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	<title>Gabriele Micalizzi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Gabriele Micalizzi Archives - InsideOver</title>
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		<title>&#8220;Così la mia Leica mi ha salvato  Ho pensato di morire&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/intervista-micalizzi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 07:55:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
<p>Il volto segnato dalle ferite, la mano fasciata e schegge dappertutto, ma forte e ottimista come sempre. Il fotoreporter Gabriele Micalizzi, 34 anni, ricoverato all’ospedale milanese San Raffaele, racconta come è sopravvissuto ad un  razzo Rpg lanciato dalle bandiere nere nell’ultima sacca dello Stato islamico nella Siria sud orientale. Cosa ricordi del momento in cui &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/intervista-micalizzi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p>Il volto segnato dalle ferite, la mano fasciata e schegge dappertutto, ma forte e ottimista come sempre. Il fotoreporter Gabriele Micalizzi, 34 anni, ricoverato all’ospedale milanese San Raffaele, racconta come è sopravvissuto ad un  razzo Rpg lanciato dalle bandiere nere nell’ultima sacca dello Stato islamico nella Siria sud orientale.</p>
<p><strong>Cosa ricordi del momento in cui sei stato colpito?</strong></p>
<p>“Il fruscio mortale dell’Rpg.  Ho capito subito che era un razzo dal rumore metallico che fende l’aria. Il combattente curdo davanti a me è stato colpito in pieno. L’ho visto esplodere in mille pezzi&#8230; Poi ricordo il colore giallo dell’esplosione, che mi  ha scaraventato a terra come un lancio di dadi. Vedevo il cielo azzurro. Il primo pensiero è stato: Porca tro…, mi hanno preso”.</p>
<p><strong>E poi?</strong></p>
<p>“Non riuscivo ad alzarmi, a muovermi. Ero convinto che sarei morto. Mi sono toccato per primo il braccio sinistro dove c’era un buco, una  ferita profonda. Ci  ho infilato dentro il dito. Poi l’occhio sinistro che era molle come se fosse un uovo a la coque. Cominciavo a vedere sempre meno. La faccia era piena di sangue. Questo dito era a pezzi (e mostra il medio della mano sinistra bendata), ma non sentivo dolore”.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-62233"></a></p>
<p><strong>Pensavi veramente di non farcela?</strong></p>
<p>“Uno, due, tre minuti…., mi sono chiesto quanto tempo ci vuole per morire. Ad un certo punto mi sento tirare su dai combattenti curdi. Non riuscivo ad appoggiarmi sulle gambe. Mi hanno trascinato di sotto per caricarmi sul blindato. Volevo fumare l’ultima sigaretta.  Ho cercato di prendere il pacchetto nella tasca dei pantaloni, ma le dita della mano sinistra erano maciullate. Una combattente curda nell’Humve (gippone corazzato Usa nda) urlava come una pazza. Non dovevo essere un bello spettacolo. Poi ho sentito la voce di Gabriel (Cheim, il fotografo brasiliano rimasto illeso, che era con Micalizzi sul tetto). Mi ha rincuorato, ma gli ho detto che non lo vedevo”.</p>
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<p><strong>Chi ti ha prestato i primi soccorsi?</strong></p>
<p>“Adam, il consigliere per la sicurezza della squadra della <em>Cnn</em>. Gli ho detto di piazzarmi il tourniquet sul braccio per fermare l’emorragia. Poi mi ha bendato la testa e il volto. Gli ho chiesto come sono i miei occhi e ha risposto: “Fottuti””.</p>
<p><strong>Cosa stavi facendo sul tetto?</strong></p>

<p>“Seguivo l’avanzata dei curdi sotto il fuoco jihadista. La <em>Cnn </em>ha evacuato la postazione della diretta centrata da un razzo. Con Gabriel abbiamo raggiunto la postazione del comandante Baghuz, che era sul tetto. Mi ha mostrato una bandiera nera dell’Isis davanti a noi e ho scattato una foto. Poco dopo è arrivato il razzo. Baghuz era dietro al soldato caduto ed è stato ferito gravemente. Non dobbiamo mai dimenticare che i curdi combattono anche per noi”.</p>
