Tel Abbas, nord del Libano. Se un giorno mi chiedessero di scegliere il posto in cui, da quando sono nata ad oggi, ho sentito di più lo spirito del Natale direi senza dubbio qui, quest’anno. Qui, a 4 chilometri dalla Siria. Qui, all’interno di un campo profughi, tutti musulmani. Qui, dove, anche se non c’erano delle statuette sotto l’albero a ricordarmi la nascita di Gesù, il giorno della vigilia è successo qualcosa di impensabile, di molto più simile di quanto non lo sia un presepe a quella notte di duemila anni fa.

Siamo ad Akkar, una delle regioni più povere del Libano. La frontiera con la Siria è a pochi passi. Tra i tanti, troppi, insediamenti di rifugiati siriani presenti nella zona, ce n’è uno più piccolo, e forse più speciale per noi italiani: il campo di Tel Abbas. Da quasi 6 anni, insieme ai rifugiati siriani, in quella tendopoli vivono anche i volontari dell’Operazione Colomba, il corpo non violento della Comunità Papa Giovanni XXIII.
“Il Libano è il Paese con la più alta concentrazione di rifugiati pro capite al mondo. Ci sono 4 milioni e mezzo di abitanti, e un milione e mezzo di rifugiati. Noi siamo gli unici internazionali che risiedono in modo permanente in un campo profughi e che vivono esattamente come loro – dice Arianna, volontaria dell’Operazione Colomba, di 23 anni. La nostra presenza funge da deterrente. Da quando siamo qui le tensioni sono drasticamente diminuite”.

Tutto comincia nell’estate del 2014, quando il numero di siriani che scappano dal loro Paese continua a crescere, e con esso anche le tensioni nel nord del Libano, tra gruppi jihadisti e militari libanesi.
In quel momento i volontari stanno facendo dei viaggi esplorativi nel distretto di Akkar, e ricevono numerose richieste di aiuto. I rifugiati siriani, sunniti per la maggior parte, sono spaventati per l’escalation di violenza e discriminazione nei loro confronti, da parte di civili e militari libanesi. Le minacce e gli incendi alle loro tende sono all’ordine del giorno. I cristiani libanesi che abitano la zona, d’altro canto, hanno paura perché vedono in ogni sfollato siriano un potenziale membro dell’Isis.

Nessuno qui si sente realmente protetto dalle Nazioni Unite. L’Onu fornisce ai rifugiati gli aiuti economici di base, ma non protegge né gestisce i campi profughi. Per un semplice motivo: il concetto di “rifugiati” nel Paese dei cedri non esiste. Il Libano non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, ragion per cui i campi sono considerati insediamenti illegali.

In questo contesto, la piccola delegazione di volontari italiani che decide di costruire la propria tenda proprio dentro uno di quegli insediamenti diventa subito un punto di riferimento per il territorio.

Anche in questo periodo natalizio l’Operazione Colomba è lì. “È difficile spiegare cosa facciamo nel concreto – mi dice una delle ragazze quando arrivo nella loro tenda. Ma se tu hai deciso di fermarti qualche giorno con noi, te ne renderai conto. A volte sembriamo semplicemente un centro ascolto” – aggiunge sorridendo. In effetti, invece di raccogliere storie tornando ogni sera in una calda stanza d’albergo, questa volta avevo già scelto anche io di vivere per una settimana esattamente come i rifugiati. In una tenda di nylon e cartone in cui l’inverno si fa sentire sempre di più, soprattutto di notte; il bagno esterno, una specie di casetta in lamiera piena di prese d’aria, è alla turca, e c’è un unico rubinetto di acqua fredda per fare tutto.

Le giornate passano, tra una visita e l’altra: i volontari vanno a trovare le famiglie siriane ogni giorno, anche semplicemente per passare del tempo insieme. Nei momenti in cui “lavorano da casa” perché devono scrivere dei report o mandare delle mail, la tenda è un via vai continuo. Di bambini che vogliono giocare; di siriani ormai amici che ci aiutano a sistemare la stufa che non funziona, o il tetto, perché quando piove entra acqua; di famiglie vecchie e nuove che vengono a chiedere aiuto. Per un problema medico, perché vogliono lasciare il Libano senza prendere la via del mare, o perché hanno ricevuto delle minacce.
I giovani volontari, insomma, sono anche dei mediatori. Tra rifugiati e libanesi. Tra rifugiati e ospedali. Tra rifugiati e organizzazioni internazionali. Tra rifugiati e Comunità di Sant’Egidio, che organizza i corridoi umanitari. E sono anche molto altro.

Le giornate sono sempre molto intense e stancanti. “Non mi appesantisce che ci tempestino di domande – confessa una volontaria. Siamo qui per questo. Ciò che trovo frustrante a volte è sentire che possiamo fare veramente poco. Ad esempio, in Libano la sanità è privata, e l’Onu copre soltanto le spese più irrisorie. Non le malattie più gravi, non il cancro, ad esempio. E come fai a dire a una persona che deve semplicemente aspettare di morire in silenzio?”.

