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	<title>Alessio Mannino Archives - InsideOver</title>
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	<title>Alessio Mannino Archives - InsideOver</title>
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		<title>Più libri Più liberi e il patentino antifascista: allora censuriamo anche Pirandello, Gentile e Ungaretti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 04:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libri" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il totale non senso del “patentino antifascista”, iniziativa che quest’anno si sono inventati alla fiera Più libri Più liberi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libri" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>«Ho ricevuto da Garzanti una settimana fa una enorme edizione del <em>Mein Kampf</em>. Allora cacciamo Garzanti… Io non amo <strong>Céline, </strong>il più antisemita del mondo, ma è un pezzo da novanta della Adelphi. Laterza ha pubblicato Giovanni Gentile, filosofo del fascismo. Allora via anche Laterza. Coga pubblica il libro di Proudhon<em>, Pornocrazia</em>, un attacco alle donne in quanto tali. Via anche la Dedalo, che è come <strong>Vannacci. </strong>Tutto assurdo». In poche righe lo storico <strong>Luciano Canfora</strong>, comunista doc, ha condensato il totale non senso del <strong>“patentino antifascista”,</strong> iniziativa che quest’anno si sono inventati alla fiera Più libri Più liberi contro le piccole case editrici che non si riconoscono nell’antifascismo. Perché aggiungere l’aggettivo «antifascisti», ai valori del regolamento da sottoscrivere, non è soltanto «un’idiozia», per dirla con <strong>Massimo Cacciari</strong>, in senso politico, dato che la Costituzione vieta solo la ricostituzione del partito fascista e non obbliga nessuno, nell’esercizio del diritto di espressione, a giurare su alcunché.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Di Paolo “tradisce” Montanelli</h2>



<p>È anche e soprattutto un clamoroso <strong>autogoal culturale.</strong> Perché, come chiunque non sia in malafede sa perfettamente, tanta parte della cultura italiana ed europea della prima metà del Novecento si snoda attraverso una lunga sequela di autori che non solo non sono stati contrari al fascismo (e al nazismo), ma lo hanno addirittura appoggiato, sia pur ognuno con traiettorie diverse. È un fatto storico che conosce, o dovrebbe conoscere, anche il curatore della mostra, <strong>Paolo Di Paolo</strong>. A maggior ragione perché il suo nome assunse una qualche notorietà, da imberbe aspirante giornalista, grazie alle lettere con cui tempestava la rubrica sul <em>Corriere della Sera</em> tenuta fino alla morte, avvenuta nel 2001, da <strong>Indro Montanelli,</strong> il quale avrebbe considerato l’odierna trovata una bischerata offensiva. Probabilmente anche per sé stesso, che da giovanissimo collaborò alla rivista <em>L’Universale</em> diretta da un intellettuale brillante, e ultrafascista, che rispondeva al nome <strong>Berto Ricci.</strong> E fascista, almeno fino alla guerra d’Etiopia, fu egli stesso, il conservatore Indro, cosa che non rinnegò mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scontro fra titani</h2>



<p>Rinfrescarne la memoria non significa fare nessuna apologia: vuol dire semplicemente rispettare la Storia. Fascista convinto, tanto da diventare punto di riferimento ufficiale in qualità di responsabile della monumentale Enciclopedia Treccani voluta da Mussolini, fu <strong>Giovanni Gentile, </strong>con Benedetto Croce uno dei dioscuri dell’idealismo italiano. Fascista sino all’ultimo, Gentile, tanto da rimetterci la vita, da presidente dell’Accademia d’Italia durante la Repubblica di Salò, quando, nel 1944, fu trucidato da un commando di partigiani preda del fanatismo. Vent’anni prima, nel 1925, era stato lui il promotore del <strong>“Manifesto degli intellettuali fascisti”</strong>, scorrendo il quale si ha già un’idea della portata dell’adesione del nascente regime che chiudeva giornali, arrestava oppositori e proibiva il dissenso. Lo firmarono storici come Gioacchino Volpe, drammaturghi come <strong>Luigi Pirandello</strong>, poeti come <strong>Giuseppe Ungaretti,</strong> scrittori come <strong>Curzio Malaparte,</strong> giornalisti come Luigi Barzini sr, filosofi come Ugo Spirito, giuristi come Alfredo Rocco. Croce rispose a stretto giro con un contro-manifesto in cui si esposero altrettanti bei nomi dell’Italia intellettuale di allora, da Luigi Einaudi a Giustino Fortunato, da Eugenio Montale ad Aldo Palazzeschi. Lo scontro era vivo, anche se si spense definitivamente con le <strong>“leggi fascistissime”</strong> del 1926, con cui il neo-partito unico completò l’instaurazione della dittatura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Varietà di voci</h2>



