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	<title>Matteo Latorraca Archives - InsideOver</title>
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	<title>Matteo Latorraca Archives - InsideOver</title>
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		<title>Yemen, gli Emirati si ritirano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/yemen-gli-emirati-si-ritirano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 11:12:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>&#8220;Per noi la guerra è finita&#8221;. Queste sono le parole postate mercoledì sul suo account twitter dallo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe di Abu Dhabi e leader supremo delle forze armate degli Emirati Arabi.Per approfondire: Yemen, radiografia di un conflittoQuesto tweet riguarda la guerra in Yemen, un conflitto che prosegue da più di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/yemen-gli-emirati-si-ritirano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/LAPRESSE_20160610102737_19462278-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>&#8220;Per noi la guerra è finita&#8221;. Queste sono le parole postate mercoledì sul suo account twitter dallo sceicco<strong> Mohammed bin Zayed Al Nahyan</strong>, principe di Abu Dhabi e leader supremo delle forze armate degli<strong> Emirati Arabi</strong>.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/yemen-radiografia-di-un-conflitto/" target="_blank">Per approfondire: Yemen, radiografia di un conflitto</a>Questo tweet riguarda la guerra in <strong>Yemen</strong>, un conflitto che prosegue da più di un anno e che ha portato alla morte di più di otto mila persone. La coalizione a guida saudita intervenuta sul terreno nel marzo 2015 e tutt’ora presente nel Paese comprende anche le truppe degli <strong>Emirati Arabi</strong>.Lo sceicco ha ripreso le dichiarazioni del ministro degli esteri <strong>Anwar Gargash</strong>, che nell&#8217;occasione ha difeso la decisione di intervenire nel paese per arginare il pericolo del<strong> terrorismo</strong>.In realtà, solo il ruolo<strong> militare</strong> finirebbe, mentre quello politico e logistico non cesserebbero. Il ministro ha poi dichiarato che un esiguo numero di truppe rimarrebbe nel paese per eventuali operazioni di <strong>controterrorismo</strong>.Il discorso è avvenuto in una sede privata, durante uno degli incontri organizzati dalla monarchia per il mese del<strong> Ramadan</strong>. Per questo motivo, le notizie trapelate sono poche e frammentarie. A quanto pare, durante l’incontro si è parlato anche del ruolo di osservatore politico che il paese si appresterà a giocare in Yemen.“Le operazioni Decisive<strong> Storm</strong> e<strong> Restoring Hope</strong> hanno raggiunto i loro obiettivi. Ora bisogna avviare un percorso politico” ha affermato ad <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.aljazeera.com/" target="_blank"><em>Al Jazeera</em> </a>l’analista militare <strong>Riad Kahwaji</strong>.In Yemen gli Emirati Arabi hanno perso ottantuno soldati, di cui quarantacinque uccisi in un singolo attacco avvenuto il 4 settembre dello scorso anno, rendendolo la perdita più grave subita dall&#8217;esercito nazionale dalla sua fondazione.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/yemen-kerry-chiede-aiuto-alliran/" target="_blank">Per approfondire: Yemen, Kerry chiede aiuto all&#8217;Iran</a>La <strong>guerra</strong>, poco seguita dai media internazionali, si continua a combattere tra le forze governative guidate dal presidente <strong>Hadi</strong> e appoggiate dalla coalizione e il <strong>ribelli Houthi</strong>, supportati dall&#8217;<strong>Iran</strong> e dall&#8217;ex presidente<strong> Saleh</strong>. Attivo è anche il ramo di <strong>Al Qaeda</strong> nella Pensiola Arabica (AQPA), che si oppone ad entrambe le fazioni.Il ruolo della coalizione è stato molto dibattuto, soprattutto a causa dei <strong>bombardamenti</strong> su diverse città yemenite, che hanno provocato moltissime vittime tra i civili. In dubbio è stata messa anche la capacità militare delle nazioni intervenute, tra queste anche gli Emirati.“In realtà, è sorprendente i passi in avanti che hanno fatto i paesi intervenuti in Yemen. Gli EAU hanno speso molto negli ultimi anni e, sorprendentemente, hanno inviato truppe in moltissimi contesti internazionali, tra cui l’<strong>Afghanistan</strong> e la <strong>Libia</strong>. Non si può certo dire che non si siano preparati a questa guerra” ha dichiarato al <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.parismatch.com/" target="_blank"><em>Paris Match</em> </a>in aprile l’analista <strong>Michael Knights</strong>.Tuttavia, le truppe degli Emirati Arabi non lasciano certo un paese pacificato. Nei giorni scorsi, sono morte quarantotto persone negli scontri sui vari fronti, mentre sessantacinque sarebbero state ferite, alcune di queste nelle aree attorno alla città di <strong>Taiz</strong> assediata dalle truppe governative e dalle forze della coalizione.