Israele sta scivolando sempre più verso le terze elezioni in meno di un anno. Quell’eventualità che tutti, almeno a parole, si erano detti pronti a qualsiasi costo ad evitare, oramai è molto vicina alla sua definitiva realizzazione. Le consultazioni tenute a settembre, come è bene ricordare, hanno consegnato al paese un quadro molto frastagliato sotto il profilo politico. Con una maggioranza fissata al numero di 61 deputati su 120 componenti della Knesset, il parlamento israeliano, il primo partito, ossia la lista Blu&Bianco guidata da Benny Gantz, ha ottenuto 33 deputati. Due in più rispetto ai 31 del Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu. Entrambi i protagonisti sopra citati hanno rinunciato all’incarico, aprendo la strada alle nuove consultazioni.

Quella crisi che Israele non riesce a mettersi alle spalle

La crisi più “folle” della giovane storia dello Stato ebraico è iniziata quasi un anno fa. Nel dicembre del 2018 infatti, l’allora ministro della difesa Avigdor Lieberman, leader del partito della destra nazionalista Yisrael Beiteinu, ha rassegnato le dimissioni. La rottura è stata dovuta dal mancato appoggio di Netanyahu sulla proposta di estendere anche gli ebrei ultra-ortodossi l’obbligo della leva militare. Senza l’appoggio di Yisrael Beiteinu, Netanyahu si è ritrovato senza maggioranza ed ha rassegnato le dimissioni per andare a nuove elezioni ad aprile. Secondo i sondaggi di allora, il Likud veniva accreditato in testa ed era molto forte la possibilità per Netanyahu di formare una nuova coalizione di centro – destra. Le consultazioni di aprile tuttavia, hanno dato al premier uscente un piccolo vantaggio rispetto al rivale Gantz ma, soprattutto, hanno posto Lieberman nella condizione di essere determinante per la formazione del nuovo governo.

Ed il leader di Yisrael Beiteinu però, non ne ha voluto sapere: per lui è insostenibile considerare la sua presenza dentro un governo che comprenda anche i partiti della destra religiosa. Netanyahu, a sorpresa, ha quindi deciso di andare subito ad elezioni facendo votare alla Knesset un atto di auto scioglimento. Per la prima volta in Israele una legislatura non ha partorito alcun nuovo governo. Ma le elezioni di settembre, come detto, hanno dato vita ad un quadro ancora più frastagliato. Dopo la rinuncia all’incarico da parte di Netanyahu, ha alzato bandiera bianca anche Gantz. Era il 20 novembre: da quel giorno, la Knesset ha 30 giorni di tempo per nominare un eventuale leader di una coalizione che abbia almeno 61 deputati. Ma non sembrano esserci i tempi, né le volontà politiche: Israele sta lentamente scivolando verso nuove consultazioni. Da qui al 20 dicembre prossimo sarà un graduale conto alla rovescia verso la fine anticipata anche di questa legislatura.

Movimenti all’interno del Likud

La delusione nel paese è tanta: la classe politica è accusata nella sua interezza di non aver saputo risolvere in un intero anno una crisi di governo. Nessuno sta sfuggendo alle critiche dell’elettorato, in quanto nessuno ha dato un nuovo governo al paese. È pure vero però che né Gantz e né Netanyahu potevano improvvisamente diventare alleati dopo due intere campagne elettorali vissute da avversari. Specialmente il primo, presentatosi come l’anti Netanyahu, non ha voluto distaccarsi molto dall’immagine di principale oppositore del premier uscente. Anche se, sia prima che durante le consultazioni, proprio Gantz ha fatto intendere a più riprese di potersi accollare un governo con un Likud senza Netanyahu.

Nel frattempo il 21 novembre scorso il premier uscente è stato incriminato, per lui le accuse molto pesanti riguardano soprattutto presunti episodi di corruzione. E questo ha fatto crescere all’interno del Likud le correnti più centriste, pronte a mettere in dubbio la leadership di Netanyahu. Lo stesso “Bibi” ha aperto alla possibilità di fissare delle primarie interne al partito in vista delle oramai più che probabili elezioni. Ed è su questo campo che si giocherà il futuro di Israele: un Likud senza Netanyahu andrebbe al governo con Gantz, ridando quindi un governo allo Stato ebraico. Ma questo vorrebbe dire anche la fine definitiva del premier uscente il quale, come dimostrato più volte in passato, non ha mai gettato la spugna a cuor leggero.