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	<title>Luciana Coluccello Archives - InsideOver</title>
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	<title>Luciana Coluccello Archives - InsideOver</title>
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		<title>Natale per i rifugiati del Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/natale-per-i-rifugiati-del-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 09:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati siriani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1013" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/rifugiati-libano-La-Presse-e1577699766194.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/rifugiati-libano-La-Presse-e1577699766194.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/rifugiati-libano-La-Presse-e1577699766194-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/rifugiati-libano-La-Presse-e1577699766194-768x405.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/rifugiati-libano-La-Presse-e1577699766194-1024x540.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tel Abbas, nord del Libano. Se un giorno mi chiedessero di scegliere il posto in cui, da quando sono nata ad oggi, ho sentito di più lo spirito del Natale direi senza dubbio qui, quest&#8217;anno. Qui, a 4 chilometri dalla Siria. Qui, all&#8217;interno di un campo profughi, tutti musulmani. Qui, dove, anche se non c&#8217;erano &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/natale-per-i-rifugiati-del-libano.html">[...]</a></p>
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<p>Siamo ad <strong>Akkar</strong>, una delle regioni più povere del Libano. La frontiera con la Siria è a pochi passi. Tra i tanti, troppi, insediamenti di rifugiati siriani presenti nella zona, ce n&#8217;è uno più piccolo, e forse più speciale per noi italiani: il campo di Tel Abbas. Da quasi 6 anni, insieme ai rifugiati siriani, in quella tendopoli vivono anche i volontari dell&#8217;Operazione Colomba, il corpo non violento della Comunità Papa Giovanni XXIII.<br />
“Il Libano è il Paese con la più alta concentrazione di rifugiati pro capite al mondo. Ci sono 4 milioni e mezzo di abitanti, e un milione e mezzo di rifugiati. Noi siamo gli unici internazionali che risiedono in modo permanente in un campo profughi e che vivono esattamente come loro – dice Arianna, volontaria dell&#8217;Operazione Colomba, di 23 anni. La nostra presenza funge da deterrente. Da quando siamo qui le tensioni sono drasticamente diminuite”.</p>
<p>Tutto comincia nell&#8217;estate del 2014, quando il numero di siriani che scappano dal loro Paese continua a crescere, e con esso anche le tensioni nel nord del Libano, tra gruppi jihadisti e militari libanesi.<br />
In quel momento i volontari stanno facendo dei viaggi esplorativi nel distretto di Akkar, e ricevono numerose richieste di aiuto. I <strong>rifugiati siriani</strong>, sunniti per la maggior parte, sono spaventati per l&#8217;escalation di violenza e discriminazione nei loro confronti, da parte di civili e militari libanesi. Le minacce e gli incendi alle loro tende sono all&#8217;ordine del giorno. I <strong>cristiani libanesi</strong> che abitano la zona, d&#8217;altro canto, hanno paura perché vedono in ogni sfollato siriano un potenziale membro dell&#8217;Isis.</p>
<p>Nessuno qui si sente realmente protetto dalle Nazioni Unite. L&#8217;<strong>Onu</strong> fornisce ai rifugiati gli aiuti economici di base, ma non protegge né gestisce i campi profughi. Per un semplice motivo: il concetto di “rifugiati” nel Paese dei cedri non esiste. Il Libano non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, ragion per cui i campi sono considerati insediamenti illegali.</p>
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<p>In questo contesto, la piccola delegazione di volontari italiani che decide di costruire la propria tenda proprio dentro uno di quegli insediamenti diventa subito un punto di riferimento per il territorio.</p>
<p>Anche in questo periodo natalizio l&#8217;<strong>Operazione Colomba</strong> è lì. “È difficile spiegare cosa facciamo nel concreto – mi dice una delle ragazze quando arrivo nella loro tenda. Ma se tu hai deciso di fermarti qualche giorno con noi, te ne renderai conto. A volte sembriamo semplicemente un centro ascolto” – aggiunge sorridendo. In effetti, invece di raccogliere storie tornando ogni sera in una calda stanza d&#8217;albergo, questa volta avevo già scelto anche io di vivere per una settimana esattamente come i rifugiati. In una tenda di nylon e cartone in cui l&#8217;inverno si fa sentire sempre di più, soprattutto di notte; il bagno esterno, una specie di casetta in lamiera piena di prese d&#8217;aria, è alla turca, e c&#8217;è un unico rubinetto di acqua fredda per fare tutto.</p>
<p>Le giornate passano, tra una visita e l&#8217;altra: i volontari vanno a trovare le famiglie siriane ogni giorno, anche semplicemente per passare del tempo insieme. Nei momenti in cui “lavorano da casa” perché devono scrivere dei report o mandare delle mail, la tenda è un via vai continuo. Di bambini che vogliono giocare; di siriani ormai amici che ci aiutano a sistemare la stufa che non funziona, o il tetto, perché quando piove entra acqua; di famiglie vecchie e nuove che vengono a chiedere aiuto. Per un problema medico, perché vogliono lasciare il Libano senza prendere la via del mare, o perché hanno ricevuto delle minacce.<br />