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/yemen-iniziata-flebile-tregua/" target="_blank">Per approfondire: Yemen, iniziata flebile tregua</a>Larga parte del nord del paese e la capitale <strong>Sanaa</strong> rimangono ancora nelle mani dei ribelli, mentre le condizioni della popolazione civile si fanno sempre più <strong>critiche</strong>, con solo un 55% degli yemeniti che possono attingere ad <strong>acqua potabile</strong> e un’aspettativa di vita di sessantaquattro anni. La nazione è al 160esimo posto nella <strong>scala di sviluppo mondiale</strong>.Rimane chiaro che il motivo principale per cui l’Arabia Saudita e i suoi alleati sono intervenuti nel paese sia stata la necessità di fermare l’avanzata dei <strong>ribelli sciiti</strong> nella penisola e arginare il potere dell’Iran. Sullo sfondo, si sono mossi anche altri attori, tra cui gli <strong>Usa </strong>e la <strong>Gran Bretagna</strong>, che hanno fornito supporto logistico e intelligence, anche se il loro movente sembra essere stato la necessità di fermare Al Qaeda, piuttosto che invischiarsi in una disputa regionale.</p>
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		<title>La Libia e le difficoltà dei giornalisti</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-legge-di-allah-uccide-i-reporter.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 09:42:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[forze-democratiche-siriane]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<category><![CDATA[Tripoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1032" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-1024x705.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il 29 ottobre 2015, Mohamed Neili, un fotogiornalista che lavorava per l’agenzia stampa cinese Xinhua, viene rapito nei pressi della sua abitazione a Tripoli. Da allora, di lui non sia sa più niente. Una sorte simile è toccata a due giornalisti tunisini Sofian Chourabi e Nadhir Ktari, presumibilmente rapiti il 8 settembre 2014 nella regione Ajdabiya, mentre &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-legge-di-allah-uccide-i-reporter.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1032" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/OLYCOM_20160611164622_19484777-1024x705.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Il 29 ottobre 2015, <strong>Mohamed Neili</strong>, un fotogiornalista che lavorava per l’agenzia stampa cinese <em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.xinhuanet.com/english/home.htm" target="_blank" rel="noopener">Xinhua</a></em>, viene rapito nei pressi della sua abitazione a<strong> Tripoli</strong>. Da allora, di lui non sia sa più niente.</p>
<p>Una sorte simile è toccata a due giornalisti tunisini <strong>Sofian Chourabi</strong> e <strong>Nadhir Ktari</strong>, presumibilmente rapiti il 8 settembre 2014 nella regione <strong>Ajdabiya</strong>, mentre si trovavano nel paese per conto del canale <em>First TV</em>.</p>
<p>“Da quel giorno non abbiamo più notizie di loro, nonostante tutti i nostri tentativi per spingere le autorità tunisine e tutte le fazioni libiche ad aiutarci a risolvere la situazione” racconta <strong>Yasmine Yacha</strong>, responsabile di <em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://rsf.org/en" target="_blank" rel="noopener">Reporters without Borders</a></em> per il <strong>nord Africa</strong>.</p>
<p>Nel gennaio 2015, il braccio libico dell’<strong>Isis</strong> ha diramato un comunicato nel quale sosteneva che “<strong>la legge di Allah</strong>” fosse stata applicata sui due. Tuttavia, per il momento non esiste nessuna prova certa della morte dei due. Questi sono solo alcuni casi riguardanti le pressioni e i rischi che i media devono affrontare tutti i giorni in <strong>Libia</strong>.</p>
<p>Nel 2014, 29 giornalisti sono stati rapiti nel paese, di più che in <strong>Iraq</strong> o in <strong>Siria</strong>. Secondo la <em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://rorypecktrust.org/" target="_blank" rel="noopener">Rory Peck Trust</a></em>, una Ong che si occupa di libertà di stampa e delle condizioni dei giornalisti nel mondo, circa l’80% dei giornalisti libici ha subito <strong>minacce</strong> durante la loro carriera.</p>
