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	<title>Intifada dei coltelli Archives - InsideOver</title>
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	<title>Intifada dei coltelli Archives - InsideOver</title>
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		<title>Trent&#8217;anni di Intifada:  rivolta che insanguina la Terra Santa</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/trentanni-initifada-la-rivolta-insanguina-la-terra-santa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 10:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Intifada]]></category>
		<category><![CDATA[Intifada dei coltelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>&#8220;Domani venerdì 8 dicembre sarà il giorno dell&#8217;ira e l&#8217;inizio di una nuova intifada chiamata &#8216;la liberazione di Gerusalemme&#8221;. Quello che tutti temevano, sta diventando una triste e drammatica realtà. Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, ha lanciato un appello al popolo palestinese per l’avvio di una nuova Intifada. La decisione di Trump di spostare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/trentanni-initifada-la-rivolta-insanguina-la-terra-santa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171207200828_25194326-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>&#8220;Domani venerdì 8 dicembre sarà il giorno dell&#8217;ira e l&#8217;inizio di una nuova intifada chiamata &#8216;la liberazione di Gerusalemme&#8221;. Quello che tutti temevano, sta diventando una triste e drammatica realtà. <strong>Ismail Haniyeh</strong>, leader politico di <strong>Hamas</strong>, ha lanciato un appello al popolo palestinese per l’avvio di una nuova Intifada. La decisione di Trump di spostare la capitale di Israele nella città santa di Gerusalemme, non poteva avere esiti diversi. La rabbia doveva in qualche modo esplodere e i rischi, adesso, sono altissimi, sia per la sicurezza del popolo israeliano, sia per la sicurezza del popolo palestinese.</p>

<p>L’annuncio di Haniyeh arriva peraltro in una data evocativa, che coincide con i 30 anni della prima <strong>rivolta delle pietre</strong>. Era il dicembre del 1987 quando nel campo profughi di Jabaliya, quattro chilometri a nord di Gaza, iniziò la rivolta. Da lì, iniziò l’inferno, che si propagò a macchia d’olio per tutti i territori occupati, incendiando Gaza, Gerusalemme Est e la Cisgiordania. Fu una protesta violenta, innescata dall’uccisione di quattro palestinesi da parte di un israeliano alla guida di un camion. Iniziarono lanci di pietre contro le forze israeliane, vero marchio di fabbrica della Intifada, ma divenne poi una vera e propria sollevazione popolare, con scioperi, boicottaggi, campagna mediatiche, e una scia di sangue che durerà sei anni. Il bilancio è gravissimo: 1258 sono i caduti palestinesi, 150 quelli israeliani. E oltre alle migliaia di vittime, si aggiunge la radicalizzazione dello scontro fra palestinesi e israeliani, che assume i toni dell’estremismo religioso, e che coglie impreparata la stessa Olp, che non si attendeva una tale protesta di tutto il popolo palestinese. In quegli anni, si sente pronunciare distintamente la parola “jihad” e si erge lo spettro di Hamas, movimento islamico il cui attuale leader fu proprio incarcerato dalle forze israeliane tra il 1987 e il 1988, nella prima convulsa fase della Prima Intifada. Fu solo nel 1993 che la prima Intifada giunse alla conclusione. E avvenne in concomitanza con la firma degli accordi di Oslo e quella stretta di mano fra Rabin e Arafat sponsorizzata da Bill Clinton.</p>

<p>Passano circa sette anni ed esplode la seconda Intifada, la cosiddetta<strong> Intifada di Al-Aqsa</strong>. Il casus belli è il 28 settembre del 2000 quando il leader del Likud, Ariel Sharon, accompagnato da centinaia di poliziotti israeliani, visita il Monte del Tempio, in quella spianata che sia ebrei che musulmani rivendicano come luogo sacro. Per i palestinesi, il gesto rappresentò una provocazione per rivendicare la sovranità di quell’area da parte di Israele. Un gesto che si andava ad aggiungere a tensioni mai sopite tra la popolazione palestinese e quella israeliana e che bastò a incendiare di nuovo i territori palestinesi. Il giorno dopo, la polizia apre il fuoco uccidendo cinque palestinesi sul posto e altri due in città. Il 30 settembre, un video commuove il mondo e fa scoppiare l’ira della popolazione della Palestina: il 12enne palestinese, Mohammad al-Dourra, appare colpito a morte dalle forze israeliane fra le braccia del padre. È l’inizio di una vera e propria guerra. Gli attentati kamikaze in territorio israeliano sono all’ordine del giorno. Aumentano esponenzialmente gli attacchi contro le forze di sicurezza israeliane e i coloni dei Territori