I giovani volontari, insomma, sono anche dei mediatori. Tra rifugiati e libanesi. Tra rifugiati e ospedali. Tra rifugiati e organizzazioni internazionali. Tra rifugiati e Comunità di Sant&#8217;Egidio, che organizza i corridoi umanitari. E sono anche molto altro.</p>
<p>Le giornate sono sempre molto intense e stancanti. “Non mi appesantisce che ci tempestino di domande – confessa una volontaria. Siamo qui per questo. Ciò che trovo frustrante a volte è sentire che possiamo fare veramente poco. Ad esempio, in Libano la sanità è privata, e l&#8217;Onu copre soltanto le spese più irrisorie. Non le <strong>malattie</strong> più gravi, non il cancro, ad esempio. E come fai a dire a una persona che deve semplicemente aspettare di morire in silenzio?”.</p>
<p>Il 24 dicembre i ragazzi decidono che bisogna staccare per un po&#8217; “dall&#8217;inferno”: è Natale anche per loro, in fondo. Il programma è semplice: “Da questo pomeriggio non ci siamo per nessuno. Facciamo gli ultimi acquisti per la festa di domani con i bambini, poi prepariamo la cena e facciamo un brindisi tra di noi, a mezzanotte”.</p>
<p>Quando rientriamo dal supermercato con la spesa natalizia, davanti alla nostra tenda una giovane coppia ci sta già aspettando. Il primo istinto, anche per quei ragazzi appena ventenni che non dicono mai di no, è quello di chiedere la cortesia di tornare dopo <strong>Natale</strong>. Ma lei è all&#8217;ottavo mese di gravidanza. Piange composta, e ha dolori ovunque. È vestita bene, il velo portato elegantemente sul capo mette in risalto il suo viso, giovane e delicato, seppur sofferente. Ci guardiamo sorpresi: è veramente impossibile non ascoltare questa donna incinta che ci sta chiedendo aiuto, ironia della sorte, proprio la sera del 24 dicembre.</p>
<p>Li facciamo accomodare in tenda, attorno alla stufa spenta, sui materassi bassi che fanno da salotto. “Mi hanno detto che il bambino che porto in grembo è idrocefalo. C&#8217;è acqua sia nella sua testa che nel suo stomaco, e anche i suoi reni non funzionano bene. Sono giorni che sto male. Il medico dice che dovrei fare un cesareo urgente. Portare a termine la gravidanza è rischioso, sia per me che per il bambino. Ma l&#8217;Onu non copre le spese per un cesareo. Pagheranno solo il parto normale, tra un mese. Non sappiamo come fare. Ho 22 anni, e non voglio morire il giorno del mio parto naturale. Ma <strong>700 dollari per un cesareo</strong> non ce li abbiamo”.</p>
<p>I ragazzi si interrogano sul da farsi. Il loro compito non è pagare questo tipo di interventi, e la notte di Natale diventa anche difficile trovare qualcuno a cui chiedere una mano. Passano in rassegna tutti gli <strong>ospedali</strong> e le Ong da contattare. E intanto commentano quanto sia assurdo che l&#8217;Onu non copra il cesareo in una situazione così critica, in cui ad essere a rischio non è solo la vita del bambino, ma anche quella della madre. Silvia, una delle volontarie, pensa ad alta voce: “È già successo a un altro rifugiato. Si è indebitato per far fare il cesareo alla moglie, non vedo molte soluzioni”.</p>
<p>Il nodo della questione è che il sistema sanitario libanese è privato. Funziona come negli Stati Uniti: se non hai un&#8217;assicurazione, o non hai i soldi per pagare, non vieni curato, neppure nei casi più urgenti. Per i siriani è ancora più complesso avere una polizza sanitaria, non solo per motivi economici. Penso a quello che mi aveva detto qualche ora prima un attivista originario di Homs: “Noi qui non abbiamo diritti. Il fatto che il Libano non ci riconosca come rifugiati significa essenzialmente che noi non esistiamo. Siamo un milione e mezzo, eppure non esistiamo. Siamo considerati semplicemente “homeless”, senzatetto. O, se preferisci, visitatori sgraditi. Non possiamo lavorare, non ci possiamo curare, non ci rinnovano il permesso di soggiorno. Come facciamo ad avere un&#8217;assicurazione medica se non esistiamo?”</p>
<p>La giovane donna, intanto, ci mostra le ecografie che provano tutto quello che ci sta raccontando, ma fa sempre più fatica a parlare. Il marito, invece, giura che anche volendosi indebitare, non saprebbe a chi chiedere un prestito. “Se l&#8217;Onu pagasse il 75 per cento – spiega – forse potremmo riuscire a pagare il resto”.</p>
<p>A un&#8217;ora circa dal campo di Tel Abbas, verso est, c&#8217;è l&#8217;ospedale cattolico del villaggio di <strong>Kobayat</strong>, zona di montagna anch&#8217;essa molto vicina ai confini siriani. Una delle ragazze telefona, senza troppe speranze: “Vedrai che ci diranno quello che hanno già detto a loro altri medici: senza soldi, nessun cesareo”. Ma un confronto con personale qualificato è comunque importante. Anche solo per sapere cosa consigliare alla coppia: 4 giovani volontari non possono certo prendersi la responsabilità di dire loro di aspettare qualche giorno, con il rischio che la situazione precipiti. È la notte di Natale, ma fortunatamente qualcuno dall&#8217;altra parte del telefono risponde e, dopo aver ascoltato il caso, suggerisce di accompagnare immediatamente la donna in ospedale: “Se sta male, il cesareo va fatto subito, non c&#8217;è più molto tempo. Poi parleremo anche dei costi, ma intanto partite subito e venite qui”.</p>