<p>L’associazione con base a <strong>Londra</strong> ha lanciato un progetto sostenuto dal <strong>Fondo per la Democrazia</strong> dell’Onu per supportare la libertà di stampa e lì indipendenza dei giornalista nel paese nel settembre 2014. “Paradossalmente, era più sicuro lavorare sotto il regime di <strong>Gheddafi</strong> che non nella Libia odierna” dice <strong>Sami Zaptia</strong>, cofondatore del giornale in lingua inglese <em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.libyaherald.com/" target="_blank" rel="noopener">Libya Herald</a></em> “all&#8217;epoca del regime, solo i giornalisti conniventi potevano lavorare. Le autorità si limitavano ad arrestare i giornalisti dissidenti, ma non li uccidevano&#8221;.</p>
<p>Il<a style="color: #0000ff;" href="https://www.libyaherald.com/" target="_blank" rel="noopener"> <em>Libya Herald</em></a> esiste dal 2012, quando il paese godeva di una situazione migliore rispetto alla quale versa adesso. Nel 2014 però, a seguito delle <strong>elezione</strong> che hanno poi determinato il <strong>colpo di stato</strong> delle <strong>milizie Islamiche</strong> a Tripoli e la fuga del governo eletto a <strong>Tobruk</strong>, il giornale è stato pesantemente minacciato, in quanto sostenitore di quest’ultimo e delle elezioni libere. Per questo motivo, l’intera redazione è stata costretta a lasciare Tripoli e a rifugiarsi all&#8217;estero. Ed è proprio la capitale libica il posto più pericoloso, a causa dell’ingente popolazione e delle diverse vedute politiche, che hanno dato vita a <strong>parecchie frizioni</strong> tra gruppi <strong>laici</strong> e <strong>islamisti</strong>.</p>
<p>“Il peggior nemico dei giornalisti libici sono le <strong>molteplici milizie</strong> operanti in<strong> Tripolitania</strong> slegate sia da Tobruk sia dal governo di Tripoli. Le cosiddette “autorità” sono deboli. Queste fazioni sono guidate da attori che conoscono solo la violenza come mezzo per risolvere le questioni. Per cui, non si ritraggono dal compiere omicidi e rapimenti contro i loro oppositori, giornalisti compresi”.</p>
<p>Secondo Sami, le stesse milizie controllano il <strong>sistema giudiziario</strong>, indirizzando le decisioni delle corti con le minacce. “Le autorità vogliono dare l’impressione di condurre le indagini, e magari qualcosa fanno, ma senza arrivare alla conclusione di niente. La polizia giudiziaria non possiede che un esiguo numero di armi leggere, mentre molte milizie possono contare su armamenti medi e pesanti.” In questo ambiente , resta difficile risolvere i casi riguardanti i rapimenti o le uccisioni dei giornalisti, o anche solo condurre le indagini a riguardo.</p>
<p>“Per il momento, l’unico gruppo che si è impegnato a combattere il crimine e a riportare l’ordine è l’<strong>Sdf</strong>, di base a Tripoli e forte di <strong>900 uomini</strong>, guidato dall&#8217;islamista <strong>Abdelrauf Kara</strong>”.</p>
<p>Con il nuovo governo di Serraj, il Paese sembra avviarsi verso una sorta di <strong>riconciliazione</strong> e molte fazioni hanno giurato la loro fedeltà al nuovo premier installatosi grazie all&#8217;intervento delle <strong>Nazioni Unite</strong>. Per il momento, però, ristabilire la libertà di stampa ed espressione non sembra essere la priorità nell&#8217;agenda della nuova guida della Libia, mentre lo è la lotta allo <strong>Stato Islamico</strong>. “Penso che le cose siano migliorate che l’arrivo di Serraj. Il <em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.libyaherald.com/" target="_blank" rel="noopener">Libya Herald</a></em> non vede l’ora di tornare a Tripoli”.</p>
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		<title>Libia, siamo pronti alla guerra?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/libia-siamo-pronti-alla-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2016 09:45:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sebbene passato in secondo piano dopo gli attentati di Bruxelles, la possibilità di un intervento internazionale in Libia a guida italiana rimane ancora paventato da molti.Non è ancora chiaro quanti uomini verrebbero dispiegati sul campo, chi sarebbe l’interlocutore principale, né tanto meno quali sarebbero i compiti di un eventuale contingente, ma sembra che la leadership &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-siamo-pronti-alla-guerra.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/40000l-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Sebbene passato in secondo piano dopo gli attentati di Bruxelles, la possibilità di un intervento internazionale in Libia a guida italiana rimane ancora paventato da molti.Non è ancora chiaro quanti uomini verrebbero dispiegati sul campo, chi sarebbe l’interlocutore principale, né tanto meno quali sarebbero i compiti di un eventuale contingente, ma sembra che la leadership sia destinata al nostro Paese, ex colonizzatore. Il premier Renzi si è dimostrato piuttosto cauto sulla vicenda, dichiarando che “Con me premier, l’Italia non va in guerra”.