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	<title>Giorgio Livas Archives - InsideOver</title>
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	<title>Giorgio Livas Archives - InsideOver</title>
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		<title>Dalla sentinella della Nato all’ambizione di potenza: la trasformazione geopolitica della Turchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 06:15:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1043" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-1024x556.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-768x417.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-1536x834.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-600x326.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla sentinella della NATO alla proiezione nel Mediterraneo e nel Golfo, Ankara sfrutta la crisi dell’ordine internazionale per ampliare la propria autonomia. Ma le ambizioni geopolitiche restano condizionate dai limiti della sua struttura economica. «Stesso letto, sogni diversi». La formula con cui Zhou Enlai ironizzava negli anni Settanta sulla distensione tra Stati Uniti e Unione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/dalla-sentinella-della-nato-allambizione-di-potenza-la-trasformazione-geopolitica-della-turchia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1043" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-1024x556.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-768x417.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-1536x834.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261101071410633_9e36844505be61538a9800a8e5565f84-e1793513688866-600x326.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla sentinella della NATO alla proiezione nel Mediterraneo e nel Golfo, <a href="https://it.insideover.com/difesa/record-di-spese-militari-la-turchia-di-erdogan-lancia-la-sfida-a-israele.html" type="post" id="533613">Ankara</a> sfrutta la crisi dell’ordine internazionale per ampliare la propria autonomia. Ma le ambizioni geopolitiche restano condizionate dai limiti della sua struttura economica.</p>



<p>«Stesso letto, sogni diversi». La formula con cui Zhou Enlai ironizzava negli anni Settanta sulla distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica descrive bene anche le contraddizioni della NATO contemporanea. La richiesta americana di una maggiore partecipazione europea alla difesa incontra infatti aspirazioni divergenti: Washington vuole trasferire parte dei costi militari senza rinunciare alla propria leadership, mentre gli Stati europei cercano di rafforzare le proprie capacità senza aver ancora definito una strategia comune.</p>



<p>In questo scenario, la Turchia costituisce un caso particolarmente significativo. La sua traiettoria mostra come una posizione di dipendenza strategica possa trasformarsi, durante una crisi internazionale, in uno strumento di autonomia e influenza regionale.</p>



<p>Come osservava <strong>Sergio Romano</strong>, la fine della Guerra fredda aveva modificato la collocazione geopolitica del Paese. La Turchia non era più soltanto il custode occidentale degli Stretti e la sentinella della NATO sul Mar Nero, ai confini con un mondo ostile. Il crollo dell’URSS e del comunismo europeo le aveva aperto nuovi spazi politici ed economici, consentendole di perseguire ambizioni regionali prima subordinate alle esigenze dell’Alleanza atlantica. (<a href="https://a8x7c9.mailupclient.com/frontend/LandingPage.aspx?idList=1&amp;idLP=3&amp;guid=CACD7F73-2EFC-45CE-9600-913CC7D5CA99" type="link" id="https://a8x7c9.mailupclient.com/frontend/LandingPage.aspx?idList=1&amp;idLP=3&amp;guid=CACD7F73-2EFC-45CE-9600-913CC7D5CA99">Per approfondire leggi la nostra Newsletter gratuita, InsideWeek</a>). </p>



<p>Durante la Guerra fredda, la posizione turca rappresentava una risorsa strategica di prim’ordine. Il controllo degli accessi al Mar Nero, la prossimità al territorio sovietico e la collocazione tra Europa, Caucaso e Medio Oriente attribuivano ad Ankara un peso superiore a quello suggerito dalle sole dimensioni della sua economia. La Turchia poteva convertire la propria geografia in influenza politica, beneficiando della protezione americana e dell’appartenenza alla NATO.</p>



<p>Questa condizione non eliminava la rivalità con la Grecia, anch’essa alleata di Washington. I due Paesi cercavano di preservare il proprio valore strategico agli occhi degli Stati Uniti, mentre le controversie territoriali e la questione cipriota introducevano una frattura permanente all’interno del sistema occidentale.</p>



<p>Cipro rappresenta un passaggio essenziale. Nel luglio 1974, il colpo di Stato sostenuto dalla giunta militare greca, favorevole all’unione dell’isola con la Grecia (enosis), precedette l’intervento militare turco e la successiva divisione di fatto del territorio. L’esito non può essere spiegato soltanto attraverso la competizione tra Atene e Ankara per il favore americano: ebbero un peso determinante anche le decisioni politiche e militari e il fallimento della mediazione internazionale. Resta però una contraddizione fondamentale: l’appartenenza alla stessa alleanza non impediva a due Paesi di perseguire obiettivi incompatibili.</p>



<p>La funzione di sentinella occidentale aveva assicurato alla Turchia una posizione negoziale vantaggiosa. Con la fine della minaccia sovietica, però, il rapporto con gli alleati era destinato a cambiare. Ankara non poteva più limitarsi a essere il presidio meridionale dell’Occidente. Il Caucaso, l’Asia centrale e il Medio Oriente offrivano nuovi interlocutori e occasioni d’iniziativa; lo sviluppo delle capacità militari turche avrebbe consentito di tradurre progressivamente queste opportunità in una presenza concreta oltre i confini nazionali.</p>



<p>La guerra civile siriana, iniziata nel 2011, ha accelerato questa trasformazione. La questione curda, da tempo centrale nella politica interna turca, è diventata una variabile decisiva della strategia regionale. Ankara considera le Unità di protezione popolare curde (YPG), sostenute dagli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico, legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che la Turchia considera un&#8217;organizzazione terroristica. Washington e Ankara si sono così trovate a sostenere interlocutori differenti nello stesso teatro operativo.</p>



<p>La frattura ha mostrato i limiti della solidarietà atlantica: appartenere alla medesima alleanza non significa condividere la stessa percezione delle minacce. La risposta turca ha combinato interventi militari oltreconfine, sostegno a forze locali e accordi con potenze che perseguivano obiettivi diversi. La sicurezza curda è diventata così anche una giustificazione per ampliare la libertà d’azione di Ankara.</p>



<p>Parallelamente, il governo turco ha valorizzato diverse matrici ideologiche. Il panturchismo richiama i legami con i popoli turcofoni del Caucaso e dell’Asia centrale; il panislamismo insiste sulla solidarietà tra le società musulmane; il neottomanesimo evoca invece l’eredità imperiale e una presenza privilegiata nei Balcani, nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente.</p>



<p>Queste correnti non costituiscono un programma unitario. Offrono, tuttavia, un repertorio politico con cui presentare la Turchia non come una potenza periferica dell’Europa, ma come un attore con interessi estesi su più regioni. L’ideologia accompagna così il calcolo strategico, legittimando la proiezione esterna e rafforzando il consenso interno.</p>



<p>La Mavi Vatan, la «Patria blu», traduce queste ambizioni nella dimensione marittima. Sviluppata negli ambienti navali turchi, la dottrina considera i mari circostanti spazi di sovranità, sicurezza e proiezione militare, non semplici frontiere.</p>



<p>Il Mediterraneo orientale è il suo principale terreno d’applicazione. Le controversie sulle zone economiche marittime, le risorse energetiche, Cipro e la rivalità con la Grecia si intrecciano con la volontà turca di impedire che gli equilibri regionali vengano definiti senza Ankara. Il memorandum marittimo firmato con la Libia nel 2019 ha dato concretezza a questa impostazione, collegando le rivendicazioni turche nel Mediterraneo ai rapporti con la sponda meridionale del bacino.</p>



<p>La Mavi Vatan non è propriamente un progetto per raggiungere l’oceano. È una strategia di potenza marittima che mira ad ampliare la profondità strategica turca. La presenza in Libia e nel Corno d’Africa ne costituisce una possibile estensione: cooperazione militare, addestramento, esportazioni di armamenti e investimenti consentono ad Ankara di costruire punti d’appoggio e relazioni durature.</p>



<p>Questi presidi non formano una catena territoriale continua e rispondono a esigenze differenti. Nel Mediterraneo prevalgono la sicurezza marittima e la competizione regionale; in Somalia assumono rilievo anche la cooperazione militare e la presenza economica. Il risultato è una rete che permette alla Turchia di intervenire su più direttrici e di accrescere il proprio potere negoziale.</p>



<p>Resta il problema delle risorse. Una proiezione così estesa richiede finanziamenti, capacità logistiche, continuità industriale e forze armate in grado di sostenere operazioni prolungate. L’ambizione geopolitica, da sola, non basta: può anzi produrre una sovraestensione se gli impegni superano le capacità disponibili.</p>



<p>La crisi della NATO viene spesso interpretata come l’occasione per costruire una difesa europea autonoma. Questa lettura, però, presuppone che l’Europa sia già un soggetto geopolitico unitario. È proprio questo il punto da contestare.</p>



<p>L’Unione Europea è una grande potenza economica e un soggetto giuridico dotato di istituzioni comuni, ma non dispone di una sovranità strategica paragonabile a quella di uno Stato. Le sue componenti nazionali non condividono necessariamente la stessa visione delle minacce, le stesse priorità militari o la stessa concezione dei rapporti con Washington e Mosca.</p>



<p>L’Europa resta soprattutto un tavolo sul quale le potenze nazionali negoziano i propri interessi, non una potenza geopolitica capace di esprimerne uno unitario. Il riarmo in corso va letto anzitutto come riarmo degli Stati, anche quando beneficia di finanziamenti e programmi comuni.</p>



<p>La distinzione è sostanziale. Accrescere i bilanci militari non significa automaticamente acquisire autonomia strategica: occorre anche controllare le tecnologie, la produzione, le catene di approvvigionamento e le decisioni sull’impiego delle forze. Su questi fronti, la dipendenza europea dagli Stati Uniti rimane significativa.</p>



<p>La Germania e la Francia esprimono due orientamenti differenti. Berlino continua a considerare essenziale la deterrenza americana. L’acquisto degli F-35 statunitensi, destinati anche al ruolo nucleare nell’ambito della NATO, dimostra che il rafforzamento delle forze armate tedesche non coincide necessariamente con un progetto di emancipazione da Washington.</p>



<p>La Francia, al contrario, dispone di una propria forza nucleare e attribuisce maggiore rilievo all’autonomia decisionale e industriale. La cooperazione con altri Paesi europei, anche attraverso programmi come il SAMP/T e il suo sviluppo SAMP/T NG, dimostra che è possibile costruire capacità militari comuni. Non dimostra, però, che esista una volontà geopolitica europea condivisa: la collaborazione industriale non cancella il controllo nazionale sugli armamenti e sulle decisioni strategiche.</p>



<p>Le difficoltà del programma aeronautico FCAS, sviluppato con la partecipazione di Francia, Germania e Spagna, rendono evidente quanto gli interessi industriali e nazionali possano ostacolare i progetti comuni. Gli Stati possono cooperare nella produzione e continuare a perseguire strategie differenti.</p>



<p>La pressione americana affinché gli europei spendano di più presenta dunque un’ambiguità. Può favorire lo sviluppo di capacità militari nazionali, ma anche consolidare la dipendenza da tecnologie e forniture statunitensi. Gli Stati Uniti possono trasferire parte dei costi della difesa agli alleati senza rinunciare alla propria centralità strategica.</p>



<p>Il risultato non è necessariamente un’Europa più autonoma, ma una diversa distribuzione delle responsabilità all’interno della NATO. È una contraddizione che riguarda direttamente la Turchia: Ankara opera in un sistema nel quale Washington conserva un peso determinante, ma gli alleati dispongono di margini crescenti per perseguire interessi propri.</p>



<p>In questa prospettiva va letto l’accordo di mutua difesa tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, firmato alla Mecca il 7 agosto 2026. L’intesa prevede che un attacco armato contro uno dei tre Paesi venga considerato un attacco contro tutti. La sua portata effettiva dipenderà dall’attuazione degli impegni e dalle capacità concretamente mobilitabili, ma il significato politico è chiaro: i firmatari intendono rafforzare la cooperazione militare e diversificare le proprie garanzie di sicurezza.</p>



<p>Le risorse dei tre Paesi sono complementari. La Turchia dispone di un’industria della difesa in espansione e di esperienza operativa; il Pakistan possiede forze armate importanti e un arsenale nucleare; l’Arabia Saudita dispone di ingenti risorse finanziarie e di una posizione centrale nel Golfo.</p>



<p>L’accordo non costituisce una NATO alternativa già consolidata. Rivela però la volontà di costruire relazioni di sicurezza che non dipendano esclusivamente dagli Stati Uniti. Per Ankara, rappresenta un ulteriore strumento per accrescere la propria influenza senza abbandonare l’Alleanza atlantica.</p>



<p>È questa la logica del multiallineamento: non scegliere un solo blocco, ma mantenere relazioni diversificate per ampliare le proprie opzioni. La Turchia può essere membro della NATO, interlocutrice dell’Europa, partner del Pakistan e dell’Arabia Saudita e, contemporaneamente, conservare rapporti con la Russia. Queste relazioni non sono prive di contraddizioni; proprio la capacità di gestirle, tuttavia, costituisce una risorsa negoziale.</p>



<p>L’intesa della Mecca riflette anche una trasformazione più ampia. Le potenze regionali non vogliono necessariamente rompere con Washington, ma cercano strumenti aggiuntivi per affrontare crisi nelle quali gli interessi americani potrebbero non coincidere con i propri. Ankara tenta di inserirsi in questo spazio, collegando la propria presenza nel Mediterraneo ai rapporti con il Golfo e il Corno d’Africa.</p>



<p>La moltiplicazione delle relazioni e dei teatri d’intervento non trasforma automaticamente la Turchia in una grande potenza. La sua capacità di iniziativa è cresciuta, ma rimane condizionata dalle risorse economiche, industriali e finanziarie disponibili.</p>



<p>Una proiezione estesa richiede investimenti continuativi, approvvigionamenti sicuri, ricerca tecnologica e capacità di sostenere operazioni militari senza compromettere la stabilità interna. Siria, Iraq, Libia, Mediterraneo orientale, Caucaso e Corno d’Africa impongono esigenze differenti. Gestirle contemporaneamente può ampliare l’influenza turca, ma anche generare costi eccessivi.</p>



