(Da Salè) La settimana appena trascorsa è stata per molti paesi arabi la più importante del loro calendario religioso: due mesi e dieci giorni dopo la fine del Ramadan, infatti, le comunità musulmane di tutto il mondo celebrano l’Aid el-Adha, la festa del sacrificio. Il sacrificio commemorato è quello di Abramo, pronto ad offrire suo figlio a Dio, prima che questi gli inviasse un montone da sacrificare al suo posto.

Mi trovo in Marocco proprio durante i giorni dell’Aid. Decido, perciò, che il modo migliore per capire una festa che anche in Italia ogni anno suscita molte polemiche è quello di viverla in prima persona, con una famiglia marocchina.

A Salè, storica città commerciale alle porte della capitale, Rabat, trovo una famiglia che accetta di essere seguita in ogni fase del rituale, a patto che i loro volti non siano mai riconoscibili dalle mie fotografie. La riservatezza, la privacy, è un aspetto molto sentito nella cultura marocchina.

La festa dell’Aid per i credenti musulmani è sacra perché è anche il pretesto per riunire tutta la famiglia per almeno 4 giorni, un po’ come succede da noi per le festività natalizie. Così, insieme a me, tornano a casa di papà Mohammed e mamma Farah anche i loro due figli Yahia e Aziz, 25 e 35 anni, che vivono a Rabat dai tempi dell’università.

Accoglienza e differenze culturali

Facciamo le scale, in un grande condominio con molti appartamenti, e Mohammed è già sulla porta, pronto ad accoglierci e a riabbracciare i suoi figli. Si presenta rigorosamente in qamis, abito tipico indossato dai marocchini nei giorni di festa. È felicissimo di avere in casa un’italiana, anche se dopo pochi minuti già affiorano le prime differenze culturali: loro bevono solo acqua dal rubinetto, e in bagno non hanno carta igienica, ma solo un doccino accanto al wc che usano un po’ per tutto. La cena non è ancora pronta, quindi da bravo padrone di casa Mohammed ne approfitta per uscire a comprare il necessario, prima che ogni negozio chiuda per i prossimi 4 giorni.

Yahia e Aziz mi fanno accomodare nella sala da pranzo, sul classico divano arabo a forma di ferro di cavallo. A pelle, i due fratelli mi sembrano uno l’opposto dell’altro. Yahia è gentile, ma è più superbo, e mantiene le distanze. Aziz parla con voce calma e rilassata, sa ascoltare prima che parlare, è molto accomodante. Avere un’italiana in casa per loro è fonte di attrazione. Non hanno mai visitato il nostro Paese, e non sono mai usciti dal Marocco. “Non abbiamo un passaporto forte come il tuo”, mi dice Yahia, sorridendo. “Mi piacerebbe vivere in Italia – aggiunge Aziz – ma degli amici che ci vivono mi hanno raccontato che da voi i marocchini non sono ben visti”.

“Ma perché hai intenzione di lasciare il tuo Paese?”, gli chiedo. “Non mi sembra che ti manchi nulla qui”. “È vero”, risponde. “Ma non mi sento realizzato. Lo stipendio medio qui va dai 250 ai 500 euro. Io sono un graphic designer, so che altrove potrei guadagnare molto di più”.

L’acquisto del montone

Quando papà Mohammed rientra, mamma Farah serve la cena. E i ragionamenti economici si spostano su un tema molto sentito: l’acquisto di un animale sacrificale per l’Aid. Anche se la sharia ammette bovini e camelidi, mi spiegano, sono ovini e caprini che vanno per la maggiore, con prezzi che vanno dai 1600 e i 6mila dirham (tra i 150 e i 550 euro), a seconda del peso e del tipo di animale. Insomma, se è vero che il salario medio è basso, per la festa del Sacrificio le famiglie che possono permetterselo non badano a spese.

Dopo la cena, prima di andare a letto papà Mohammed mi invita a seguirlo: vuole mostrarmi qualcosa. Proprio di fronte alla stanza degli ospiti dove dormirò io c’è una stanzetta. Orgoglioso apre la porta, e accucciato in un angolo c’è un montone. È adulto, sarà almeno di 80 chili. Ecco spiegato l’odore forte che avevo sentito appena entrata in casa.

Mi addormento con quell’odore nelle narici, pensando che mai mi sarei aspettata di trovare in quell’appartamento, modesto ma ben curato, una stanza interamente dedicata ad un montone.

Il giorno del Sacrificio

È l’alba del 22 agosto. Mohammed e Farah hanno già fatto la loro preghiera mattutina, fondamentale per compiere il rito dello sgozzamento. Nello stesso momento in cui un’Italia indignata ha evitato il macello abusivo di un capretto trasportato in un passeggino per le strade di Napoli, nei paesi musulmani milioni e milioni di montoni sono già pronti a morire, sulle terrazze e nei giardini di ogni casa e condominio. Si, perché la particolarità è proprio questa: la maggior parte delle famiglie, uccide e macella il proprio montone in casa.

Solo in Marocco l’Onssa (Ufficio nazionale per la sicurezza sanitaria dei prodotti alimentari) stima che quest’anno sono quasi 7 milioni i capi idonei ad essere macellati. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera ad esempio chi acquisterà l’animale da un allevamento abusivo.