“L’Italia potrebbe ancora svolgere un ruolo di primo piano, ma all’interno di una cornice multilaterale definita e di un contesto operativo specifico. Per esempio una missione tesa essenzialmente all’addestramento delle forze locali, alla messa in sicurezza di limitate aree strategiche, ad azioni mirate di contro-terrorismo. Se invece l’idea (assai pericolosa e a mio modo di vedere controproducente) è quella di una ampia operazione di peace-enforcement e nation-building, le cose sarebbero molto diverse” sintetizza il<strong> prof. Fabrizio Coticchia</strong>, docente all’Università di Genova e autore di libri e saggi sull’opinione pubblica italiane nei riguardi delle missioni militari all’estero.“Dobbiamo anche ricordare cosa è successo recentemente in materia di politica di difesa. L’Italia ha ridotto negli ultimi anni il suo impegno all’estero, la crisi finanziaria ha costretto a ridimensionare lo sforzo militare oltre confine e i pericoli di una mancata sostenibilità dello strumento militare sono apparsi evidenti. L’attuale prudenza nazionale rispetto al coinvolgimento in operazioni militari all’estero può essere in parte interpretata anche sotto questa lente.”Però, tralasciando i fattori economici e strategici, <strong>è proprio sulla parola “guerra” che gli italiani si dimostrano da sempre titubanti.</strong> Secondo la costituzione, L’Italia “ ripudia la guerra”.Nella nostra storia dal secondo dopoguerra fino a oggi, tutti gli schieramenti politici hanno abbracciato la dottrina “pacifista”. I politici italiani sono sempre stati restii a descrivere le missioni all’estero come “missioni di guerra”, rappresentandole invece come “missioni di pace” e dipingendo i soldati italiani come “costruttori di pace”.La parola “guerra”, sebbene qualche recente accenno di avventurismo militaresco, ha sempre rappresentato un tabù, sul quale la politica ha sempre preferito non soffermarsi. .“L’opinione pubblica italiana non è abituata a contesti di “guerra”, data la comunicazione trasmessa da media e attori politici, ma è piuttosto incentrata sull’immagine dei &#8220;<strong>soldati di pace</strong>&#8221; continua il prof Coticchia.“Nonostante ciò, le analisi empiriche dimostrano che, in caso di caduti, il consenso nei confronti della missione non subisce una drastica riduzione. Il problema riguarda il medio e lungo periodo. Se la missione non appare in grado di ottenere il successo sperato allora il supporto gradualmente svanisce, soprattutto in un contesto ad alta conflittualità. L’idea di cosa sia il “successo” di una missione è data dalla narrazione strategica adottata dagli attori politici. Se questa si rivela convincente, coerente con i valori nazionali, consistente con la realtà operativa e priva di alternative adeguate, è presumibile che il livello di consenso non crolli.”Prima del crollo del muro di Berlino, l’Italia è stata molto riluttante nell’impiegare i suoi uomini all’estero. Una volta che la separazione Est-Ovest è finita, le forze armate italiane sono state impegnate in diverse missioni all’estero, creando così un’immagine di “Peace-keeper”.Proprio la retorica della “<strong>missione di pace</strong>” è considerata un problema. “ Il concetto delle “missioni di pace” ha per anni creato gravi discrasie tra obiettivi, struttura della missione “umanitaria” e contesto operativo. Il caso della missione “Antica Babilonia” in Iraq è il simbolo di questa distanza, con le drammatiche conseguenze che conosciamo.”“Una conduzione strategica prudente, non condizionata operativamente da una falsa retorica (bipartisan), sarebbe la più urgente necessità per la difesa italiana, carente da anni in materia di cultura strategica.”I media sembrano cavalcare l’ idea degli &#8220;<strong>italiani brava gente</strong>”, molte volte rivelandosi indisposti a mostrare ciò che la guerra può voler dire, cioè violenza. Per questo motivo, essi si distaccano molto da quelli anglosassoni, più avvezzi a questo genere di situazioni. Innumerevoli sono stati i reportage i guerra e i programmi televisioni che hanno trasmesso le immagini di soldati britannici o americani feriti o impegnati in scontri a fuoco.In Italia, l’ultimo tentativo è stato fatto da “<strong>Buongiorno Afghanistan</strong>”, in cui un giornalista sportivo, Fabio Caressa, si è recato nel Paese per quindici giorni. Il documentario non ha ovviamente mostrato alcun soldato italiano ferito o impegnato a respingere un attacco talebano, incentrandosi invece sulle relazioni umane (l’aviere che imita Michael Jackson, le telefonate Skype ai parenti e la visione della partita dei mondiali in Sudafrica), invece che sulla realtà del conflitto.L’opinione pubblica, dal canto suo, non sembra accettare l’idea che le nostre forze armate possano impegnarsi in quello per cui sono state concepiti, cioè la guerra. Molti hanno preventivato perdite pesanti in un teatro bellico dominato da numerose fazioni e attori, in una missione che si dispiegherebbe nel medio-lungo periodo.L’incapacità di far fronte alle conseguenze di un possibile impegno in Libia pare estremamente controproducente, soprattutto visto il contesto potenzialmente molto pericoloso e dagli esiti incerti.</p>