<p>La forza di Ankara risiede soprattutto nella capacità di rendersi necessaria a interlocutori diversi. La sua posizione geografica, l’appartenenza alla NATO, l’industria militare e i rapporti con il mondo musulmano le consentono di trasformare risorse relativamente limitate in influenza politica. Non le garantiscono, però, la capacità di sostenere una proiezione globale paragonabile a quella delle maggiori potenze.</p>



<p>È qui che emerge la contraddizione fondamentale della strategia turca. Ankara vuole essere autonoma, ma ha ancora bisogno della NATO; vuole partecipare al riarmo europeo, ma non accetta di esserne esclusa; costruisce nuove alleanze regionali, ma non dispone di risorse sufficienti a eliminare i propri vincoli economici.</p>



<p>La crisi dell’ordine internazionale le offre nuove opportunità, non una libertà d’azione illimitata.</p>



<p>La Turchia rappresenta così uno dei casi più evidenti di una dinamica destinata a caratterizzare gli equilibri futuri: le potenze medie non sono semplici pedine delle grandi, ma possono sfruttarne le rivalità per accrescere la propria autonomia. Il loro margine di manovra dipende dalla capacità di combinare geografia, risorse militari, relazioni economiche e diplomazia.</p>



<p>Il passaggio dalla sentinella della Guerra fredda alla potenza del multiallineamento non significa, dunque, che Ankara abbia superato la propria dipendenza dall’Occidente. Significa che ha imparato a utilizzarla insieme ad altre relazioni, evitando per quanto possibile di subordinare l&#8217;intera politica estera a un solo interlocutore.</p>



<p>Il multiallineamento turco è il tentativo di trasformare una posizione strategica privilegiata in autonomia politica. Il suo limite resta la distanza tra l’ampiezza delle ambizioni geopolitiche e le risorse economiche necessarie a sostenerle.</p>
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		<title>Lev Trotsky, il rivoluzionario che la Russia di Putin vorrebbe (ma non può) dimenticare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:28:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1798" height="1333" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trotsky" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg 1798w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1024x759.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1536x1139.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-600x445.jpg 600w" sizes="(max-width: 1798px) 100vw, 1798px" /></p>
<p>La figura di Trotsky resta attuale perché le contraddizioni contro cui combatté continuano a produrre conseguenze. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1798" height="1333" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trotsky" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg 1798w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1024x759.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1536x1139.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-600x445.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1798px) 100vw, 1798px" /></p>
<p>L’anniversario è passato da pochi giorni: il 21 agosto 1940 <strong>Lev Trotsky </strong>moriva a Città del Messico, assassinato da un agente sovietico. Sono trascorsi 86 anni, l’Urss è scomparsa e la Russia di Putin ha abbandonato il comunismo. Eppure Trotsky torna nel dibattito mentre le guerre di oggi riaprono conflitti sepolti: in Ucraina, dove eserciti e nazioni combattono anche per la propria memoria storica; in Medio Oriente, dove identità, territori e narrazioni del passato sono parte stessa dello scontro. <strong>La memoria non è dunque soltanto ciò che resta delle guerre: è spesso ciò per cui si combatte. </strong>E Trotsky ne è una delle figure più ingombranti</p>



<p>In Russia l`avversione non è soltanto nei libri di storia. Nel 2024 il patriarca <a href="https://it.insideover.com/schede/religioni/chi-e-kiril-il-patriarca-di-mosca.html" type="schede" id="346515">Kirill,</a> nella Lavra Aleksandr Nevskij di San Pietroburgo, indicava Trotsky come uno degli ispiratori della «terribile rivoluzione» che avrebbe tentato di cancellare la fede ortodossa e la tradizione russa. Lenin, secondo Kirill, avrebbe sviluppato soprattutto le sue idee: costruire una società senza classi, giusta e prospera, ma «senza Dio, senza la Chiesa». Subito dopo il patriarca raccontava la propria visita alla casa di Trotsky in Messico e <strong>contrapponeva al rivoluzionario morto in esilio la rinascita dell’Ortodossia </strong>e Vladimir Putin, definito il primo presidente autenticamente ortodosso della Russia.</p>



<p>Questa lettura di Trotsky come cospiratore contro la società, la fede e l’Impero trova una sorta di sintesi mistica nella serie russa <em>Trotsky</em>, prodotta nel 2017 e poi distribuita da Netflix: un concentrato di stereotipi antitrotskisti, con Trotsky trasformato in un criminale errante e una velata componente antisemita.</p>



<p>È difficile immaginare un contrasto più netto. Da una parte Trotsky, che voleva fare della rivoluzione russa soltanto l’inizio di una trasformazione mondiale. Dall’altra una Russia che, attraverso Putin e il patriarcato, racconta se stessa come il recupero di una continuità storica spezzata dalla rivoluzione: <strong>Stato, territorio, Chiesa, esercito, memoria e potenza.</strong></p>



<p>Trotsky era nato nel 1879 a Janovka da famiglia di religione ebraica, nell’allora governatorato di Cherson, nel territorio dell’odierna Ucraina. Era un uomo dell’Impero russo che sarebbe diventato uno dei protagonisti della rivoluzione destinata a distruggerlo. Ma non fu un nazionalista ucraino: <strong>il suo orizzonte era l’internazionalismo rivoluzionario.</strong></p>



<p>La teoria della rivoluzione permanente partiva da un presupposto: la Russia, arretrata e prevalentemente contadina, non poteva costruire isolatamente una società socialista compiuta. La rivoluzione doveva oltrepassare i confini russi e trovare nel proletariato internazionale la propria continuazione</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il punto decisivo dello scontro con Stalin</h2>



<p>Il «socialismo in un solo Paese» rappresentava una risposta opposta. Dopo la sconfitta delle speranze rivoluzionarie europee e il fallimento delle rivoluzioni in Germania, <strong>la priorità divenne consolidare lo Stato sovietico,</strong> industrializzarlo e trasformarlo in una grande potenza capace di sopravvivere in un ambiente ostile.</p>



<p>Trotsky vide correttamente la burocratizzazione e degenerazione della rivoluzione, ma non colse fino in fondo la trasformazione dello Stato sovietico. Stalin divenne la figura dominante di quella classe burocratica che trasformò la Russia da tappa della rivoluzione mondiale in una delle superpotenze del Novecento. Per Trotsky la Russia era il luogo da cui la rivoluzione doveva partire; <strong>per Stalin era sempre più il centro di una potenza imperiale russa in salsa sovietica.</strong></p>



<p>Ridurre lo stalinismo a uno zarismo «verniciato di rosso» sarebbe però storicamente insufficiente. Lo Stato sovietico fu una costruzione nuova, con un sistema economico, ideologico e sociale radicalmente diverso da quello zarista. Ma negli anni Trenta recuperò funzioni tipiche della grande potenza russa: centralizzazione, controllo dello spazio eurasiatico, subordinazione delle periferie, forza militare e primato dello Stato. Di fatto, <strong>la Russia divenne una potenza borghese a capitalismo di Stato:</strong> un’interpretazione anticipata da Amadeo Bordiga la cui analisi della natura dell’URSS si rivelò più efficace di quella di Trotsky.</p>



<p>Come testimoniano le recenti pubblicazioni di Prospettiva Marxista, che riprendono le analisi di Arturo Peregalli, <strong>analoga dinamica avvenne in Cina dove i trotskisti vennero duramente repressi.</strong> Chen Duxiu, fondatore del Partito Comunista Cinese, fu espulso e poi perseguitato; Zheng Chaolin, più radicale, elaborò una critica allo stalinismo come capitalismo di Stato simile a Bordiga e restò in carcere per quasi trent’anni. Ancora oggi molte delle loro opere teoriche restano di difficile accesso, trattenute negli archivi o pubblicate solo in forma parziale e controllata.</p>



<p>Solo così si comprendono le grandi purghe staliniane: l’eliminazione della corrente rivoluzionaria in favore di un nuovo nazionalismo di Stato, di cui Putin è oggi, con un’altra ideologia, l’erede. <strong>Victor Serge </strong>prima e Arrigo Cervetto poi in Italia definirono questo processo come una reazione controrivoluzionaria, parallela alla repressione nazista, fascista, socialdemocratica e democratico-borghese.</p>



<p>Le critiche di Putin al passato sovietico colpiscono soprattutto Lenin e i bolscevichi della prima ora, accusati di aver posto le premesse della futura disgregazione dello Stato. Nel 2021, parlando della propria lettura dell’unità storica fra russi e ucraini, Putin definì una «bomba a orologeria» la struttura costituzionale sovietica, indicando soprattutto il diritto delle repubbliche a separarsi dall’Unione.</p>



<p>Il bersaglio è la generazione bolscevica che, distruggendo l’Impero zarista, costruì una nuova architettura territoriale destinata in parte a sopravvivere fino al 1991. <strong>Nella lettura putiniana, l’URSS era formalmente una federazione ma sostanzialmente uno Stato centralizzato;</strong> quando il Partito comunista perse la capacità di tenere insieme il sistema, le repubbliche poterono utilizzare quelle strutture per trasformare la dissoluzione dell’URSS in una serie di indipendenze nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E l’Ucraina è il caso più importante</h2>



<p>Putin ha più volte sostenuto che la moderna Ucraina sia stata in larga misura una costruzione bolscevica, criticando soprattutto le decisioni di Lenin sull’assetto dello Stato. La polemica contemporanea sull’Ucraina diventa così anche una polemica sulla rivoluzione. È anche per questo che Trotsky resta oggi un bersaglio degli intellettuali europei vicini a Mosca.</p>



<p><strong>La biografia di Trotsky lo rende però nemico anche nella pedagogia nazionale di Kiev:</strong> nato nell’attuale Ucraina, internazionalista e tra i più odiati rivoluzionari dai nemici del bolscevismo, combatté ogni nazionalismo, compreso quello ucraino emergente di <strong>Simon Petliura</strong> e quello piccolo-borghese dei contadini benestanti.</p>



<p>E qui entra Makhno. Il movimento anarchico contadino del Sud-Est rappresentò un’altra traiettoria della rivoluzione ucraina. <strong>Trotsky, dirigente dell’Armata Rossa, ne sostenne la repressione:</strong> la rivoluzione doveva cancellare tanto il nazionalismo di Petliura quanto le aspirazioni delle classi rurali proprietarie, imponendo il potere dell’avanguardia operaia guidata dai soviet.</p>



<p>Dinamica analoga per la guerra polacco-sovietica del 1919-1921, uno dei momenti in cui il progetto bolscevico entrò direttamente in collisione con uno Stato nazionale europeo. Trotsky era alla guida del Consiglio militare rivoluzionario dell’Armata Rossa; <strong>Michail Tuchačevskij </strong>comandava il fronte occidentale durante l’offensiva del 1920. La sconfitta davanti a Varsavia fu una battuta d’arresto decisiva per l’idea di portare la rivoluzione oltre i confini russi.</p>



<p>Oggi quella guerra è letta attraverso memorie opposte. Per la Polonia fu la difesa dell’indipendenza contro la Russia bolscevica; nella memoria russa, l’invasione polacca, preceduta dall’intervento delle truppe alleate a sostegno dei Bianchi, fu un’aggressione alla Russia, resa possibile anche dalla rivoluzione, che aveva esposto il territorio dell’ex Impero all’intervento straniero.</p>



<p>Anche sul sionismo la sua posizione fu nettamente ostile. <strong>Trotsky rifiutò il nazionalismo ebraico e difese una prospettiva universalista e di classe. </strong>Negli anni Trenta, di fronte all’antisemitismo nazista e sovietico, modificò le proprie posizioni sull’assimilazione, senza però aderire al progetto sionista della Palestina. Storici israeliani sionisti come Joseph Nedava e Robert S. Wistrich hanno analizzato criticamente questo universalismo e il suo distacco dall’identità ebraica. È in questo contesto che torna il celebre aneddoto attribuito al rabbino capo di Mosca Jacob Maze: «I Trotsky fanno le rivoluzioni e i Bronstein ne pagano il conto».</p>



<p>Trotsky non era nazionalista russo, ucraino o sionista: era, fino alla fine, un rivoluzionario internazionalista</p>



<p><strong>Per Stalin era il principale rappresentante dell’opposizione rivoluzionaria alla burocrazia sovietica. </strong>Per i conservatori occidentali, uno degli uomini che avevano contribuito alla distruzione dell’ordine russo e alla nascita del bolscevismo.</p>



<p><strong>Winston Churchill</strong>, che durante la guerra civile russa aveva sostenuto l’intervento contro i bolscevichi e detestava profondamente Trotsky, apparteneva a quel mondo politico che vedeva nella rivoluzione una minaccia strategica e ideologica. Churchill attaccò duramente Lenin e il bolscevismo; Trotsky gli rispose nel 1929 contestandone la difesa dell’ordine imperiale britannico. Ma l’odio per Trotsky sopravvisse alla sua caduta, anche per il timore che una nuova guerra mondiale potesse riaccendere la rivoluzione internazionale: nel 1937 Churchill lo definì, parlando con l’ambasciatore sovietico Ivan Maisky, «un diavolo perfetto», «una forza distruttiva, non creativa», dichiarando: «Sono interamente con Stalin».</p>



<p>Il trotskismo sopravvisse come galassia internazionale frammentata e minoritaria, perseguitata tanto dai regimi comunisti quanto dalle dittature anticomuniste. Ma una parte di quella tradizione sarebbe approdata in luoghi imprevedibili.</p>



<p>La genealogia fra trotskismo e neoconservatorismo americano viene spesso caricata di semplificazioni: i neoconservatori non furono semplicemente «trotskisti diventati di destra». Esiste però una storia documentata di uomini e correnti provenienti dall’ambiente trotskista o vicino ad esso che approdarono all’anticomunismo e poi al conservatorismo americano.</p>



<p>Max Shachtman è una figura centrale di questo percorso. <strong>Irving Kristol </strong>ebbe una breve fase trotskista e divenne poi uno dei padri del neoconservatorismo.</p>