<p><strong>Volevano colpire un giornalista?</strong></p>
<p>“Il razzo era mirato perché sono terroristi e vogliono colpire gli occidentali”.</p>
<p><strong>Come ti sei salvato?</strong></p>
<p>“Grazie ai curdi che erano davanti. Le schegge più importanti le ha assorbite il giubbotto antiproiettile, che si è sfasciato. E pure l’elmetto insanguinato e ammaccato all’altezza della tempia ha resistito. Le protezioni, che bisogna sempre avere in prima linea, mi hanno salvato la vita. Non solo: la Leica, che stavo usando per le foto, mi ha riparato la faccia salvandomi gli occhi dalle schegge”.</p>
<figure id="attachment_70046" aria-describedby="caption-attachment-70046" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="wp-image-70046 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2019/02/Mcchine-Gabriele.jpeg" alt="Mcchine Gabriele" width="1024" height="768" /><figcaption id="caption-attachment-70046" class="wp-caption-text">Le macchine fotografiche che hanno salvato la vita a Gabriele Micalizzi</figcaption></figure>
<p><strong>Come ti hanno evacuato?</strong></p>
<p>“Dopo il blindato sul retro di un pick up  dove hanno steso un materasso. Abbiamo viaggiato per due ore e mezza su una strada impossibile, piena di buche, la stessa che facevamo assieme per tornare dalla prima linea. Prendevo sonore capocciate ad ogni scossone, ma non morivo”.</p>
<p><strong>I curdi ti hanno portato alla base americana avanzata vicino alla raffineria conquistata allo Stato islamico, dove dormivamo noi i giornalisti&#8230;</strong></p>
<p>“Quando siamo arrivati, Mustafa Bali, il portavoce delle Forze democratiche siriane (che hanno sconfitto l’Isis <em>nda</em>), mi ha chiesto cosa devono fare. Ci eravamo salutati il giorno prima sulla linea del fronte. Tu eri partito, ma ancora in Siria. Ho chiesto subito di mandarti dei messaggi vocali. Questo è uno: &#8216;Ciao Fausto sono incasinato mi devono operare agli occhi. Riesci a portarmi in Italia o comunque dobbiamo andare da Emergency (che ha uno storico ospedale nel nord dell’Iraq, <em>nda</em>). Non possiamo perdere troppo tempo. Mi puoi dare una mano per favore? Non lasciarmi qui. Ti abbraccio forte'&#8221;.</p>
<p><strong>Tutto si era già messo in moto, ma quando hai capito che eri in salvo?</strong></p>
<p>“Ad un certo punto ho sentito la voce americana di un medico e ho capito che ero nella loro base. Mi hanno subito stabilizzato. Più tardi è tornato dicendomi che mi evacuavano a Baghdad. Sono stato spogliato e infilato in una specie di guscio protettivo. Non ci vedevo, ma era chiaro che stavo decollando con un elicottero”.</p>

<p><strong>E una volta atterrato a Baghdad al Role 3, l’ospedale da campo Usa, più attrezzato dell’area?</strong></p>
<p>“Mi hanno operato d’urgenza agli occhi. Al risveglio dall’anestesia continuavo a non vedere. Allora il medico mi ha forzato l’apertura delle palpebre dell’occhio sinistro e mi sono visto il suo faccione davanti. Poi ho sentito una vocina:  &#8216;Gabriele, ciao, sono Francesca. Mi hanno mandato ad accudirti&#8217;. Era un sottufficiale delle Forze armate italiane preparata al primo soccorso, dolcissima. È arrivato anche il comandante della task force dei nostri corpi speciali. Non mi hanno mai mollato un attimo. Mi sentivo finalmente al sicuro e protetto&#8221;.</p>
<figure id="attachment_70047" aria-describedby="caption-attachment-70047" style="width: 4032px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="wp-image-70047 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2019/02/IMG_1276.jpg" alt="IMG_1276" width="4032" height="3024" /><figcaption id="caption-attachment-70047" class="wp-caption-text">Gabriele Micalizzi durante il suo reportage in Siria</figcaption></figure>
<p><strong>In Ucraina, nel 2014, hai perso in prima linea Andy Rocchelli amico e cofondatore del collettivo di fotografi Cesura lab. Ci hai pensato?</strong></p>