<p>&nbsp;All’interno del fascismo stesso, poi, il panorama fu negli anni variegato, quanto a filoni e pubblicazioni. Spesso in contrasto fra loro, come fu per la polemica, celeberrima, fra i modernisti di Stracittà e gli antimodernisti di Strapaese. C’erano i futuristi, in testa il capofila <strong>Filippo Tommaso Marinetti</strong> (che dopo aver tanto sbertucciato istituzioni e musei, si musealizzò accettando la feluca di accademico). C’erano i clerico-fascisti, come il convertito <strong>Giovanni Papini</strong>, penna acuminata e prolificissima. C’erano i fascisti di sinistra, dal gruppo de <em>Il Selvaggio</em> del corrosivo <strong>Mino Maccari </strong>alla nuova generazione uscita dai “littoriali” degli anni ’30 (due nomi su tutti: <strong>Elio Vittorini e Vasco Pratolini</strong>, destinati nel dopoguerra a diventare mostri sacri della sinistra culturale). C’era il giro attorno a <strong>Giuseppe Bottai </strong>e al quindicinale <em>Critica Fascista</em>. C’era chi, dopo aver coniato motti che il Duce fese suoi come “Mussolini ha sempre ragione”, faceva un po’ di fronda e di satira sul piano del costume, come <strong>Leo Longanesi.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Fascisti-antifascisti, andata e ritorno</h2>



<p>Ci fu chi lavorò attivamente per la propaganda di guerra, arrivando niente meno che dall’estero come lo statunitense <strong>Ezra Pound.</strong> Chi invece si tenne sullo sfondo, ormai vecchio e mai del tutto aderente al regime, come<strong> Gabriele D’Annunzio</strong> (a cui pure, assieme alla mistica degli “arditi”, si deve il modello di certe liturgie fasciste). Ci fu anche chi dapprima sostenne le camicie nere e poi, quando costava farlo, divenne antifascista, come il pensatore irrazionalista <strong>Giuseppe Rensi</strong>. Chi, dal fascismo firmatario del Concordato con la Chiesa, si augurava un’impossibile rivendicazione di paganesimo, come<strong> Julius Evola</strong>. Chi fu fascista fino al 1943, anno della caduta, come gli scrittori <strong>Guido Piovene </strong>o Paolo Monelli. Chi faceva professione di fede fascista nei Gruppi Universitari, come <strong>Giorgio Bocca,</strong> per entrare poi nella Resistenza. Chi scriveva a favore dell’Impero e del corporativismo, come il cattolico <strong>Amintore Fanfani,</strong> futuro leader Dc. Insomma, c’era una vivacità che fra l’altro non può granché stupire, perché nonostante la censura di Stato un Paese, e in special modo un Paese articolato come l’Italia, non può non produrre cultura, in un periodo lungo ben vent’anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nazismo settario. Eppure…</h2>