<p>Se lo stalinismo saccheggiò il leninismo per mascherare con la retorica rivoluzionaria una politica di potenza sovietica, stravolgendone il messaggio, qualcosa di analogo fecero i neoconservatori con Trotsky: trasformarono la «rivoluzione permanente» in una sorta di diffusione permanente, anche militare, dei valori americani nel mondo, dall’Iraq e dall’Afghanistan fino all’Ucraina.</p>



<p>L’internazionalismo rivoluzionario poteva così trasformarsi in un internazionalismo democratico fondato sulla potenza americana. Non una continuità ideologica, ma una metamorfosi.</p>



<p>È nella geopolitica di <strong>Aleksandr Dugin</strong> che Trotsky viene trasformato nel paradigma di un nemico storico della Russia. Nei suoi testi e interventi, Dugin presenta il trotskismo come incarnazione dell’atlanticismo, del cosmopolitismo e della «rivoluzione permanente»: una forza distruttiva e anti-russa, contrapposta a Stalin, che nella sua lettura rappresenta invece la stabilizzazione eurasiatica e nazionale dello Stato sovietico.</p>



<p>Ma il punto più interessante è la genealogia che Dugin costruisce: i trotskisti che abbandonarono la rivoluzione non avrebbero rinnegato davvero il suo universalismo, ma lo avrebbero trasferito su un nuovo terreno. Dal trotskismo internazionale sarebbe così emerso, attraverso una radicale metamorfosi, il trotskismo atlantico: antirusso, anti-identitario e globalista, fino a incontrare il liberalismo e il neoconservatorismo americano. La «rivoluzione permanente» diventerebbe allora una sorta di diffusione permanente dei valori occidentali attraverso la potenza americana.</p>



<p>È una lettura polemica e geopolitica, non una genealogia ideologica lineare. Ma consente a Dugin di trasformare Trotsky nel simbolo di tutto ciò che l’eurasiatismo considera il proprio opposto: l’abbattimento delle identità storiche, dei confini e della sovranità degli Stati in nome di un progetto universale. L’immagine del «demone della rivoluzione», diffusa nella cultura russa post-sovietica, si sovrappone così alla sua rappresentazione di Trotsky come forza atlantista e distruttiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema degli eredi politici</h2>



<p>Dopo la Seconda guerra mondiale il movimento trotskista non riuscì a trasformare la teoria della rivoluzione permanente in una strategia di analisi capace di competere con stalinismo, socialdemocrazia e movimenti nazionali. Le divisioni furono continue.</p>



<p><strong>La lettera del 1951 di Natalia Sedova, vedova di Trotsky, alla Quarta Internazionale</strong> testimonia la profondità della crisi. Sedova accusò l’organizzazione di non aver corretto i propri «errori» e di continuare a considerare l’URSS stalinista uno Stato operaio. Per lei lo stalinismo era diventato il principale nemico del socialismo.</p>



<p>E oggi gli eredi diretti del trotskismo si trovano spesso su posizioni opposte proprio sulla questione nazionale. C’è chi interpreta l’Ucraina come una nazione aggredita da difendere, arrivando a evocare la Comune di Parigi come analogia di una comunità pronta a diventare rivoluzionaria. E c’è chi considera la Russia un Paese non imperialista, pur condannando Putin e leggendo la guerra soprattutto attraverso la categoria dell’imperialismo occidentale.</p>



<p><strong>Una dinamica simile si ritrova in Palestina,</strong> dove parte della sinistra radicale ha applicato alla lotta anti-israeliana categorie leniniste e trotskiste come liberazione nazionale, anticolonialismo e rivoluzione permanente, nate per un contesto storico ormai profondamente mutato. In entrambi i casi emerge la difficoltà di utilizzare Trotsky per una geopolitica diversa da quella in cui elaborò le proprie categorie. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il filo torna al presente</h2>



<p>Per Putin, Trotsky appartiene alla rivoluzione che spezzò la storia russa. Per Kirill è il simbolo di una rivoluzione che tentò di cancellare la continuità spirituale della Russia, concepita come Terza Roma dopo la caduta di Costantinopoli. <strong>Nel discorso patriarcale del 2024, Trotsky viene così contrapposto a Putin e alla difesa della «Santa Rus’».</strong></p>



<p>La Russia contemporanea seleziona dell’eredità sovietica ciò che può alimentare una nuova narrazione di potenza: celebra la vittoria sul nazismo e l’industrializzazione, mentre demonizza l’internazionalismo rivoluzionario e il progetto di abbattere l’ordine statale. Tanto è il timore del 1917 che <strong>Gennadij Zjuganov</strong>, leader comunista, evoca il rischio di un nuovo crollo economico. Un comunista che teme la rivoluzione: ironico, ma emblematico.</p>



<p>Trotsky diventa così il perfetto opposto della Russia putiniana: il rivoluzionario senza patria contro lo Stato che rivendica di essere impero; l’internazionalista contro la sovranità; l’uomo che voleva portare la rivoluzione oltre la Russia contro una Russia che oggi rivendica il proprio spazio geopolitico.</p>



<p>La sua figura torna così, con segno opposto, nelle due grandi guerre di memoria del presente. In Ucraina, dove si confrontano l’eredità dell’Impero russo, quella sovietica e la costruzione della nazione ucraina; in Medio Oriente, dove israeliani e palestinesi contrappongono due narrazioni nazionali, due memorie storiche e due rivendicazioni territoriali.</p>



<p>Ottantasei anni dopo la sua morte, Trotsky resta attuale perché le contraddizioni contro cui combatté continuano a produrre conseguenze.</p>



<p>E forse basta ricordare una frase del surrealismo francese a lui vicino, nel 1938, alla vigilia della guerra: <strong>«Ni de votre guerre, ni de votre paix».</strong></p>



<p>Né la vostra guerra, né la vostra pace.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lev-trotsky-il-rivoluzionario-che-la-russia-di-putin-vorrebbe-ma-non-puo-dimenticare.html">Lev Trotsky, il rivoluzionario che la Russia di Putin vorrebbe (ma non può) dimenticare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Medio Oriente, la guerra che tutti hanno vinto ma solo a parole</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/medio-oriente-la-guerra-che-tutti-hanno-vinto-ma-solo-a-parole.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 03:31:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1241" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-1024x662.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-768x496.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-1536x993.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-600x388.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il vero fallimento non sarebbe negoziare con l’Iran, ma combattere senza capire quale sistema costruire il giorno dopo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1241" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-1024x662.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-768x496.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-1536x993.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/iran-1-600x388.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele la vittoria è diventata soprattutto una questione narrativa. <strong>Tutti possono proclamarsi vincitori perché nessuno può permettersi di fare il contrario.</strong> Washington può rivendicare di avere colpito le infrastrutture nucleari iraniane; Israele di avere degradato una minaccia considerata esistenziale; Teheran di avere resistito a una superiorità militare e tecnologica schiacciante senza vedere crollare lo Stato.</p>



<p>Dietro i proclami emerge però un bilancio meno trionfale. <strong>La guerra non ha prodotto il nuovo Medio Oriente immaginato dai suoi protagonisti. </strong>Potrebbe avere accelerato qualcosa di diverso: il passaggio da un ordine regionale fondato sulla centralità americana a un sistema più frammentato, nel quale Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Iran ed Egitto cercano di costruire direttamente i propri margini di sicurezza.</p>



<p>È questo il risultato strategico da osservare. Washington e Gerusalemme avevano obiettivi dichiarati: contenere il programma nucleare, ridurre le capacità missilistiche di Teheran e indebolirne l’influenza regionale. Ed è qui che emerge la distinzione decisiva: <strong>cambiare il comportamento di un regime non è la stessa cosa che cambiare il regime.</strong></p>



<p>È possibile che una parte della strategia americana fosse orientata a cambiare la leadership iraniana senza dissolvere lo Stato e i suoi apparati: cambiare la testa politica, sperando che il sistema sottostante possa essere conservato e ricondotto a un comportamento compatibile con Washington. <strong>La prospettiva israeliana potrebbe essere stata più radicale: </strong>non soltanto cambiare ciò che fa la Repubblica islamica, ma ridurne la capacità di proiezione strategica. Entrambe le impostazioni devono però fare i conti con un problema: <strong>l’Iran non è una testa. È una struttura.</strong></p>



<p><strong>La Repubblica islamica non coincide con la Guida suprema:</strong> esistono Pasdaran, burocrazia, apparati di sicurezza, reti economiche, Parlamento, correnti politiche e un nazionalismo iraniano distinto dall’ideologia del regime. Il vertice può essere colpito senza che crolli l’edificio; sotto attacco esterno può perfino guadagnare consenso nazionale. Il cambio di regime dall’esterno resta quindi difficile. Chi attacca pensa di combattere un governo; chi viene attaccato può trasformare la guerra in una questione di sopravvivenza nazionale. L’Iran ha mostrato una resilienza superiore alle attese e non è collassato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La differenza è enorme</h2>



<p>La questione diventa ancora più evidente nello <strong>Stretto di Hormuz. </strong>È difficile pensare che i pianificatori americani non avessero previsto la possibilità che Teheran lo utilizzasse come strumento di pressione in caso di attacco diretto. <strong>Hormuz è una delle principali strozzature energetiche del pianeta:</strong> la chiusura, o anche la minaccia credibile di chiusura, produce effetti immediati sui traffici, sui premi assicurativi e sui prezzi dell’energia.</p>



<p>Eppure Hormuz è diventato il centro della partita. Il memorandum del 17 giugno aveva retto fino al 7-8 luglio, quando Trump lo aveva sospeso dopo il vertice NATO di Ankara e aveva ordinato nuove incursioni, durate circa due settimane. La dinamica ha mostrato quanto guerra e gestione dello Stretto fossero inseparabili.</p>



<p>Secondo <strong>Vali Nasr,</strong> la rottura della tregua sarebbe stata legata al tentativo di Washington di modificare il rapporto di forze intorno a Hormuz, mentre Teheran cercava di conservare il proprio vantaggio negoziale. Se l’obiettivo era dimostrare che l’Iran non poteva più condizionare la sicurezza del Golfo, il risultato è stato almeno parzialmente contrario. <strong>Teheran ha ricordato che il proprio potere dipende anche dalla geografia.</strong></p>



<p><strong>Hormuz è una leva che la superiorità tecnologica non può cancellare. </strong>Gli Stati Uniti possono ancora infliggere danni enormi, ma devono evitare che la guerra produca una crisi energetica globale o destabilizzi il Golfo. Non basta colpire un avversario: bisogna poter governare ciò che accade dopo.</p>



<p>Donald Trump ha bisogno di presentare la guerra come un successo. La formula del <em>deal</em> funziona quando la concessione dell’avversario può essere venduta come risultato della pressione americana. Da qui la centralità di Hormuz: il <em>Wall Street Journal</em> aveva indicato come possibile via d’uscita anche la fine del conflitto senza un accordo nucleare complessivo, purché Teheran riaprisse lo Stretto. Per Trump sarebbe stato un risultato concreto e facilmente comunicabile. Non la soluzione del problema iraniano, ma la dimostrazione che la pressione americana aveva prodotto un cambiamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il significato di un accordo</h2>



<p>È qui che torna la parola <em>appeasement</em>: il riconoscimento che l’obiettivo massimo non è raggiungibile a un costo accettabile e che il rapporto di forza deve essere trasformato in una formula negoziale. Un accordo può quindi essere contemporaneamente una vittoria politica e il riconoscimento di un limite strategico. Dietro la retorica trumpiana emerge, paradossalmente, una logica vicina al realismo classico: non chiedersi quale ordine sarebbe desiderabile in astratto, ma <strong>quale equilibrio sia concretamente possibile.</strong></p>



<p>Trump arriva però a questa conclusione dopo avere alzato al massimo le aspettative. È il problema delle guerre iniziate per cambiare gli equilibri e concluse per evitare che gli equilibri cambino troppo. Gli alleati regionali prendono nota. Se Washington può passare rapidamente dalla minaccia al negoziato e chiedere agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, le monarchie del Golfo non devono necessariamente allontanarsi dagli Stati Uniti: possono diversificare. <strong>L’accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan</strong>, firmato il <strong>7 </strong>agosto, è il segnale più evidente di questa trasformazione. Non rappresenta necessariamente una rivolta contro Washington né un blocco automaticamente anti-iraniano. La sua importanza è diversa: costruisce una sicurezza fatta di strati sovrapposti.</p>



<p>Il patto prevede una clausola di difesa reciproca paragonabile, nella logica, all’articolo 5 della NATO; <strong>Hakan Fidan</strong> ne ha sottolineato la dimensione istituzionale. Riyad può mantenere rapporti con Washington, Pechino, Ankara, Islamabad e Teheran, usando ciascun rapporto come elemento della propria architettura. È la logica dello <em>strategic hedging,</em> la controassicurazione che evita di scommettere tutto su un solo garante.</p>



<p>Turchia e Pakistan hanno interessi convergenti: Ankara punta a un polo autonomo sostenuto anche dall’industria della difesa; Islamabad trasforma lo status nucleare e il rapporto con Riyad in leva geopolitica, ottenendo sostegno economico.</p>



<p>Il patto della Mecca è quindi anche un messaggio: la sicurezza del Medio Oriente non sarà più necessariamente organizzata da una potenza esterna. <strong>E il messaggio riguarda soprattutto Washington.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La gestione dello Stretto</h2>



<p>L’Oman ha promosso una formula di gestione di Hormuz ispirata al modello di Malacca, dove Malaysia, Indonesia e Singapore cooperano alla sicurezza della navigazione. La proposta prevede contributi volontari delle compagnie di navigazione per sicurezza, assistenza e protezione ambientale fornite dagli Stati rivieraschi.</p>



<p>Dietro la formula tecnica c’è un significato politico: trasformare la geografia iraniana in rendita e legittimazione, <strong>mantenendo Teheran nella gestione del transito.</strong> Un pedaggio con un altro nome<strong>.</strong> Per le monarchie arabe potrebbe essere un prezzo ragionevole in cambio di stabilità.</p>



