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	<title>guerra-di-secessione Archives - InsideOver</title>
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	<title>guerra-di-secessione Archives - InsideOver</title>
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		<title>Negli Usa cresce la voglia di secessione</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/negli-usa-cresce-la-voglia-di-secessione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2021 06:03:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra-di-secessione]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-1024x681.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-768x511.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-1536x1022.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-2048x1363.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo la vittoria di Joe Biden gli Stati Uniti appaiono più divisi che mai. E cresce ancora la voglia di secessione, che per altro non è mai passata del tutto. Molte minacce, subito prima o subito dopo le elezioni, restano poi lettera morta. L’attore Robert De Niro, ad esempio, ogni volta che i Repubblicani vincono &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/negli-usa-cresce-la-voglia-di-secessione.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-1024x681.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-768x511.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-1536x1022.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/12769744_large-2048x1363.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dopo la vittoria di <strong>Joe Biden</strong> gli Stati Uniti appaiono più divisi che mai. E cresce ancora la voglia di <strong>secessione</strong>, che per altro non è mai passata del tutto. Molte minacce, subito prima o subito dopo le elezioni, restano poi lettera morta. L’attore <a href="https://www.molisetabloid.it/2020/06/08/de-niro-mi-trasferisco-in-molise-la-star-del-cinema-con-origini-di-ferrazzano-pronto-a-tornare-in-italia/">Robert De Niro</a>, ad esempio, ogni volta che i Repubblicani vincono o potrebbero vincere, minaccia di trasferirsi in Molise. Ma poi non lo fa mai. I cittadini (e compaesani) di Ferrazzano lo stanno aspettando ancora adesso. Gli Stati del Nord-Est statunitense, dopo la riconferma di George W. Bush nel 2004, chiedevano di farsi annettere al Canada, tornando dunque sotto la corona britannica dopo quasi tre secoli. Ma sono ancora lì. La polarizzazione politica negli Stati Uniti, comunque, è cresciuta molto nel corso delle ultime cinque amministrazioni ed è esplosa con la vittoria di Biden, nelle elezioni del 2020 con il maggior numero di elettori votanti degli ultimi decenni. Altro segno di grave disagio, peraltro, perché gli Stati Uniti sono un Paese in cui prevale tradizionalmente l’astensione per fiducia passiva.</p>
<h2>I numeri della &#8220;secessione&#8221;</h2>
<p>Vari sondaggi rilevano un grande senso di divisione nella società americana. In uno dei più inquietanti, pubblicato da <a href="http://brightlinewatch.org/still-miles-apart-americans-and-the-state-of-u-s-democracy-half-a-year-into-the-biden-presidency/"><em>Bright Line Watch</em></a> ed effettuato l’estate scorsa assieme al noto istituto YouGov si individuano diversi sintomi di polarizzazione. Cresce la percezione di pericolo nei confronti del partito avverso, dunque aumenta il timore dei Repubblicani che i Democratici, una volta al governo, cambino le regole del gioco per restare al potere. E tra gli elettori più conservatori è diffusa di quanto si pensi la convinzione che le elezioni del 2020 siano state truccate. Fra i punti più controversi c’è anche la volontà di secessione. I sondaggisti avvertono: si tratta di uno scenario così estremo e improbabile che non si pretende una risposta “seria”, motivata da una riflessione profonda e razionale, da parte dei rispondenti. Si tratta dunque di dati che vanno presi con le molle. Ma in alcuni casi, i risultati sono talmente eclatanti che vanno tenuti seriamente in considerazione. Ad esempio nell’area “Sud” che raggruppa gli Stati della ex <strong>Confederazione</strong> (Texas, Oklahoma, Arkansas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia, Florida, South Carolina, North Carolina, Virginia, Kentucky, e Tennessee) la voglia di secessione arriva al 44%. E fra gli elettori repubblicani, tocca un impressionante 66% (ma anche il 50% fra gli “indipendenti” che non si identificano in nessuno dei due grandi partiti).</p>