<p>I piani per la vigilia di Natale sono definitivamente saltati, ma non conta, perché quella madre sofferente viene ricoverata subito, e la prima notizia del 25 mattina è che il suo bambino è nato. Non si sa se, né quanto sopravviverà. L&#8217;unica cosa certa è che almeno lei è fuori pericolo. Ecco come, senza presepi né messe di Natale, a 2500 chilometri chilometri da casa, per la prima volta mi sono sentita veramente vicina a quella notte di duemila anni fa.</p>
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		<item>
		<title>Il Natale nel campo di Tel Abbas nel nord del Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/gallery/natale-tel-abbas-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Dec 2019 10:10:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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<p>Le festività del Natale si celebrano anche nei campi rifiugati in Libiano, dove i siriani attendono il ritorno in patria o un futuro altrove</p>
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		<title>La festa del sacrificio marocchina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 15:47:45 +0000</pubDate>
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		<title>Così il Marocco vive la festa del sacrificio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 15:47:34 +0000</pubDate>
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		<title>Cristiani e musulmani compagni di banco in Palestina</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/200580</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 09:31:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="480" height="360" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/hqdefault.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/hqdefault.jpg 480w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/hqdefault-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>Nella scuola cattolica del Patriarcato latino di Gerusalemme, cristiani e musulmani convivono, seguendo regole ben precise. Il dirigente scolastico, Suhail T. Daibes: “Se la mia identità è forte, se non tentenno nella definizione di chi sono, l'altro sarà invogliato a rispettare le mie regole, nel momento in cui decide di entrare nel mio spazio. In caso contrario, cercherà di imporre le sue" (Reportage di Luciana Coluccello e Simone Tella)</p>
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		<title>La convivenza tra cristiani e musulmani in Palestina</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/religioni/scuola-cristiani-musulmani-palestina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 09:11:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Musulmani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>(Beit Jala, Cisgiordania) Siamo alle porte di Betlemme, e in questo villaggio di 15mila abitanti, ricco di ulivi centenari e muretti a secco che disegnano paesaggi simili a quelli del nostro Salento, c&#8217;è la più vecchia scuola cattolica in Palestina: quella del Patriarcato latino di Gerusalemme. Gli istituti scolastici che fanno parte del Patriarcato sono in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/scuola-cristiani-musulmani-palestina.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Palestina-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>(Beit Jala, Cisgiordania)</strong> Siamo alle porte di Betlemme, e in questo villaggio di 15mila abitanti, ricco di ulivi centenari e muretti a secco che disegnano paesaggi simili a quelli del nostro Salento, c&#8217;è la più vecchia <strong>scuola cattolica</strong> in Palestina: quella del Patriarcato latino di Gerusalemme. Gli istituti scolastici che fanno parte del Patriarcato sono in tutto 44: 13 in Palestina, di cui uno anche a Gaza, 6 in Israele e 25 in Giordania, per un totale di 20mila alunni circa. Mai solo cristiani. Quello che abbiamo visitato noi a Beit Jala, nel cuore della Terra Santa, è stato fondato nel 1854.</p>
<style>.embed-container{position:relative;padding-bottom:56.25%;height:0;overflow:hidden;max-width:100%}.embed-container iframe,.embed-container object,.embed-container embed{position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%}</style><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/PxUCDwVPtnI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>

<p>&#8220;Qui ci sono 900 studenti divisi in 31 classi, dai 4 ai 18 anni. Prima la maggior parte erano cristiani. Ora ci sono tante classi dove i musulmani sono la maggioranza&#8221;, racconta <strong>Suhail T. Daibes</strong>, il dirigente scolastico delle scuole del Patriarcato di Beit Jala. “Non solo perché i cristiani scappano sempre di più dalla Palestina. Ma anche perché molte famiglie musulmane scelgono di far studiare i loro figli qui, piuttosto che nelle scuole governative”.</p>