<p><strong>Hormuz e Bab el-Mandeb sono due anelli della stessa catena:</strong> una crisi in uno stretto aumenta premi assicurativi, costi di trasporto e prezzi dell’energia anche altrove. Il 20 luglio gli Houthi avevano annunciato un blocco navale contro le esportazioni saudite. Il 30 luglio Riyad aveva risposto con una coalizione navale di 14 Paesi: Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Egitto, Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Yemen, Bangladesh, Sudan, Somalia, Comore e Gibuti.</p>



<p>Il dato importante è la regionalizzazione della sicurezza. <strong>La pressione sul Mar Rosso può diventare moneta negoziale</strong>: allentamento dell’embargo saudita sui porti yemeniti in cambio della riduzione della pressione Houthi e di contributi di Riyad. La sicurezza diventa così anche scambio di interessi.</p>



<p>La guerra avrebbe dovuto ridimensionare l’Iran. Ma se per garantire la sicurezza del Golfo sarà necessario trattare con Teheran e includerla nella nuova architettura regionale, la Repubblica islamica potrebbe uscire militarmente indebolita ma politicamente indispensabile.</p>



<p>Non è una vittoria iraniana classica: Teheran può perdere capacità e risorse, ma ottenere un riconoscimento fondamentale, cioè che <strong>l’Iran non può essere cancellato dall’equazione regionale.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il tema del nucleare</h2>



<p>Questo spiega anche il nesso con il nucleare. Se Washington vuole impedire una nuova corsa regionale alla soglia nucleare, deve offrire alle potenze arabe qualcosa in cambio della rinuncia a determinate ambizioni. Se Riyad percepisce che l’Iran conserva una capacità strategica significativa, la tentazione di costruire una propria capacità nucleare aumenta.</p>



<p>Il problema è ancora più delicato perché il patto riunisce Riyad con il Pakistan nucleare e con la Turchia, potenza NATO dalle ambizioni regionali.</p>



<p>L’accordo nucleare USA-Arabia Saudita è parte della stessa partita. Se Riyad dispone di più leve (pur nella sua fragilità`), può negoziare sicurezza, nucleare e rapporto con Israele senza affidarsi a un unico garante.</p>



<p><strong>L’Europa rischia di arrivare tardi davanti a una trasformazione che riguarda Mediterraneo, Golfo, energia e sicurezza.</strong></p>



<p>La questione turca è paradigmatica: da anni si discutono formule intermedie tra adesione e distanza politica, come partenariato esteso o relazione privilegiata. Ma una formula del genere può avere una scadenza politica: è difficile escludere indefinitamente uno Stato associato dai diritti pieni.</p>



<p>La domanda diventa inevitabile: che cosa vuole essere l’Europa? Una grande area economica, una comunità politica o un polo di potenza?</p>



<p>Ankara è già dentro le dinamiche che le potenze europee vorrebbero governare dall’esterno: Mediterraneo orientale, Mar Nero, Caucaso, Medio Oriente, energia e sicurezza. Se l’Europa non decide il ruolo della Turchia, sarà Ankara a decidere il ruolo dell’Europa.</p>



<p>Lo stesso vale per il Golfo. L’Europa non può limitarsi a chiedere la riapertura di Hormuz quando lo Stretto è minacciato, né dare per scontata la garanzia americana.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Vittoria militare e vittoria politica</h2>



<p>Il problema è l’identità strategica: quanto può estendersi un sistema prima di smettere di essere ciò che era? Una comunità politica non può diventare indefinitamente una semplice zona di libero scambio. Da Dublino a Diyarbakır, dove finisce un sistema e dove comincia un altro?</p>



<p>Per questo “chi ha vinto?” rischia di essere la domanda sbagliata. La vittoria militare si misura nei danni inflitti e negli obiettivi raggiunti; quella politica nel sistema che nasce dopo.</p>



<p>Se l’Iran conserva il regime, una parte della deterrenza e il ruolo di interlocutore necessario per il Golfo, gli obiettivi massimalisti non saranno stati raggiunti. Se gli Stati Uniti resteranno garanti regionali ma dovranno condividere il campo con Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Cina e forse Iran, la loro egemonia non sarà più quella di prima. <strong>Israele dovrà confrontarsi con un problema iraniano non eliminato e con una Turchia maggiormente dinamica e nemica.</strong></p>



<p>Con le alleanze sovrapposte, il nuovo ordine sarà multipolare: attori che cooperano su un dossier e competono su quello successivo.</p>



<p>Qui la retorica della vittoria incontra la realtà. Trump può raccontare, tra un bombardamento e un altro, di avere ottenuto un <em>deal</em>; Teheran di avere resistito; Israele di avere neutralizzato una minaccia. Ognuno seleziona gli elementi favorevoli e li trasforma in una vittoria: la guerra moderna si combatte anche sul terreno del consenso interno e della deterrenza.</p>



<p>Il vero bilancio emergerà nei prossimi anni: dalla sorte del programma nucleare iraniano alla deterrenza di Teheran, dalla tenuta del regime al ruolo americano nel Golfo, dalla consistenza dell’alleanza della Mecca all’autonomia strategica saudita e turca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia giudicherà ciò che resterà</h2>



<p>La guerra potrebbe dunque avere prodotto un paradosso: Stati Uniti e Israele hanno cercato di modificare il potere iraniano, ma hanno convinto gli altri attori a non affidarsi più a una sola potenza. Riyad diversifica, Ankara costruisce autonomia, Islamabad valorizza il proprio status, Teheran trasforma la geografia in leva negoziale; l’Europa deve decidere se essere soggetto o mercato.</p>



<p>L’<em>appeasement</em> va allora letto in modo meno moralistico. <strong>Non è necessariamente la pace dei deboli. </strong>Può essere il riconoscimento tardivo che la guerra non ha prodotto il rapporto di forza desiderato.</p>



<p>Il vero fallimento non sarebbe negoziare con l’Iran, ma combattere senza capire quale sistema costruire il giorno dopo.</p>



<p>Perché la guerra può distruggere un equilibrio in poche settimane. Costruirne uno nuovo richiede anni.</p>



<p>E il Medio Oriente che sta emergendo sembra dirci una cosa molto semplice: nessuno può più ridisegnarlo da solo.</p>
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		<title>Russia e Ucraina, la guerra per decidere quale sarà l&#8217;Europa di domani</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/russia-e-ucraina-la-guerra-per-decidere-quale-sara-leuropa-di-domani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 12:16:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-1024x652.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-768x489.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-1536x978.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-600x382.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La pace in Ucraina non può essere ridotta una formula territoriale. La guerra finirà quando i protagonisti troveranno un equilibrio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/russia-e-ucraina-la-guerra-per-decidere-quale-sara-leuropa-di-domani.html">Russia e Ucraina, la guerra per decidere quale sarà l&#8217;Europa di domani</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-1024x652.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-768x489.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-1536x978.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/ucraina-1-600x382.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Si parla sempre più di negoziato, ma sul terreno la guerra continua come se la pace fosse ancora lontana. L&#8217;attacco ucraino al porto di Sochi, dove il 3 settembre un drone navale ha colpito la <em>Nefrit</em>, nave russa di supporto alle attività offshore di petrolio e gas, ne è un esempio. L&#8217;impiego dei droni come arma asimmetrica rivela però anche il limite della capacità militare ucraina<strong>: Kiev può colpire in profondità la Russia, ma non sembra avere la forza per trasformare questi attacchi in una controffensiva terrestre dotata di profondità e continuità</strong>. La guerra si sposta così sempre più oltre il fronte, senza che questo significhi necessariamente un mutamento degli equilibri sul terreno.</p>



<p>La Russia, infatti, continua ad avanzare, anche se lentamente. Le valutazioni dei principali centri studi indicano che nell&#8217;agosto 2026 l&#8217;avanzata russa è aumentata marginalmente, ma senza produrre ancora quel collasso operativo delle linee ucraine che consentirebbe a Mosca una grande manovra decisiva. I guadagni restano limitati e costosi. La Russia non sta sfondando rapidamente, ma l&#8217;Ucraina non riesce neppure a trasformare i propri attacchi in profondità in una vera controffensiva strategica sul terreno.</p>



<p><strong>La strategia russa sembra quindi sempre più leggibile come una guerra di pressione e logoramento.</strong></p>



<p>In questo quadro acquistano significato sia la pressione nell&#8217;area di Kharkiv sia gli attacchi contro Odessa. Sono due teatri differenti, ma entrambi incidono sulla libertà di manovra ucraina. Kharkiv costringe Kiev a mantenere importanti risorse nel Nord-Est e tiene aperta la pressione sulla frontiera; <strong>Odessa ha invece un valore economico e strategico enorme </strong>per l&#8217;accesso ucraino al Mar Nero. La logica è dunque quella di comprimere progressivamente lo spazio nel quale Kiev può scegliere dove impiegare le proprie risorse.</p>



<p>È interessante confrontare questa dinamica militare con la lettura che arriva da Mosca. <strong>Ivan Timofeev,</strong> direttore generale del <em>Russian International Affairs Council </em>(RIAC), rifiuta l&#8217;idea che il mondo sia già entrato in una guerra mondiale combattuta da due blocchi rigidamente contrapposti. Secondo la sua analisi, siamo piuttosto dentro una «serie di crisi e conflitti di intensità variabile», nella quale anche uno scontro fra due potenze può però produrre conseguenze globali. È una distinzione importante. Perché se si guarda alla guerra soltanto come a un duello Russia-Ucraina, si rischia di non capire il comportamento delle altre potenze. <strong>La guerra è ormai anche una competizione per il nuovo equilibrio internazionale</strong> e la Russia non può escludere l&#8217;apertura di altri fronti: anche per questo non può concentrare tutte le proprie risorse sull&#8217;Ucraina.</p>



<p>È qui che la guerra dei droni assume un significato ulteriore.</p>



<p>Un attacco a Sochi non serve soltanto a danneggiare un obiettivo. Serve anche a dimostrare che la profondità strategica russa non è intoccabile. E questo ha un valore negoziale. Perché un Paese che sta cercando di arrivare a una trattativa deve prima dimostrare di avere ancora strumenti con cui aumentare il costo della guerra per l&#8217;avversario.</p>



<p>Il presidente ucraino <strong>Volodymyr Zelensky </strong>lo ha detto anche in relazione alla diplomazia: Kiev deve mantenere una posizione militare sufficientemente forte per negoziare. Parallelamente, Washington sta esplorando nuove possibilità di de-escalation in vista dell&#8217;inverno, mentre Kiev guarda ai mesi autunnali come a una possibile finestra diplomatica.</p>



<p>La guerra e il negoziato, quindi, non sono necessariamente due fasi successive. Possono procedere contemporaneamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il limite della strategia ucraina </h2>



<p>L&#8217;Unione europea ha predisposto un prestito da 90 miliardi di euro per il 2026-2027, con circa due terzi destinati all&#8217;assistenza militare e un terzo al sostegno generale del bilancio. Ma Kiev ha chiarito che questa cifra copre soltanto una parte del fabbisogno complessivo e che il restante terzo deve essere reperito da altri alleati.</p>



<p><strong>Vsevolod Chentsov,</strong> vice primo ministro ucraino per l&#8217;integrazione europea, ha avvertito che anticipare una parte dei fondi europei non rappresenterebbe una soluzione definitiva al problema finanziario di Kiev. Il problema diventa ancora più evidente guardando alla situazione di bilancio. Il Parlamento ucraino ha recentemente fallito un voto su una riforma fiscale collegata agli aiuti del Fondo monetario internazionale e dell&#8217;UE; il Paese deve fronteggiare un enorme deficit mentre continua a finanziare la difesa.</p>



<p>È dunque comprensibile la domanda: <strong>quanto può durare una guerra nella quale una parte dipende strutturalmente dall&#8217;assistenza finanziaria esterna?</strong></p>



<p>Il problema reale è quello della dipendenza finanziaria e della condizionalità. Chi finanzia la guerra e l`eventuale  ricostruzione avrà inevitabilmente voce sulle riforme, sulle infrastrutture, sugli investimenti e sull&#8217;organizzazione dell&#8217;economia. Il confine tra sostegno e influenza diventerà quindi una delle grandi questioni del dopoguerra. E più la guerra si prolunga, <strong>maggiore sarà il costo della ricostruzione e maggiore sarà la dipendenza dall&#8217;esterno.</strong> Questo è uno dei prezzi della scelta di una guerra di logoramento della guerra in atto</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo politico</h2>



<p>Quando si dice «l&#8217;Europa deve fare questo» oppure «l&#8217;Europa deve fare la pace», si rischia di usare una categoria geopolitica che non esiste davvero. L&#8217;Unione Europea è certamente un&#8217;organizzazione politica ed economica di peso. Ma non costituisce una potenza geopolitica omogenea nel senso tradizionale del termine. Al suo interno convivono interessi nazionali diversi.</p>



<p>La Francia pensa alla propria autonomia strategica e al ruolo che Parigi può avere nel futuro ordine europeo. La Polonia guarda soprattutto alla minaccia russa e alla sicurezza del fianco orientale. La Germania sta tornando a investire massicciamente nella propria capacità militare. Il Regno Unito, pur fuori dall&#8217;UE, resta una potenza europea decisiva e conserva un rapporto particolarmente stretto con Washington.</p>



<p>Non è quindi sorprendente che il riarmo europeo stia producendo anche nuove tensioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il &#8220;caso Germania&#8221;</h2>



<p>Se la spesa militare tedesca nel 2021 era ancora intorno ai 47 miliardi di euro, nel 2026 dovrebbe arrivare a circa 108 miliardi, contro i 57 miliardi della Francia, circa 80 del Regno Unito e 47 della Polonia. E il percorso non si fermerebbe qui. Questo significa che il problema non è soltanto quanto l&#8217;Europa spende per la difesa. <strong>È chi acquista nuova capacità di potenza dentro l&#8217;Europa.</strong></p>