<p>“Sì e pensavo di morire come lui. Avevo un anello dedicato ad Andy con scritto &#8216;mai, mai cedere&#8217; e la data del giorno in cui è stato ucciso. Prima di farmi operare ho chiesto di fare attenzione all’anello, che dovevano levarmi. L’infermiera italiana l’ha preso e ripulito perfettamente perché era intriso di sangue. Noi di Cesura siamo come un famiglia, che non molla mai”.</p>
<p><strong>E il rientro in Italia come è stato?</strong></p>
<p>“Sono sceso dal Falcon dell’Aeronautica militare con le mie gambe e ho abbracciato Ester, la mia compagna. Udito e vista sono recuperabili. Le prospettive sono buone. Ho una costellazione di schegge che mi rimarranno conficcate nel corpo. Farò suonare i metal detector degli aeroporti e dei supermercati”.</p>
<figure id="attachment_70048" aria-describedby="caption-attachment-70048" style="width: 1600px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-70048 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2019/02/7367496.jpg" alt="7367496" width="1600" height="1200" /><figcaption id="caption-attachment-70048" class="wp-caption-text">Gabriele Micalizzi, il giornalista de &#8220;La Stampa&#8221; Francesco Semprini e Fausto Biloslavo mentre seguono l&#8217;ultima offensiva contro le bandiere nere a est dell&#8217;Eufrate</figcaption></figure>
<p><strong>Cosa racconterai alle vostre due figlie?</strong></p>
<p>“Tutto, anche se in maniera meno cruda. Prima di partire ho spiegato alle bambine dove andavo, cartina alla mano e cosa avrei fatto. Mi hanno visto ferito in tv. Lo sanno cosa faccio e vedono le foto che scatto in guerra. Sono allenate, come Ester”.</p>
<p><strong>Cosa ti spinge?</strong></p>
<p>“La passione. E poi qualcuno deve esserci per documentare le guerre non solo per i giornali o le tv, ma per la storia”.</p>

<p><strong>Tornerai al fronte?</strong></p>
<p>“Certo”.</p>
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		<title>Quella rete per aiutare i reporter di guerra</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/in-soccorso-dei-giornalisti-in-difficolta-la-storia-del-committee-to-project-journalist.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 11:18:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Reporter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A salvare la vita a Gabriele Micalizzi è un semplice elmetto, lo stesso che distingue un reporter da tutti gli altri attori impegnati in un qualsiasi campo di battaglia. La scritta &#8220;Press&#8221; in bianco sull&#8217;elmetto scuro, sta ad indicare tante cose: in primis, che si sta facendo il proprio lavoro, magari quello sognato da una &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/in-soccorso-dei-giornalisti-in-difficolta-la-storia-del-committee-to-project-journalist.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Army.mil-2007-06-26-111327-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>A salvare la vita a <strong>Gabriele Micalizzi</strong> è un semplice elmetto, lo stesso che distingue un reporter da tutti gli altri attori impegnati in un qualsiasi campo di battaglia. La scritta &#8220;Press&#8221; in bianco sull&#8217;elmetto scuro, sta ad indicare tante cose: <em>in primis</em>, che si sta facendo il proprio lavoro, magari quello sognato da una vita e già immaginato da bambino. In secondo luogo, che si è lì per raccontare la verità e per immortalarla con scatti vitali per far comprendere cos&#8217;è una guerra lì dove il conflitto viene visto come un qualcosa di distante dalla propria quotidianità. Ma, soprattutto, quell&#8217;elmetto che permette di ritornare a casa indica l&#8217;appartenenza ad una categoria che si riconosce sempre all&#8217;interno di una grande famiglia. E proprio la storia di Gabriele Micalizzi ne è un positivo e suggestivo esempio. </p>
<p>L&#8217;aiuto offerto dai gruppi di sostegno ai giornalisti </p>