occupati. Le forze israeliane rispondono con violenza a ogni tipo di attacco mietendo migliaia di vittime fra i civili. L&#8217;esercito di Tel Aviv blocca a Ramallah, in stato d’assedio, il leader palestinese Yasser Arafat, dal 2001 al 2004. Morirà dopo essere fuggito in Francia. Ariel Sharon, divenuto nel frattempo primo ministro, nel 2002 intraprende la costruzione di un muro di separazione con la Cisgiordania e nel 2005 si ritira unilateralmente da Gaza. Complessivamente i morti non hanno ancora una cifra ufficiale. C’è chi parla di 4.700 caduti totali, di cui l&#8217;80% palestinesi. C’è chi parla di 5.000 morti soltanto fra i palestinesi e altri 1.060 tra gli israeliani. Una strage che si conclude soltanto l&#8217;8 febbraio 2005, quando Ariel Sharon e Abu Mazen, succeduto ad Arafat, annunciano la fine delle violenze.</p>

<p><strong>Negli anni seguenti, non c’è comunque pace fra palestinesi e israeliani</strong>. La frustrazione aumenta da una parte e dall’altra. La Palestina viene riconosciuta come Stato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma Abu Mazen non ha il potere di controllo sul suo territorio e Israele non riconosce la statualità del territori palestinesi. Hamas inizia lo scontro con l’Anp e si radicalizza nella Striscia di Gaza legandosi a movimenti jihadisti e ricevendo finanziamenti soprattutto dal Qatar. Nel frattempo, la condizione di vita all’interno dei territori occupati, soprattutto a Gaza, diventa insostenibile. Nel 2015 scoppia la cosiddetta “Intifada dei coltelli&#8221;. Hamas, ormai leader delle rivolte, dà il via a una serie di azioni di lupi solitari che colpiscono Israele, Non c’è una vera e propria rivolta popolare, ma una serie di attacchi terroristici, ed è per questo che molti non ritengono si possa definire questa ondata di violenze come una vera e propria “Intifada” propriamente detta, mancando quel senso di guerra civile che permeava le precedenti proteste. Purtroppo, l’unico dato certo sono i morti, a rimarcare ancora la tragedia umana di queste scelte di violenza. Da ottobre 2015 sono morti oltre 232 palestinesi e più di 40 israeliani. Numeri che potrebbero aumentare vertiginosamente se avrà seguito l’appello alla nuova Intifada promossa da Hamas. Ed è una conta su cui Trump, Netanyahu e Haniyeh hanno inevitabilmente una responsabilità politica.</p>
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		<title>Una missione italiana in Palestina</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/una-missione-italiana-in-palestina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 07:14:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Intifada dei coltelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="754" height="589" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1.jpg 754w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1-300x234.jpg 300w" sizes="(max-width: 754px) 100vw, 754px" /></p>
<p>Mentre l’attenzione si focalizza sempre più sulla politica estera di Israele e sulla sua capacità di rendersi impermeabile al fenomeno Isis grazie ad un attento controllo delle alture del Golan, continua “in sordina”, all’interno del Paese, quella che era stata definita “Intifada dei coltelli”.A partire dal settembre 2015 un’ondata di terrore attraversò tutto il territorio. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/una-missione-italiana-in-palestina.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/una-missione-italiana-in-palestina.html">Una missione italiana in Palestina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="754" height="589" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1.jpg 754w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/unnamed-1-1-300x234.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 754px) 100vw, 754px" /></p><p>Mentre l’attenzione si focalizza sempre più sulla politica estera di <strong>Israele</strong> e sulla sua capacità di rendersi impermeabile al fenomeno Isis grazie ad un attento controllo delle alture del Golan, continua “in sordina”, all’interno del Paese, quella che era stata definita “<strong>Intifada dei coltelli</strong>”.A partire dal settembre 2015 un’ondata di terrore attraversò tutto il territorio. I tentativi di accoltellamento, da parte degli “insorgenti” palestinesi, nei confronti dei soldati dell’IDF (Israeli Defence Force), ai quali questi ultimi hanno risposto con l’uccisione degli autori, hanno deteriorato la già instabile situazione. A scatenare le violenze, la rivendicazione territoriale che da sempre contrappone i palestinesi, desiderosi di avere una propria terra, alle forze israeliane che cercano, dal canto loro, di espandere i loro insediamenti. L’ultimo fatto di sangue, in ordine di tempo, è stata l’uccisione da parte di un soldato israeliano di un civile palestinese che pare avesse tentato di accoltellarlo. Teatro della vicenda la colonia di Kiryat Arba ad Hebron.