<p><strong>Claudia Major,</strong> analista del <em>German Marshall Fund,</em> ha evidenziato proprio le preoccupazioni che il riarmo tedesco suscita soprattutto in Francia e Polonia: il ritorno della «questione tedesca», cioè il problema storico di come integrare una grande potenza continentale in un equilibrio europeo condiviso.</p>



<p>Ed è qui che diventa interessante la posizione di <strong>Karl Kaiser,</strong> storico esponente dell&#8217;euroatlantismo tedesco e per trent&#8217;anni alla guida del <em>German Council on Foreign Relations </em>(DGAP). Kaiser considera positivo il fatto che in Germania stia diminuendo quella che definisce la «pericolosa negazione della realtà della potenza» e ritiene che Berlino sia sulla strada giusta verso la ricostruzione della propria capacità militare.</p>



<p>Ma pone condizioni precise: la nuova potenza tedesca non deve finire nelle mani dell&#8217;AfD; la leadership tedesca deve essere integrata nelle strutture europee; e, nonostante una maggiore autonomia europea, il rapporto transatlantico deve restare fondamentale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema europeo.</h2>



<p>Il riarmo tedesco non significa automaticamente la nascita di una potenza europea. Può significare anche una nuova redistribuzione del potere fra le potenze europee. E quindi la domanda sulla pace in Ucraina diventa inevitabilmente anche <strong>una domanda sull&#8217;Europa che nascerà dopo la guerra.</strong></p>



<p>Il dato forse più interessante dei materiali provenienti dagli analisti russi è che Mosca non ragiona necessariamente secondo lo schema «Russia contro Occidente». <strong>Dimitri Trenin</strong>, presidente del <em>Russian International Affairs Council </em>(RIAC), già colonnello dell&#8217;esercito sovietico e già direttore del <em>Carnegie Moscow Center,</em> sostiene la necessità per la Russia di perseguire una politica estera «equilibrata», sfruttando ogni divisione nel campo occidentale, soprattutto fra Stati Uniti ed Europa e anche all&#8217;interno dell&#8217;Europa.</p>



<p>Questa è quella che nel materiale diplomatico viene definita politica russa «multivettoriale»: <strong>Mosca vuole mantenere la propria libertà d&#8217;azione, compresi i rapporti con la Cina</strong>, e non vuole diventare un partner subordinato di Pechino.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Russia e la diplomazia multivettoriale</h2>



<p>La Russia non vuole semplicemente sostituire l&#8217;Occidente con la Cina. Vuole utilizzare Cina, India, Medio Oriente, Asia-Pacifico e, nel lungo periodo, anche l&#8217;Europa come diversi vettori della propria politica estera.</p>



<p><strong>Denis Alipov,</strong> ambasciatore russo in India, sintetizza questa impostazione affermando che, pur essendo cresciute enormemente le relazioni con Pechino, Mosca vuole sviluppare con New Delhi una cooperazione altrettanto ampia e intensa.</p>



<p>È il contrario di una politica fondata su un solo alleato.</p>



<p>Ancora più significativa è l&#8217;analisi di <strong>Timofei Bordachev,</strong> direttore di programmi al Valdai Club.</p>



<p>Bordachev indica la Germania come possibile perno di un futuro riavvicinamento russo-europeo e ricorda il peso che il partenariato energetico con Mosca ha avuto nel modello economico tedesco degli anni precedenti alla guerra.</p>



<p>Ma soprattutto immagina <strong>una vera e propria «lotta interna» all&#8217;Europa per ridefinire il rapporto con la Russia. </strong>Secondo questa lettura, la posta in gioco non sarebbe soltanto la politica verso Mosca, ma il ruolo della Germania nella ridefinizione dell&#8217;intero approccio europeo. Non significa che questa previsione debba realizzarsi. Significa però che anche Mosca interpreta l&#8217;Europa come un insieme di interessi nazionali potenzialmente divergenti. L&#8217;unità europea sulla guerra può essere formale sul piano istituzionale, ma non reale e sostanziale sul piano geopolitico. Ed è una contraddizione destinata a pesare sul negoziato.</p>



<p><strong>Gli Stati Uniti non considerano più l&#8217;Ucraina il principale quadrante strategico:</strong> il Medio Oriente e soprattutto la competizione futura con la Cina in Asia assorbono priorità crescenti. Washington, tuttavia, non può permettere né a Mosca di ampliare la propria influenza in Europa né, soprattutto, alla Germania di trasformare il riarmo in una nuova autonomia di potenza sul continente.</p>



<p>La Cina, intanto, aumenta il proprio peso geopolitico, mentre l&#8217;India, nonostante le difficoltà, vuole restare nella partita come potenza autonoma<strong>. </strong><strong>In questo intreccio di interessi, Kiev rischia di diventare il terreno sul quale si confrontano strategie molto più grandi di lei. Zelensky resterà indispensabile al negoziato, ma rischia di essere progressivamente schiacciato dagli interessi delle grandi potenze</strong></p>



<p>La domanda sarà: chi stabilirà il quadro nel quale quella decisione dovrà essere presa<strong>?</strong></p>



<p>La stessa logica vale per il piano ucraino di rendere sempre più rischioso il traffico aereo civile nello spazio russo. Kiev ha chiesto all&#8217;ICAO, l&#8217;organizzazione internazionale dell&#8217;aviazione civile, di sostenere un divieto dei voli civili nello spazio aereo russo, sostenendo che l&#8217;intensificazione dei droni e dei missili rende il traffico sempre più pericoloso. Zelensky ha avvertito le compagnie aeree e gli assicuratori dei rischi crescenti. La strategia ucraina punta dunque anche a fare del cielo russo un ambiente economicamente e commercialmente sempre più difficile.</p>



<p>È una forma di pressione molto particolare: non mira soltanto a distruggere un obiettivo militare, ma a rendere più costoso il funzionamento normale del territorio russo.</p>



<p>Qui, però, va chiarito un punto<strong>: </strong><strong>l&#8217;eventuale invocazione dell&#8217;articolo 5 della NATO non significa automaticamente guerra</strong>. La risposta può andare da una semplice solidarietà politica fino a un intervento militare, lasciando agli alleati un margine di scelta estremamente ampio. È proprio questa ambiguità, mantenuta anche dagli Stati Uniti, a rendere l&#8217;articolo 5 tanto deterrente quanto imprevedibile</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra come competizione multilivello</h2>



<p>Sul terreno, la Russia cerca di logorare l&#8217;Ucraina senza aver ancora ottenuto il collasso operativo delle sue linee. Kiev risponde con una guerra sempre più sofisticata di droni e attacchi in profondità. Sul piano finanziario, l&#8217;Ucraina dipende sempre più dalla capacità degli alleati di continuare a sostenerla. Sul piano diplomatico, le grandi potenze preparano il terreno per una possibile trattativa. E <strong>in Europa il riarmo sta modificando rapporti di forza che sembravano consolidati.</strong></p>



<p>La Russia, intanto, non si limita a guardare a Pechino. Ivan Timofeev parla di un sistema internazionale ancora privo di blocchi globali rigidamente contrapposti; Dimitri Trenin insiste sulla politica multivettoriale e sulla necessità di sfruttare le divisioni occidentali; Timofei Bordachev guarda alla Germania come possibile perno di una futura ridefinizione del rapporto fra Russia ed Europa. E <strong>Sergei Lavrov</strong>, ministro degli Esteri russo, ha indicato una prospettiva ancora più ampia: una futura architettura di sicurezza continentale aperta agli Stati eurasiatici e adeguata a un ordine internazionale multipolare.</p>



<p>Non è detto che questa visione prevalga. Ma sarebbe un errore ignorarla. Perché il problema della guerra in Ucraina non è soltanto capire chi conquisterà quale villaggio o quale città. La questione decisiva è capire quale ordine europeo nascerà quando i combattimenti finiranno.</p>



<p>Un&#8217;Europa più armata ma non necessariamente più unita? Una Germania nuovamente centrale negli equilibri continentali? Una Francia che spinge per una maggiore autonomia strategica senza averne le risorse? Una Polonia sempre più importante sul fianco orientale? Un rapporto transatlantico ancora dominante o progressivamente più autonomo? Una Russia definitivamente orientata verso l&#8217;Asia o interessata, prima o poi, a riaprire una finestra sull&#8217;Europa? Sono queste le domande che stanno dietro il negoziato.</p>



<p>Ed è per questo che la pace non può essere ridotta semplicemente a una formula territoriale. La guerra finirà quando i protagonisti troveranno un equilibrio che considerano più conveniente della prosecuzione della guerra. <strong>Ma la vera partita sarà stabilire quale equilibrio.</strong></p>



<p>Ed è qui che l&#8217;Europa rischia di scoprire la propria contraddizione fondamentale: può disporre di enormi risorse economiche, di una crescente capacità militare e di un mercato continentale gigantesco, ma non per questo diventa automaticamente una potenza geopolitica unitaria.</p>
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		<title>Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/russia-e-ucraina-piu-si-avvicina-il-negoziato-piu-la-guerra-si-fa-feroce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 23:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia e ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1024x693.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-768x520.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1536x1040.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-600x406.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. </p>
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<p>A oltre quattro anni dall&#8217;inizio dell&#8217;invasione russa del febbraio 2022, <strong>il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. </strong>Dopo la fase iniziale caratterizzata dall&#8217;offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.</p>



<p>La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto <strong>quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. </strong>Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?</p>



<p>Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, <strong>combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari.</strong> Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.</p>



<p>Paradossalmente, <strong>quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. </strong>Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli effetti del conflitto oltre il fronte</h2>



<p>L&#8217;errore più frequente consiste nell&#8217;osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà <strong>il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, </strong>nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell&#8217;Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.</p>



<p>Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All&#8217;interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come <strong>un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia,</strong> riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.</p>



<p>Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall&#8217;amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall&#8217;amministrazione Trump sembra mantenere una costante: <strong>sostenere l&#8217;Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo.</strong> Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.</p>



<p>Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell&#8217;Europa orientale, contribuendo a mantenere <strong>la centralità della presenza americana sul continente</strong> e, più in generale, la leadership statunitense all&#8217;interno della NATO, anche nei confronti della Germania.</p>



<p>In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da <strong>Evgenij Prigožin </strong>nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l&#8217;obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.</p>



<p>Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell&#8217;ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che cosa serve per un compromesso</h2>



<p>La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. <strong>Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. </strong>Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l&#8217;attuale convergenza russo-cinese come un&#8217;alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d&#8217;influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.</p>



<p>La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. <strong>Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. </strong>Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l&#8217;attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull&#8217;Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.</p>



<p>Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.</p>



<p>Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come <strong>persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. </strong>L&#8217;Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l&#8217;Asia centrale, l&#8217;Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell&#8217;Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La coesione interna</h2>



<p>La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L&#8217;Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, <strong>tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.</strong></p>



<p>Anche l&#8217;evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell&#8217;avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo <strong>segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. </strong>Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.</p>



<p>Da parte russa permane invece l&#8217;obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell&#8217;Ucraina, mantenendo l&#8217;iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.</p>



<p>La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall&#8217;altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull&#8217;altra. <strong>Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.</strong></p>



<p>La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/russia-e-ucraina-piu-si-avvicina-il-negoziato-piu-la-guerra-si-fa-feroce.html">Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Germania e Turchia, economia e politica: il rapporto si fa sempre più stretto</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/germania-e-turchia-economia-e-politica-il-rapporto-si-fa-sempre-piu-stretto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 22:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Berlino considera Ankara troppo importante sul piano della sicurezza, dell’economia e della gestione dei flussi migratori.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Germania turchia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/germania-turchia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La visita del cancelliere tedesco <strong>Friedrich Merz </strong>ad Ankara e il successivo vertice della NATO hanno confermato un dato geopolitico ormai evidente: <strong>per Berlino la Turchia non è più soltanto un alleato difficile, ma un partner strategico </strong>storico e al momento indispensabile. Pur mantenendo divergenze sui diritti umani, sullo Stato di diritto e sulla politica interna turca, la Germania riconosce ad Ankara un ruolo centrale nella sicurezza europea, nella guerra in Ucraina, nella gestione dei flussi migratori e negli equilibri del Mediterraneo orientale. Dietro le periodiche tensioni politiche emerge così una convergenza strutturale di interessi che va ben oltre la retorica dei valori europei</p>



<p>Il significato politico di questo atteggiamento è più profondo di una semplice dichiarazione diplomatica. La Germania considera la Turchia un Paese con cui è necessario cooperare perché occupa una posizione geografica e strategica che nessun altro Stato europeo può sostituire: <strong>controlla gli Stretti, influenza il Mar Nero, mantiene rapporti con Mosca e Kiev,</strong> è un attore fondamentale nel Medio Oriente e rappresenta il principale argine europeo lungo la rotta migratoria orientale.</p>



<p>La relazione tra Berlino e Ankara è quindi caratterizzata da una contraddizione apparente. Da una parte la Germania critica apertamente la Turchia per la situazione dei diritti umani, per il funzionamento delle istituzioni democratiche, per l’indipendenza della magistratura e per la concentrazione del potere nelle mani del presidente <strong>Recep Tayyip Erdoğan.</strong> Dall’altra parte, quando si analizzano gli interessi strutturali dei due Paesi, emerge una notevole convergenza. La distanza appartiene soprattutto alla dimensione politica sovrastrutturale; la cooperazione appartiene alla dimensione strategica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il &#8220;valore&#8221; della Turchia</h2>



<p>La politica estera tedesca raramente segue una logica ideologica pura. Berlino tende tradizionalmente a privilegiare la stabilità, i rapporti economici e la capacità di mantenere aperti canali di comunicazione anche con partner difficili. <strong>La Turchia rappresenta esattamente questo tipo di interlocutore.</strong> È un alleato NATO, ma allo stesso tempo mantiene un’autonomia diplomatica che le permette di dialogare con attori con cui molti Paesi occidentali hanno rapporti limitati. Questa ambiguità, che spesso viene vista in Europa come un problema, per Berlino costituisce anche un valore.</p>