<p>Sono passate poche ore dallo scoppio della granata che, oltre ad aver ucciso un miliziano curdo, a <strong>Baghuz</strong> provoca il ferimento di Gabriele Micalizzi. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/gabriele-le-bombe-raccontare-la-guerra-isis/">Il nostro inviato Fausto Biloslavo viene avvertito da un fotografo brasiliano</a> dell&#8217;accaduto mentre ritorna verso il confine con l&#8217;Iraq. I fatti avvengono nella Siria in mano alle milizie filo curde dell&#8217;<a href="http://www.occhidellaguerra.it/cosa-sono-le-milizie-ypg/">Sdf,</a> in un fazzoletto di terra<a href="http://www.occhidellaguerra.it/cosa-sono-le-milizie-ypg/"> dove queste ultime attaccano il morente Stato islamico</a> a pochi passi dalle sponde orientali dell&#8217;Eufrate. Fausto Biloslavo, però, oltre al messaggio del collega brasiliano, ne riceve un altro che desta subito positiva attenzione: &#8220;Siamo del Cpj (<strong>Committee to Project Journalists</strong>), vogliamo chiederti informazioni circa le condizioni di Gabriele e se occorre assistenza&#8221;. Il gruppo in questione si offre subito per aiutare il giovane italiano ferito, mettendo a disposizione proprie strutture e propri contatti per far giungere quanto prima soccorsi ed assistenza logistica. </p>

<p>Un segno di come, di fronte a delle schegge che rimbalzano sopra un elmetto, a prescindere da dove ci si trovi c&#8217;è sempre un altro gruppo di colleghi e di giornalisti pronti ad aiutare. Anche gli ultimi anni sono caratterizzati un conteggio numeroso di reporter deceduti. Il collettivo <strong>Cesura</strong>, per il quale lavora Micalizzi, ne sa qualcosa: nel 2014 il fotoreporter <strong>Andrea Rocchelli</strong> viene ucciso in Ucraina mentre proprio per Cesura sta raccontando la guerra in corso nel Donbass. Ma in tutto il mondo sono molti, troppi, i giornalisti uccisi: in guerra come nel proprio paese, tra la polvere delle trincee così come sotto casa, mentre si filma un conflitto così come mentre si cerca di far luce su affari malavitosi. Il Cpj nasce proprio con l&#8217;intento di aiutare cronisti e giornalisti in difficoltà in ogni parte del mondo. </p>
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<p>Ecco perché dalla 7th Avenue di Manhattan, dove vi è la sede dell&#8217;organizzazione, subito si cerca di mettersi in contatto con chiunque possa conoscere il fotografo italiano ferito durante l&#8217;ultima battaglia contro il califfato. La Cpj opera del resto da più di trent&#8217;anni e riesce ad avere sotto controllo le varie situazioni in giro per il mondo, forte di 14 sedi dislocate nei cinque continenti. In Europa gli uffici della no profit sono a Londra ed a Bruxelles, ma altre sedi si trovano in aree calde del pianeta. A partire da <strong>Istanbul</strong>, in quella Turchia non sempre in linea con i più elementari standard del rispetto della professione giornalistica e città dove, all&#8217;interno del consolato saudita, il 2 ottobre scorso viene ucciso il giornalista <strong>Jamal Kashoggi</strong>. </p>

<p>A contattare anche il nostro Fausto Biloslavo, sono anche altre due associazioni: la Rory Peck Trust e la Ffr, entrambe con sede a Londra. La prima è dedicata a Rory Peck, il cameraman irlandese ucciso a Mosca durante i disordini del 1993 mentre è intento a filmare i tentativi di assalto alla Duma. Da allora, l&#8217;associazione a suo nome è impegnata nei vari scenari dove operano giornalisti al fronte e fornisce assistenza di ogni tipo: logistica, legale e quando occorre anche medica. La Ffr invece è operativa dal 2013. La sua denominazione è acronimo di Frontline Freelance Register e fornisce aiuto ai reporter in difficoltà. E quando si sparge la notizia del ferimento di Micalizzi, subito si prova a capire come aiutare il nostro connazionale. Un retroscena, quello del ferimento del nostro connazionale in Siria, che non passa inosservato. Al contrario, è la dimostrazione di come, nonostante tante difficoltà, l&#8217;elmetto con la scritta &#8220;Press&#8221; non serva soltanto a proteggere la testa.</p>
<p>Esso segna l&#8217;appartenenza ad un mondo e ad una famiglia che, dal più noto al meno esperto, non lascia nelle retrovie nessuno dei suoi membri.</p>