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		<title>Bardo un anno dopo</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/bardo-un-anno-dopo-2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2016 10:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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<p>Matteo Latorraca è a Tunisi nel marzo 2016: la città il 18 di quel mese si ferma per ricordare il primo anniversario da uno dei più grandi e gravi attentati che ha scosso il paese, ossia quello contro i turisti presenti all’interno del museo del Bardo. Gente in fuga, sangue tra le pareti di uno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/bardo-un-anno-dopo-2.html">[...]</a></p>
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Nel suo reportage, Matteo Latorraca mostra come la Tunisia ricordi quell’azione terroristica e come il paese africano provi a riemergere sul fronte della lotta al terrorismo. Una battaglia non semplice da queste parti, visto che la Tunisia ha fornito tra i più alti numeri di foreign fighters all’Isis. E povertà e disagio sociale certamente non concorrono a riprendere in mano nell’immediato una situazione sempre più difficile.</p>
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		<title>&#8220;Dobbiamo essere pronti a tutto&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/bardo-un-anno-dopo-2/dobbiamo-essere-pronti-a-tutto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2016 17:42:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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<p>Almeno una decina di poliziotti armati di tutto punto staziona davanti al cancello del museo del Bardo a Tunisi. “Dobbiamo essere pronti a tutto” mi confida uno di loro tenendo fieramente tra le braccia uno Steyr AUG, il fucile assalto standard delle forze armate tunisine.All’ingresso del museo, un metal detector controlla gli effetti personali dei &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/bardo-un-anno-dopo-2/dobbiamo-essere-pronti-a-tutto.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160317180702_18182681-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160317180702_18182681-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160317180702_18182681-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160317180702_18182681-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160317180702_18182681-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Almeno una decina di poliziotti armati di tutto punto staziona davanti al cancello del <strong>museo del Bardo</strong> a Tunisi. “Dobbiamo essere pronti a tutto” mi confida uno di loro tenendo fieramente tra le braccia uno Steyr AUG, il fucile assalto standard delle forze armate tunisine.All’ingresso del museo, un metal detector controlla gli effetti personali dei turisti, che però sono quasi inesistenti. Il parcheggio dei pullman è desolatamente vuoto e il lavoro delle guardie è limitato all’ispezione di una manciata di visitatori tunisini. È <strong>assolutamente vietato fare riprese o foto</strong> in quella zona dell’edificio.</p>
<p>Il Bardo è ancora nel mezzo della sua crisi più nera, seppur sia passato quasi un anno dall’<strong>attentato che è costato la vita a ventiquattro persone</strong>, tra cui quattro turisti italiani e i due attentatori. Questa istituzione tunisina si appresta a commemorare l’episodio più tragico della sua storia, da quando fu fondato il 7 maggio del 1888. Esso è il più importante museo della Tunisia e il più antico di tutta l’Africa e del mondo arabo. Per la commemorazione è prevista un’orchestra sinfonica, la presentazione di un libro sulla storia del museo e l’inaugurazione di un nuovo mosaico.</p>
<p>Un gruppo di bambini, appartenenti a una scuola elementare della capitale, arriva davanti l’ingresso. Indossano tutti degli abiti tradizionali e cantano a più riprese l’inno nazionale, sventolando la bandiera della Tunisia. Una sola comitiva di turisti proveniente da Hong Kong entra nel museo. Forse sono ignari dell’attacco avvenuto il 18 marzo del 2015.Il direttore del museo, <strong>Moncef Ben Moussa</strong>, è impegnato con l’ambasciatore del Brasile per una visita ufficiale, dicono.</p>