<p>Diverso il discorso per la Germania nazista, che fu <strong>più restrittiva </strong>nel controllo delle arti e delle scienze (basti pensare alla condanna dell’“arte degenerata” contemporanea, che avrebbe costretto all’esilio un pittore fascista come Mario Sironi, o la persecuzione per motivi razziali di scienziati ebrei di ogni campo). Ma a dispetto di <strong>Goebbels</strong> e dei suoi roghi di libri, va registrata una pattuglia di menti fra le migliori dell’epoca che, sebbene solo inizialmente, approvarono o si inserirono nel nuovo regime hitleriano. Parliamo di gente del calibro di <strong>Martin Heidegger, </strong>forse l’ultimo grande filosofo tedesco; del giurista <strong>Carl Schmitt</strong>, peso massimo del pensiero politico tuttora attualissimo; di <strong>Gottfried Benn</strong>, poeta fra i più penetranti indagatori del nichilismo. Furono molti di più, naturalmente, coloro che rimasero intrappolati nelle grinfie del nuovo Stato di polizia, o si videro costretti a scappare fisicamente dal Terzo Reich. Quel ricco e formicolante mondo di idee, suggestioni e sperimentazioni che aveva popolato la <strong>Repubblica di Weimar</strong> divenne afono nell’arco di pochi mesi, in quel fatidico 1933. Represso brutalmente in quanto, secondo l’asfittica ideologia nazionalsocialista, tacciato di “decadenza”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Stupidità della tessera</h2>



<p>L’elenco di intelletti eccellenti, tra premi Nobel e ingegni fini che non per nulla si studiano a scuola, dovrebbe far capire anche a settari come Paolo Di Paolo che qualunque forma di certificazione del pensiero, <strong>qualsiasi tipo di “tessera</strong>” è, se guardiamo proprio allo storia italiana, intrinsecamente fascista. Nel suo caso, si tratta del “fascismo degli antifascisti” (<strong>Ennio Flaiano</strong>). E allora gioverà ricordare cosa scriveva Croce, il <strong>nume dell’antifascismo Croce</strong>, quello stesso Croce che Mussolini, autoritario ma non cretino, si guardò bene dall’imbavagliare durante tutto il Ventennio, in una missiva a Ferruccio Parri del 18 giugno 1945, per criticare l’ipotesi di escludere dal primo governo post-25 Aprile chi era stato iscritto al partito fascista: «Questo significa ignorare» osservava indignato il filosofo liberale, che «tutti gl’italiani per esercitare professioni, erano costretti a iscriversi e che ben pochi poterono, rinunziando alle professioni, <strong>rifiutare l’iscrizione,</strong> la quale prese perciò carattere affatto formale e insignificante. Tanto vero che molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti, e finirono col soffrire persecuzioni, carcere e peggio. (&#8230;) Io annovero <strong>tra i miei migliori amici e collaboratori,</strong> durante e dopo il fascismo, di codesti iscritti per formalità. (&#8230;). E concludeva, sbugiardando l&#8217;ipocrisia degli zelanti neo-antifascisti: «Ma chi è che perde il tempo a escogitare e suggerire simili, non dico neppure cattiverie, ma stupidità?».</p>
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		<title>Dati biometrici per la polizia e Palantir italiane: la strategia IA del governo Meloni</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/dati-biometrici-per-la-polizia-e-palantir-italiane-la-strategia-ia-del-governo-meloni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 03:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="intelligenza artificiale" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi un'intelligenza artificiale pubblica non si concepisce neppure l’idea. </p>
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<p>L’uso dell’intelligenza artificiale sarà sotto il <strong>diretto controllo di Palazzo Chigi</strong>, tramite quattro diversi soggetti di nomina governativa che da adesso cominceranno a passare alla fase operativa. La legge 132 del 2025 è il vanto “europeista” di Giorgia Meloni e in particolare di <strong>Alessio Butti, </strong>sottosegretario all’Innovazione Digitale e meloniano di ferro: è la prima normativa di un Paese europeo che implementa l’<strong>AI Act di Bruxelles.</strong> Adesso, con una serie di decreti, inizia a delinearsi cosa intende il centrodestra per “strategia” sulla tecnologia più potente in circolazione. Prima di tutto, nel nuovo Comitato di Coordinamento sull’Intelligenza Artificiale alle dipendenze di Butti, oltre a un funzionario della Presidenza del Consiglio entreranno rappresentanti del ministero del Made in Italy, dell’Università e soprattutto della <strong>Difesa,</strong> il cui interesse per i sistemi di raccolta e calcolo dati a scopo militare è ovviamente primario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quattro organi governativi</h2>



