(Beit Jala, Cisgiordania) Siamo alle porte di Betlemme, e in questo villaggio di 15mila abitanti, ricco di ulivi centenari e muretti a secco che disegnano paesaggi simili a quelli del nostro Salento, c’è la più vecchia scuola cattolica in Palestina: quella del Patriarcato latino di Gerusalemme. Gli istituti scolastici che fanno parte del Patriarcato sono in tutto 44: 13 in Palestina, di cui uno anche a Gaza, 6 in Israele e 25 in Giordania, per un totale di 20mila alunni circa. Mai solo cristiani. Quello che abbiamo visitato noi a Beit Jala, nel cuore della Terra Santa, è stato fondato nel 1854.

“Qui ci sono 900 studenti divisi in 31 classi, dai 4 ai 18 anni. Prima la maggior parte erano cristiani. Ora ci sono tante classi dove i musulmani sono la maggioranza”, racconta Suhail T. Daibes, il dirigente scolastico delle scuole del Patriarcato di Beit Jala. “Non solo perché i cristiani scappano sempre di più dalla Palestina. Ma anche perché molte famiglie musulmane scelgono di far studiare i loro figli qui, piuttosto che nelle scuole governative”.

D’altro canto, Suhail ne è convinto: soltanto l’istruzione può fermare la diaspora cristiana. I cristiani palestinesi sono generalmente più benestanti dei musulmani e hanno uno stile di vita molto simile a quello occidentale. “Per questo tendono maggiormente ad emigrare. Il cristiano è più individualista. Soffre molto la limitazione della libertà, la terra che ogni giorno è di meno, la Palestina che è sempre più una prigione a cielo aperto. Considera che da quando c’è il muro è difficile persino andare a pregare liberamente nei nostri luoghi santi di Gerusalemme. E allora, meglio andare via. Io, al contrario, sono certo che bisogna restare. E resistere. E la scuola è l’unica cosa che ti permette di farlo, perché ti insegna a lottare cercando la via del dialogo, non quella del fondamentalismo e della chiusura, che tanto non porta ad alcun risultato”.

Per questa ragione, da sempre gli istituti scolastici del Patriarcato sono aperti anche a musulmani e drusi. E oggi ci sono scuole, quella di Nablus ad esempio, dove su 615 alunni solo 71 sono cristiani. “I bambini cristiani non dovrebbero mai frequentare scuole per soli cristiani. Devono studiare in collegi misti, che rispecchino la società fuori. Altrimenti, quando usciranno da qui, si confronteranno con una realtà diversa, che scatenerà in loro la voglia di emigrare, o magari di abbracciare qualche progetto di fondamentalismo”, sottolinea il dirigente.

Ma se ci sono anche le scuole governative, e quelle dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, perché una famiglia palestinese sceglie di far studiare i propri bambini proprio in una scuola cristiana? “Per il tipo di educazione che ricevono qui i bambini. È molto severa, anche se si gioca e ci si diverte. Vedrai raramente problemi tra cristiani e musulmani qui, perché sin da quando sono piccoli noi insegniamo loro con fermezza a rispettare le fedi e le tradizioni di tutti”.

Condizione per essere rispettati, però, per Suhail, è avere ben chiara la propria identità. “Se la mia identità è forte, se non tentenno nella definizione di chi sono, l’altro sarà invogliato a rispettare le mie regole, nel momento in cui decide di entrare nel mio spazio. In caso contrario, cercherà di imporre le sue”. E per farci capire ancora meglio cosa intende, il dirigente, che conosce bene il nostro Paese, fa un esempio a noi caro: “Ho sentito che ci sono stati anche da voi i dibattiti sull’opportunità o meno di tenere il crocifisso nelle classi. Lo trovo assurdo. Voi siete uno Stato laico, ma avete una tradizione cristiana, e dovete combattere per difenderla. Altrimenti, rischiate di perdere la vostra storia. Prendete la mia scuola. Qui almeno la metà degli alunni ormai sono musulmani. Eppure, tutti sono venuti a lezione oggi. Sapete perché? Perché si festeggia il Natale. E nessun musulmano si è sognato di tirarsi indietro perché non è la sua festa. Lo spirito natalizio qui coinvolge tutti, bambini cristiani e bambini musulmani, a cui abbiamo insegnato a scambiarsi i doni tra di loro. L’importanza, quindi, non solo del dare, ma anche del ricevere. Tutti partecipano ai canti di Natale, anche i genitori musulmani. Insieme ai loro figli, e insieme a noi. Noi non dobbiamo cambiare solo perché loro sono la maggioranza. Hanno bussato alla mia porta, e sono i benvenuti: la mia scuola è onorata di accogliere tutti. Ma non possono dettare leggi a casa mia. Non possono farlo qui, dove la popolazione cristiana è diventata solo l’1 per cento di quella palestinese. E, a maggior ragione, non dovreste rinunciare alle vostre fedi e tradizioni voi, in Europa”.