<p>Anche nel 2012, quando <strong>Barack Obama</strong> era stato rieletto presidente, negli Stati del Sud, privati cittadini avevano promosso delle <a href="https://www.politico.com/blogs/politico44/2012/11/secession-petitions-flood-white-house-website-149291">petizioni online</a> per chiedere la secessione. Le firme raccolte avevano superato, anche allora, ogni aspettativa. Louisiana, Alabama, Florida, Tennessee, Georgia e Texas avevano sfondato il tetto delle 25mila firme, necessarie per inoltrare la domanda alla Casa Bianca e ottenere una risposta dal presidente. In Texas ne erano state raccolte 126mila in poche settimane, subito dopo l’esito del voto. L’amministrazione Obama non si scompose: rispose semplicemente che una richiesta di secessione fosse incompatibile con la Costituzione americana.</p>
<p>Se gli esempi più recenti riguardano soprattutto Stati repubblicani che non accettano come legittimo un presidente democratico, la questione secessionista è però bipartisan. Anche negli Stati della costa del Pacifico (Alaska, California, Oregon, Washington), infatti, i Democratici sono più favorevoli ad un divorzio: si dice a favore il 47% dei simpatizzanti del partito dell’asinello, non una maggioranza, ma una minoranza abbastanza grande da far notizia.</p>
<h2>La fiducia nella democrazia</h2>
<p>Questi dati sono più significativi ancora se li si confronta con un altro sondaggio, sempre di <a href="http://brightlinewatch.org/still-miles-apart-americans-and-the-state-of-u-s-democracy-half-a-year-into-the-biden-presidency/">Bright Line Watch</a> in cui si misura la fiducia nella democrazia dei simpatizzanti dei due partiti. I Repubblicani hanno posto maggiormente fiducia nel sistema democratico dal 2017 al 2020, molto più della media dell’opinione pubblica presa nel suo insieme e certamente molto più dei Democratici. Ma all’improvviso: ecco che le elezioni del novembre 2020 ribaltano di colpo la situazione, con i Democratici fiduciosi nel sistema e i Repubblicani scettici. Ovviamente se non si crede più alla tenuta del sistema democratico nazionale, ci si rivolge, per reazione, alla propria democrazia territoriale: con una crescente richiesta di secessione.</p>
<p>Contrariamente al mainstream di media e centri studi, il libertario <strong>Mises Institute</strong> prende sul serio l’ipotesi della secessione. E non ci trova neppure <a href="https://mises.org/wire/left-and-right-many-are-turning-toward-de-facto-secession-and-thats-not-bad-thing">nulla di male</a>. I libertari, d’altra parte, sono fedeli allo spirito originario della Rivoluzione Americana, cioè della secessione delle colonie americane dalla corona britannica. Dopo le elezioni del 2020, il <a href="https://mises.org/wire/red-and-blue-states-its-time-multistate-solution">Mises Institute ha ribadito</a> il suo punto: &#8220;Lungi dall’essere un fattore unificante, lo Stato centralista serve solo a creare blocchi di elettorato gli uni contro gli altri armati. Le divisioni crescono man mano che il potere federale aumenta inesorabile e le elezioni presidenziali del 2020 sono un mero sintomo di quanto tale divisione si sia accentuata. Quanto potrebbe peggiorare? È ancora tutto da vedere. Dopo la vittoria contestata di Joe Biden, il Paese potrebbe doversi dividere in più unità politiche indipendenti, se volesse evitare un’ulteriore disintegrazione sociale&#8221;. I libertari del Mises, dunque, propongono la secessione come strumento per calmare gli animi e riportare l’ordine, non come una forma di <strong>disordine sociale</strong>.</p>
<p>Sarà comunque difficile che questa prospettiva prevalga, perché la <strong>Guerra Civile</strong> (1861-65), con i suoi 600mila morti, ha lanciato una maledizione duratura su ogni idea di separazione. Una secessione pacifica potrebbe essere solo “di fatto”, con leggi separate da territorio a territorio, molto più di quel pluralismo che il sistema federale americano già consente. E ci sono sempre più argomenti politici che possono far scattare la violenza: sull’aborto, sulle nozze gay, sul diritto di portare armi, prossimamente anche sulle energie rinnovabili (e conseguente de-carbonizzazione) e, in tutti questi venti mesi di pandemia, anche sulle misure sanitarie contro il Covid, le due Americhe sono sempre più distanti. Una separazione territoriale, anche se solo di fatto e non di diritto, potrebbe diventare un’alternativa più allettante di una guerra tra vicini di casa e di strada.</p>