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<p>Dopo circa una ventina di minuti di attesa arriva <strong>Hanen Srarfi</strong>, responsabile della comunicazione per il museo. Ci dirigiamo nell’ala dove ci sono gli uffici. Mentre attendiamo che il direttore si liberi, Hanen parla degli ultimi fatti accaduti a Ben Garden, di come la popolazione abbia respinto i terroristi che hanno attaccato la città. Il discorso si sposta anche sul caos libico. “I libici sono stati comandati con il pugno di ferro da Gheddafi. Adesso che hanno la libertà non sanno come gestirla. In Tunisia è diverso” sintetizza.Quando entriamo nell’ufficio, il direttore è ancora impegnato in una conversazione in italiano. I modi sono molto affabili, da uomo di cultura e di diplomazia.“Questo genere di attacchi possono capitare anche nella nazione più forte e difesa. Però, non si può dire che non fossimo preparati all’attacco, tutti avevamo visto cos’era successo a Parigi, ma anche al museo di Mosul o in altri luoghi artistici in Sira” racconta “Tuttavia, non eravamo psicologicamente preparati a questo.”</p>
<p><strong>Il Bardo confina direttamente con il parlamento e una base militare</strong>, e questa vicinanza a dei luoghi così importanti, con tutto l’apparato di sicurezza che questo comporta, aveva dato una sensazione di invulnerabilità.Il discorso si sposta sul peso della cultura, “un mezzo per creare ponti” come la definisce il direttore. “Proprio per questo motivo i terroristi detestano la cultura, per la sua capacità di collegare le persone e le civiltà.” Il popolo tunisino non può considerarsi come estraneo alla cultura, anzi, secondo il direttore questa è innata nei tunisini, popolo con una storia millenaria.Tuttavia, un pensiero va anche ai foreign fighter tunisini. “C’è comunque molta ignoranza, che, come vediamo oggi, si può ritrovare sui campi di battaglia in Iraq e in Siria.”</p>
<p>Ben Moussa ritorna poi sull’importanza del sistema educativo, che per lungo tempo è stato strumentalizzato in Tunisia dai regimi e governi che si sono succeduti, come la risposta più efficace agli estremismi.Non si può tralasciare un cenno al turismo, vitale per l’economia tunisina e ora in grande crisi. “Il turismo è per noi una fonte fondamentale di entrate. Purtroppo, il 2015 è stato un anno orribile per la Tunisia. L’attacco al nostro museo è stata una grande batosta ma il colpo di grazia è stato dato a Sousse, con l’attentato sulla spiaggia. Tuttavia, questa non è la normalità in questo paese. Questa non è una zona di guerra”</p>
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		<title>A un anno dall&#8217;attentato di Bardo</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/bardo-un-anno-dopo-2/bardo-un-anno-dopo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2016 11:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p>Hanen Srarfi fa da guida per i corridoi del museo. In questo luogo tutto è predisposto per esaltare la storia di uno dei nemici più temibili che Roma Antica abbia avuto, Cartagine. Vari pannelli mostrano come la civiltà fenicia si sia espansa e anche il tragitto che Annibale ha compiuto per attaccare Roma.Al Bardo è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/bardo-un-anno-dopo-2/bardo-un-anno-dopo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bardo-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p><p><strong>Hanen Srarfi</strong> fa da guida per i corridoi del museo. In questo luogo tutto è predisposto per esaltare la storia di uno dei nemici più temibili che Roma Antica abbia avuto, Cartagine. Vari pannelli mostrano come la civiltà fenicia si sia espansa e anche il tragitto che Annibale ha compiuto per attaccare Roma.Al <strong>Bardo</strong> è anche custodita la collezione di mosaici romani più vasta al mondo. Nonostante questa ricchezza di opere e reperti, le sale sono vuote. Si incrociano solo due ragazze del luogo, nella sala dell’harem finemente decorata con moreschi e piastrelle. Chiedono qualcosa in arabo a Hanen e poi si defilano.All’improvviso ci ritroviamo in una sala dove è custodita una statua di Bacco. Sulla teca che la protegge, il foro di un proiettile.</p>
<p>Stiamo facendo all’inverso il percorso che hanno fatto i terroristi il 18 marzo del 2015. Passiamo per una delle sale che danno sul parlamento. Anche lì, ben visibile sulle finestre, il foro di un proiettile. Hanen non sa dire sia quello del fucile di uno dei terroristi o delle forze dell’ordine sopraggiunte per fermare il massacro.Poco dopo aver attraversato la sala di Cartagine, incontriamo Aladdine Hamdi, che lavora come guida al museo. Il 18 marzo era presente. “Quel giorno mi trovavo qui per studiare per un <strong>corso di sicurezza obbligatorio</strong>” dice lui, non soffermandosi sull’ironia del caso. Il suo volto appare scosso mentre ripercorre la sua esperienza in quella terribile giornata. Dice che non vuole essere né ripreso né fotografato.</p>
