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Guerra /

“Domani venerdì 8 dicembre sarà il giorno dell’ira e l’inizio di una nuova intifada chiamata ‘la liberazione di Gerusalemme”. Quello che tutti temevano, sta diventando una triste e drammatica realtà. Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, ha lanciato un appello al popolo palestinese per l’avvio di una nuova Intifada. La decisione di Trump di spostare la capitale di Israele nella città santa di Gerusalemme, non poteva avere esiti diversi. La rabbia doveva in qualche modo esplodere e i rischi, adesso, sono altissimi, sia per la sicurezza del popolo israeliano, sia per la sicurezza del popolo palestinese.

L’annuncio di Haniyeh arriva peraltro in una data evocativa, che coincide con i 30 anni della prima rivolta delle pietre. Era il dicembre del 1987 quando nel campo profughi di Jabaliya, quattro chilometri a nord di Gaza, iniziò la rivolta. Da lì, iniziò l’inferno, che si propagò a macchia d’olio per tutti i territori occupati, incendiando Gaza, Gerusalemme Est e la Cisgiordania. Fu una protesta violenta, innescata dall’uccisione di quattro palestinesi da parte di un israeliano alla guida di un camion. Iniziarono lanci di pietre contro le forze israeliane, vero marchio di fabbrica della Intifada, ma divenne poi una vera e propria sollevazione popolare, con scioperi, boicottaggi, campagna mediatiche, e una scia di sangue che durerà sei anni. Il bilancio è gravissimo: 1258 sono i caduti palestinesi, 150 quelli israeliani. E oltre alle migliaia di vittime, si aggiunge la radicalizzazione dello scontro fra palestinesi e israeliani, che assume i toni dell’estremismo religioso, e che coglie impreparata la stessa Olp, che non si attendeva una tale protesta di tutto il popolo palestinese. In quegli anni, si sente pronunciare distintamente la parola “jihad” e si erge lo spettro di Hamas, movimento islamico il cui attuale leader fu proprio incarcerato dalle forze israeliane tra il 1987 e il 1988, nella prima convulsa fase della Prima Intifada. Fu solo nel 1993 che la prima Intifada giunse alla conclusione. E avvenne in concomitanza con la firma degli accordi di Oslo e quella stretta di mano fra Rabin e Arafat sponsorizzata da Bill Clinton.

Passano circa sette anni ed esplode la seconda Intifada, la cosiddetta Intifada di Al-Aqsa. Il casus belli è il 28 settembre del 2000 quando il leader del Likud, Ariel Sharon, accompagnato da centinaia di poliziotti israeliani, visita il Monte del Tempio, in quella spianata che sia ebrei che musulmani rivendicano come luogo sacro. Per i palestinesi, il gesto rappresentò una provocazione per rivendicare la sovranità di quell’area da parte di Israele. Un gesto che si andava ad aggiungere a tensioni mai sopite tra la popolazione palestinese e quella israeliana e che bastò a incendiare di nuovo i territori palestinesi. Il giorno dopo, la polizia apre il fuoco uccidendo cinque palestinesi sul posto e altri due in città. Il 30 settembre, un video commuove il mondo e fa scoppiare l’ira della popolazione della Palestina: il 12enne palestinese, Mohammad al-Dourra, appare colpito a morte dalle forze israeliane fra le braccia del padre. È l’inizio di una vera e propria guerra. Gli attentati kamikaze in territorio israeliano sono all’ordine del giorno. Aumentano esponenzialmente gli attacchi contro le forze di sicurezza israeliane e i coloni dei Territori occupati. Le forze israeliane rispondono con violenza a ogni tipo di attacco mietendo migliaia di vittime fra i civili. L’esercito di Tel Aviv blocca a Ramallah, in stato d’assedio, il leader palestinese Yasser Arafat, dal 2001 al 2004. Morirà dopo essere fuggito in Francia. Ariel Sharon, divenuto nel frattempo primo ministro, nel 2002 intraprende la costruzione di un muro di separazione con la Cisgiordania e nel 2005 si ritira unilateralmente da Gaza. Complessivamente i morti non hanno ancora una cifra ufficiale. C’è chi parla di 4.700 caduti totali, di cui l’80% palestinesi. C’è chi parla di 5.000 morti soltanto fra i palestinesi e altri 1.060 tra gli israeliani. Una strage che si conclude soltanto l’8 febbraio 2005, quando Ariel Sharon e Abu Mazen, succeduto ad Arafat, annunciano la fine delle violenze.

Negli anni seguenti, non c’è comunque pace fra palestinesi e israeliani. La frustrazione aumenta da una parte e dall’altra. La Palestina viene riconosciuta come Stato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma Abu Mazen non ha il potere di controllo sul suo territorio e Israele non riconosce la statualità del territori palestinesi. Hamas inizia lo scontro con l’Anp e si radicalizza nella Striscia di Gaza legandosi a movimenti jihadisti e ricevendo finanziamenti soprattutto dal Qatar. Nel frattempo, la condizione di vita all’interno dei territori occupati, soprattutto a Gaza, diventa insostenibile. Nel 2015 scoppia la cosiddetta “Intifada dei coltelli”. Hamas, ormai leader delle rivolte, dà il via a una serie di azioni di lupi solitari che colpiscono Israele, Non c’è una vera e propria rivolta popolare, ma una serie di attacchi terroristici, ed è per questo che molti non ritengono si possa definire questa ondata di violenze come una vera e propria “Intifada” propriamente detta, mancando quel senso di guerra civile che permeava le precedenti proteste. Purtroppo, l’unico dato certo sono i morti, a rimarcare ancora la tragedia umana di queste scelte di violenza. Da ottobre 2015 sono morti oltre 232 palestinesi e più di 40 israeliani. Numeri che potrebbero aumentare vertiginosamente se avrà seguito l’appello alla nuova Intifada promossa da Hamas. Ed è una conta su cui Trump, Netanyahu e Haniyeh hanno inevitabilmente una responsabilità politica.