<p>D&#8217;altro canto, Suhail ne è convinto: soltanto l&#8217;<strong>istruzione</strong> può fermare la diaspora cristiana. I cristiani palestinesi sono generalmente più benestanti dei musulmani e hanno uno stile di vita molto simile a quello occidentale. “Per questo tendono maggiormente ad emigrare. Il cristiano è più individualista. Soffre molto la limitazione della libertà, la terra che ogni giorno è di meno, la Palestina che è sempre più una prigione a cielo aperto. Considera che da quando c&#8217;è il muro è difficile persino andare a pregare liberamente nei nostri luoghi santi di Gerusalemme. E allora, meglio andare via. Io, al contrario, sono certo che bisogna restare. E resistere. E la scuola è l&#8217;unica cosa che ti permette di farlo, perché ti insegna a lottare cercando la via del dialogo, non quella del fondamentalismo e della chiusura, che tanto non porta ad alcun risultato&#8221;.</p>

<p>Per questa ragione, da sempre gli istituti scolastici del Patriarcato sono aperti anche a musulmani e drusi. E oggi ci sono scuole, quella di Nablus ad esempio, dove su 615 alunni solo 71 sono cristiani. “I bambini cristiani non dovrebbero mai frequentare scuole per soli cristiani. Devono studiare in collegi misti, che rispecchino la società fuori. Altrimenti, quando usciranno da qui, si confronteranno con una realtà diversa, che scatenerà in loro la voglia di emigrare, o magari di abbracciare qualche progetto di fondamentalismo”, sottolinea il dirigente.</p>
<p>Ma se ci sono anche le scuole governative, e quelle dell&#8217;Unrwa, l&#8217;agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, perché una famiglia palestinese sceglie di far studiare i propri bambini proprio in una scuola cristiana? “Per il tipo di educazione che ricevono qui i bambini. È molto severa, anche se si gioca e ci si diverte. Vedrai raramente problemi tra cristiani e musulmani qui, perché sin da quando sono piccoli noi insegniamo loro con fermezza a rispettare le fedi e le tradizioni di tutti”.</p>

<p>Condizione per essere rispettati, però, per Suhail, è avere ben chiara la propria identità. “Se la mia identità è forte, se non tentenno nella definizione di chi sono, l&#8217;altro sarà invogliato a rispettare le mie regole, nel momento in cui decide di entrare nel mio spazio. In caso contrario, cercherà di imporre le sue”. E per farci capire ancora meglio cosa intende, il dirigente, che conosce bene il nostro Paese, fa un esempio a noi caro: “Ho sentito che ci sono stati anche da voi i dibattiti sull&#8217;opportunità o meno di tenere il crocifisso nelle classi. Lo trovo assurdo. Voi siete uno Stato laico, ma avete una tradizione cristiana, e dovete combattere per difenderla. Altrimenti, rischiate di perdere la vostra storia. Prendete la mia scuola. Qui almeno la metà degli alunni ormai sono musulmani. Eppure, tutti sono venuti a lezione oggi. Sapete perché? Perché si festeggia il Natale. E nessun musulmano si è sognato di tirarsi indietro perché non è la sua festa. Lo spirito natalizio qui coinvolge tutti, bambini cristiani e bambini musulmani, a cui abbiamo insegnato a scambiarsi i doni tra di loro. L&#8217;importanza, quindi, non solo del dare, ma anche del ricevere. Tutti partecipano ai canti di Natale, anche i genitori musulmani. Insieme ai loro figli, e insieme a noi. Noi non dobbiamo cambiare solo perché loro sono la maggioranza. Hanno bussato alla mia porta, e sono i benvenuti: la mia scuola è onorata di accogliere tutti. Ma non possono dettare leggi a casa mia. Non possono farlo qui, dove la popolazione cristiana è diventata solo l&#8217;1 per cento di quella palestinese. E, a maggior ragione, non dovreste rinunciare alle vostre fedi e tradizioni voi, in Europa”.</p>
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		<title>Libia, una guerra tutta europea Perché l&#8217;Italia non deve perdere</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/67183-2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2019 11:45:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="1109" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-300x238.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-768x608.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-1024x811.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>Non c&#8217;è nessun altro posto nel mondo che sia così importante per la nostra politica estera come la Libia, dicono gli esperti di politica internazionale. La crisi libica, però, non fa notizia. Forse perché abbiamo sentito così tanto parlare di migranti rinchiusi nei lager libici, e di tragedie sulla rotta Libia-Italia (l&#8217;ultima l&#8217;altro ieri, quando &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/67183-2.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="1109" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-300x238.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-768x608.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8800291-1-1024x811.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>Non c&#8217;è nessun altro posto nel mondo che sia così importante per la nostra politica estera come la <strong>Libia</strong>, dicono gli esperti di politica internazionale. La crisi libica, però, non fa notizia. Forse perché abbiamo sentito così tanto parlare di migranti rinchiusi nei lager libici, e di tragedie sulla rotta Libia-Italia (l&#8217;ultima l&#8217;altro ieri, quando un gommone è affondato e solo tre, di almeno 120 persone che erano a bordo, si sono salvate) che ormai siamo assuefatti.</p>