<p>“Verso mezzogiorno e mezzo stacco per andare a pranzare, quando sento dei colpi provenire dai piani superiori. Mi reco nella sala da pranzo del palazzo, dove trovo una quarantina di turisti francesi, preoccupati per i colpi appena sentiti”. Aladdine è convinto che i terroristi siano diretti al parlamento. Tuttavia, raccomanda ai turisti di abbassarsi, fare</p>

<p>silenzio e spegnere i cellulari.“Chiudo tutte le porte e mi piazzo davanti a una di esse. Nel frattempo faccio entrare tutti i turisti che posso. Quando però arriva un uomo anziano coperto di sangue capisco che i terroristi sono all’interno del palazzo”. La guida decide di lasciare la sala per accompagnare un uomo che sta cercando di ritrovare la moglie. Passando per la sala di Cartagine, i due si imbattono in alcune delle vittime.“Ho cercato di convincerlo a tornare indietro, ma non ha voluto ascoltarmi. A quel punto ho deciso di tornare nella sala dove mi ero nascosto con i turisti francesi.</p>
<p>Tra di loro c’era anche una donna incinta, convinta che gli si fossero rotte le acque”.Poco dopo essere rientrato, Aladdine decide di uscire di nuovo per cercare soccorso. Sul suo percorso incontra le teste di cuoio della polizia nella sala del Petit Palais e le guida nella sala dove i terroristi si erano nascosti. Durante la nostra</p>

<p>visita per il museo incontriamo anche Lassad Bon Ali, che lavora come addetto alla sicurezza. “Li ho visti arrivare. Erano in due, ma pensavo fossero molti di più. In televisione avevo visti i filmati di come l’<strong>Isis</strong> avesse distrutto tutte quelle statue nel museo di Mosul. Ero convinto che avrebbero fatto la stessa cosa qui”.</p>
<p>Lassad, conscio della sua vulnerabilità, decide che la migliore cosa da fare è nascondersi. “Mi sono diretto nella sala del sarcofago, che non è aperta al pubblico. Ho trovato un angolo e mi sono nascosto sotto una coperta.”La guida è stata trovata solo il giorno dopo, quando un gruppo di colleghi è tornata sul luogo apposta per cercarlo. Insieme a lui hanno anche trovato una coppia di turisti spagnoli, che come Lassad si erano nascosti in una sala chiusa al pubblico.“Certo, è stata l’esperienza più sconvolgente della mia vita, ma dopo due giorni ho ripreso il mio lavoro come nulla fosse.”</p>

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		<title>Yemen, gli Emirati inviano mercenari</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/gli-emirati-inviano-mercenari-in-yemen.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2016 14:02:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Blackwater]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="550" height="309" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file.jpg 550w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>L’attenzione dei media internazionali in questi giorni è incentrata verso quello che accade in Siria. Assad, la Russia e l’Iran, coadiuvati da Hezbollah libanesi e milizie sciite irachene, cercano di riprendere il terreno perso durante gli anni, a svantaggio dei  vari gruppi ribelli supportati dalle monarchie della penisola Araba e dalla Turchia. Tuttavia, questa non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/gli-emirati-inviano-mercenari-in-yemen.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="550" height="309" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file.jpg 550w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/02/imgblackwater-troops-training-reuters-file-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p><p>L’attenzione dei media internazionali in questi giorni è incentrata verso quello che accade in <strong>Siria</strong>. Assad, la Russia e l’Iran, coadiuvati da Hezbollah libanesi e milizie sciite irachene, cercano di riprendere il terreno perso durante gli anni, a svantaggio dei  vari gruppi ribelli supportati dalle monarchie della penisola Araba e dalla <strong>Turchia</strong>. Tuttavia, questa non è l’unica guerra che sta infuriando nello scacchiere mediorientale, combattuta dalle potenze regionali e non per interposta persona.Lo <strong>Yemen</strong> sta attraversando il suo periodo più buio da quando i ribelli Huthi hanno compiuto un colpo di stato nel Gennaio 2015. Gli <strong>Huthi</strong> sono un gruppo ribelle che combatte contro lo stato centrale yemenita fino dal 2004. Il loro nome deriva dal loro fondatore, Muḥammad al-Ḥūthī, e fanno parte della branca dello sciismo nota come zaydismo.Nel  Gennaio 