<p>A guidarlo sarà ancora il professor <strong>Gianluigi Greco,</strong> presidente dell’Associazione Italiana per l’IA, assieme a Andrea Lenzi del Centro Nazionale Ricerche. Confermato anche frate <strong>Paolo Benanti</strong>, docente alla Gregoriana e consulente di papa Leone XIV, che contemporaneamente è a capo della Commissione AI per l’Informazione, sotto giurisdizione di un altro sottosegretario, quello all’editoria <strong>Alberto Barachini </strong>(Forza Italia). La legge individua i supporti diretti alle politiche algoritmiche in due agenzie: <strong>l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.</strong> La prima, creata dal governo Monti, ha come direttore generale Mario Nobile, che dirigeva le infrastrutture informatiche e statistiche del ministero dei Trasporti. La seconda, istituita nel 2021, è diretta da Andrea Quacivi, fino al 2023 amministratore di Sogei, società informatica del ministero dell’Economia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sovraffollamento di agenzie</h2>



<p>Insomma, come è consuetudine in Italia, c’è un certo sovraffollamento di autorità preposte a regolamentare e governare il prodotto principe del «tecno-capitalismo», giusto per citare il ceo di OpenAI, <strong>Sam Altman</strong>. Non tutte a spese del contribuente (la Commissione Benanti lavora a titolo gratuito), ma comunque obbedienti a una logica di spacchettamento di competenze che non si vede perché non <strong>riunire in un’unica realtà. </strong>Magari, come l’anno scorso suggeriva fra le righe la <strong>Rete per i Diritti Umani Digitali </strong>(Amnesty International Italia, The Good Lobby, Period Think Tank, Hermes Center, Privacy Network ecc), non affiliandola al governo di turno in carica, ma dando vita a un’<strong>authority terza,</strong> sottratta ai cambi di colore a Palazzo Chigi con <em>spoil system </em>annesso. Ma evidentemente la Meloni ha preferito lasciare intatto l’attuale quadro, venutosi a determinare negli anni per accumulo. La ragione è scontata: più istituzioni, più posti da distribuire. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Screening biometrico</h2>



<p>Il ministro della Giustizia, <strong>Carlo Nordio, </strong>si compiace intanto di un reato nuovo di zecca contro chi progetta algoritmi che possano mettere in pericolo l’incolumità personale o la sicurezza dello Stato. Intento encomiabile, dati i possibilissimi <strong>abusi nell’eventuale impiego di modelli matematici</strong> da parte di forze di polizia e intelligence. Rischio avvertibile anche nell’altra novità di segno giudiziario: per la prima volta si stabilisce che la magistratura potrà ricorrere allo screening dei dati biometrici. Ma solo «in casi eccezionali e minacce gravi» e con il sì del gip, si è affrettato a dire il collega dell’Interno, <strong>Matteo Piantedosi.</strong> Senza specificare quali, però. Presumibilmente, reati di anti-terrorismo o indagini su latitanti. È una delle applicazioni più delicate dell’impostazione, detta «antropocentrica», richiamata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,<strong> Alfredo Mantovano,</strong> che ha evocato la «sintonia con l’<strong>ultima enciclica</strong>» del pontefice. «Al centro non c’è la macchina ma la persona», ha sottolineato, aggiungendo che «le decisioni finali rimangono sempre dell&#8217;essere umano» e «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di <strong>“grande fratello” generalizzat</strong>o», e sono vietate altresì «grande banche dati biometriche». Resta che bisognerà vedere che fine faranno, comunque, i dati raccolti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E gli accordi con Israele?</h2>



