La geopolitica della corsa allo spazio
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Binyamin “Benny” Gantz adesso ha la possibilità di poter formare un nuovo governo, esautorando il posto occupato sino a questo momento da Benjamin Netanyahu. Nonostante alle elezioni di inizio mese il partito del primo ministro uscente abbia ottenuto la maggioranza parziale, non è stato trovato sufficiente appoggio politico dalle altre fazioni: fattore che ha reso impossibile una sua nomina alla guida del Paese.

Gantz – contrariamente a Netanyahu – è riuscito invece a convincere le minoranze arabe e l’ex ministro della difesa, l’ultra-nazionalista Avigdor Lieberman, a sostenere la sua candidatura; con 61 seggi su 120 che si sono detti disposti a considerare una sua candidatura. In virtù di ciò, il presidente del Paese Reuven Rivlin ha potuto attribuire al leader bianco-blu l’incarico di formare un nuovo governo: con le sei settimane di tempo per giungere alla formazione della squadra dell’esecutivo. Tuttavia, nonostante il sostegno ottenuto, i limiti della sua candidatura rimangono ancora molti.

Gantz ha un supporto troppo debole?

Il sostegno alla candidatura di Gantz a primo ministro di Israele è stata sostenuta dalle minoranze palestinesi e del partito ultra-nazionalista israeliano Yisrael Beiteinu. Le due formazioni, come ben risaputo, non godono di stima reciproca e poter pensare che da un loro accordo possa nascere il prossimo governo di Israele è decisamente impensabile. Tanto più che – con la maggioranza attesa di soltanto un seggio al Knesset – la situazione in cui cadrebbe il Paese sarebbe di semi-ingovernabilità e le azioni dell’esecutivo potrebbero essere limitate ad una risicata lista di obiettivi comuni. E con le problematiche del 2020 ed i rischi derivanti dall’epidemia di Covid-19, questa soluzione sarebbe proprio quella di cui Israele non ha bisogno.

Il vero collante della coalizione risiede nella volontà di non vedere nuovamente il leader del Likud, Netanyahu, a capo del Paese, soprattutto dopo l’annuncio del rinvio del processo in cui è accusato di corruzione e interpretato come uno schiaffo alla politica israeliana: non soltanto dai propri avversari ma anche da parte dall’opinione pubblica. Adesso, rimane ca capire quanto questa spinta unitaria sia in grado di reggere al difficile compito di compilazione di un programma politico in grado di dare stabilità e continuità all’esecutivo nascente.

Netanyahu rimane fulcro della politica israeliana

La nomina in avanscoperta di Gantz evidenzia ancora una volta quanto sia centrale nella politica israeliana la figura di Netanyahu e non soltanto in quanto primo ministro uscente e garante del governo provvisorio per oltre un anno. L’idea in fondo è quella che ormai, nel panorama del Paese, la scelta sia tra “lui” e “contro di lui”, denotando come alla base di tutto ci sia un discorso di continuità o di distacco rispetto al passato.

Benché la scelta di sostenere Gantz fosse dovuta principalmente al rinvio del processo, le garanzie che il progetto si traduca in un reale successo sono davvero scarse: soprattutto a causa delle premesse di non collaborazione con le minoranze arabe da parte di Lieberman. E in questo scenario, nell’arco di sei settimane il nome di Netanyahu potrebbe rientrare prepotentemente in gioco per la nomina del prossimo governo di Israele: nonostante anche in questo caso le possibilità siano decisamente risicate. La speranza però è quella che, almeno questa volta ed in un modo o nell’altro, le priorità vengano prima e ad un accordo politico alla fine si riesca a giungere; perché in caso contrario gestire le crisi di quest’anno diventerebbe dannatamente complicato.

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