<p><a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-61704"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-61704" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_occhi_articolo_libia.jpg" alt="strip_occhi_articolo_libia" /></a></p>
<p>Eppure, come italiani, dovremmo interessarci molto seriamente alla stabilizzazione di quel territorio che, nei giorni scorsi, ha visto le milizie rivali tornare a scontrarsi, venendo meno al “cessate il fuoco” imposto dall&#8217;Onu lo scorso settembre. Dovremmo, perché, come ha sostenuto senza giri di parole il professore della Luiss Germano Dottori durante il convegno “Libia, ieri, oggi domani”, organizzato il 17 gennaio scorso da Omega (Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia): “La guerra in Libia è stata una <strong>guerra contro l&#8217;Italia</strong>. Anche contro l&#8217;Europa, ma principalmente contro l&#8217;Italia”. Quell&#8217;Italia che l&#8217;anno prima, nell&#8217;agosto del 2010, aveva stretto accordi importantissimi con il <strong>colonnello Gheddafi</strong> e l&#8217;anno dopo si è vista costretta a bombardarlo: “D&#8217;altro canto, se non l’avesse fatto, l&#8217;Alleanza Atlantica, di cui anche noi facciamo parte, avrebbe bombardato anche i nostri impianti Eni &#8211; ricorda Dottori. Il governo italiano ha, quindi, reagito alla primavera libica adeguandosi agli eventi, prestando la propria forza militare a un progetto diretto contro i suoi interessi nazionali. Grazie a questa scelta siamo rimasti in partita, ma non nelle condizioni di essere noi i principali protagonisti del processo di cambiamento e di ricucitura del Paese”.</p>
<p>Terrorismo e sicurezza, migranti, energia. Se ci stanno a cuore questi temi, dovrebbe eccome starci a cuore anche quello che succede nella pancia libica. In questo senso, il convegno organizzato da Omega è stato un ottimo spunto di riflessione. Qualche posizione discordante, come è giusto che sia. Ma tutti, dagli inviati di guerra Alberto Negri e Ugo Tramballi, al medico fondatore di Amsi, Foad Aodi, all&#8217;esperto di Studi Strategici Germano Dottori, erano d&#8217;accordo su un punto: “La vera partita in Libia è una partita europea, o meglio intra-europea”. Una partita il cui esito “determinerà chi comanda in Europa”, soprattutto in un momento in cui l&#8217;amministrazione Trump preferisce non sporcarsi le mani direttamente, ma gioca da remoto, attraverso gli attori regionali, <strong>Arabia Saudita</strong> <em>in primis</em>.</p>
<p>La situazione sul campo</p>
<p>La questione più calda in questi giorni è quella del Fezzan (regione già interessata dal “Movimento della rabbia” che chiede più sicurezza e migliori servizi per il sud della Libia), su cui il governo di Tripoli (guidato da Fayez Al Saraj, sostenuto dall’Unsmil, la missione Onu in Libia) e quello di Bengasi (guidato dal generale <strong>Khalifa Haftar</strong>) sono intervenuti in modo diverso.</p>
<p>Il primo ha cercato di portare più interventi di stampo umanitario (come l&#8217;invio di carburanti e medicinali, sempre scarsi in quell&#8217;area, o la riattivazione delle centrali elettriche). L&#8217;azione di Haftar, invece, è stata più militare. Il dominus della Cirenaica (area a ridosso dell&#8217;Egitto) ha dato ordine di prendere il controllo nella zona sud-ovest della Libia al fine di “tutelare la sicurezza dei residenti da terroristi e gruppi criminali”. Considerata la presenza, in quella zona, di risorse strategiche come acqua, gas e soprattutto pozzi petroliferi, va da se quello che potrebbe essere in realtà il vero obiettivo dell&#8217;operazione.</p>
<p>In questo quadro frammentato, il piano dell’inviato Onu Ghassan Salamé era convocare l’Assembla Nazionale entro la fine di gennaio, con lo scopo di stabilire un dialogo tra i massimi esponenti della società civile.</p>
<p>Ma quanto è verosimile nell&#8217;immediato questa soluzione diplomatica? “Per niente”, sostiene Alberto Negri, secondo cui “è anche difficile che si riescano a tenere le elezioni parlamentari e il referendum costituzionale entro la primavera”.</p>
<p>L&#8217;operazione militare di questi giorni nel Fezzan ha rafforzato Haftar. A questo punto ci sono due possibilità. O Haftar diventa ancora più potente, e quindi potrà sedersi ad un tavolo diplomatico. Oppure persegue una soluzione militare di forza. Teniamo contro, però, che queste operazioni non sempre hanno successo in Libia, ed espongono il paese alle destabilizzazioni che abbiamo conosciuto in questi anni, <em>Daesh</em> in testa”.</p>
<p>Il ruolo dell&#8217;Italia in Libia</p>
<p>L&#8217;Italia, come al solito, troppo tardi si è accorta che doveva corteggiare anche attori diversi da Saraj. Forse perché, come è già successo su altri teatri, anche questa volta non avevamo una strategia politica ben definita a monte, ma ci siamo limitati ad adattarci alle scelte fatte da altri, con vantaggi evidentemente marginali per il nostro Paese.</p>