<p>I buoni propositi, com’è noto, hanno il difetto di scontrarsi con la realtà. All’articolo 23 della legge si autorizzano investimenti, tramite il Fondo di Sostegno al Venture Capital e la Cassa Depositi e Prestiti Capital, a «<strong>PMI innovative e startup</strong> nelle fasi seed, early stage e scale-up, attive nei settori AI, cybersicurezza e tecnologie abilitanti come quantum, telecomunicazioni, 5G, edge computing, web3 e architetture open», si legge sul sito del Dipartimento Innovazione Digitale. «Una parte» delle risorse, continua la nota, «potrà sostenere anche <strong>imprese di dimensioni maggiori,</strong> considerate potenziali “campioni nazionali” tecnologici». Quali saranno questi «campioni», e se saranno in tutto o in parte «nazionali», lo si vedrà. Uno dei colossi con forte presenza nella penisola, per esempio, è STMicroelectronics, che è italo-francese. Senza contare gli accordi del 2023 proprio sulla <em>cybersecurity</em> fra la semi-partecipata statale<strong> Leonardo e l’Autorità per l’innovazione israeliana</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Budget limitato</h2>



<p>Chi teme una gestione opaca o premiante per “manine” poco raccomandabili può consolarsi, per ora, con l’ammontare, non esattamente esorbitante, del budget messo a disposizione: <strong>1 miliardo di euro</strong>. Decisamente poco se paragonato, giusto per fare due confronti, con i 22 miliardi della Gran Bretagna e i 10 miliardi della Francia. Naturalmente, con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi una modellistica di intelligenza artificial<strong>e pubblica</strong> non si concepisce neppure l’idea. In questo, del resto, in buona &#8211; o meglio: cattiva &#8211; compagnia con il capofila tecnologico del blocco occidentale: quegli <strong>Stati Uniti</strong> che, non c’è neanche bisogno di dirlo, a internalizzare non ci pensano proprio, preferendo come d’abitudine <strong>foraggiare i privati</strong>. Un nome su tutti: <strong>Palantir. </strong>Ecco, quali saranno le nostre Palantir, ammesso e assolutamente non concesso che il paragone regga? Ai chatbot dei prossimi anni l’ardua risposta.</p>
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		<title>Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV per liberare l&#8217;IA dalla sindrome di Babele di Palantir</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/magnifica-humanitas-lenciclica-di-leone-xiv-per-liberare-lia-dalla-sindrome-di-babele-di-palantir.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 12:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="papa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il mite e raffinato agostiniano di Chicago ha schierato la Santa Sede per dare un’etica all'ultimo parto prometeico della tecnoscienza. </p>
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<p>Un’enciclica, la <em>Magnifica Humanitas</em> di papa Leone XIV, che <strong>più politica</strong> non si potrebbe. Di <strong>portata storica</strong> per la dottrina sociale della Chiesa, inaugurata esattamente 135 anni fa con la <em>Rerum Novarum</em> di Leone XIII, a cui il pontefice si rifà per aggiornarla: se il predecessore dettò le coordinate cattoliche sugli scompensi della <strong>Rivoluzione Industriale</strong>, <strong>Prevost</strong> ha inteso offrire la carta fondativa per governare la <strong>Rivoluzione Artificiale</strong>. E nel farlo ha scelto contenuti, tempistiche, rimandi (e alleanze) che mettono il cattolicesimo in contrapposizione netta ed esplicita rispetto alle forze tecno-industriali a tutt&#8217;oggi, con <strong>Trump alla Casa Bianca</strong>, lanciate alla conquista della nuova frontiera: l&#8217;IA. Ogni riferimento a soggetti come <strong>Palantir,</strong> con la sua vagheggiata <strong>Repubblica Tecnologica</strong>, è palesemente voluto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giù le mani da Tolkien</h2>



