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Joe Biden ha messo l’Europa in cima alla sua agenda politica. A dire il vero sono mesi che il Vecchio Continente si trova nel mirino del presidente americano. Il quale, al contrario del predecessore Donald Trump, ha subito messo in chiaro di voler riallacciare i tradizionali rapporti geopolitici con gli storici alleati di Washington sparsi in giro per il mondo. Biden stava semplicemente aspettando il momento giusto per premere il grilletto e colpire il bersaglio. L’occasione si è materializzata con l’ultimo G7, a Cardis Bay, nel Regno Unito. I due pilastri del summit: atlantismo ed europeismo.

Detto in altre parole, se Biden cercava la giusta opportunità per incontrare, occhi negli occhi, i principali leader mondiali con cui creare una “nuova alleanza” per rilanciare il ruolo delle democrazie liberali, quell’opportunità ha coinciso proprio con il Group of Seven andato in scena in Cornovaglia. Non sappiamo ancora se il colpo sparato da Biden centrerà il bersaglio, lo sfiorerà soltanto o cadrà nel vuoto. Certo è che l’inquilino della Casa Bianca ha piantato un seme nel cuore dell’Europa. Bisognerà capire se, da qui ai prossimi mesi, e con le dovute attenzioni, questa mossa porterà gli effetti sperati.

L’alleanza anti Cina

Abbiamo parlato di nuova alleanza. Va da sé che la coalizione riunita in Uk attorno a Biden deve essere pensata come una sorta di consociazione in chiave anti Cina. Questo, almeno, è l’obiettivo principale del presidente americano: chiamare a rapporto le democrazie mondiali per fare muro contro Pechino. Dunque, il ritorno in campo dell’America coincide con la riesumazione di quella politica delle alleanze che, nei decenni passati, aveva consentito a Washington di creare una solida rete con la quale contrastare l’avanzata dei governi illiberali e non democratici.

Oggi il rivale numero uno degli Stati Uniti si chiama Cina, e tutto dovrà essere ricalibrato per infastidire il Dragone. Poco importa se gli altri membri del G7 avrebbero più interesse nel cooperare economicamente con Pechino piuttosto che sposare, a occhi chiusi, e soltanto per piaggeria, i suggerimenti statunitensi. Biden ha tracciato una linea ben precisa, e gli alleati devono rispondere presente. In particolare, e questo può essere considerato il secondo obiettivo dell’erede di Trump, i riflettori sono puntati su un Paese: il Regno Unito di Boris Johnson. Già, perché se dall’altra parte del mondo Cina e Russia stanno stringendo sempre di più i loro legami, gli Stati Uniti starebbero pensando di rispondere con un binomio altrettanto incisivo: l’alleanza di ferro Washington-Londra.

L’Europa al centro

L’Europa è dunque uno dei campi di battaglia più caldi entro il quale il soft power americano e quello cinese si stanno affrontando senza esclusioni di colpi. L’intenzione di Biden è apparsa chiara fin dal momento in cui è atterrato dal suo Air Force One: “Le democrazie sono unite per affrontare le prossime sfide del futuro”. Significa che Washington, supportato dal tradizionale cartello di governi democratici, dovrà vincere la competizione sistemica e di governance con la Cina. Per infastidire Pechino sono stati trattati temi scottanti, tra cui le presunte violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, ma anche l’origine del Sars-CoV-2.

La ciliegina sulla torta per dimostrare ai partner, soprattutto europei, le buone intenzioni degli Stati Uniti si chiama Build Back Better for the World. Biden ha presentato al G7 una specie di contro piano, basato sulla costruzione di infrastrutture, per limitare l’espansionismo cinese della Belt and Road Initiative. La differenza? A detta di Washington, le democrazie occidentali non si limiteranno soltanto a costruire porti, strade e ponti, ma rispetteranno anche l’ambiente, contrasteranno la corruzione, rispetteranno i diritti dei lavoratori e non affogheranno i Paesi in via di sviluppo con la trappola del debito. Il testa a testa finale Usa-Cina è appena iniziato. E passa attraverso l’Europa.