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		<title>I soldati sconfitti devono sparire</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/soldati-sconfitti-devono-sparire.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Aug 2017 10:26:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra-di-secessione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1083" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170815053340_24029540-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170815053340_24029540-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170815053340_24029540-1-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170815053340_24029540-1-768x554.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170815053340_24029540-1-1024x739.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Da Oxford (Usa). «Ma perché i soldati? Vuol dire ucciderli una seconda volta. Sono già morti nella sconfitta, perché umiliarli un secolo e mezzo dopo?». Jack Mayfield alliscia la barbona bianca e scuote la testa sconsolato. È la voce narrante di questa cittadina universitaria del Mississippi, famosa per la Meredith riot del 1962, la rivolta scatenata &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/soldati-sconfitti-devono-sparire.html">[...]</a></p>
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<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;615&#8243; gal_title=&#8221;ABBATTIMENTO STATUE CONFEDERATE&#8221;]</p>

<p>«Questa nazione è nata sullo spirito di quella tragedia. Anche chi ha celebrato la vittoria del Nord, come Walt Whitman, il nostro Dante, ha reso onore ai combattenti del Sud». Il vecchio la sa a memoria quell&#8217;ode ai vinti, diventata canto di catarsi e rappacificazione per altri popoli lacerati dalla colpa del fratricidio, «urrà per coloro che hanno fallito! E per tutti i generali che hanno perso le loro battaglie! E per tutti gli eroi sopraffatti! E per gli innumerevoli eroi sconosciuti, pari ai grandi eroi conosciuti!». Poi racconta come Faulkner fosse legato ai monumenti della contea di Lafayette, eretti a cavallo del Novecento dai reduci e dai figli dei caduti. Quello nel campus della Ole Miss, che tra le altre riporta un&#8217;iscrizione tratta da Erodoto, in greco, «vai straniero e dì a Sparta che qui, in obbedienza agli ordini, siamo caduti». Ma soprattutto la statua che domina la piazza, là davanti al tribunale della contea, con quel soldato sudista che si sorregge al moschetto, stanco, triste e battuto. Lo fa comparire sia ne L&#8217;urlo e il furore sia nella breve opera teatrale Sartoris: «Per Faulkner quel soldato rappresentava la diversità culturale del Sud, l&#8217;orgoglio della difesa di un mondo antimoderno e ormai incompatibile con il nuovo secolo. Non era certo un elogio dello schiavismo&#8230; Sarebbe orribile se lo buttassero giù, che cosa c&#8217;entra lui con il razzismo e Donald Trump?».</p>
<p>La tragedia del Sud ha alimentato per tanti decenni il racconto della nuova nazione; quella guerra devastante, e il cuore di tenebra della schiavitù, sono state affrontate a viso aperto dalla grande letteratura americana, addirittura Gertrude Stein disse che ignorare quella parte di storia significava «rinunciare a inaugurare una nuova era in Occidente». Ma per la società americana è stato diverso, nei decenni, nonostante la stagione della lotta per i diritti civili, nonostante un presidente nero, è diventato sempre più un tabù, un non detto chiuso nella pentola a pressione della questione razziale. «La forza di questo popolo», scrisse Alexis de Tocqueville, «sta nella sua franchezza, ma soprattutto la sua formidabile ipocrisia». Un&#8217;ipocrisia che ha retto anche durante la presidenza di Barack Obama, dagli anni Sessanta la più nefasta per la minoranza nera, sia per numero di morti ammazzati che per il livello di degrado sociale nei quartieri-ghetto delle grandi metropoli del Nord. Poi è arrivato Donald Trump e pur di accelerare i tempi della sua caduta si fanno abbattere, a oltre 150 anni dalla fine della guerra civile e dello schiavismo, le statue dei generali e dei soldati confederati; pur d&#8217;esporre al pubblico ludibrio l&#8217;inadeguatezza dell&#8217;usurpatore il quale ha infatti dato sfogo ai suoi inadeguati tweet s&#8217;è fatta scoppiare la pentola con un&#8217;ondata d&#8217;isteria iconoclasta paragonabile a quelle che seguono il crollo dei regimi più sanguinari. Da Baltimora a Saint Louis, dal Texas al Nord e Sud Carolina si sono visti giovani