<p>Non è un caso che abbia fatto subito rumore il brano dove il Papa inserisce una frase di <strong>John Ronald Tolkien</strong> («nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo») contro la «disumanizzazione». Tolkien è l’autore della saga <strong><em>Il Signore degli Anelli</em> </strong>da cui <strong>Peter Thiel </strong>ha tratto il nome della creatura da lui fondata, <em>Palantir Technologies</em>, a significare il potere di prevedere il futuro, nel romanzo affidato alle “pietre veggenti” e che l’azienda della Silicon Valley traduce in algoritmi. Il messaggio inviato dal Vaticano è chiarissimo: <strong>giù le mani da uno scrittore, cattolico, </strong>il cui pensiero si pone in direzione esattamente contraria all’usurpazione di Thiel. L’imprenditore con aspirazioni da filosofo, del resto, era stato gelidamente ignorato quando di recente, nel suo tour di <strong>conferenze sull’Anticristo</strong>, aveva fatto tappa anche a Roma, centro della cattolicità. L’Anticristo, per Thiel, è rappresentato da ciò che frena lo sviluppo dell’intelligenza artificiale monopolizzata da <strong>giganti privati</strong> connessi a filo doppio con il Pentagono. In sostanza, il nemico esistenziale sono i vincoli del bene pubblico, le restrizioni d’ispirazione umanistica, i rivali ideologici (come il <strong>socialismo di mercato cinese).</strong> L’obiettivo polemico di Prevost, invece, consiste proprio nella “cultura della potenza” legata alla lotta degli Stati per il primato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contro la &#8220;sindrome di Babele&#8221;</h2>



<p>In parole povere, questo mite e raffinato <strong>agostiniano di Chicago</strong> ha schierato la Santa Sede gettandola nella mischia, offrendo una visione d’insieme, elaborata di tutto punto, con cui dare un’etica all&#8217;ultimo parto prometeico della tecnoscienza. Il proposito, dichiarato, è contrastare la sindrome da <strong>“torre di Babele”, </strong>l’illusione idolatrica che l’umanità possa potenziarsi senza limiti, sacrificando chi non sta al passo, proseguendo lo sfruttamento della Terra e oscurando la dignità umana. «Abbiamo il dovere urgente di <strong>restare profondamente umani</strong>», scrive. Per un Vicario di Cristo, il concetto di umano è traducibile nell’imitare quest’ultimo nel «<strong>dono di sé</strong>». Se per brevità e chiarezza prendiamo a contraltare il <strong>Palantir Manifesto</strong>, troviamo invece tesi di tutt’altro tenore. Fior da fiore: «I nostri avversari non si fermeranno per impegnarsi in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Andranno avanti»; «Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Dovremmo, come società, prendere seriamente in considerazione l’idea di allontanarci da una forza completamente volontaria e <strong>combattere la prossima guerra</strong> solo se tutti condividono il rischio e i costi»; «Se una Marina degli Stati Uniti chiede <strong>un fucile migliore, dovremmo costruirlo;</strong> e lo stesso vale per il software. Dovremmo essere in grado, come Paese, di continuare a discutere la rilevanza dell’azione militare all’estero pur rimanendo inflessibili nel nostro impegno nei confronti di coloro che abbiamo chiesto di mettersi in pericolo».</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ideologia tecno-nazionalista di Karp</h2>



<p>L’estensore <strong>Alex Karp</strong>, ceo di Palantir, figlio di padre afroamericano e di madre ebrea, lavora in parallelo, sul piano delle idee, rispetto al cristiano Thiel, e certo non ha voluto offrire una filosofia vera e propria (ambizione coltivata da <strong>Marc Andreessen</strong> con il suo Techno-Optimist Manifesto, frullato di turboliberismo, futurismo e superomismo <em>sui generis</em>). Ma un certo modo di vedere  la società piuttosto che l’assetto del pianeta, nonché il senso stesso dell&#8217;uomo, traspare evidentissima là dove Karp centra il suo discorso sul «<strong>potere americano</strong>», sui&nbsp;«miliardari» che non dovrebbero «semplicemente rimanere nel loro ambito, quello di arricchirsi», sulla «<strong>élite</strong>» che dovrebbe farsi guidare da un non meglio precisato&nbsp;«credo religioso», sulla distinzione fra&nbsp;«culture» a cui ascrivere «progressi vitali» e<strong>&nbsp;«sottoculture» definite sprezzantemente «mediocri»,</strong> sul rigetto di quel <strong>«pluralismo vuoto»</strong> che, nell&#8217;essere inclusivo (ossia multiculturale), indebolisce&nbsp;«l’America», e più in generale l’«Occidente».</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;élite in guerra</h2>



