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A salvare la vita a Gabriele Micalizzi è un semplice elmetto, lo stesso che distingue un reporter da tutti gli altri attori impegnati in un qualsiasi campo di battaglia. La scritta “Press” in bianco sull’elmetto scuro, sta ad indicare tante cose: in primis, che si sta facendo il proprio lavoro, magari quello sognato da una vita e già immaginato da bambino. In secondo luogo, che si è lì per raccontare la verità e per immortalarla con scatti vitali per far comprendere cos’è una guerra lì dove il conflitto viene visto come un qualcosa di distante dalla propria quotidianità. Ma, soprattutto, quell’elmetto che permette di ritornare a casa indica l’appartenenza ad una categoria che si riconosce sempre all’interno di una grande famiglia. E proprio la storia di Gabriele Micalizzi ne è un positivo e suggestivo esempio. 

L’aiuto offerto dai gruppi di sostegno ai giornalisti 

Sono passate poche ore dallo scoppio della granata che, oltre ad aver ucciso un miliziano curdo, a Baghuz provoca il ferimento di Gabriele Micalizzi. Il nostro inviato Fausto Biloslavo viene avvertito da un fotografo brasiliano dell’accaduto mentre ritorna verso il confine con l’Iraq. I fatti avvengono nella Siria in mano alle milizie filo curde dell’Sdf, in un fazzoletto di terra dove queste ultime attaccano il morente Stato islamico a pochi passi dalle sponde orientali dell’Eufrate. Fausto Biloslavo, però, oltre al messaggio del collega brasiliano, ne riceve un altro che desta subito positiva attenzione: “Siamo del Cpj (Committee to Project Journalists), vogliamo chiederti informazioni circa le condizioni di Gabriele e se occorre assistenza”. Il gruppo in questione si offre subito per aiutare il giovane italiano ferito, mettendo a disposizione proprie strutture e propri contatti per far giungere quanto prima soccorsi ed assistenza logistica. 

Un segno di come, di fronte a delle schegge che rimbalzano sopra un elmetto, a prescindere da dove ci si trovi c’è sempre un altro gruppo di colleghi e di giornalisti pronti ad aiutare. Anche gli ultimi anni sono caratterizzati un conteggio numeroso di reporter deceduti. Il collettivo Cesura, per il quale lavora Micalizzi, ne sa qualcosa: nel 2014 il fotoreporter Andrea Rocchelli viene ucciso in Ucraina mentre proprio per Cesura sta raccontando la guerra in corso nel Donbass. Ma in tutto il mondo sono molti, troppi, i giornalisti uccisi: in guerra come nel proprio paese, tra la polvere delle trincee così come sotto casa, mentre si filma un conflitto così come mentre si cerca di far luce su affari malavitosi. Il Cpj nasce proprio con l’intento di aiutare cronisti e giornalisti in difficoltà in ogni parte del mondo. 

Ecco perché dalla 7th Avenue di Manhattan, dove vi è la sede dell’organizzazione, subito si cerca di mettersi in contatto con chiunque possa conoscere il fotografo italiano ferito durante l’ultima battaglia contro il califfato. La Cpj opera del resto da più di trent’anni e riesce ad avere sotto controllo le varie situazioni in giro per il mondo, forte di 14 sedi dislocate nei cinque continenti. In Europa gli uffici della no profit sono a Londra ed a Bruxelles, ma altre sedi si trovano in aree calde del pianeta. A partire da Istanbul, in quella Turchia non sempre in linea con i più elementari standard del rispetto della professione giornalistica e città dove, all’interno del consolato saudita, il 2 ottobre scorso viene ucciso il giornalista Jamal Kashoggi

A contattare anche il nostro Fausto Biloslavo, sono anche altre due associazioni: la Rory Peck Trust e la Ffr, entrambe con sede a Londra. La prima è dedicata a Rory Peck, il cameraman irlandese ucciso a Mosca durante i disordini del 1993 mentre è intento a filmare i tentativi di assalto alla Duma. Da allora, l’associazione a suo nome è impegnata nei vari scenari dove operano giornalisti al fronte e fornisce assistenza di ogni tipo: logistica, legale e quando occorre anche medica. La Ffr invece è operativa dal 2013. La sua denominazione è acronimo di Frontline Freelance Register e fornisce aiuto ai reporter in difficoltà. E quando si sparge la notizia del ferimento di Micalizzi, subito si prova a capire come aiutare il nostro connazionale. Un retroscena, quello del ferimento del nostro connazionale in Siria, che non passa inosservato. Al contrario, è la dimostrazione di come, nonostante tante difficoltà, l’elmetto con la scritta “Press” non serva soltanto a proteggere la testa.

Esso segna l’appartenenza ad un mondo e ad una famiglia che, dal più noto al meno esperto, non lascia nelle retrovie nessuno dei suoi membri.

Le condizioni di Gabriele Micalizzi 

“Nel giro di dodici ore, Gabriele è già a Baghdad e subisce i primi interventi”: a parlare ai nostri microfoni nei giorni scorsi è un ragazzo di Cesura, il collettivo per il quale lavora il fotoreporter ferito. “Finché non torna in Italia non vogliamo rilasciare dichiarazioni ufficiali – dichiarano ancora ai nostri microfoni dalla sede di Cesura – Possiamo solo dire di essere però ottimisti”. Micalizzi fino a sabato è ancora nella capitale irachena, è fuori pericolo di vita e, assicurano, lotta come sempre. Domenica il rientro in Italia e la corsa verso gli ospedali per continuare la riabilitazione. Un suo collega di Cesura racconta le dinamiche di quelle ore difficili, in cui il collettivo rivive i tristi ricordi del 2014 quando in Ucraina muore Andrea Rocchelli: “Sappiamo che ha fatto scalo ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, poi da lì viene portato a Baghdad: curdi ed americani hanno badato a tutti i vari aspetti logistici”.

Fondato nel 2008, il collettivo Cesura opera da sempre in teatri di guerra: “Paradossalmente prima eravamo più conosciuti all’estero che in Italia”, afferma ancora un membro del gruppo. Intanto nella sede di Cesura si continua a lavorare: nel laboratorio situato a Pianello Val Tidone non ci si ferma, mentre si aspetta di poter rivedere ben presto in quei locali anche il fotoreporter ferito nell’ultimo lembo di terra in mano all’Isis. Porterà forse con sé quell’elmetto a cui deve la vita, pronto ad indossarlo nuovamente nella consapevolezza che finché si filma un conflitto si è sì in pericolo ma non si è mai soli. 

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