele, 19 aprile 2017. Operai edili palestinesi lavorano in un cantiere nel quartiere israeliano di Pisgast Ze&#8217;ev.  EPA/ABIR SULTAN</figcaption></figure>
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<p>Oltre ad essere vulnerabili agli abusi dei datori di lavoro israeliani, i Palestinesi sono vittime di un doppio sistema di sfruttamento. Per lavorare nelle colonie, i Palestinesi hanno bisogno di ottenere un permesso di lavoro rilasciato dal braccio militare del governo israeliano in Cisgiordania, che indaga meticolosamente la vita del richiedente per scovare la sua eventuale appartenenza politica e capire se costituisce una minaccia per lo Stato ebraico. Solo gli uomini sposati con più di 22 anni o non sposati con più di 27 anni possono ottenerlo. </p>



<p>A poche decine di kilometri da Atarot, Khaled, 43 anni, è un operaio edile e padre di tre figli. Costruisce abitazioni nelle colonie dell’area di Nablus, nel nord della Cisgiordania. Con i vestiti sporchi di calce e il cappello segnato dal logo di un’azienda edile israeliana, si reca quotidianamente nelle colonie che l’Autorità Palestinese vorrebbe vedere rase al suolo. Oltre alle spese per mantenere la sua famiglia, parte del suo stipendio gli serve a garantirsi il permesso di lavoro.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="686" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-1024x686.jpg" alt="" class="wp-image-394891" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-1024x686.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-scaled-600x402.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-768x515.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-1536x1029.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-2048x1372.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230509125316919_4ca293afdcafc1299fd20437496ad8a0-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hebron, territori palestinesi, 19 gennaio 2016. Operai palestinesi si scaldano davanti ad un fuoco in attesa di poter entrare nella colonia israeliana attraverso il checkpoint di Mitar, a sud della città cisgiordana di Hebron. Spesso, all&#8217;aumento delle tensioni tra le due parti, i checkpoint bloccano gli accessi ai palestinesi. EPA/ABED AL HASHLAMOUN</figcaption></figure>
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<p>I lavoratori palestinesi nelle colonie devono fare i conti con un sistema di permessi gestito da intermediari palestinesi che vendono illegalmente i permessi a 2500 shekel al mese (€630), in un’industria dell’estorsione che vale circa 1.2 miliardi di shekel (310 milioni di euro) e che coinvolgerebbe 40.000 lavoratori palestinesi, secondo l’Institute for National Security Studies. Una riforma del 2021 ha tentato di mettere un freno al mercato nero dei permessi di lavoro, che erano controllati e richiesti direttamente dai datori di lavoro israeliani o dagli sponsor che garantivano per i lavoratori.</p>



<p>I recenti tentativi di Khaled di chiedere pochi giorni di vacanza sono stati accolti con la minaccia di non ricevere lo stipendio, che fino all’anno scorso poteva essere versato soltanto in contanti, aumentando il rischio di essere <strong>ricattati</strong>. Durante il colloquio con il suo datore di lavoro, Khaled racconta di aver stretto i pugni, pensando ai suoi figli.</p>


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                                    Stefano Lorusso
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		<title>REPORTAGE &#124; Olive Amare</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/olive-amare</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2023 13:42:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11.jpeg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11-1024x576.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11-768x432.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/WhatsApp-Image-2023-02-27-at-14.41.11-334x188.jpeg 334w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>In Cisgiordania gli uliveti sono diventati dei campi di battaglia. Durante il periodo della raccolta delle olive, che si svolge tutti gli anni tra ottobre e novembre, gli attacchi dei coloni israeliani nei confronti dei contadini palestinesi si fanno più frequenti ed intensi. La difficoltà nell&#8217;ottenere i permessi per accedere agli uliveti ostacola ulteriormente l&#8217;attività &#8230; <a href="https://it.insideover.com/video/olive-amare">[...]</a></p>
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<p>In Cisgiordania gli uliveti sono diventati dei campi di battaglia. Durante il periodo della raccolta delle olive, che si svolge tutti gli anni tra ottobre e novembre, gli attacchi dei coloni israeliani nei confronti dei contadini palestinesi si fanno più frequenti ed intensi. La difficoltà nell&#8217;ottenere i permessi per accedere agli uliveti ostacola ulteriormente l&#8217;attività dei contadini. A molti di loro vengono concessi massimo tre giorni per la raccolta, per scoprire poi che, durante la loro assenza, i coloni hanno distrutto le loro piante.</p>