<p>Dice, a tal proposito, l&#8217;esperto di politica estera Ugo Tramballi: “La politica degli ultimi tre governi che si sono succeduti, più che essere una strategia è un&#8217;accusa ai francesi. É vero che francesi e inglesi hanno destabilizzato il territorio. Però i francesi almeno nel frattempo hanno fatto la loro politica. Accusarli, è un&#8217;autoassoluzione che nasconde il nostro errore fondamentale: per troppo tempo abbiamo sostenuto solo una parte, quella di Sarraj, governo legittimato da Ue e Nazioni Unite, mentre però sul campo c&#8217;era altro. E la Francia l&#8217;ha capito bene: da una parte sostiene Haftar, dall&#8217;altra, facendo parte di Ue e Nazioni Unite, rimane vicina a Sarraj”.</p>
<p>Tramballi pone poi un problema di credibilità della nostra politica estera. “Il vero ministro degli Esteri per i nostri interlocutori internazionali non è Enzo Moavero Milanesi, ma Matteo Salvini. Che però propone politiche commercialmente diverse da quelle del Movimento 5 Stelle. Risultato: perdiamo ulteriormente di credibilità. La continuità in una politica estera è fondamentale, e per i grandi Paesi è secolare. Per questo la Francia continua ad essere una grande potenza anche quando non lo è più. Se non c&#8217;è continuità in politica estera non sei credibile. Quindi, devi accettare che non puoi portare a casa quello che vorresti riguardo, ad esempio, il tema <strong>migranti</strong>”.</p>
<p>Rincara la dose Dottori: “Non bisogna dimenticare, infatti, che se l&#8217;Italia ha riconquistato qualche posizione in Libia, è grazie al fatto che la Francia si è trovata ad affrontare grandi problemi al suo interno, vedi i <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/gilet-gialli-chi-sono-da-dove-vengono-e-quali-sono-le-loro-rivendicazioni/" target="_blank">gilet jaunes</a> che stanno scuotendo in profondità la società francese”. “Ciò che rende molto diversa la nostra politica in Libia rispetto a quella della Francia – continua il prof. Dottori – è che noi siamo presenti in quel territorio perché lì abbiamo Eni, lì c&#8217;è il petrolio. L&#8217;interesse nazionale francese, invece, è estendere a un territorio cruciale come la Libia l&#8217;area di Africa settentrionale sotto la loro preponderante influenza geopolitica. Controllerebbero, così, gli approvvigionamenti energetici che dall&#8217;Africa raggiungono l&#8217;Europa meridionale, bilanciando quello che fa la Germania con le forniture di gas e non solo”.</p>

<p>L’Italia non può prescindere dalla Libia. E noi vogliamo tornare sul campo per raccontarvi la nostra sfida. <a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/">Scopri come sostenerci</a></p>
<p>In sostanza, mentre i francesi usano i soldi per acquisire potere, agli italiani interessa l&#8217;utile economico. Un approccio che verrebbe da definire miope. “Ma fa parte della nostra cultura”, conclude Dottori: “Per noi la posta è economica, per altri è politica. Pensiamo alla Germania, che sarà tra i primi Paesi a riaprire la propria ambasciata a Tripoli, e non è un caso. Hanno bisogno di esserci, controllare da vicino quello che succede. Per questo la partita in Libia è intra-europea. E per questo noi dobbiamo rimanere pienamente ingaggiati. Siamo in una fase di debolezza, per quanto possiamo contare su un lontano appoggio degli americani. Ma possiamo usare altre leve per trarre i nostri vantaggi, quanto meno nella lettura dei processi: capiamo meglio quella società, nel bene e nel male tra noi e la cultura araba c&#8217;è molta più contiguità di quanta non ce ne sia tra loro e molti altri Paesi europei&#8221;.</p>
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		<title>Così il Marocco vive  la festa del sacrificio</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/religioni/marocco-festa-sacrificio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Aug 2018 10:06:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>(Da Salè) La settimana appena trascorsa è stata per molti paesi arabi la più importante del loro calendario religioso: due mesi e dieci giorni dopo la fine del Ramadan, infatti, le comunità musulmane di tutto il mondo celebrano l&#8217;Aid el-Adha, la festa del sacrificio. Il sacrificio commemorato è quello di Abramo, pronto ad offrire suo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/marocco-festa-sacrificio.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/preparazione_sacrificio-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>(Da Salè)</strong> La settimana appena trascorsa è stata per molti paesi arabi la più importante del loro calendario religioso: due mesi e dieci giorni dopo la fine del <strong>Ramadan</strong>, infatti, le comunità musulmane di tutto il mondo celebrano l&#8217;Aid el-Adha, la <strong>festa del sacrificio</strong>. Il sacrificio commemorato è quello di Abramo, pronto ad offrire suo figlio a Dio, prima che questi gli inviasse un montone da sacrificare al suo posto.</p>
<p>Mi trovo in Marocco proprio durante i giorni dell&#8217;Aid. Decido, perciò, che il modo migliore per capire una festa che anche in Italia ogni anno suscita molte polemiche è quello di viverla in prima persona, con una famiglia marocchina.</p>