<p>Durante la guerra in Ucraina, <strong>Ankara ha dimostrato di poter svolgere una funzione che altri membri della NATO non sono in grado di esercitare:</strong> essere contemporaneamente parte del sistema occidentale e mantenere un canale aperto con Mosca. Per la Germania, impegnata nella ricostruzione della propria politica di sicurezza dopo decenni di dipendenza energetica dalla Russia, questo elemento assume un&#8217;importanza crescente.</p>



<p>Il vecchio modello tedesco fondato sull’energia russa a basso costo e sull’esportazione industriale verso la Cina è entrato in crisi. La rottura con Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina e la crescente competizione cinese nei settori industriali hanno costretto Berlino a ripensare il proprio ruolo geopolitico. In questo nuovo scenario la Turchia acquista valore come piattaforma economica, energetica e strategica vicina all’Europa.</p>



<p><strong>La vicinanza tra Berlino e Ankara non nasce con l&#8217;attuale fase geopolitica, ma affonda le radici nella storia. </strong>Durante la Prima guerra mondiale, l&#8217;Impero tedesco e l&#8217;Impero ottomano combatterono fianco a fianco all&#8217;interno degli Imperi Centrali. Nel corso della Seconda guerra mondiale, la Germania nazista cercò a più riprese di attirare la Turchia nell&#8217;Asse, prospettando anche compensazioni territoriali a danno della Grecia, pur senza riuscire a convincere Ankara ad abbandonare la propria neutralità. Solo <strong>nel febbraio 1945, quando l&#8217;esito del conflitto era ormai segnato, la Turchia dichiarò formalmente guerra alla Germania e al Giappone,</strong> soprattutto per poter partecipare alla futura architettura internazionale delineata dagli Alleati. Nel dopoguerra, pur mantenendo solidi rapporti economici e politici sia con Atene sia con Ankara, la Germania ha progressivamente attribuito alla Turchia un peso strategico superiore, considerandola un interlocutore imprescindibile per la sicurezza europea, la NATO, il controllo dei flussi migratori e gli equilibri del Mediterraneo orientale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dietro la geopolitica, una realtà economica molto concreta</h2>



<p><strong>La Germania è da decenni il principale partner commerciale europeo della Turchia. </strong>Gli scambi bilaterali si collocano intorno ai 50-55 miliardi annui, mentre gli investimenti tedeschi nel Paese hanno raggiunto diversi miliardi di dollari negli ultimi decenni. Per Berlino la Turchia non è soltanto un alleato militare: è un mercato importante, una base produttiva vicina ai confini europei e un nodo delle catene industriali globali. Numerose aziende tedesche hanno una presenza consolidata in territorio turco, sfruttando una combinazione di posizione geografica, capacità manifatturiera e collegamento con il mercato europeo.</p>



<p>La relazione economica crea quindi una forma di interdipendenza. La Germania ha interesse a mantenere stabile la Turchia e integrata nel sistema occidentale; Ankara ha interesse a preservare il legame con la principale potenza economica europea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un altro elemento centrale: le migrazioni</h2>



<p>Dopo la crisi del 2015, Berlino ha compreso che la gestione dei flussi verso l’Europa dipende in larga misura dalla cooperazione con Ankara. La Turchia ospita milioni di rifugiati, soprattutto siriani, e rappresenta il principale punto di controllo della rotta orientale verso l’Unione Europea. Per la Germania, che negli ultimi anni ha visto crescere il dibattito interno sull’immigrazione, il rapporto con Ankara non è soltanto una questione di politica estera, ma anche di stabilità interna.</p>



<p>Anche <strong>la presenza della comunità turca in Germania contribuisce a rendere particolare questa relazione. </strong>Le persone di origine turca residenti nel Paese sono stimate in circa tre milioni, anche se il numero varia secondo i criteri utilizzati. Questa comunità rappresenta una risorsa economica e culturale, ma anche un terreno dove Berlino osserva con attenzione il possibile esercizio di influenza politica da parte di Ankara. Il ruolo della Diyanet, l’ente religioso turco, e la questione degli imam inviati dalla Turchia sono stati più volte oggetto di discussione nella politica tedesca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sostegno non illimitato</h2>



<p>Le differenze tra Berlino e Ankara emergono con particolare evidenza anche nella gestione dell&#8217;immigrazione e dei processi di integrazione. Berlino accolse, soprattutto durante la crisi del 2015-2016 sotto il governo Merkel, circa un milione di rifugiati siriani, una scelta che modificò profondamente il dibattito politico tedesco. Tuttavia, <strong>l&#8217;integrazione continua a presentare limiti strutturali.</strong> Pur beneficiando di salari e livelli di Welfare nettamente superiori rispetto a quelli disponibili in Turchia, molti immigrati faticano a sviluppare un pieno senso di appartenenza alla società tedesca. La Germania, tradizionalmente concepita come <em>Kulturnation</em> piuttosto che come classico Paese d&#8217;immigrazione, incontra ancora difficoltà nel trasformare l&#8217;integrazione economica in assimilazione culturale. A ciò si aggiungono una crescente segmentazione del mercato del lavoro e una minore capacità delle grandi organizzazioni sindacali di intercettare il lavoro immigrato, fenomeni che possono favorire la permanenza di reti comunitarie chiuse e <strong>rafforzare il legame con le identità d&#8217;origine piuttosto che con quella nazionale tedesca. </strong>Al contrario, la Turchia, pur con risorse economiche molto inferiori e ospitando milioni di rifugiati siriani e dai Paesi turcofoni, tende a perseguire un modello più assimilazionista, nel quale lo Stato cerca di ricondurre le diverse comunità entro una comune identità nazionale turca agganciandosi anche alle correnti ideologiche neottomane panturche e panislamiche.</p>



<p>L’apertura tedesca verso la Turchia non significa però un sostegno illimitato alla politica regionale di Erdoğan. Berlino ha interesse affinché Ankara rimanga un attore occidentale, anche quando persegue una politica autonoma nel Mediterraneo orientale, in Siria o nel Caucaso. La Germania può accettare una maggiore influenza turca nella regione purché questa non trasformi la Turchia in un antagonista dell’Occidente.</p>



<p><strong>Il punto più delicato riguarda il rapporto con Israele.</strong> Nonostante le tensioni provocate dalle posizioni turche sulla guerra di Gaza e sul governo israeliano, Berlino considera il rapporto con Israele una componente fondamentale della propria politica estera. Per questo motivo l’espansione regionale turca viene osservata con attenzione: Ankara può essere un partner strategico, ma non deve arrivare a una rottura irreversibile con l’architettura occidentale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La rivalità con la Francia</h2>



<p>La convergenza tedesco-turca ha inevitabilmente conseguenze sulla posizione francese e greca nel Mediterraneo orientale. Parigi ha costruito negli ultimi anni un rapporto privilegiato con Atene, attraverso cooperazione militare, accordi industriali e una presenza più marcata nel Mediterraneo. La Francia vede nella Grecia un partner europeo più prevedibile e un punto di equilibrio rispetto alla crescente autonomia turca.</p>



<p>La differenza tra Berlino e Parigi non riguarda però la necessità di mantenere relazioni con Ankara o Atene. <strong>Nessuna delle due capitali vuole una rottura totale con uno dei due attori. </strong>La divergenza riguarda la valutazione strategica. Berlino considera la Turchia un Paese indispensabile da ancorare all’Europa. Parigi considera la Grecia un elemento indispensabile per bilanciare la Turchia. Due strategie diverse per affrontare lo stesso problema: come gestire una regione nella quale nessun grande Paese europeo può permettersi di essere assente.</p>



<p>Il rapporto Germania-Turchia dimostra una dinamica tipica della geopolitica contemporanea: gli interessi strutturali spesso prevalgono sulle divisioni ideologiche. Le critiche tedesche alla politica interna turca continueranno probabilmente a esistere. Ma difficilmente porteranno a una rottura perché Berlino considera Ankara troppo importante sul piano della sicurezza, dell’economia e della gestione dei flussi migratori. La questione fondamentale per l’Europa non è quindi scegliere tra Turchia e Grecia, tra Ankara e Atene. La questione è costruire un equilibrio nel quale la Turchia rimanga abbastanza vicina all’Occidente da essere un partner, ma non così autonoma da diventare un fattore di instabilità.</p>



<p>La Germania sembra aver scelto questa strada: non trasformare Ankara in un alleato ideologico, ma mantenerla come un alleato strategico. Ed è proprio questa distinzione che spiega perché, dietro le dispute sui valori e sulla democrazia, il rapporto tra Berlino e Ankara continua a rafforzarsi.</p>
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		<title>Cipro e la Francia, intesa anche militare al crocevia tra Europa, Medio Oriente e Africa. E la Turchia&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cipro-e-la-francia-intesa-anche-militare-al-crocevia-tra-europa-medio-oriente-e-africa-e-la-turchia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 08:05:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>L'accordo è un nuovo passo nella costruzione di una rete di presenza francese nel Mediterraneo orientale con Grecia e Cipro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cipro-e-la-francia-intesa-anche-militare-al-crocevia-tra-europa-medio-oriente-e-africa-e-la-turchia.html">Cipro e la Francia, intesa anche militare al crocevia tra Europa, Medio Oriente e Africa. E la Turchia&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cipro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cipro-1-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>«La Grecia, a noi francesi, fa battere il cuore da centocinquant&#8217;anni». Così scriveva <strong>Louis Aragon </strong>presentando una raccolta di poesie di <strong>Yannis Ritsos</strong>, evocando quel filellenismo che per oltre un secolo aveva alimentato l&#8217;immaginario culturale francese. Un amore fatto di miti, di antiche memorie elleniche e di una solidarietà romantica verso la terra che aveva dato origine alla civiltà europea. Oggi, però, il legame tra Francia e mondo ellenico si manifesta in forme ben diverse. Non più soltanto poesia e cultura, ma <strong>geopolitica, sicurezza e presenza militare. </strong>Lo dimostra l&#8217;accordo firmato l&#8217;8 giugno tra Parigi e la Repubblica di Cipro, un&#8217;intesa destinata a rafforzare la cooperazione militare tra i due Paesi e che ha immediatamente provocato le proteste della Turchia e delle autorità turco-cipriote. L&#8217;accordo, uno <em>Status of Forces Agreement</em> (SOFA), <strong>disciplina il quadro giuridico della presenza delle forze armate francesi sull&#8217;isola e di quelle cipriote in Francia.</strong> A prima vista potrebbe sembrare un documento tecnico. In realtà esso rappresenta un tassello significativo della crescente presenza francese nel Mediterraneo orientale, una regione che negli ultimi anni ha acquisito un&#8217;importanza strategica senza precedenti.</p>



<p>Per comprendere il significato dell&#8217;intesa occorre partire dalla geografia. <strong>Cipro si trova al crocevia tra Europa, Medio Oriente e Nord Africa. </strong>Dall&#8217;isola è possibile raggiungere rapidamente il Levante, il Canale di Suez, il Mar Rosso e le principali aree di crisi che hanno dominato gli ultimi anni, dalla guerra a Gaza alle tensioni in Libano e Siria. Non è un caso che Nicosia sia diventata uno dei principali hub logistici per le evacuazioni di cittadini europei provenienti dal Medio Oriente e per numerose operazioni umanitarie. Per la Francia, che mantiene interessi strategici dall&#8217;Africa occidentale al Golfo Persico, la possibilità di disporre di un quadro stabile per l&#8217;utilizzo delle infrastrutture cipriote assume quindi un valore considerevole. L&#8217;accordo si inserisce inoltre nella partnership strategica sottoscritta nel dicembre 2025 dal presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> e dal presidente cipriota <strong>Nikos Christodoulides,</strong> confermando una convergenza che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente.</p>



<p>La reazione di Ankara non si è fatta attendere. Il ministero degli Esteri turco e le autorità della Repubblica Turca di Cipro del Nord hanno denunciato l&#8217;accordo come una presunta violazione del diritto internazionale e come un fattore di destabilizzazione dell&#8217;isola. Dal punto di vista turco, <strong>qualsiasi rafforzamento della cooperazione militare tra Nicosia e potenze straniere viene osservato con sospetto</strong>, soprattutto in un contesto nel quale la questione cipriota rimane irrisolta a oltre mezzo secolo dall&#8217;intervento militare turco del 1974. <strong>Il governo turco sostiene che la Repubblica di Cipro non avrebbe titolo a firmare accordi militari con la Francia,</strong> richiamandosi al sistema dei trattati di garanzia del 1960 che attribuiva a Grecia, Turchia e Regno Unito il ruolo di potenze garanti dell’isola. Su questa base Ankara continua a giustificare l’intervento del 1974 seguito al colpo di Stato dei colonnelli greci contro Makarios, presentato come operazione di ripristino dell’ordine costituzionale ma sfociato nella divisione de facto dell’isola. Una lettura che si contrappone a quella greco-cipriota ed europea, secondo cui la Repubblica di Cipro esercita piena sovranità e può quindi stipulare autonomamente accordi di cooperazione militare.</p>



<p>Tuttavia sarebbe un errore interpretare il SOFA franco-cipriota come una replica dell&#8217;accordo firmato da Francia e Grecia nel 2021. Le differenze tra i due strumenti giuridici meritano di essere evidenziate. L&#8217;intesa franco-greca del 2021 aveva una natura eminentemente politica e strategica. Essa conteneva <strong>una clausola di assistenza reciproca in caso di aggressione armata</strong>, prevedeva una cooperazione militare strutturata e accompagnava importanti programmi di acquisizione di armamenti francesi da parte di Atene. Una chiara risposta indiretta alle tensioni greco-turche nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale. L&#8217;accordo firmato con Cipro ha invece una portata diversa. <strong>Non introduce alcuna clausola di mutua difesa e non obbliga Parigi a intervenire militarmente in caso di crisi. </strong>Esso definisce piuttosto lo status giuridico del personale militare, le condizioni operative per esercitazioni, addestramento e cooperazione tecnica, creando una cornice stabile per attività che già esistevano ma che ora vengono istituzionalizzate. Allo stesso tempo non chiarisce il numero di eventuali truppe permanenti transalpine sull`isola di Afrodite. La Francia sta consolidando una presenza che potrebbe rivelarsi cruciale in una regione sempre più instabile con Ankara e Tel Aviv sempre più in rotta di collisione.</p>