2015, questa fazione ribelle è riuscita a conquistare la capitale, Sana’a, e a cacciare l’esercito e le forze lealiste del presidente Hadi, che ha poi riparato ad Aden. Per la loro confessione religiosa, gli Huthi sono molto vicini all’Iran, che si pensa li sostenga finanziariamente che con aiuti militari.Questa loro avanzata ha spinto l’<strong>Arabia Saudita</strong>, acerrimo nemico dell’Iran, a intervenire, guidando una coalizione internazionale composta anche da paesi come l’Egitto e gli Emirati Arabi, il 23 marzo 2015. La prima fase  è consistita in una <strong>campagna  aerea</strong>, operazione <em>Decisive Storm</em>, seguita poi da <em>Restoring Hope</em>, che ha previsto anche il dispiegamento dei soldati appartenenti alla coalizione, soprattutto nella regione di Taiz che si trova nel sud est del Paese.Tuttavia, sul terreno non ci sarebbero solo questi soldati, ma anche un’ingente numero di <strong>contractors</strong>, per lo più sudamericani, appartenenti alla compagnia militare privata <em>Academi</em>, una volta nota come <strong><em>Blackwater</em></strong>. Proprio il ruolo di questi attori è al centro del dibattito.Nel novembre scorso, Il <em>New York Times</em> ha rivelato la presenza di 450 sudamericani, colombiani, cileni, ecuadoregni, sul suolo yemenita. Questi contractors si sarebbero addestrati e <strong>formati nel deserto degli Emirati Arabi</strong>, per poi essere dispiegati a fianco delle truppe della coalizione intervenuta per frenare l’avanzata dei ribelli.Le autorità del paese hanno escluso il loro coinvolgimento attivo nelle operazioni militari, limitandosi a dire che il personale straniero sia per lo più impiega per operazioni di sicurezza sul suolo degli Emirati Arabi.L’8 dicembre scorso, sei mercenari colombiani, il loro comandante inglese , il colonello Arthur Kingston, un australiano, Philip Streeman, un francese, un argentino e un messicano, sono stati uccisi nella regione di Taiz.A metà febbraio, secondo il sito <em>Globalresearch.ca</em>, l’Academi avrebbe deciso di abbandonare la provincia di Taiz, dopo le gravi perdite subite.La presenza di mercenari colombiani sarebbe dovuta alla loro <strong>capacità nelle operazioni di contro guerriglia</strong>, temprati da decenni nei quali si sono scontrati con i membri delle FARC. La guerra civile colombiana, che ormai sembra volgere alla sua fine, potrebbe riversare molte altre centinaia di ex militari pronti a mettere la loro esperienza al servizio del miglio offerente.Proprio le varie  monarchie del Golfo sarebbero i clienti più importanti per questi operatori. Questi paesi non hanno una grande tradizione militare, né un ingente numero di cittadini pronti ad arruolarsi per andare a combattere all’estero. Perciò, ricorrere a personale straniero sembra piuttosto conveniente per combattere le loro <em>proxy wars</em>.<strong>Lo stipendio di uno di questi contractors può arrivare anche a 1000 dollari a settimana</strong>, più la possibilità di ottenere la cittadinanza negli Emirati.Le notizie provenienti dal paese sono frammentate e piuttosto parziali, essendo la presenza di giornalisti sul campo molto limitata. Per questo motivo resta poco chiaro quale compito essi possano svolgere in una guerra civile dove gli interessi stranieri sono più orientati a far vincere la propria fazione, che non a creare uno scenario dove compagnie straniere possano condurre il proprio business, come per esempio accadeva in Iraq.Il ruolo di soldati stranieri non è solo relegato a quello di truppa, ma anche di <strong>comando</strong>. Mike  Hindmarsh, un ex ufficiale australiano, è stato nominato comandante delle Guardia Imperiale degli Emirati Arabi, unità d’elite del paese.Lo Yemen non è certo il Congo degli anni 60 o l’Angola della guerra civile, dove mercenari di vari paesi, anche italiani, facevano il bello e il cattivo tempo. Non ci sono più neanche le  <strong>figure romantiche di avventurieri come Bob Denard o Mike “Mad Mike” Hoare</strong>, che capovolgevano o supportavano i regimi africani del post indipedenza. Tuttavia si può immaginare che il loro ruolo possa aumentare, se le monarchie del Golfo decideranno di accrescere il loro coinvolgimento.Le compagnie militari private hanno cercato di riciclare la loro immagine grazie siti sfavillanti dove elencano i loro teatri operativi e i vari servizi che offrono, con un giro di affari di circa 200 miliardi di dollari e clienti come il governo degli Stati Uniti, che ormai delega molto a queste compagnie, dalla sicurezza alla logistica. Tuttavia, non può essere escluso un loro impegno più attivo sotto traccia in questo genere di conflitti poco coperti dalla stampa internazionale.</p>
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