<p>A Salè, storica città commerciale alle porte della capitale, Rabat, trovo una famiglia che accetta di essere seguita in ogni fase del rituale, a patto che i loro volti non siano mai riconoscibili dalle mie fotografie. La riservatezza, la privacy, è un aspetto molto sentito nella cultura marocchina.</p>
<p>La festa dell&#8217;Aid per i credenti musulmani è sacra perché è anche il pretesto per riunire tutta la famiglia per almeno 4 giorni, un po&#8217; come succede da noi per le festività natalizie. Così, insieme a me, tornano a casa di papà Mohammed e mamma Farah anche i loro due figli Yahia e Aziz, 25 e 35 anni, che vivono a Rabat dai tempi dell’università.</p>
<h2>Accoglienza e differenze culturali</h2>
<p>Facciamo le scale, in un grande condominio con molti appartamenti, e Mohammed è già sulla porta, pronto ad accoglierci e a riabbracciare i suoi figli. Si presenta rigorosamente in <em>qamis</em>, abito tipico indossato dai marocchini nei giorni di festa. È felicissimo di avere in casa un&#8217;italiana, anche se dopo pochi minuti già affiorano le prime differenze culturali: loro bevono solo acqua dal rubinetto, e in bagno non hanno carta igienica, ma solo un doccino accanto al wc che usano un po&#8217; per tutto. La cena non è ancora pronta, quindi da bravo padrone di casa Mohammed ne approfitta per uscire a comprare il necessario, prima che ogni negozio chiuda per i prossimi 4 giorni.</p>
<p>Yahia e Aziz mi fanno accomodare nella sala da pranzo, sul classico divano arabo a forma di ferro di cavallo. A pelle, i due fratelli mi sembrano uno l’opposto dell’altro. Yahia è gentile, ma è più superbo, e mantiene le distanze. Aziz parla con voce calma e rilassata, sa ascoltare prima che parlare, è molto accomodante. Avere un’italiana in casa per loro è fonte di attrazione. Non hanno mai visitato il nostro Paese, e non sono mai usciti dal Marocco. &#8220;Non abbiamo un passaporto forte come il tuo&#8221;, mi dice Yahia, sorridendo. &#8220;Mi piacerebbe vivere in Italia &#8211; aggiunge Aziz &#8211; ma degli amici che ci vivono mi hanno raccontato che da voi i marocchini non sono ben visti&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma perché hai intenzione di lasciare il tuo Paese?&#8221;, gli chiedo. &#8220;Non mi sembra che ti manchi nulla qui&#8221;. &#8220;È vero&#8221;, risponde. &#8220;Ma non mi sento realizzato. Lo stipendio medio qui va dai 250 ai 500 euro. Io sono un graphic designer, so che altrove potrei guadagnare molto di più&#8221;.</p>
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<h2>L’acquisto del montone</h2>
<p>Quando papà Mohammed rientra, mamma Farah serve la cena. E i ragionamenti economici si spostano su un tema molto sentito: l&#8217;acquisto di un animale sacrificale per l’Aid. Anche se la <em>sharia</em> ammette bovini e camelidi, mi spiegano, sono <strong>ovini</strong> e <strong>caprini</strong> che vanno per la maggiore, con prezzi che vanno dai 1600 e i 6mila <em>dirham</em> (tra i 150 e i 550 euro), a seconda del peso e del tipo di animale. Insomma, se è vero che il salario medio è basso, per la festa del Sacrificio le famiglie che possono permetterselo non badano a spese.</p>
<p>Dopo la cena, prima di andare a letto papà Mohammed mi invita a seguirlo: vuole mostrarmi qualcosa. Proprio di fronte alla stanza degli ospiti dove dormirò io c&#8217;è una stanzetta. Orgoglioso apre la porta, e accucciato in un angolo c&#8217;è un montone. È adulto, sarà almeno di 80 chili. Ecco spiegato l&#8217;odore forte che avevo sentito appena entrata in casa.</p>
<p>Mi addormento con quell&#8217;odore nelle narici, pensando che mai mi sarei aspettata di trovare in quell&#8217;appartamento, modesto ma ben curato, una stanza interamente dedicata ad un montone.</p>
<h2>Il giorno del Sacrificio</h2>
<p>È l’alba del 22 agosto. Mohammed e Farah hanno già fatto la loro preghiera mattutina, fondamentale per compiere il rito dello sgozzamento. Nello stesso momento in cui un&#8217;Italia indignata ha evitato il <strong>macello abusivo</strong> di un capretto trasportato in un passeggino per le strade di Napoli, nei paesi musulmani milioni e milioni di montoni sono già pronti a morire, sulle terrazze e nei giardini di ogni casa e condominio. Si, perché la particolarità è proprio questa: la maggior parte delle famiglie, uccide e macella il proprio montone in casa.</p>
<p>Solo in Marocco l&#8217;Onssa (Ufficio nazionale per la sicurezza sanitaria dei prodotti alimentari) stima che quest&#8217;anno sono quasi 7 milioni i capi idonei ad essere macellati. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera ad esempio chi acquisterà l&#8217;animale da un allevamento abusivo.</p>
<p>Si sale in terrazza subito dopo la colazione. Non ci sono ascensori, e il povero montone viene trascinato per 5 piani di scale. Quando arriviamo in cima, la terrazza è già stata trasformata in un macello a cielo aperto da altri condomini prima di noi. Il nostro montone viene legato in un angolo, in attesa. In teoria, secondo quanto prescritto dalla <em>sharia</em>, non dovrebbe nemmeno assistere a quello che accade ai suoi simili.</p>