<p>Il nuovo SOFA si inserisce in una dinamica già evidente negli ultimi anni. Dopo gli attacchi contro le basi britanniche di Akrotiri e la visita di Macron a Nicosia, il presidente francese aveva affermato che «chi attacca Cipro attacca l&#8217;Europa». Sebbene la dichiarazione fosse stata formulata nel contesto delle tensioni regionali seguite alla guerra in Medio Oriente, <strong>il suo significato politico sembrava rivolgersi soprattutto ad Ankara più che a Teheran o a Hezbollah. </strong>La Francia confermava così la propria disponibilità a fungere da garante politico della sicurezza della Repubblica di Cipro, una postura che si inserisce perfettamente negli interessi strategici di Israele e nel progressivo consolidamento dell&#8217;asse tra Parigi, Atene e Nicosia nel Mediterraneo orientale. </p>



<p>In questo quadro emerge anche una dimensione storica raramente richiamata nel dibattito contemporaneo. Se il filollenismo ha profondamente influenzato la cultura politica francese sin dal XIX secolo, <strong>il rapporto tra Francia e Cipro possiede radici ancora più antiche. </strong>Per quasi tre secoli l&#8217;isola fu governata dalla dinastia francese dei Lusignano, protagonista dell&#8217;epopea crociata nel Mediterraneo orientale. La presenza dei sovrani franco-lusignani lasciò tracce profonde nelle istituzioni, nell&#8217;architettura e nella memoria storica dell&#8217;isola.</p>



<p>Da questo punto di vista il legame storico tra Francia e Cipro appare persino più diretto di quello con la stessa Grecia moderna. Le grandi cattedrali gotiche di Nicosia e Famagosta, i simboli araldici dei Lusignano e la lunga stagione del Regno di Cipro costituiscono ancora oggi testimonianze di una presenza francese che precede di secoli la nascita degli Stati nazionali contemporanei. Naturalmente la geopolitica del XXI secolo non si fonda sulle memorie medievali quanto piuttosto sul lungo filoellenismo francese, dall&#8217;appoggio alla guerra d&#8217;indipendenza greca del 1821, le cui eco, anche Cipro, dove non mancarono tentativi insurrezionali contro il dominio ottomano (repressi brutalmente nel sangue) , fino alla fascinazione per l&#8217;eredità classica ellenica che ha attraversato la cultura francese moderna. <strong>Eppure il lascito dei secoli franco-lusignano conserva ancora oggi un suo significato storico.</strong> Furono infatti i Lusignano, dinastia di origine francese giunta nell&#8217;isola all&#8217;epoca delle Crociate, a trasformare Cipro in un regno autonomo e in un attore politico distinto nel Mediterraneo orientale. Un elemento tutt&#8217;altro che secondario se si considera che tale costruzione statale fu realizzata da una monarchia cattolica che governava una popolazione in larghissima maggioranza greco-ortodossa. <strong>Da questa complessa convivenza emerse una realtà politica originale, </strong>capace di sviluppare istituzioni proprie e una specifica identità insulare.</p>



<p>Interessante è anche l&#8217;atteggiamento delle forze politiche cipriote. Se il governo ha presentato l&#8217;accordo come un passo importante per il rafforzamento della sicurezza nazionale e della cooperazione europea, l&#8217;AKEL ha mantenuto una posizione relativamente prudente. Il principale partito della sinistra cipriota non ha lanciato una campagna di opposizione contro l&#8217;intesa né ha adottato le critiche provenienti da Ankara. Allo stesso tempo continua a considerare prioritaria la ricerca di una soluzione negoziata alla questione cipriota e invita alla cautela rispetto a qualsiasi sviluppo che possa complicare il dialogo tra le comunità greco-cipriota e turco-cipriota.</p>



<p>Per l&#8217;AKEL la situazione appare particolarmente complessa. <strong>Il relativo raffreddamento del ruolo russo nella questione cipriota dopo la guerra in Ucraina </strong>ha indebolito uno dei tradizionali punti di riferimento internazionali della sinistra dell&#8217;isola, pur senza cancellare l&#8217;influenza che Mosca continua a esercitare attraverso i suoi legami economici, culturali e migratori con Cipro. Al tempo stesso il partito guarda con cautela sia al rafforzamento della cooperazione con Israele, in ragione delle proprie posizioni tradizionalifilopalestinesi(almeno sulla carta), sia alla crescente presenza francese nel Mediterraneo orientale, senza tuttavia riuscire a delineare una credibile alternativa geopolitica. A ciò si aggiunge la difficoltà di rilanciare una forte cooperazione sindacale tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, storicamente rappresentata dalla PEO e da altre organizzazioni dei lavoratori, uno dei pochi terreni sui quali le due comunità erano riuscite a mantenere canali di dialogo anche nei momenti di maggiore tensione.</p>



<p>In definitiva, il significato dell&#8217;accordo franco-cipriota va ben oltre il suo contenuto giuridico immediato. Esso rappresenta <strong>un nuovo passo nella costruzione di una rete di presenza francese nel Mediterraneo orientale</strong> che si appoggia su Grecia e Cipro, due Paesi destinati ad assumere un ruolo sempre più rilevante nelle strategie europee verso il Medio Oriente.</p>



<p>Per Parigi si tratta di consolidare la propria capacità di proiezione in una delle regioni più instabili del pianeta per <strong>presentarsi ancora come paese guida dell’Europa fuori dai propri confini.</strong> Per Nicosia significa rafforzare il proprio peso internazionale in un momento in cui l&#8217;isola è tornata a essere un crocevia essenziale tra Europa e Levante. Per Ankara, infine, è il segnale che la competizione geopolitica nel Mediterraneo orientale continua a evolversi. A distanza di decenni dalle parole di Aragon, il legame tra Francia e mondo ellenico continua dunque a manifestarsi, ma la dimensione simbolica lascia ormai spazio a una realtà più concreta, fatta di basi, esercitazioni militari e competizione strategica nel Mediterraneo orientale, uno degli spazi più sensibili dello scenario contemporaneo. </p>



<p>In questo quadro, <strong>Cipro si configura sempre più come un nodo di un vero e proprio “condominio strategico” affollato</strong>, dove operano tra presenze formali e informali diverse potenze militari, europee e non solo, cui si aggiungono le dinamiche legate alla sicurezza marittima e alla partita energetica dei giacimenti di gas offshore. Resta tuttavia un punto aperto: al di là della convergenza politico-simbolica tra Parigi e l’ellenismo, resta da verificare fino a che punto la Francia sia disposta a tradurre tale postura in un impegno effettivo in uno scenario in cui un eventuale confronto con la Turchia, dove per quest’ultima la portata dello scontro avrebbe dimensione esistenziale per lo stato anatolico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cipro-e-la-francia-intesa-anche-militare-al-crocevia-tra-europa-medio-oriente-e-africa-e-la-turchia.html">Cipro e la Francia, intesa anche militare al crocevia tra Europa, Medio Oriente e Africa. E la Turchia&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Da Kiev all&#8217;Africa, così la crisi ucraina ridisegna il mondo ortodosso</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/da-kiev-allafrica-cosi-la-crisi-ucraina-ridisegna-il-mondo-ortodosso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 04:40:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev in una fase in cui il cristianesimo ortodosso pare in progressiva disarticolazione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev si inserisce in una fase storica in cui il cristianesimo ortodosso non appare più come una tradizione religiosa relativamente coerente, ma come <strong>uno spazio politico-teologico in progressiva disarticolazione.</strong> La dinamica non è nuova nei suoi presupposti, ma è nuova nella sua intensità sistemica: ciò che sta emergendo non è una semplice disputa giurisdizionale, bensì la crisi di modello ecclesiologico. Per comprendere la profondità di questa frattura occorre tornare alla lunga durata della civiltà ortodossa. Nei <em>Racconti di un pellegrino russo</em>, testo significativo della spiritualità slava ottocentesca, il pellegrinaggio non è soltanto movimento fisico, ma attraversamento di uno spazio sacralizzato e relativamente omogeneo. <strong>Il mondo ortodosso appare come una continuità:</strong> una geografia spirituale che, pur attraversata da differenze linguistiche e rituali, mantiene una sostanziale unità simbolica.</p>



<p>Quel paesaggio a livello quantomeno politico ecclesiastico è fortemente minato.Se lo stesso pellegrino ripercorresse oggi le rotte dell’Oriente cristiano, incontrerebbe una costellazione di giurisdizioni concorrenti: <strong>a Kiev due Chiese ortodosse in competizione per legittimità, </strong>sul Bosforo il Patriarcato Ecumenico di Istanbul in tensione strutturale con Patriarcato di Mosca, in Medio Oriente comunità divise tra tradizione greca e influenza russa, in Africa giurisdizioni sovrapposte che contestano lo stesso spazio canonico. <strong>Il nodo originario rimane la Rus’ di Kiev e il battesimo del 988 del principe Vladimir. </strong>Nella narrazione ecclesiale russa, tale evento costituisce l’atto fondativo di una civiltà storica continua: dalla Rus’ medievale all’impero zarista fino alla federazione contemporanea. Questa continuità è oggi uno degli assi ideologici del <em>Russkij Mir</em> (“mondo russo”), che intreccia teologia e geopolitica. In tale schema, Ucraina e Bielorussia non sono periferie, ma parti organiche di una stessa matrice sacrale.</p>



<p>La frattura contemporanea si innesta su una tensione più antica: quella tra universalismo ecclesiale e nazionalizzazione della Chiesa. La condanna dell’etnofiletismo da parte del sinodo di Costantinopoli del 1872 rappresenta uno snodo teorico importante. I<strong>l principio condannato è la subordinazione della struttura ecclesiastica all’identità nazionale.</strong> L’Ortodossia si definisce formalmente come comunione di Chiese autocefale non etniche, ma dalla fine dell’Ottocento le Chiese sono progressivamente diventate proiezioni istituzionali delle nazioni. Grecia, Serbia, Bulgaria e Romania hanno tradotto la sovranità politica in autocefalia ecclesiastica. <strong>La crisi ucraina rappresenta la forma estrema di questo processo da entrambo i lati.</strong></p>



<p>L’Ucraina contemporanea è uno spazio ecclesiale plurale e conflittuale. Accanto alla Chiesa ortodossa legata storicamente a Mosca, guidata dal <strong>metropolita Onufriy,</strong> opera la Chiesa ortodossa autocefala ucraina riconosciuta dal Patriarcato Ecumenico. A queste si aggiunge la Chiesa greco-cattolica ucraina guidata da <strong>Sviatoslav Shevchuk</strong> e una piccola comunità latina. La Chiesa greco-cattolica, nata dall’Unione di Brest del 1596, conserva la liturgia bizantina ma riconosce Roma. Storicamente radicata nell’Ucraina occidentale, è stata percepita da Mosca come corpo estraneo nello spazio slavo orientale. Nel 1946, nel contesto sovietico, il sinodo di Leopoli ne decretò la soppressione e l’incorporazione forzata nella Chiesa ortodossa russa.</p>



<p>Il paradosso sovietico è che, dopo la repressione, Stalin reintegrò parzialmente la Chiesa ortodossa russa come infrastruttura simbolica della mobilitazione nazionale nella Seconda guerra mondiale. <strong>La Chiesa diventa così elemento funzionale alla continuità statale, modello che sopravvive alla dissoluzione dell’URSS.</strong> Con la fine dell’Unione Sovietica, e nel quadro estremamente fragile degli anni di El’cin e della successiva stabilizzazione putiniana, l’elemento ecclesiale riacquista un ruolo centrale come <strong>uno dei principali vettori di ricomposizione identitaria. </strong>In una fase segnata da disintegrazione economica e crisi istituzionale, la Chiesa ortodossa russa torna a costituire un riferimento di coesione culturale e simbolica, non solo all’interno della Federazione, ma anche come strumento di connessione con le comunità della diaspora. In questo senso, essa diventa uno dei canali privilegiati di relazione con i cosiddetti “russi fuori dalla patria” (<em>compatrioti</em>, talvolta definiti anche in senso politico come <em>rossijskie diaspory</em>), contribuendo a mantenere un’idea di continuità storica e identitaria oltre i confini statali.</p>



<p>Con il 1991 la competizione ecclesiastica diventa esplicita. L’autocefalia ucraina riconosciuta nel 2019 dal Patriarcato Ecumenico apre una frattura definitiva tra Costantinopoli e Mosca. In questo contesto emergono figure come <strong>Filarete,</strong> protagonista della lunga transizione verso una Chiesa ucraina autonoma, e il metropolita <strong>Hilarion Alfeyev,</strong> rappresentante della diplomazia ecclesiastica russa, progressivamente marginalizzato nel nuovo contesto bellico.</p>



<p>Nel caso della cattedrale colpita a Kiev, la sua gestione riflette direttamente questa evoluzione. Prima della guerra, l’edificio rientrava nell’orbita della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, guidata dal <strong>metropolita Onufriy,</strong> cioè la struttura canonicamente connessa alla giurisdizione della Chiesa ortodossa russa. Con l’invasione del 2022 e la successiva accelerazione del processo di distanziamento ecclesiastico, molte comunità hanno progressivamente rinegoziato la propria appartenenza canonica, mentre <strong>lo Stato ucraino ha avviato procedure di revisione delle proprietà ecclesiastiche</strong>. In diversi casi, la gestione effettiva degli spazi liturgici è stata riallineata verso strutture autocefale riconosciute da Costantinopoli, in un quadro non uniforme ma in rapida trasformazione.</p>