<p>Le condizioni di Gabriele Micalizzi </p>
<p>&#8220;Nel giro di dodici ore, Gabriele è già a Baghdad e subisce i primi interventi&#8221;: a parlare ai nostri microfoni nei giorni scorsi è un ragazzo di Cesura, il collettivo per il quale lavora il fotoreporter ferito. &#8220;Finché non torna in Italia non vogliamo rilasciare dichiarazioni ufficiali &#8211; dichiarano ancora ai nostri microfoni dalla sede di Cesura &#8211; Possiamo solo dire di essere però ottimisti&#8221;. Micalizzi fino a sabato è ancora nella capitale irachena, è fuori pericolo di vita e, assicurano, lotta come sempre. Domenica il rientro in Italia e la corsa verso gli ospedali per continuare la riabilitazione. Un suo collega di Cesura racconta le dinamiche di quelle ore difficili, in cui il collettivo rivive i tristi ricordi del 2014 quando in Ucraina muore Andrea Rocchelli: &#8220;Sappiamo che ha fatto scalo ad <strong>Erbil</strong>, nel Kurdistan iracheno, poi da lì viene portato a Baghdad: curdi ed americani hanno badato a tutti i vari aspetti logistici&#8221;.</p>
<p>Fondato nel 2008, il collettivo Cesura opera da sempre in teatri di guerra: &#8220;Paradossalmente prima eravamo più conosciuti all&#8217;estero che in Italia&#8221;, afferma ancora un membro del gruppo. Intanto nella sede di Cesura si continua a lavorare: nel laboratorio situato a Pianello Val Tidone non ci si ferma, mentre si aspetta di poter rivedere ben presto in quei locali anche il fotoreporter ferito nell&#8217;ultimo lembo di terra in mano all&#8217;Isis. Porterà forse con sé quell&#8217;elmetto a cui deve la vita, pronto ad indossarlo nuovamente nella consapevolezza che finché si filma un conflitto si è sì in pericolo ma non si è mai soli. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/in-soccorso-dei-giornalisti-in-difficolta-la-storia-del-committee-to-project-journalist.html">Quella rete per aiutare i reporter di guerra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Sopravvissuto a un razzo Rpg&#8221;: le prime parole di Micalizzi</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/micalizzi-prime-parole.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2019 14:32:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="717" height="485" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>“Sopravvissuto a un razzo Rpg. Incredibile” sono le prime parole di  Gabriele Micalizzi raggiunto via telefono all’ospedale militare americano di Baghdad, Role 3, dove è stato operato durante la notte di lunedì. Il giubbotto antiproiettile gli ha salvato la vita. E l’elmetto insanguinato, che ha resistito all’esplosione del razzo Rpg è ammaccato, ma intatto. Così &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/micalizzi-prime-parole.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="717" height="485" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/Gabriele-Micalizzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><p>“Sopravvissuto a un razzo Rpg. Incredibile” sono le prime parole di  Gabriele Micalizzi raggiunto via telefono all’ospedale militare americano di Baghdad, Role 3, dove è stato operato durante la notte di lunedì. Il <strong>giubbotto antiproiettile</strong> gli ha salvato la vita. E l’<strong>elmetto insanguinato</strong>, che ha resistito all’esplosione del razzo Rpg è ammaccato, ma intatto. Così gli ha evitato gravi ferite alla testa. Il giubbotto sfasciato dall’esplosione, forse non dei migliori, è servito, però, a fermare le schegge. Gabriele, evacuato dagli americani nella notte di lunedì dalla Siria alla capitale irachena, non ha ferite serie al torace. I danni sono al volto e ad un braccio. </p>
<p><figure id="attachment_69097" aria-describedby="caption-attachment-69097" style="width: 1193px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-69097 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2019/02/Immagine.jpg" alt="Immagine" width="1193" height="975" /><figcaption id="caption-attachment-69097" class="wp-caption-text">Il giubbotto antiproiettile che ha salvato la vita a Gabriele Micalizzi</figcaption></figure></p>