<p>A differenza di Thiel, come si vede, Karp <strong>non evoca scenari biblici</strong> di sapore apocalittico. Ma la sostanza è identica. E il succo è questo: siamo noi, dice Karp, noi produttori dell’intelligenza generativa che già rendiamo a eserciti e polizie del mondo, statunitensi <em>in primis</em>, il servizio di <strong>gestione computazionale di guerra e sicurezza</strong>, siamo noi oligarchi che non miriamo solo al profitto ma a rifondare la convivenza su basi neo-<strong>nazionaliste e competitive,</strong> siamo noi i titolari del diritto-dovere di metterci alla guida del processo socio-tecnologico in atto. E lo facciamo perché non bisogna dare più per scontato il «secolo di pace» alle nostre spalle (ma <strong>pace per chi?</strong> non per serbi, afghani, irakeni, libici, siriani, ucraini, palestinesi ecc ecc), tanto è vero che «disarmo della Germania» e «pacifismo giapponese», se mantenuti, minacciano di «spostare gli equilibri». Soprattutto «in Asia». Leggi: <strong>pericolo Cina.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Pacifismo radicale</h2>



<p>È la sintesi plastica di una mentalità conflittuale, aggressivo-difensiva, <strong>insofferente della democrazia</strong> come spazio di differenze che, previo filtro teologico, non potrebbe essere più lontana dal magistero di Leone XIV. Il papa condanna&nbsp;«polarizzazioni e violenze», fustiga lo «<strong>scontro a distanza fra imperialismi contrapposti</strong>», se la prende con il «falso realismo», critica la «stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche» che «genera una <strong>“nazione armata” </strong>in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica». E sembra lanciare un anatema quasi <em>ad aziendam</em> quando, perentorio, sentenzia: «<strong>Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile</strong>». Infine, prescrive una serie di «puntuali criteri di discernimento» che denotano una concezione antropologica, oltre che religiosa, <strong>radicalmente anti-bellicista</strong>, riassumibile nel rifiuto del «diritto del più forte» e della «Realpolitk», colpevole di diffondere «la rassegnazione a una guerra ineluttabile», come se «<strong>la pace e il dialogo» </strong>fossero «posizioni utopiche o irrazionali». Insomma, il papa continua ad annodare il filo con cui aveva esordito affacciandosi al balcone di San Pietro: la pace come teoria e prassi totalizzanti. Una pace che «non è una speranza ingenua <strong>né soltanto un’assenza di guerra</strong>: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Anthropic in campo</h2>



<p>A un laicista sfegatato queste affermazioni, nonostante i toni decisi e i non troppo velati richiami, potrebbero suonare come giaculatorie moraleggianti. Errore. Alla cerimonia di presentazione del testo, il 25 maggio, ha preso parola <strong>Christopher Olah, cofondatore con Dario Amodei di Anthropic</strong>. Si tratta dell’azienda, valutata in Borsa qualcosa come 380 miliardi di dollari, che il 27 febbraio scorso si è vista <strong>depennare dalla lista di fornitori</strong> delle agenzie federali degli Stati Uniti con decreto del presidente Trump, sostituita da <strong>OpenAI di Sam Altman.</strong> Il motivo spiega la presenza di Olah a fianco del pontefice: essersi opposti a rimuovere dai modelli algoritmici barriere che vietano l’uso di robot letali e sorveglianza di massa. Prevost <strong>non si è limitato dunque a predicare</strong>: ha scelto di mostrare al miliardo e quattrocento milioni di cattolici del mondo un esempio, a suo dire, <strong>di impresa eticamente responsabile</strong> nel mercato più avveniristico e insidioso. L’unica, sempre non casualmente, messa in lista nera dall’amministrazione trumpiana, con la quale nei mesi scorsi <strong>l’urto sul tema della pace</strong> e della guerra è stato frontale. Una scelta di campo che non ammette equivoci, come a dire: ecco, vedete, la tecnica non è un male in sé, può anzi essere applicata rettamente. In realtà, l&#8217;ultimo modello di intelligenza artificiale rilasciato da Anthropic, <strong>Claude Mythos Preview,</strong> è tutt&#8217;altro che rassicurante, concepito com&#8217;è per individuare le vulnerabilità dei sistemi informatici arrivando a prendere<strong> decisioni autonome</strong>. Un salto qualitativo che avvicina esattamente ai rischi di incontrollabilità che lo &#8220;sponsor&#8221; in talare bianco vorrebbe esorcizzare. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ombrello morale</h2>