<p>Il pavimento, però, è già un <strong>lago di sangue</strong>, e alcune donne si apprestano a pulire. Il macellaio sta già scuoiando il primo montone, e il secondo è già stato portato al centro del tetto condominiale, pronto per il sacrificio. Evito di assistere alla scena, e nel frattempo Aziz mi spiega che anche lui da piccolo preferiva non partecipare al sacrificio. Poi con il tempo ha superato la cosa, anche perché gli hanno sempre spiegato che <strong>un terzo di quella carne verrà donata ai poveri</strong>, o a chi comunque non può permettersi di acquistare un animale per l’Aid. E l’attenzione per i più bisognosi è un aspetto che lo rende sempre molto orgoglioso di essere musulmano.</p>
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<h2>Divisione dei ruoli</h2>
<p>Tra familiari e vicini c’è collaborazione, e nessuno ha paura di sporcarsi le mani. Ognuno ha un ruolo ben preciso. Gli uomini aiutano il macellaio nello sgozzamento e nella pulizia immediata dell’animale che muore dissanguato; le donne più giovani spazzano e lavano il sangue che finisce sul pavimento; quelle più anziane sono sedute e cominciano subito a pulire le interiora. I bambini più piccoli piangono, quelli più grandi osservano, incuriositi. Uno di loro mi fa capire, imitando i gesti del macellaio, che lui il suo montone lo vorrebbe uccidere da solo. Penso tra me e me che nel nostro Paese nessuno permetterebbe mai al proprio bambino di assistere all&#8217;uccisione così cruda di un animale.</p>
<p>È il nostro turno. Un misto di <strong>odori irrespirabili</strong> invade le mie narici. Quello dei bisogni appena fatti dell’ultimo montone ancora vivo, quello putrido delle interiora dell’animale appena squartato, quello di pelle e peli bruciati, perché nel giardino in basso i vicini stanno già grigliando la testa dell’animale così come è stata tagliata, per poi pulirla una volta cotta.</p>
<p>Il nostro montone viene slegato. Sembra capire quello che sta per succedergli perché si rifiuta di camminare. Viene, quindi, trascinato al centro della terrazza, ancora sporca del sangue dei suoi simili. Continua a opporre resistenza, ma una volta che viene disteso per terra e tenuto per le zampe diventa docile, suo malgrado. L’aiutante lo tiene ben fermo, il macellaio procede al taglio della gola. Cerco di riprendere e fotografare qualcosa che fino a quel momento per me sarebbe stato impensabile tollerare.</p>
<p>Tutti attendono che l’animale muoia dissanguato. Lui, invece, non ha nessuna voglia di morire. Con la gola aperta sbatte la coda, si agita, la vita pulsa ancora dentro il suo corpo. Finché un secondo colpo di lama lo raggiunge, e gli taglia completamente la testa.</p>
<p>&#8220;Ora finalmente è morto&#8221; &#8211; commenta Aziz. &#8220;Buona festa dell’Aid&#8221;. Quello che ho appena visto mi impedisce di sorridere e ricambiare subito l’augurio. Ma questa famiglia mi ha aperto le porte di casa sua, e non posso certo intavolare con leggerezza un discorso sulle nostre differenze culturali: qui sono io che sto giocando fuori casa. Riesco solo a dire ad Aziz che in Italia tutto ciò non sarebbe mai permesso perché abbiamo rigide regole in termini di igiene e di rispetto per gli animali, che dovrebbero essere almeno storditi prima della macellazione.</p>
<p>Si limita a rispondermi: &#8220;Ma hai visto quanto tempo ci ha messo il montone a morire dopo il taglio della gola? Non più di due, tre minuti. Tre minuti di sofferenza è niente, per un sacrificio necessario. E poi la carne di un animale sgozzato è molto più pura e salutare&#8221;.</p>
<p>Quando sono pronte le interiora, rientriamo a casa per portarle a Farah. Quella è la prima cosa che viene grigliata, insieme alla testa, che però si cucina all&#8217;aperto. L&#8217;aria nel piccolo appartamento diventa piano piano nera, irrespirabile, gli occhi bruciano e lacrimano sempre di più, e Aziz mi accompagna fuori. È ora di pranzo ormai, e ogni angolo delle strade odora di montone arrosto.</p>
<p>Giriamo per quasi due ore alla ricerca di una bottiglietta d’acqua, ma senza risultato: tutti i negozi, i bar, i ristoranti, sono chiusi.</p>
<h2>Milioni di pellame nella spazzatura</h2>
<p>Chiedo ad Aziz cosa ne sarà di tutto quel pellame che vedo buttato per le strade. Mi dice che loro, come la maggior parte delle famiglie che conoscono, gettano tutto nella spazzatura.</p>
<p>Approfondisco la questione, e trovo che secondo Fedic, la Federazione nazionale del cuoio, ogni anno in Marocco almeno <strong>due milioni di pelli di montone diventano rifiuto in un solo giorno</strong>: soltanto le pelli degli animali sgozzati nei macelli sarebbero recuperabili. Ma i macelli si pagano, ed è anche per questo che i marocchini preferiscono operare nelle loro case.</p>
<p>Scopro così che anche in terra musulmana la festa del Sacrificio non porta con sé solo gioia: i professionisti marocchini del cuoio, ad esempio, da sempre si lamentano: 2 milioni di pelli nella spazzatura per loro significano 250 mila giornate di lavoro e quasi 30 milioni di euro persi. E pensare che la pelle ricavata dai montoni sacrificati per l’Aid sarebbe addirittura di qualità superiore, provenendo da animali ben ingrassati. Ma questa è già un’altra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/marocco-festa-sacrificio.html">Così il Marocco vive  la festa del sacrificio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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