<p>Parallelamente alla ridefinizione delle giurisdizioni, il conflitto ha prodotto anche una trasformazione materiale del paesaggio religioso ucraino. La Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca in Ucraina si trova oggi in una condizione estremamente critica, che alcuni osservatori descrivono come una marginalizzazione di fatto nello spazio pubblico e giuridico ucraino. Il suo primate, il metropolita Onufriy (Berezovsky), è stato oggetto di forti pressioni politiche e istituzionali, inserite in un più ampio processo di revisione dei rapporti tra Stato e strutture ecclesiastiche considerate vicine a Mosca. Le difficoltà di questa Chiesa non iniziano con l’invasione del 2022, ma <strong>si manifestano già a partire dal 2014, con l’annessione della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass.</strong> Da quel momento, settori nazionalisti ucraini hanno intensificato la pressione politica e sociale contro le strutture ecclesiastiche percepite come filorusse, generando un clima di sospetto e contestazione che ha progressivamente eroso la loro presenza pubblica.</p>



<p>Una dinamica speculare, sebbene in un contesto politico opposto, si osserva nei territori occupati o controllati dalle forze russe e separatiste nelle regioni di Luhansk e Donbass, dove risultano invece sottoposte a restrizioni o riorganizzazioni forzate le comunità religiose considerate vicine al Patriarcato di Costantinopoli o alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina, oltre alle strutture greco-cattoliche. In questo quadro, la dimensione ecclesiastica tende a riflettere in modo diretto la frammentazione territoriale e ideologica del conflitto, diventando un’estensione della competizione politica e identitaria tra i due poli del mondo ortodosso contemporaneo.</p>



<p>Per una parte significativa dell’élite politica e religiosa ucraina a orientamento nazional-patriottico, la progressiva rottura del legame canonico con Mosca non rappresenta soltanto una ridefinizione amministrativa, ma <strong>un passaggio identitario decisivo. </strong>Separarsi dall’orizzonte ecclesiastico del Patriarcato di Mosca equivale a interrompere una continuità culturale e simbolica con quello che viene definito “mondo moscovita”, percepito come matrice storica di subordinazione politica. La costruzione di un’ortodossia ucraina autonoma diventa così uno strumento di consolidamento identitario nazionale.</p>



<p>La guerra ha trasformato la frattura ucraina in un moltiplicatore globale.I Patriarcati di tradizione greca – Costantinopoli, Alessandria e in parte Gerusalemme – hanno riconosciuto o sostenuto l’autocefalia ucraina, mentre Mosca ha reagito anche con la creazione di strutture parallele in Africa, rompendo un principio storico di non sovrapposizione territoriale. In Africa, l’istituzione di un esarcato russo ha generato una competizione diretta con il Patriarcato di Alessandria, con conseguente adesione di parte del clero locale a giurisdizioni alternative. Anche nelle comunità ortodosse della diaspora, inclusa l’Italia, si osserva una polarizzazione crescente tra orientamenti legati al Patriarcato Ecumenico e ambienti più vicini alla sensibilità del Patriarcato di Mosca.</p>



<p>La frattura riflette non solo divergenze teologiche, ma differenti posizionamenti rispetto alla modernità politica e all’ordine internazionale europeo. Il volume <em>Ecclesiologia ortodossa e scisma in Ucraina</em> (Theosis Editrice, 2025) si inserisce in questo dibattito con una prospettiva marcatamente tradizionale e athonita. Tra gli autori figurano Epifanios Kapsaliotis, monaco del Monte Athos, Georgios Karalis, Paisios Kareotis e Vassilios Touloumtsis, che interpretano la crisi ucraina come deviazione dall’ecclesiologia canonica ortodossa.</p>



<p>Il pellegrino ottocentesco attraversava un mondo in cui la comunione ortodossa era presupposto implicito. Il viaggiatore contemporaneo attraversa uno spazio in cui la competizione tra giurisdizioni è strutturale. Dalla Rus’ di Kiev alle periferie africane, l’Ortodossia contemporanea appare sospesa tra universalismo teologico e frammentazione nazionale. L’incendio di Kiev diventa così il segno visibile di una trasformazione più ampia: la ridefinizione stessa dell’unità ortodossa nel XXI secolo.</p>
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		<title>Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/hilarion-e-il-tramonto-del-soft-power-religioso-russo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:13:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa ortodossa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1320" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-1024x704.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-1536x1056.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-600x413.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il metropolita Hilarion per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1320" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-1024x704.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-1536x1056.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hilarion-600x413.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;arresto del <strong>metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) </strong>nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell&#8217;Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell&#8217;automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. <strong>Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.</strong></p>



<p>Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l&#8217;episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. <strong>Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca,</strong> una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero &#8220;ministro degli Esteri&#8221; della Chiesa ortodossa russa.</p>



<p>Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell&#8217;Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un&#8217;epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, <strong>il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.</strong></p>



<p>La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. <strong>Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell&#8217;Ortodossia mondiale</strong>, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal <strong>patriarca Bartolomeo </strong>non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell&#8217;appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.</p>



<p>In questa strategia va collocata anche la vicenda dell&#8217;Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall&#8217;esperienza dell&#8217;emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all&#8217;arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l&#8217;istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. <strong>Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea</strong> ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell&#8217;arcivescovado russo-occidentale sotto l&#8217;obbedienza del Patriarcato di Mosca e l&#8217;acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all&#8217;esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell&#8217;Ortodossia mondiale</p>



<p><strong>Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019.</strong> Quando Bartolomeo riconobbe l&#8217;autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d&#8217;Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell&#8217;ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell&#8217;Ortodossia mondiale.</p>



<p>Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l&#8217;apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.</p>



<p>A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, <strong>Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l&#8217;enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. </strong>Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell&#8217;invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.</p>



<p>In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. <strong>L&#8217;intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l&#8217;esistenza di un ponte tra Russia e Occidente.</strong> Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull&#8217;idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non solo diplomatico ma anche teologo</h2>



<p>Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, <strong>egli si è affermato anche come teologo di primo piano.</strong> Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.</p>



<p>Il suo libro più celebre, &#8220;Il mistero della fede&#8221;, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L&#8217;opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.</p>



<p>Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. <strong>Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie &#8220;Gesù Cristo. Vita e insegnamento&#8221;</strong>, nella quale ha tentato di coniugare l&#8217;esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L&#8217;opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.</p>



<p>Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l&#8217;ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.</p>



<p>Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all&#8217;attuale gerarchia russa. <strong>Nel 2020 si oppose pubblicamente all&#8217;idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. </strong>Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un &#8220;mostro spirituale&#8221; e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.</p>



<p>Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l&#8217;invasione tedesca. Ma proprio <strong>questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano</strong> rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.</p>



<p>L&#8217;arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l&#8217;uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.</p>



<p>La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l&#8217;Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell&#8217;intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.</p>
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		<title>La Grecia degli armatori: un potere globale sui mari e uno Stato fragile alle spalle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:05:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Mediterraneo]]></category>
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<p>Atene possiede una proiezione marittima capace di darle un peso strategico e simbolico che altri Paesi balcanici non hanno mai sviluppato.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="grecia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/grecia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Grecia è un Paese che, per dimensioni demografiche e peso economico, non dovrebbe avere un’influenza geopolitica così ampia nel Mediterraneo orientale e nei traffici globali. Eppure <strong>Atene possiede una proiezione marittima e un lascito storico molto superiore alla propria “stazza”,</strong> capace di darle un peso strategico e simbolico che altri Paesi balcanici non hanno mai sviluppato. Sotto l&#8217;aspettto economico la ragione principale risiede nella rete degli armatori greci e nella loro flotta mercantile. Gli armatori greci controllano circa il 16–21% del tonnellaggio marittimo mondiale e <strong>oltre il 50% della capacità della flotta europea.</strong> Nel settore delle petroliere la loro presenza è ancora più forte: detengono circa il 23% della capacità tanker globale e una quota simile degli ordini di nuove petroliere. Questo significa che una parte enorme del commercio energetico mondiale dipende direttamente o indirettamente da compagnie greche.</p>



<p>La Grecia, grazie a questa rete privata, esercita quindi un’influenza che va ben oltre i Balcani. Le sue compagnie operano nel Mediterraneo, nel Mar Nero, nel Golfo Persico e nelle rotte verso l’Asia, Permettendo ad Atene di muoversi su più piani geopolitici contemporaneamente, anche se su una scala inferiore rispetto ad Ankara.</p>



<p>Le radici di questa forza sono storiche. <strong>Fin dall’antichità il mondo greco è stato legato al mare:</strong> Atene, Corinto e Rodi costruirono la propria potenza sul commercio e sulla navigazione. Durante l’impero ottomano, le comunità greche delle isole dell’Egeo mantennero una forte identità marinara. Località come Idra, Spetses e Psara svilupparono flotte commerciali private e reti mercantili autonome. Anche la tradizione religiosa ortodossa testimonia questa cultura marittima: San Giorgio, venerato come protettore dei marinai, rimase una figura simbolica per molte comunità dell’Egeo.</p>



<p>Da questa lunga continuità storica nacque una classe armatoriale molto compatta, costruita su reti familiari, conoscenze tecniche e rapporti commerciali internazionali. <strong>Gli armatori greci non sono semplicemente imprenditori: rappresentano una cultura economica transnazionale</strong> capace di collegare il Mediterraneo orientale ai mercati energetici mondiali. Nel secolo scorso, le figure di maggiore risalto mediatico furono quelle di Nearcos e di Aristotele Onassis, leader mondiali nel settore della navigazione marittima. La posizione geografica della Grecia ha amplificato ulteriormente questo fenomeno. Situata tra Europa, Medio Oriente e Mar Nero, <strong>Atene è naturalmente legata alle grandi rotte commerciali. </strong>Tuttavia la sua forza (e al tempo stesso limite) non deriva soltanto dalla geografia, ma anche dalla capacità di mantenere rapporti con le principali potenze marittime.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le difficoltà dello Stato centrale</h2>



<p><strong>Nonostante i legami culturali e religiosi con la Russia, la Grecia ha storicamente mantenuto relazioni privilegiate con il Regno Unito e gli Stati Uniti. </strong>Non si tratta di una contraddizione, ma di una necessità strategica. Assicurazioni marittime, finanza navale, protezione delle rotte e infrastrutture logistiche dipendono in larga misura dal sistema angloamericano. Allo stesso tempo, i rapporti con Mosca permettono alla Grecia di mantenere una certa influenza nel Mar Nero e nel Caucaso. Gli armatori greci hanno quindi assunto un ruolo quasi geopolitico. Le loro necessità economiche influenzano spesso le decisioni di Atene sulle sanzioni, sulle rotte energetiche e sulla sicurezza marittima.</p>



<p>Questa struttura, però, ha avuto anche effetti interni. La Grecia ha sviluppato una più che discreta capacità di proiezione esterna, ma <strong>maggiore difficoltà nel costruire uno Stato centrale pienamente coeso.</strong> Le élite armatoriali e commerciali hanno spesso agito con grande autonomia rispetto al potere politico, favorendo una struttura frammentata, legata a reti familiari e clientelari. </p>



<p>Le grandi crisi della storia greca moderna mostrano bene questa tensione. Durante la Prima guerra mondiale il Paese si spaccò tra monarchici e venizelisti; dopo la campagna anatolica seguì una profonda crisi politica; nel dopoguerra arrivò la guerra civile. Anche nelle crisi economiche contemporanee e nelle divisioni sulla politica estera è emersa una difficoltà cronica nel centralizzare lo Stato in maniera compatta. In altre parole, la stessa tradizione commerciale e marittima che ha reso la Grecia influente all’esterno ha anche limitato la costruzione di un sistema politico interno completamente unitario.</p>



<p><strong>Il ruolo degli armatori greci è emerso chiaramente anche nelle recenti tensioni nello Stretto di Hormuz,</strong> uno dei corridoi energetici più importanti del mondo. Una parte rilevante del petrolio globale passa da quell’area e molte petroliere coinvolte appartengono o sono gestite da compagnie greche. Nel marzo 2026, durante una fase di escalation regionale, alcuni armatori greci continuarono a inviare navi attraverso Hormuz nonostante i rischi. Il caso più noto fu quello di <strong>George Prokopiou</strong>, che fece transitare diverse petroliere nel corridoio. La scelta mostrò come gli armatori greci siano in grado di sfruttare le crisi geopolitiche mantenendo al tempo stesso aperti flussi energetici essenziali verso l’Asia. In questo senso gli armatori greci agiscono quasi come attori strategici autonomi. Da un lato garantiscono continuità al commercio energetico mondiale; dall’altro ottengono enormi vantaggi economici grazie all’aumento dei premi di trasporto nelle aree di crisi. Anche la fiscalità greca riflette questa centralità. <strong>Atene protegge il settore navale con regimi fiscali favorevoli e incentivi specifici, </strong>perché considera gli armatori una componente fondamentale dell’economia nazionale e dell’influenza geopolitica del paese.</p>



<p>Il legame con Cipro rafforza ulteriormente questa rete. L’isola rappresenta un hub logistico e finanziario importante per molte compagnie greche e costituisce un tassello strategico nel Mediterraneo orientale, soprattutto rispetto ai rapporti con la Turchia, con la Russia e con le rotte energetiche regionali. La Grecia quindi non è una grande potenza nel senso tradizionale del termine. Tuttavia possiede una proiezione marittima globale che le consente di <strong>esercitare un’influenza molto superiore alle proprie dimensioni. </strong>Attraverso gli armatori, Atene riesce a intervenire indirettamente nei flussi energetici, nelle rotte commerciali e negli equilibri strategici del Mediterraneo e del Medio Oriente.</p>



<p>Allo stesso tempo, questa stessa struttura marittima e commerciale ha contribuito alla nascita di una classe dirigente spesso poco incline alla centralizzazione statale e incapace di far emergere altri settori economici dello stesso peso. La Grecia moderna si è quindi sviluppata come una nazione capace di flessibilità geopolitica verso l’esterno (nonostante le cuocenti sconfitte belliche), ma caratterizzata da persistenti fragilità nella coesione interna dello Stato. Analizzare il mercato del trasporto mercantile marittimo, in particolare la classe armatoriale greca, significa accedere a una delle componenti fondamentali del commercio globale e di un vicino importante dello stato italiano.</p>



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