<p>CLICCA <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/olive-amare-la-guerra-degli-uliveti-tra-israele-e-palestina.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">QUA</a> PER IL REPORTAGE COMPLETO </p>
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		<title>Olive amare: la guerra degli uliveti tra Israele e Palestina</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/olive-amare-la-guerra-degli-uliveti-tra-israele-e-palestina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Isabel Demetz]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 08:57:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221201104207586_38653dc6c4cb598e669b181b5d7304bf-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>In Cisgiordania gli uliveti sono diventati dei campi di battaglia. Durante il periodo della raccolta delle olive, che si svolge tutti gli anni tra ottobre e novembre, gli attacchi dei coloni israeliani nei confronti dei contadini palestinesi si fanno più frequenti ed intensi. Nel 2021 sono stati almeno 42, mentre quest’anno, nelle sole prime due &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/olive-amare-la-guerra-degli-uliveti-tra-israele-e-palestina.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221201104207586_38653dc6c4cb598e669b181b5d7304bf-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><div
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                    Olive amare: la guerra degli uliveti tra Israele e Palestina
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                        In Cisgiordania gli uliveti sono diventati dei campi di battaglia. Durante il periodo della raccolta delle olive, che si svolge tutti gli anni tra ottobre e novembre, gli attacchi dei coloni israeliani nei confronti dei contadini palestinesi si fanno più&#8230;
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                Stefano Lorusso
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<p>In Cisgiordania gli uliveti sono diventati dei campi di battaglia. Durante il periodo della raccolta delle olive, che si svolge tutti gli anni tra ottobre e novembre, gli attacchi dei coloni israeliani nei confronti dei contadini palestinesi si fanno più frequenti ed intensi. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p>Nel 2021 sono stati almeno 42, mentre quest’anno, nelle sole prime due settimane, l’Onu ne ha documentati 22, durante i quali almeno 800 ulivi sono stati distrutti. Una parte di questi si trovava nel villaggio di Burin, il cui territorio ricade per l’80% in zona C, sotto controllo amministrativo e militare israeliano e situato a valle di Yitzhar e Har Bracha: due colonie i cui abitanti si sono fatti conoscere per la loro efferatezza. Durante un attacco nel mese di novembre, un giovane contadino di Burin, colpito da una pietra scagliata da un colone, ha perso un occhio.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-376424" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152121643_fcb56ab3c536ea98eb67c27e4d4cbdf2.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Un lavoratore palestinese riempie l&#8217;olio d&#8217;oliva appena spremuto in un contenitore, accanto ad un frantoio tradizionale in pietra, nel villaggio palestinese di Bizarya, nei pressi della città cisgiordana di Nablus, 6 novembre 2022. EPA/ALAA BADARNEH</figcaption></figure>
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<p>Per i 2.500 abitanti del villaggio a sud-ovest di Nablus, nel nord della Cisgiordania, i proventi derivanti dalla raccolta delle olive costituiscono la principale fonte di reddito, come lo sono per almeno 100mila famiglie palestinesi, secondo l’Onu. Ma in questo villaggio, svolgere le attività agricole quotidiane rappresenta un rischio. Nei terreni arabili situati in zona C, è vietato svolgere attività agricole senza l’ottenimento di uno speciale permesso rilasciato dall’Amministrazione civile israeliana, ente del governo israeliano in Cisgiordania. Ed anche quando i contadini riescono ad ottenerlo ed a recarsi nei campi, hanno soltanto pochi giorni per terminare la raccolta.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-376413" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129151141922_ea87206aa7b63b92ff39d5f62e262c5b-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Una contadina palestinese getta le olive per liberarle dalle foglie nel suo campo di ulivi, situato nella periferia del villaggio cisgiordano di Asera, vicino alla città di Nablus, 11 novembre 2022. EPA/ALAA BADARNEH</figcaption></figure>
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<p>Gli attacchi dei coloni si concentrano proprio durante queste fasi e mirano a scoraggiare l’accesso dei palestinesi ai loro campi per poter poi proclamarvi la sovranità dello stato di Israele. Infatti, secondo il diritto fondiario israeliano ereditato dall’epoca ottomana, un campo rimasto incolto per più di tre anni diventa <em>de jure</em> proprietà dello Stato ebraico. Non sono pochi i contadini che, sentendosi minacciati dalla probabilità di un attacco, hanno smesso di recarsi nei campi situati in zona C.</p>



<p>La violenza dei coloni non è il solo ostacolo da superare durante la raccolta. Il tasso di approvazione dei permessi è infatti in forte calo, passando dal 71% nel 2014 al 27% nel 2020. Il calo del numero di permessi non permette ai contadini palestinesi di svolgere le attività agricole necessarie per prendersi cura della terra e degli alberi durante tutto l’anno, una difficoltà che riduce di molto la produttività dei campi e, di conseguenza, colpisce i loro redditi che diventano più esigui di anno in anno.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-376414" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221129152026302_6bb8a72a914ca4454046db90b05c3bea.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Agricoltori palestinesi mentre fanno colazione nel loro uliveto, situato nella periferia del villaggio cisgiordano di Asera, vicino alla città di Nablus, 11 novembre 2022. EPA/ALAA BADARNEH</figcaption></figure>
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<p>La raccolta delle olive non costituisce soltanto una fonte di reddito, ma rappresenta soprattutto il momento in cui le famiglie si riuniscono e celebrano il loro legame con la terra, spesso bacchettando rami di alberi centenari, piantati dalle generazioni precedenti. Nella cultura palestinese, infatti, l’ulivo è simbolo di longevità e resistenza. </p>



<p>Ma nei pressi delle colonie israeliane, la vita di questi alberi è a rischio. Secondo la Croce rossa, tra il 2020 e il 2021 almeno 9.300 ulivi sono stati sradicati nei Territori Palestinesi, una cifra che sale a 800.000 se si va indietro nel tempo, fino al 1967, anno delle guerra dei sei giorni, alla fine della quale Israele conquistò larghe parti dell’attuale Cisgiordania, la penisola del Sinai, Gerusalemme Est e le alture del Golan.</p>


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                                    Stefano Lorusso
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/olive-amare-la-guerra-degli-uliveti-tra-israele-e-palestina.html">Olive amare: la guerra degli uliveti tra Israele e Palestina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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