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Religioni

Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo

Il metropolita Hilarion per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca.
russia

L’arresto del metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell’Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell’automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.

Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l’episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca, una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero “ministro degli Esteri” della Chiesa ortodossa russa.

Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell’Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un’epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.

La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell’Ortodossia mondiale, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal patriarca Bartolomeo non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell’appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.

In questa strategia va collocata anche la vicenda dell’Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall’esperienza dell’emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all’arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l’istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell’arcivescovado russo-occidentale sotto l’obbedienza del Patriarcato di Mosca e l’acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all’esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell’Ortodossia mondiale

Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019. Quando Bartolomeo riconobbe l’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell’ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell’Ortodossia mondiale.

Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l’apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.

A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l’enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell’invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.

In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. L’intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l’esistenza di un ponte tra Russia e Occidente. Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull’idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L’invasione dell’Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.

Non solo diplomatico ma anche teologo

Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, egli si è affermato anche come teologo di primo piano. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.

Il suo libro più celebre, “Il mistero della fede”, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L’opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.

Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie “Gesù Cristo. Vita e insegnamento”, nella quale ha tentato di coniugare l’esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L’opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.

Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l’ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.

Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all’attuale gerarchia russa. Nel 2020 si oppose pubblicamente all’idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un “mostro spirituale” e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.

Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l’invasione tedesca. Ma proprio questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.

L’arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l’uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.

La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l’Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L’invasione dell’Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell’intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.

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