neri e bianchi abbattere i monumenti dedicati ai generali sudisti Robert E. Lee e Thomas Jonathan Stonewall Jackson, prendere poi le statue a calci e sputi, linciaggi che hanno inondato i social. A cavalcare la paranoia e il revisionismo di piazza, tirando giù generali di bronzo e fanti di pietra, sono spesso le stesse autorità in cerca di telecamere, offrendo così occasione alla peggiore feccia nazi-suprematista &#8211; come accaduto nei tragici scontri di Charlotteville in Virginia di mettere in mostra simboli, follia e violenza. Eppure un sondaggio appena condotto da Marist dice che il 62 per cento degli americani ritiene che le statue dei perdenti «sono simboli storici» e, a sorpresa, addirittura il 44 per cento degli afroamericani è contro il monumenticidio.</p>

<p>Esiste tuttavia anche una lista di proscrizione, un censimento a uso degli iconoclasti fornito dalla Southern Poverty Law Center dell&#8217;Alabama, organizzazione in difesa dei diritti civili: concentrati soprattutto nel profondo Sud, ci sono 1500 simboli confederati su suolo pubblico, circa la metà sono monumenti e statue, tre su quattro sono stati eretti prima del 1950, ma almeno uno su dieci durante la stagione delle lotte antisegregazioniste, la Virginia guida la classifica con 223 statue; nell&#8217;elenco, con tanto d&#8217;indirizzo, 109 scuole pubbliche, intitolate a figure riconducibili alla Confederazione schiavista, 10 basi militari, nove casi di festività e osservanze d&#8217;ispirazione nostalgica istituite da singoli Stati, ma anche ponti, autostrade, laghi intitolati in modo storicamente scorretto. Una psicosi ideologica che sembra sfuggire di mano ai mullah del politicamente corretto, infatti i tribunali di salute storica hanno emesso la sentenza di morte anche per gli omaggi bronzei a Cristoforo Colombo, complice il sindaco italo-americano di New York, Bill De Blasio.</p>
<p>La piazza di Oxford sembra tuttavia tranquilla, per ora l&#8217;unica offesa all&#8217;afflitto e sconfitto soldato confederato arriva non dai picconi ma dai soliti piccioni. E non mancherebbero gli spunti per fare piazza pulita. Sui quattro lati del monumento eretto nel 1907 le frasi sono inequivocabili. «In memoria del patriottismo dei soldati confederati»; «Hanno dato la loro vita per una causa giusta e sacra»; «Un vivo tributo ai nostri eroi morti dalle figlie patriottiche della contea di Lafayette»; «Un tributo ai nostri confederati morti dai loro camerati sopravvissuti»; «Figli dei veterani uniti per giustificare la fede dei loro padri». Alla Square Books, la meravigliosa libreria sotto il portico che si affaccia sulla piazza e ritenuta il tempio della grande letteratura del Sud, la preferita di Walker Percy, Richard Ford, John Grisham, non si fanno illusioni: «Arriveranno anche qui», dice il fondatore Richard Howorth, a lungo a capo delle librerie indipendenti degli Stati Uniti. Poche centinaia di metri più in là, al campus della Ole Miss hanno da qualche mese trovato un modo civile di far convivere il loro soldato confederato con il monumento dedicato alla memoria dell&#8217;eroico studente antisegregazionista James Meredith: una placca spiega come la statua nostalgica fosse il frutto dell&#8217;ideologia della causa persa, diventò poi il punto di riferimento dei suprematisti durante gli scontri del 1962 e che rappresenta quindi una parte della storia stessa dell&#8217;università. «Non è stato facile. Il testo ha comportato lunghe discussioni e compromessi», dice uno studente nero. C&#8217;è da sperare che Trump non scopra la lezione di Oxford, perché con uno dei suoi tweet rischierebbe di trasformare nuovamente il campus in un campo di battaglia.</p>

<p><strong>Marzio G. Mian</strong></p>
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		<title>I suprematisti bianchi e la (nuova) guerra civile americana</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/suprematisti-bianchi-la-nuova-guerra-civile-americana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Aug 2017 18:25:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Alt-right]]></category>