Il 24 dicembre i ragazzi decidono che bisogna staccare per un po’ “dall’inferno”: è Natale anche per loro, in fondo. Il programma è semplice: “Da questo pomeriggio non ci siamo per nessuno. Facciamo gli ultimi acquisti per la festa di domani con i bambini, poi prepariamo la cena e facciamo un brindisi tra di noi, a mezzanotte”.

Quando rientriamo dal supermercato con la spesa natalizia, davanti alla nostra tenda una giovane coppia ci sta già aspettando. Il primo istinto, anche per quei ragazzi appena ventenni che non dicono mai di no, è quello di chiedere la cortesia di tornare dopo Natale. Ma lei è all’ottavo mese di gravidanza. Piange composta, e ha dolori ovunque. È vestita bene, il velo portato elegantemente sul capo mette in risalto il suo viso, giovane e delicato, seppur sofferente. Ci guardiamo sorpresi: è veramente impossibile non ascoltare questa donna incinta che ci sta chiedendo aiuto, ironia della sorte, proprio la sera del 24 dicembre.

Li facciamo accomodare in tenda, attorno alla stufa spenta, sui materassi bassi che fanno da salotto. “Mi hanno detto che il bambino che porto in grembo è idrocefalo. C’è acqua sia nella sua testa che nel suo stomaco, e anche i suoi reni non funzionano bene. Sono giorni che sto male. Il medico dice che dovrei fare un cesareo urgente. Portare a termine la gravidanza è rischioso, sia per me che per il bambino. Ma l’Onu non copre le spese per un cesareo. Pagheranno solo il parto normale, tra un mese. Non sappiamo come fare. Ho 22 anni, e non voglio morire il giorno del mio parto naturale. Ma 700 dollari per un cesareo non ce li abbiamo”.

I ragazzi si interrogano sul da farsi. Il loro compito non è pagare questo tipo di interventi, e la notte di Natale diventa anche difficile trovare qualcuno a cui chiedere una mano. Passano in rassegna tutti gli ospedali e le Ong da contattare. E intanto commentano quanto sia assurdo che l’Onu non copra il cesareo in una situazione così critica, in cui ad essere a rischio non è solo la vita del bambino, ma anche quella della madre. Silvia, una delle volontarie, pensa ad alta voce: “È già successo a un altro rifugiato. Si è indebitato per far fare il cesareo alla moglie, non vedo molte soluzioni”.

Il nodo della questione è che il sistema sanitario libanese è privato. Funziona come negli Stati Uniti: se non hai un’assicurazione, o non hai i soldi per pagare, non vieni curato, neppure nei casi più urgenti. Per i siriani è ancora più complesso avere una polizza sanitaria, non solo per motivi economici. Penso a quello che mi aveva detto qualche ora prima un attivista originario di Homs: “Noi qui non abbiamo diritti. Il fatto che il Libano non ci riconosca come rifugiati significa essenzialmente che noi non esistiamo. Siamo un milione e mezzo, eppure non esistiamo. Siamo considerati semplicemente “homeless”, senzatetto. O, se preferisci, visitatori sgraditi. Non possiamo lavorare, non ci possiamo curare, non ci rinnovano il permesso di soggiorno. Come facciamo ad avere un’assicurazione medica se non esistiamo?”

La giovane donna, intanto, ci mostra le ecografie che provano tutto quello che ci sta raccontando, ma fa sempre più fatica a parlare. Il marito, invece, giura che anche volendosi indebitare, non saprebbe a chi chiedere un prestito. “Se l’Onu pagasse il 75 per cento – spiega – forse potremmo riuscire a pagare il resto”.

A un’ora circa dal campo di Tel Abbas, verso est, c’è l’ospedale cattolico del villaggio di Kobayat, zona di montagna anch’essa molto vicina ai confini siriani. Una delle ragazze telefona, senza troppe speranze: “Vedrai che ci diranno quello che hanno già detto a loro altri medici: senza soldi, nessun cesareo”. Ma un confronto con personale qualificato è comunque importante. Anche solo per sapere cosa consigliare alla coppia: 4 giovani volontari non possono certo prendersi la responsabilità di dire loro di aspettare qualche giorno, con il rischio che la situazione precipiti. È la notte di Natale, ma fortunatamente qualcuno dall’altra parte del telefono risponde e, dopo aver ascoltato il caso, suggerisce di accompagnare immediatamente la donna in ospedale: “Se sta male, il cesareo va fatto subito, non c’è più molto tempo. Poi parleremo anche dei costi, ma intanto partite subito e venite qui”.

I piani per la vigilia di Natale sono definitivamente saltati, ma non conta, perché quella madre sofferente viene ricoverata subito, e la prima notizia del 25 mattina è che il suo bambino è nato. Non si sa se, né quanto sopravviverà. L’unica cosa certa è che almeno lei è fuori pericolo. Ecco come, senza presepi né messe di Natale, a 2500 chilometri chilometri da casa, per la prima volta mi sono sentita veramente vicina a quella notte di duemila anni fa.

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