Sebbene passato in secondo piano dopo gli attentati di Bruxelles, la possibilità di un intervento internazionale in Libia a guida italiana rimane ancora paventato da molti.Non è ancora chiaro quanti uomini verrebbero dispiegati sul campo, chi sarebbe l’interlocutore principale, né tanto meno quali sarebbero i compiti di un eventuale contingente, ma sembra che la leadership sia destinata al nostro Paese, ex colonizzatore. Il premier Renzi si è dimostrato piuttosto cauto sulla vicenda, dichiarando che “Con me premier, l’Italia non va in guerra”.“L’Italia potrebbe ancora svolgere un ruolo di primo piano, ma all’interno di una cornice multilaterale definita e di un contesto operativo specifico. Per esempio una missione tesa essenzialmente all’addestramento delle forze locali, alla messa in sicurezza di limitate aree strategiche, ad azioni mirate di contro-terrorismo. Se invece l’idea (assai pericolosa e a mio modo di vedere controproducente) è quella di una ampia operazione di peace-enforcement e nation-building, le cose sarebbero molto diverse” sintetizza il prof. Fabrizio Coticchia, docente all’Università di Genova e autore di libri e saggi sull’opinione pubblica italiane nei riguardi delle missioni militari all’estero.“Dobbiamo anche ricordare cosa è successo recentemente in materia di politica di difesa. L’Italia ha ridotto negli ultimi anni il suo impegno all’estero, la crisi finanziaria ha costretto a ridimensionare lo sforzo militare oltre confine e i pericoli di una mancata sostenibilità dello strumento militare sono apparsi evidenti. L’attuale prudenza nazionale rispetto al coinvolgimento in operazioni militari all’estero può essere in parte interpretata anche sotto questa lente.”Però, tralasciando i fattori economici e strategici, è proprio sulla parola “guerra” che gli italiani si dimostrano da sempre titubanti. Secondo la costituzione, L’Italia “ ripudia la guerra”.Nella nostra storia dal secondo dopoguerra fino a oggi, tutti gli schieramenti politici hanno abbracciato la dottrina “pacifista”. I politici italiani sono sempre stati restii a descrivere le missioni all’estero come “missioni di guerra”, rappresentandole invece come “missioni di pace” e dipingendo i soldati italiani come “costruttori di pace”.La parola “guerra”, sebbene qualche recente accenno di avventurismo militaresco, ha sempre rappresentato un tabù, sul quale la politica ha sempre preferito non soffermarsi. .“L’opinione pubblica italiana non è abituata a contesti di “guerra”, data la comunicazione trasmessa da media e attori politici, ma è piuttosto incentrata sull’immagine dei “soldati di pace” continua il prof Coticchia.“Nonostante ciò, le analisi empiriche dimostrano che, in caso di caduti, il consenso nei confronti della missione non subisce una drastica riduzione. Il problema riguarda il medio e lungo periodo. Se la missione non appare in grado di ottenere il successo sperato allora il supporto gradualmente svanisce, soprattutto in un contesto ad alta conflittualità. L’idea di cosa sia il “successo” di una missione è data dalla narrazione strategica adottata dagli attori politici. Se questa si rivela convincente, coerente con i valori nazionali, consistente con la realtà operativa e priva di alternative adeguate, è presumibile che il livello di consenso non crolli.”Prima del crollo del muro di Berlino, l’Italia è stata molto riluttante nell’impiegare i suoi uomini all’estero. Una volta che la separazione Est-Ovest è finita, le forze armate italiane sono state impegnate in diverse missioni all’estero, creando così un’immagine di “Peace-keeper”.Proprio la retorica della “missione di pace” è considerata un problema. “ Il concetto delle “missioni di pace” ha per anni creato gravi discrasie tra obiettivi, struttura della missione “umanitaria” e contesto operativo. Il caso della missione “Antica Babilonia” in Iraq è il simbolo di questa distanza, con le drammatiche conseguenze che conosciamo.”“Una conduzione strategica prudente, non condizionata operativamente da una falsa retorica (bipartisan), sarebbe la più urgente necessità per la difesa italiana, carente da anni in materia di cultura strategica.”I media sembrano cavalcare l’ idea degli “italiani brava gente”, molte volte rivelandosi indisposti a mostrare ciò che la guerra può voler dire, cioè violenza. Per questo motivo, essi si distaccano molto da quelli anglosassoni, più avvezzi a questo genere di situazioni. Innumerevoli sono stati i reportage i guerra e i programmi televisioni che hanno trasmesso le immagini di soldati britannici o americani feriti o impegnati in scontri a fuoco.In Italia, l’ultimo tentativo è stato fatto da “Buongiorno Afghanistan”, in cui un giornalista sportivo, Fabio Caressa, si è recato nel Paese per quindici giorni. Il documentario non ha ovviamente mostrato alcun soldato italiano ferito o impegnato a respingere un attacco talebano, incentrandosi invece sulle relazioni umane (l’aviere che imita Michael Jackson, le telefonate Skype ai parenti e la visione della partita dei mondiali in Sudafrica), invece che sulla realtà del conflitto.L’opinione pubblica, dal canto suo, non sembra accettare l’idea che le nostre forze armate possano impegnarsi in quello per cui sono state concepiti, cioè la guerra. Molti hanno preventivato perdite pesanti in un teatro bellico dominato da numerose fazioni e attori, in una missione che si dispiegherebbe nel medio-lungo periodo.L’incapacità di far fronte alle conseguenze di un possibile impegno in Libia pare estremamente controproducente, soprattutto visto il contesto potenzialmente molto pericoloso e dagli esiti incerti.

Nel campo comunista di Goli Otok
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