		<category><![CDATA[guerra-di-secessione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L&#8217;attacco di Charlottesville, dove una macchina si è lanciata contro un corteo anti razzista, è opera dei suprematisti bianchi. Quanto avvenuto in Virginia è scaturito da una marcia organizzata per evitare la rimozione di una statua, quella del generale Lee. Charlottesville, 45 mila abitanti, 300 km da Washington, è stata vittima, suo malgrado, degli strascichi della guerra civile americana. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/suprematisti-bianchi-la-nuova-guerra-civile-americana.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/suprematisti-bianchi-la-nuova-guerra-civile-americana.html">I suprematisti bianchi e la (nuova) guerra civile americana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/OLYCOM_20170813021656_24015926-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/virginia-salgono-3-i-morti-manifestazione-suprematista-1430602.html">L&#8217;attacco di Charlottesville</a>, dove una macchina si è lanciata contro un corteo anti razzista, è opera dei suprematisti bianchi. Quanto avvenuto in <strong>Virginia </strong>è scaturito da una marcia organizzata per evitare la rimozione di una statua, quella del <strong>generale Lee</strong>. Charlottesville, 45 mila abitanti, 300 km da Washington, è stata vittima, suo malgrado, degli strascichi della guerra civile americana. Sembra incredibile nel 2017, ma è così. A meno che non si ipotizzi l&#8217;esistenza di una nuova, sommersa, guerra civile. </p>
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<p>La nascita dei movimenti di estrema destra e del <strong>Ku Klux Klan</strong>, del resto, risale all&#8217;indomani del termine della guerra civile americana: maggio 1865. Uno degli scopi dei movimenti creatisi negli States, era proprio quello di difendere i confini del sud, affermando una supposta superiorità razziale nei confronti dei neri,  liberati dalla schiavitù. Quanto consumato in Virginia, insomma, assume le sembianze di un incredibile balzo nella storia. Ma quali sono, oggi, i movimenti ascrivibili all&#8217;estrema destra americana? Quale la piattaforma programmatica? Esistono legami con  l&#8217;alt right di<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/tag/steve-bannon/"> Bannon</a>? Domande cui la stampa progressista fornisce risposte certe, forse in modo un po&#8217; approssimativo. </p>
<p>Suprematisti d&#8217;America</p>
<p>Tra convention di Nashville del 1867 e la macchina scagliata in Virginia poche ora fa, sono passati 150 anni. Eppure l&#8217;ideologia del &#8220;potere bianco&#8221; continua a far parlare di sè. Tra gli esponenti di maggior spicco, c&#8217;è David Duke. Un passato da gran maestro del Klu Klux Klan, è stato uno degli organizzatori della marcia di Charlottesville. Duke si è candidato per un seggio al Senato in<strong> Louisiana</strong> come Repubblicano, decidendo di sostenere <strong>Donald Trump</strong>, ma l&#8217;attuale Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America prese immediatamente le distanze dalla candidatura e dal sostegno. Rispetto quanto avvenuto in Virginia, Duke avrebbe affermato che si è trattato di un evento chiave e della prima &#8220;messa in pratica del programma elettorale di Donald Trump&#8221;. La sensazione è che l&#8217;immagine presidenziale del Tycoon venga sfruttata a dovere da questi movimenti, in funzione di un tentativo più o meno disperato di restare in auge.</p>
<p>Edoardo Cigolini, uno dei vincitori del Reporter Day, racconterà con una serie di reportage l&#8217;ascesa dell&#8217;Alt Right americana. Stay tuned!</p>

<p>La tesi per cui Trump avrebbe vinto le elezioni grazie al sostegno di Duke e soci, insomma, appare statisticamente improbabile oltre che pretestuosa. Tra i sostenitori di Trump, tuttavia, c&#8217;è un&#8217;anima nera. Questo sì. Un altro sostenitore scomodo del POTUS, ad esempio, è <strong>Rocky Suhayda</strong>, leader dell&#8217;<strong>American Nazi Party</strong>. Uno dei suprematisti bianchi che più volte si è espresso favorevolmente rispetto all&#8217; &#8220;<a href="https://www.theguardian.com/us-news/2016/aug/07/american-nazi-party-leader-trump-opportunity">opportunità</a>&#8221; derivante dalla presidenza di Trump. Il partito nazista americano, oggi, ha sede in Michigan, ma la piattaforma originale studiata da <strong>Rockwell</strong> trovava le sue origini proprio in Virginia, ad Arlington. Un altro movimento border line è quello guidato da <strong>Richard Spencer</strong>: questi ha più volte dichiarato di appartenere all&#8217;<a href="http://www.occhidellaguerra.it/dentro-breitbart-viaggio-nellalt-right-americana-2/">alt-right</a> e di non avere nulla a che fare con organizzazioni neonaziste, ma immediatamente dopo la vittoria di Trump ha fatto parlare sè per il discorso pronunciato durante i festeggiamenti:  &#8220;Hail Trump, hail our people, hail victory!&#8221;. In risposta arrivarono saluti romani. Suprematisti bianchi, questo l&#8217;elemento comune, e un Presidente mai dichiaratosi affine, ma preso in considerazione dai vari movimenti come &#8220;opportunità&#8221;. Il numero complessivo degli attivisti, però, risulta, da una serie di stime, molto basso ed evidenzia come, anche nel caso in cui verso Trump ci fosse stato un vero e proprio sostegno, questo non possa aver influito più di tanto sull&#8217;esito delle elezioni. </p>