<p>Su <em>Gli Occhi della Guerra</em> pubblichiamo le foto dell’elmetto e del giubbotto di Gabriele, d’accordo con i suoi amici del collettivo fotografico <strong>Cesura</strong>, proprio per dimostrare quanto sia importante per i giornalisti avere l’attrezzatura adeguata nelle zone di guerra. Gabriele non ce l’avrebbe fatta senza la pesante corazza, che diventa la seconda pelle di ogni reporter in prima linea.</p>
<p>Tante volte abbiamo visto giornalisti, soprattutto italiani, che in zone pericolose, dove sparavano o lanciavano razzi, sembravano Alice nel paese delle meraviglie. E passeggiavano senza alcuna protezione fra i botti, come se fosse una serata di fuochi d’artificio in qualsiasi città italiana.</p>
<p><figure id="attachment_69098" aria-describedby="caption-attachment-69098" style="width: 1195px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-69098 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2019/02/sdf.jpg" alt="sdf" width="1195" height="885" /><figcaption id="caption-attachment-69098" class="wp-caption-text">L&#8217;elmetto insanguinato, che ha resistito all’esplosione del razzo Rpg</figcaption></figure></p>
<p>Gabriele ha provato sulla sua pelle l’impatto di un razzo Rpg lanciato dagli ultimi seguaci del Califfo. La voce è un po’ impastata dai farmaci e non si ricorda bene dell’attacco. “Ci sono stati altri feriti o morti?” ci chiede al telefono. Il combattente curdo ucciso e il suo comandante ferito gravemente hanno assorbito la forza maggiore dell’esplosione. L’onda d’urto e le schegge hanno investito Gabriele, che si è salvato grazie al giubbotto anti proiettile. Nel giro di 48 ore verrà valutata l’evacuazione verso l’Italia. Sempre cosciente  sta “bene”, tenendo conto che è un sopravvissuto.</p>

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		<title>&#8220;Io e Gabriele sotto le bombe  per raccontare la fine di Isis&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/gabriele-le-bombe-raccontare-la-guerra-isis.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2019 07:42:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Curdi]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1276" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-300x199.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-768x511.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-1024x681.jpeg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Qamishli (Siria) &#8211; “Il razzo Rpg mi è passato davanti agli occhi ed è esploso addosso ad un combattente curdo morto sul colpo. Gabriele era poco più in là ferito al volto dalle schegge”. Quando mi arriva la chiamata del fotografo brasiliano, Gabriel Cheim, sulla via del ritorno verso il confine fra Siria e Iraq &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/gabriele-le-bombe-raccontare-la-guerra-isis.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/gabriele-le-bombe-raccontare-la-guerra-isis.html">&#8220;Io e Gabriele sotto le bombe  per raccontare la fine di Isis&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1276" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-300x199.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-768x511.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/DSC_7431-1024x681.jpeg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>Qamishli (Siria)</strong> &#8211; “Il razzo Rpg mi è passato davanti agli occhi ed è esploso addosso ad un combattente curdo morto sul colpo. Gabriele era poco più in là ferito al volto dalle schegge”. Quando mi arriva la chiamata del fotografo brasiliano, Gabriel Cheim, sulla via del ritorno verso il confine fra Siria e Iraq mi si gela il sangue. Gabriele Micalizzi, il fotoreporter italiano del collettivo Cesura, è stato ferito verso le dieci di ieri mattina sulla prima linea dell’ultima sacca del Califfato in Siria orientale. Da