Mentre l’attenzione si focalizza sempre più sulla politica estera di Israele e sulla sua capacità di rendersi impermeabile al fenomeno Isis grazie ad un attento controllo delle alture del Golan, continua “in sordina”, all’interno del Paese, quella che era stata definita “Intifada dei coltelli”.A partire dal settembre 2015 un’ondata di terrore attraversò tutto il territorio. I tentativi di accoltellamento, da parte degli “insorgenti” palestinesi, nei confronti dei soldati dell’IDF (Israeli Defence Force), ai quali questi ultimi hanno risposto con l’uccisione degli autori, hanno deteriorato la già instabile situazione. A scatenare le violenze, la rivendicazione territoriale che da sempre contrappone i palestinesi, desiderosi di avere una propria terra, alle forze israeliane che cercano, dal canto loro, di espandere i loro insediamenti. L’ultimo fatto di sangue, in ordine di tempo, è stata l’uccisione da parte di un soldato israeliano di un civile palestinese che pare avesse tentato di accoltellarlo. Teatro della vicenda la colonia di Kiryat Arba ad Hebron.Hebron è e rimane il paradigma di tutti i problemi politici, religiosi, territoriali che stanno determinando l’insanabilità della contesa tra Israele e Palestina. Il perenne e inestinguibile conflitto ha reso necessaria la presenza della missione TIPH (Temporary International Presence in Hebron), che ha il compito di monitorare le violazioni commesse dalle parti, fotografando le scene di violenza per costruire dossier sui quali mettere a confronto il governo israeliano e l’autorità palestinese. È proprio ad Hebron, infatti, che la politica degli insediamenti israeliani e le rivendicazioni territoriali palestinesi mostrano il loro lato più duro. La convivenza israelo-palestinese si rivela pericolosa fin negli aspetti maggiormente legati alla quotidianità. La presenza degli osservatori internazionali, che come indica il nome della missione doveva essere temporanea ma, probabilmente, avrà gli stessi tempi infiniti della disputa in atto, dura dal 1997.A rendere la comunità internazionale particolarmente attenta alla situazione già bollente nella città della West Bank, fu la strage compiuta nel 1994 da Baruch Goldstein, residente della colonia israeliana di Kiryat Arba. Medico e ufficiale dell’esercito, si recò nella grotta di Macpela, contesissimo luogo in cui secondo la tradizione riposerebbero Abramo e i patriarchi – e nel quale fino ad allora ebrei e musulmani pregavano insieme – uccidendo a mitragliate 29 fedeli musulmani.L’episodio diede la conferma che Hebron non poteva essere lasciata a se stessa e la città, divisa nei settori Hebron 1, sotto controllo palestinese, ed Hebron 2, affidato al controllo israeliano, fu posta sotto la tutela della missione TIPH. Sei nazioni vi aderiscono. La leadership spetta alla Norvegia, sede degli accordi di Oslo sulla divisione dei territori tra Israele e Palestina. Il vicecomandante, invece, è sempre un italiano. In questo caso, il Tenente colonnello Fabio Innamorati. “Non siamo autorizzati ad intervenire con la forza, qualora ci sia un’aggressione in atto. Il nostro compito è scattare foto e girare video di ciò che accade. Tali documenti finiscono in un report periodico che sottoponiamo al mondo politico, spiegando la gravità della situazione”, sintetizza il tenente colonnello. “La missione ha comunque un’azione deterrente. La presenza delle nostre pattuglie in città si è rivelata utile soprattutto durante l’escalation delle violenze, facendo diminuire il numero di accoltellamenti sulle strade e ai check-point”, aggiunge Innamorati.A Hebron la situazione è calda sia nel settore H1 che in H2, la città vecchia, dove a rendere gli animi sempre più incandescenti contribuisce la presenza di aree di interesse religioso. In primo luogo, la tomba dei patriarchi, teatro dell’attentato che determinò la necessità di porre osservatori a salvaguardia di un minimo equilibrio.All’antica disputa si aggiunge la recente teoria archeologica che posiziona la tomba di Re Davide non a Gerusalemme ma nel cuore di Hebron, determinando nuove pretese da parte israeliana e altrettanti malumori da parte palestinese. Le divergenze su questioni storiche e culturali si traducono, nel quotidiano, in scontri che rendono l’esistenza difficile. Vicini di casa che si insultano a vicenda, reti protettive costruite per tamponare il continuo lancio di pietre tra le abitazioni dei piani superiori, nelle quali vivono gli israeliani, e quelle poste al piano terra nelle quali abitano i palestinesi, fili spinati e check-point posti a divisione dei settori H1 ed H2, determinano l’impossibilità di condurre una vita normale e spesso sfociano in attacchi mortali dall’una e dall’altra parte.
Eppure Hebron, messe da parte tali questioni, sarebbe una città fiorente. Nonostante il quadro cupo, infatti, in essa viene prodotto il quaranta per cento del Pil dell’intera Palestina, grazie alla lavorazione delle pietre, alla presenza di una rinomata fabbrica di calzature e alla produzione tessile delle kefiah. La politica israeliana dei settlement (insediamenti), gli attacchi dei palestinesi che ad essa si oppongono, la chiusura delle botteghe del suq legata all’incertezza sul futuro, stanno determinando invece il continuo scadimento della già deteriorata situazione.Intanto, la violenza continua ma è entrata a far parte della “normalità” e gli osservatori non possono che registrare la tragica realtà.
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