<strong>Hebron</strong> è e rimane il paradigma di tutti i problemi politici, religiosi, territoriali che stanno determinando l’insanabilità della contesa tra Israele e Palestina. Il perenne e inestinguibile conflitto ha reso necessaria la presenza della missione TIPH (Temporary International Presence in Hebron), che ha il compito di monitorare le violazioni commesse dalle parti, fotografando le scene di violenza per costruire dossier sui quali mettere a confronto il governo israeliano e l’autorità palestinese.  È proprio ad Hebron, infatti, che la politica degli insediamenti israeliani e le rivendicazioni territoriali palestinesi mostrano il loro lato più duro. La convivenza israelo-palestinese si rivela pericolosa fin negli aspetti maggiormente legati alla quotidianità. La presenza degli osservatori internazionali, che come indica il nome della missione doveva essere temporanea ma, probabilmente, avrà gli stessi tempi infiniti della disputa in atto, dura dal 1997.A rendere la comunità internazionale particolarmente attenta alla situazione già  bollente nella città della West Bank, fu la strage compiuta nel 1994 da Baruch Goldstein, residente della colonia israeliana di Kiryat Arba. Medico e ufficiale dell’esercito, si recò nella grotta di Macpela, contesissimo luogo in cui secondo la tradizione riposerebbero Abramo e i patriarchi &#8211; e nel quale fino ad allora ebrei e musulmani pregavano insieme &#8211; uccidendo a mitragliate 29 fedeli musulmani.L’episodio diede la conferma che Hebron non poteva essere lasciata a se stessa e la città, divisa nei settori  Hebron 1, sotto controllo palestinese, ed Hebron 2, affidato al controllo israeliano, fu posta sotto la tutela della missione TIPH. Sei nazioni vi aderiscono. La leadership spetta alla Norvegia, sede degli accordi di Oslo sulla divisione dei territori tra Israele e Palestina. Il vicecomandante, invece, è sempre un italiano. In questo caso, il Tenente colonnello Fabio Innamorati. “Non siamo autorizzati ad intervenire con la forza, qualora ci sia un’aggressione in atto. Il nostro compito è scattare foto e girare video di ciò che accade. Tali documenti finiscono in un report periodico che sottoponiamo al mondo politico, spiegando la gravità della situazione”, sintetizza il tenente colonnello. “La missione ha comunque un’azione deterrente. La presenza delle nostre pattuglie in città si è rivelata utile soprattutto durante l’escalation delle violenze, facendo diminuire il numero di accoltellamenti sulle strade e ai check-point”, aggiunge Innamorati.A Hebron la situazione è calda sia nel settore H1 che in H2, la città vecchia, dove a rendere gli animi sempre più incandescenti contribuisce la presenza di aree di interesse religioso. In primo luogo, la tomba dei patriarchi, teatro dell’attentato che determinò la necessità di porre osservatori a salvaguardia di un minimo equilibrio.All’antica disputa si aggiunge la recente teoria archeologica che posiziona la <strong>tomba di Re Davide</strong> non a Gerusalemme ma nel cuore di Hebron, determinando nuove pretese da parte israeliana e altrettanti malumori da parte palestinese.  Le divergenze su questioni storiche e culturali si traducono, nel quotidiano, in scontri che rendono l’esistenza difficile. Vicini di casa che si insultano a vicenda, reti protettive costruite per tamponare il continuo lancio di pietre tra le abitazioni dei piani superiori, nelle quali vivono gli israeliani, e quelle poste al piano terra nelle quali abitano i palestinesi, fili spinati e check-point posti a divisione dei settori H1 ed H2, determinano l’impossibilità di condurre una vita normale e spesso sfociano in attacchi mortali dall’una e dall’altra parte.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-16410" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/09/cristiani_sotto_tiro.jpg" alt="cristiani_sotto_tiro" />Eppure Hebron, messe da parte tali questioni, sarebbe una città fiorente. Nonostante il quadro cupo, infatti, in essa viene prodotto il quaranta per cento del Pil dell’intera Palestina, grazie alla lavorazione delle pietre, alla presenza di una rinomata fabbrica di calzature e alla produzione tessile delle kefiah. La politica israeliana dei settlement (insediamenti), gli attacchi dei palestinesi che ad essa si oppongono, la chiusura delle botteghe del suq legata all’incertezza sul futuro, stanno determinando invece il continuo scadimento della già deteriorata situazione.Intanto, la violenza continua ma è entrata a far parte della “normalità” e gli osservatori non possono che registrare la tragica realtà.</p>
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