una decina di giorni, assieme a Francesco Semprini de la Stampa, giravamo per il nord est del paese controllato dai curdi delle Forze democratiche siriane. Da quattro eravamo in prima linea sul fronte di Baghuz Tahtany, l’ultima ridotta dei seguaci del Califfo. Domenica pomeriggio abbiamo lasciato Gabriele sul tetto di una casa sbrecciata dai colpi, che la Cnn aveva scelto come postazione per filmare in diretta l’ultimo assalto contro le bandiere nere. Francesco ed io, come previsto, saremmo rientrati il giorno dopo verso l’Iraq e l’Italia. Gabriele, che è un fotografo di razza, aveva deciso di restare. “Almeno un’altra settimana per vedere la fine del Califfato” e portare a casa quegli scatti di guerra che ti colpiscano come un pugno allo stomaco.</p>
<div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/-fKAv_RLx6Q" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>

<p>Dopo la notte di battaglia in prima linea si stava muovendo con un’unità curda fra le macerie del fronte. I combattenti jihadisti sono saltati fuori all’improvviso, nascosti come vipere e hanno lanciato il razzo Rpg che l’ha ferito agli occhi e in maniera più leggera alla testa. Ben più grave è il comandante del reparto colpito in pieno dalle schegge.<br />
Subito soccorso da un’ambulanza delle Forze democratiche siriane Gabriele è stato evacuato in elicottero dagli americani alla loro base presso la raffineria Al Omar, dove dormono anche i giornalisti. Troppo lontano dal fronte per tornare indietro in tempo mi sono attivato con il consolato italiano ad Erbil e i miei contatti. Se tutto va bene questo articolo uscirà quando Gabriele sarà stato evacuato al Roll 3, l’ospedale americano da campo migliore, a Baghdad.</p>
<p>Per me non è solo un compagno di avventure, ma quasi un figlioccio in cui rivedo lo stesso entusiasmo che avevo nell’infilarmi nel buco nero delle guerre 35 anni fa quando mi sono tuffato nei reportage. Gabriele l’ho conosciuto a Sirte durante una furiosa battaglia per liberare la “capitale” libica dello Stato islamico. Un kamikaze è piombato contro la nostra postazione e i suoi brandelli di carne ci sono piombati sulla testa. Lui viene da un mondo diverso dal mio, anarchico e di sinistra, ma  in prima linea queste differenze non contano. Ci siamo annusati subito e dopo Sirte abbiamo vissuto assieme la grande battaglia di Mosul, metro per metro, casa per casa, dove Gabriele ha scattato foto eccezionali, che rendevano l’idea della Berlino dell’Isis.</p>

<p>E dopo Mosul l’assedio di Raqqa a lamentarci di continuo perché i curdi non facevano vedere tanto “bang bang”.<br />
Con Semprini, in questo ultimo reportage, gli abbiamo affibbiato il nome di Rino, diminutivo di rinoceronte per la sua possenza.</p>
<p>I soldi li fa con le foto di moda ed i video dei trapper, ma la guerra è la sua, nostra, dannata passione. Sullo stesso fronte dove è stato ferito abbiamo filmato fianco a fianco i bombardamenti ravvicinati dei caccia americani e realizzato stand up da film a fianco delle mitragliatrici pesanti dei curdi che sparavano sulle postazioni jihadiste. Sempre attenti ad annusare l’aria, a tenere la testa bassa a fare un passo indietro, se necessario, ma in guerra tutto è sempre imprevedibile. La controffensiva delle bandiere nere è scattata quando nessuno se l’aspettava. E il primo bersaglio sono stati i combattenti curdi e i due fotografi in prima linea. Il destino ha voluto che il brasiliano Gabriel vedesse la morte in faccia rimanendo illeso, mentre una sventagliata di schegge colpiva i curdi e il suo omonimo italiano, Gabriele.</p>

<p>Sul tetto della <em>Cnn</em> non ci eravamo salutati per bene. Allora gli ho mandato un whatsapp scrivendo “fatti onore e divertiti” per scaramanzia. Solo quando ho sentito la sua voce pimpante in un messaggio vocale dalla base americana ho capito che non ha solo la stoffa del reporter di guerra, ma anche la grinta e la pellaccia dura.</p>
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