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L’attenzione dei media internazionali in questi giorni è incentrata verso quello che accade in Siria. Assad, la Russia e l’Iran, coadiuvati da Hezbollah libanesi e milizie sciite irachene, cercano di riprendere il terreno perso durante gli anni, a svantaggio dei  vari gruppi ribelli supportati dalle monarchie della penisola Araba e dalla Turchia. Tuttavia, questa non è l’unica guerra che sta infuriando nello scacchiere mediorientale, combattuta dalle potenze regionali e non per interposta persona.Lo Yemen sta attraversando il suo periodo più buio da quando i ribelli Huthi hanno compiuto un colpo di stato nel Gennaio 2015. Gli Huthi sono un gruppo ribelle che combatte contro lo stato centrale yemenita fino dal 2004. Il loro nome deriva dal loro fondatore, Muḥammad al-Ḥūthī, e fanno parte della branca dello sciismo nota come zaydismo.Nel  Gennaio 2015, questa fazione ribelle è riuscita a conquistare la capitale, Sana’a, e a cacciare l’esercito e le forze lealiste del presidente Hadi, che ha poi riparato ad Aden. Per la loro confessione religiosa, gli Huthi sono molto vicini all’Iran, che si pensa li sostenga finanziariamente che con aiuti militari.Questa loro avanzata ha spinto l’Arabia Saudita, acerrimo nemico dell’Iran, a intervenire, guidando una coalizione internazionale composta anche da paesi come l’Egitto e gli Emirati Arabi, il 23 marzo 2015. La prima fase  è consistita in una campagna  aerea, operazione Decisive Storm, seguita poi da Restoring Hope, che ha previsto anche il dispiegamento dei soldati appartenenti alla coalizione, soprattutto nella regione di Taiz che si trova nel sud est del Paese.Tuttavia, sul terreno non ci sarebbero solo questi soldati, ma anche un’ingente numero di contractors, per lo più sudamericani, appartenenti alla compagnia militare privata Academi, una volta nota come Blackwater. Proprio il ruolo di questi attori è al centro del dibattito.Nel novembre scorso, Il New York Times ha rivelato la presenza di 450 sudamericani, colombiani, cileni, ecuadoregni, sul suolo yemenita. Questi contractors si sarebbero addestrati e formati nel deserto degli Emirati Arabi, per poi essere dispiegati a fianco delle truppe della coalizione intervenuta per frenare l’avanzata dei ribelli.Le autorità del paese hanno escluso il loro coinvolgimento attivo nelle operazioni militari, limitandosi a dire che il personale straniero sia per lo più impiega per operazioni di sicurezza sul suolo degli Emirati Arabi.L’8 dicembre scorso, sei mercenari colombiani, il loro comandante inglese , il colonello Arthur Kingston, un australiano, Philip Streeman, un francese, un argentino e un messicano, sono stati uccisi nella regione di Taiz.A metà febbraio, secondo il sito Globalresearch.ca, l’Academi avrebbe deciso di abbandonare la provincia di Taiz, dopo le gravi perdite subite.La presenza di mercenari colombiani sarebbe dovuta alla loro capacità nelle operazioni di contro guerriglia, temprati da decenni nei quali si sono scontrati con i membri delle FARC. La guerra civile colombiana, che ormai sembra volgere alla sua fine, potrebbe riversare molte altre centinaia di ex militari pronti a mettere la loro esperienza al servizio del miglio offerente.Proprio le varie  monarchie del Golfo sarebbero i clienti più importanti per questi operatori. Questi paesi non hanno una grande tradizione militare, né un ingente numero di cittadini pronti ad arruolarsi per andare a combattere all’estero. Perciò, ricorrere a personale straniero sembra piuttosto conveniente per combattere le loro proxy wars.Lo stipendio di uno di questi contractors può arrivare anche a 1000 dollari a settimana, più la possibilità di ottenere la cittadinanza negli Emirati.Le notizie provenienti dal paese sono frammentate e piuttosto parziali, essendo la presenza di giornalisti sul campo molto limitata. Per questo motivo resta poco chiaro quale compito essi possano svolgere in una guerra civile dove gli interessi stranieri sono più orientati a far vincere la propria fazione, che non a creare uno scenario dove compagnie straniere possano condurre il proprio business, come per esempio accadeva in Iraq.Il ruolo di soldati stranieri non è solo relegato a quello di truppa, ma anche di comando. Mike  Hindmarsh, un ex ufficiale australiano, è stato nominato comandante delle Guardia Imperiale degli Emirati Arabi, unità d’elite del paese.Lo Yemen non è certo il Congo degli anni 60 o l’Angola della guerra civile, dove mercenari di vari paesi, anche italiani, facevano il bello e il cattivo tempo. Non ci sono più neanche le  figure romantiche di avventurieri come Bob Denard o Mike “Mad Mike” Hoare, che capovolgevano o supportavano i regimi africani del post indipedenza. Tuttavia si può immaginare che il loro ruolo possa aumentare, se le monarchie del Golfo decideranno di accrescere il loro coinvolgimento.Le compagnie militari private hanno cercato di riciclare la loro immagine grazie siti sfavillanti dove elencano i loro teatri operativi e i vari servizi che offrono, con un giro di affari di circa 200 miliardi di dollari e clienti come il governo degli Stati Uniti, che ormai delega molto a queste compagnie, dalla sicurezza alla logistica. Tuttavia, non può essere escluso un loro impegno più attivo sotto traccia in questo genere di conflitti poco coperti dalla stampa internazionale.





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