Non è un clima sereno quello che accompagna Israele alla vigilia del voto del prossimo 17 settembre. Ma quando a maggio clamorosamente si scioglie la Knesset, il parlamento israeliano, ci si aspetta proprio questo: due elezioni generali convocate nel giro di cinque mesi non possono non portare ad un’ulteriore polarizzazione del dibattito politico. Ed adesso gli occhi sono puntati soprattutto sui risultati del Likud, il partito del premier uscente Benjamin Netanyahu, dato in difficoltà negli ultimi sondaggi.

Scoppia il caso delle telecamere ai seggi

La consuetudine israeliana parla chiaro e ad aprile il presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, è pronto ad applicarla: l’incarico per formare il nuovo governo deve essere dato al leader partito di maggioranza relativa e, in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, allora il mandato va affidato al numero uno del partito giunto secondo. Nel 2009, quando Netanyahu inizia la sua seconda esperienza da premier, epoca ancora non conclusa che lo rende il capo del governo israeliano politicamente più longevo, sfrutta proprio questa consolidata consuetudine: il suo Likud arriva secondo e visto che Tzipi Lvini, a capo di Kadima, non riesce a formare un governo allora l’incarico va proprio a Netanyahu. Dopo il voto dello scorso 9 aprile, il premier uscente con il Likud ottiene la maggioranza relativa e dunque il mandato per formare un governo. Non riuscendo nell’intento, prima ancora che Rivlin potesse dare l’incarico al leader del partito giunto secondo, ossia a Benny Gantz in qualità di numero uno della lista “Blu & Bianco“, Netanyahu convince i suoi parlamentari a votare una legge per l’autoscioglimento della Knesset.

Da qui si arriva quindi alla fine prematura della legislatura ed alla convocazione di nuove elezioni, precedute da una dura campagna elettorale. I vari leader politici israeliani non risparmiano colpi soprattutto proprio a Netanyahu. L’ultima importante querelle riguarda la proposta, poi bocciata, da parte del primo ministro uscente di piazzare delle telecamere all’interno dei seggi elettorali. Secondo i detrattori di Netanyahu, si tratta di una manovra intimidatoria ed anti democratica, mentre il premier parla invece di richiesta di maggiore trasparenza. Ma entrambe le parti contrapposte non se la mandano a dire: da un lato c’è chi definisce Netanyahu un dittatore, dall’altra il leader del Likud accusa le opposizioni di voler organizzare brogli elettorali. 

Al primo gruppo a sorpresa, ma fino ad un certo punto, appartiene uno dei nomi più importanti del Likud: Benny Begin, figlio dello storico primo premier di centro – destra di Israele, si dice pronto a non votare per il partito ed accusa Netanyahu di attuare una grave e pericolosa deriva. Per il Likud, che i sondaggi danno dietro alla lista Blu & Bianco, è un colpo non indifferente: l’eventuale uscita di Begin avrebbe un impatto simbolico e concreto (in termini di voti) molto importante. Gantz invece, dal canto suo, accusa Netanyahu di voler a tutti costi conservare il ruolo di premier per evitare conseguenze al processo che ad ottobre lo vedrà come imputato per corruzione. La proposta delle telecamere comunque è stata respinta, ma le polemiche non accennano a diminuire.

Gli ultimi sondaggi

Il sorpasso di Blu & Bianco ai danni del Likud potrebbe questa volta essere per davvero alla portata: la formazione guidata da Gantz, che potrebbe quindi ottenere l’incarico di formare il nuovo esecutivo, è stata fondata nello scorso mese di febbraio grazie all’unione con il partito di Yair Lapid, altro fenomeno in ascesa della politica israeliana. Dopo aver raggiunto ma non superato il Likud ad aprile, adesso i dirigenti della lista si preparano alla maggioranza relativa. Netanyahu dal canto suo spera di limitare i danni: il primo obiettivo del premier uscente, sembrerebbe quello di non perdere troppo distacco da Gantz. In questa maniera, il leader del Likud potrebbe continuare a sperare in una maggioranza di centro – destra in grado di rendere vana l’eventuale vittoria di Gantz.

Ago della bilancia in tal senso è Avigdor Lieberman, il ministro della difesa che con le sue dimissioni a febbraio innesca la crisi di governo da cui ancora Israele non riesce ad uscire. Lui, capo di Yisrael Beiteinu (partito di destra sostenuto dagli israeliani provenienti dalle aree ex sovietiche), con i suoi voti ed i suoi seggi potrebbe risultare determinante per la formazione di un eventuale governo di centro – destra guidato da Netanyahu.

Ma gli scenari post voto potrebbero essere vari e c’è chi ipotizza anche una sfiducia del Likud a Netanyahu, in caso di grave sconfitta, con il partito di centro – destra pronto a formare una “grande coalizione” con Gantz. Intanto Israele vive gli ultimi intensi giorni di campagna elettorale prima di conoscere il proprio destino politico.