Si sale in terrazza subito dopo la colazione. Non ci sono ascensori, e il povero montone viene trascinato per 5 piani di scale. Quando arriviamo in cima, la terrazza è già stata trasformata in un macello a cielo aperto da altri condomini prima di noi. Il nostro montone viene legato in un angolo, in attesa. In teoria, secondo quanto prescritto dalla sharia, non dovrebbe nemmeno assistere a quello che accade ai suoi simili.

Il pavimento, però, è già un lago di sangue, e alcune donne si apprestano a pulire. Il macellaio sta già scuoiando il primo montone, e il secondo è già stato portato al centro del tetto condominiale, pronto per il sacrificio. Evito di assistere alla scena, e nel frattempo Aziz mi spiega che anche lui da piccolo preferiva non partecipare al sacrificio. Poi con il tempo ha superato la cosa, anche perché gli hanno sempre spiegato che un terzo di quella carne verrà donata ai poveri, o a chi comunque non può permettersi di acquistare un animale per l’Aid. E l’attenzione per i più bisognosi è un aspetto che lo rende sempre molto orgoglioso di essere musulmano.

Divisione dei ruoli

Tra familiari e vicini c’è collaborazione, e nessuno ha paura di sporcarsi le mani. Ognuno ha un ruolo ben preciso. Gli uomini aiutano il macellaio nello sgozzamento e nella pulizia immediata dell’animale che muore dissanguato; le donne più giovani spazzano e lavano il sangue che finisce sul pavimento; quelle più anziane sono sedute e cominciano subito a pulire le interiora. I bambini più piccoli piangono, quelli più grandi osservano, incuriositi. Uno di loro mi fa capire, imitando i gesti del macellaio, che lui il suo montone lo vorrebbe uccidere da solo. Penso tra me e me che nel nostro Paese nessuno permetterebbe mai al proprio bambino di assistere all’uccisione così cruda di un animale.

È il nostro turno. Un misto di odori irrespirabili invade le mie narici. Quello dei bisogni appena fatti dell’ultimo montone ancora vivo, quello putrido delle interiora dell’animale appena squartato, quello di pelle e peli bruciati, perché nel giardino in basso i vicini stanno già grigliando la testa dell’animale così come è stata tagliata, per poi pulirla una volta cotta.

Il nostro montone viene slegato. Sembra capire quello che sta per succedergli perché si rifiuta di camminare. Viene, quindi, trascinato al centro della terrazza, ancora sporca del sangue dei suoi simili. Continua a opporre resistenza, ma una volta che viene disteso per terra e tenuto per le zampe diventa docile, suo malgrado. L’aiutante lo tiene ben fermo, il macellaio procede al taglio della gola. Cerco di riprendere e fotografare qualcosa che fino a quel momento per me sarebbe stato impensabile tollerare.

Tutti attendono che l’animale muoia dissanguato. Lui, invece, non ha nessuna voglia di morire. Con la gola aperta sbatte la coda, si agita, la vita pulsa ancora dentro il suo corpo. Finché un secondo colpo di lama lo raggiunge, e gli taglia completamente la testa.

“Ora finalmente è morto” – commenta Aziz. “Buona festa dell’Aid”. Quello che ho appena visto mi impedisce di sorridere e ricambiare subito l’augurio. Ma questa famiglia mi ha aperto le porte di casa sua, e non posso certo intavolare con leggerezza un discorso sulle nostre differenze culturali: qui sono io che sto giocando fuori casa. Riesco solo a dire ad Aziz che in Italia tutto ciò non sarebbe mai permesso perché abbiamo rigide regole in termini di igiene e di rispetto per gli animali, che dovrebbero essere almeno storditi prima della macellazione.

Si limita a rispondermi: “Ma hai visto quanto tempo ci ha messo il montone a morire dopo il taglio della gola? Non più di due, tre minuti. Tre minuti di sofferenza è niente, per un sacrificio necessario. E poi la carne di un animale sgozzato è molto più pura e salutare”.

Quando sono pronte le interiora, rientriamo a casa per portarle a Farah. Quella è la prima cosa che viene grigliata, insieme alla testa, che però si cucina all’aperto. L’aria nel piccolo appartamento diventa piano piano nera, irrespirabile, gli occhi bruciano e lacrimano sempre di più, e Aziz mi accompagna fuori. È ora di pranzo ormai, e ogni angolo delle strade odora di montone arrosto.

Giriamo per quasi due ore alla ricerca di una bottiglietta d’acqua, ma senza risultato: tutti i negozi, i bar, i ristoranti, sono chiusi.

Milioni di pellame nella spazzatura

Chiedo ad Aziz cosa ne sarà di tutto quel pellame che vedo buttato per le strade. Mi dice che loro, come la maggior parte delle famiglie che conoscono, gettano tutto nella spazzatura.

Approfondisco la questione, e trovo che secondo Fedic, la Federazione nazionale del cuoio, ogni anno in Marocco almeno due milioni di pelli di montone diventano rifiuto in un solo giorno: soltanto le pelli degli animali sgozzati nei macelli sarebbero recuperabili. Ma i macelli si pagano, ed è anche per questo che i marocchini preferiscono operare nelle loro case.

Scopro così che anche in terra musulmana la festa del Sacrificio non porta con sé solo gioia: i professionisti marocchini del cuoio, ad esempio, da sempre si lamentano: 2 milioni di pelli nella spazzatura per loro significano 250 mila giornate di lavoro e quasi 30 milioni di euro persi. E pensare che la pelle ricavata dai montoni sacrificati per l’Aid sarebbe addirittura di qualità superiore, provenendo da animali ben ingrassati. Ma questa è già un’altra storia.