<p>Come sta il Klu Klux Klan</p>
<p>L&#8217;ideologia razzista in America non è passata di moda. La differenza sostanziale tra le origini del KKK ed oggi sta nell&#8217;organizzazione: non esiste più un vertice centralizzato, ma gli aderenti dei giorni nostri si ritrovano sparpagliati in decine di cellule territoriali. Tra queste, i <strong>Loyal White Knights</strong>, il cui capo è <strong>Chris Barker </strong>e la cui rete è finita per divenire più che continentale, riuscendo a coinvolgere anche i membri di &#8221; <strong>Hope Not Hate</strong>&#8220;, un gruppo made in United Kingdom, balzato alle cronache per il sostegno alla Brexit. Ma proprio l&#8217;organizzazione inglese, riuscendosi ad infiltrare all&#8217;interno del movimento di Barker, è riuscita, mediante una vera e propria <a href="http://www.ilpost.it/2016/10/23/ku-klux-klan-gruppo-antirazzista/">inchiesta giornalistica</a>, ad aggiornare le informazioni sullo stato di salute del KKK americano. Tra i tremila e i cinquemila membri, dunque, militerebbero attivamente dentro le fila dei sostenitori statunitensi della superiorità della razza bianca. E per quanto il <strong>KKK</strong> sostenga di aver cessato qualunque attività violenta, proprio l&#8217;infiltrazione dei membri di Hope Not Hate ha permesso di registrare come siano ancora presenti elementi di antisemitismo, di violenza fisica, di progettazione d&#8217;attentati e così via. E sempre a Charlottesville. all&#8217;inizio dello scorso luglio, gli attivisti del KKK fecero la loro comparsa: una cinquantina di membri, già all&#8217;epoca, protestava contro la rimozione della statua del generale Lee, con tanto di bandiere degli <strong>stati confederati</strong>. Come da tradizione, in definitiva, il Klan è ancora attivo principalmente negli stati del sud: Mississipi, Louisiana, Georgia, Sud Carolina e, ovviamente, Nord Carolina. </p>
<p>Una nuova guerra civile </p>
<p>Ma se queste sono le premesse organizzative, cosa accade nelle strade d&#8217;America? In alcuni zone, specie in quelle che una volta rappresentavano una terra di confine tra nord e sud, c&#8217;è una guerra non dichiarata, sopita e combattuta con le armi del revisionismo storico. Quanto accaduto a Charlottesville, del resto, è solo il punto tragico di una contrapposizione politica mai risoltasi del tutto, nonostante i 150 anni dalla fine della guerra di civile. Ed è dentro questa ferita storica, che si inseriscono i suprematisti bianchi, abili con le loro peculiarità a sfruttare il momento. Esattamente come avviene con Donald Trump. Prima ancora della <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/nuova-guerra-civile-americana-bianchi-contro-neri-dixon-circle-ad-128434.htm">tragica guerra di bande </a>tra propugnatori del &#8220;White Power&#8221; e quelli del &#8220;Black Power&#8221;,  negli States, infatti, c&#8217;è un&#8217;altra contrapposizione: tra chi è fieramente soddisfatto dell&#8217;esito della guerra civile americana e chi, soprattutto al sud, visse sulla propria pelle gli effetti di quest&#8217;ultima: povertà, crisi strutturale sino a metà del 900&#8242;, obbligazioni confederate andate perse del tutto, bancarotta delle ferrovie e reddito pro capite dei cittadini del sud sceso al 40% del valore di quello di un cittadino del nord per una buona metà del 900&#8242;. E queste furono solo alcune delle conseguenze che gli stati confederati pagarono dopo il 1865. Ed è all&#8217;interno di questi dati storici che vanno interpretati gli sbandieramenti con i simboli degli ex stati confederati, manifestazioni sfruttate scientificamente dai suprematisti per provare a  dire ancora qualcosa nella storia contemporanea. Il generale Lee, in fin dei conti, è soprattutto un simbolo per chi di quella guerra ancora non se ne è ancora fatto una ragione, non tanto per il Klu Klux Klan o per i suprematisti bianchi d&#8217;America. </p>
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