<p>Anthropic, va da sé, si sfrega le mani: grazie alla <strong>“benedizione” papale</strong>, può presentarsi come interlocutrice privilegiata di quei governi, dall’America Latina all’Africa passando anche (forse) per l’Europa, che hanno nella propria opinione pubblica un <strong>vasto influsso cattolico</strong>. Può cioè legittimarsi come <em>brand</em> dell’«umanesimo cristiano». Un vero colpaccio reputazionale, il <em>Pope washing</em>, per la catena di investitori che la finanziano: da <strong>BlackRock a Google,</strong> da Amazon al fondo sovrano del Qatar. </p>



<p>«Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione – sostiene a ragione papa Leone in <em>Magnifica Humanitas</em> &#8211; Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono <strong>attori privati, spesso transnazionali,</strong> dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». La Chiesa Cattolica, con <strong>simultanea mossa dottrinale ed economica,</strong> si posiziona come “ombrello morale” nel conflitto in corso, in Occidente e fuori dall’Occidente, annunciando la cristianizzazione dell’arma-fine-di-mondo del XXI secolo. In nome di un Dio – ha tenuto a precisare il suo rappresentante terreno – che non può essere strattonato e strumentalizzato <strong>da sogni di onnipotenza transumanistici e post-umani.</strong> Al di là degli aspetti spirituali, la Chiesa prevostiana fa politica a carte scoperte. Anzi, per la precisione il guanto di sfida lanciato è un <strong>aut-aut geopolitico</strong> in piena regola: o con la linea Prevost-Anthropic, o con quella Trump-Palantir.</p>
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		<title>L’ultima di Peter Thiel: un tribunale online per schedare (e minacciare) i giornalisti critici</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/lultima-di-peter-thiel-un-tribunale-online-per-schedare-e-minacciare-i-giornalisti-critici.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 17:04:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1340" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="objection" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1024x715.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-768x536.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1536x1072.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-600x419.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Si chiama Objection: basta pagare perché ex agenti Cia o Nsa mettano sotto scrutinio il giornalista, che non può avere fonti riservate.</p>
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<p>Sembra un giocattolo per spillar quattrini a ricchi allergici alla libertà di stampa, e lo è. Ma è anche qualcosa in più, il sistema d’intelligenza artificiale lanciato dalla startup <strong>Objection</strong> il 15 aprile scorso grazie ai fondi di <strong>Peter Thiel,</strong> fondatore di Palantir, e dell’imprenditore malesiano <strong>Balaji Srinivasan.</strong> </p>



<p>A capo dell’iniziativa è l’austrialiano <strong>Aron D’Souza</strong> (presidente di Enhanced Games, le <strong>“Olimpiadi dei dopati”,</strong> una competizione con l’obbiettivo esplicito di rendere legittimo e ufficiale l’uso, illegale e ufficioso, che gli atleti fanno di farmaci per avere prestazioni&nbsp; da superuomini). Ma soprattutto, si tratta dell’ex stratega del team di avvocati che nel 2016 eliminò dal mercato statunitense la rete di blog <strong>Gawker Media</strong>, costretta a dichiarare fallimento per una causa da 140 milioni vinta da <strong>Hulk Hogan</strong> e finanziata, guarda caso, da Thiel.</p>



<p>D’Souza ha già insomma qualche esperienza in fatto di liti giudiziarie contro le voci critiche. Ora vuole metterle a profitto con un software, da lui definito come un “<strong>processo in 72 ore</strong>” ai danni del giornalista di turno che non offra &nbsp;sufficienti garanzie di <em>accountability</em>, ossia di credibilità. In realtà, una trovata tecnologicamente avanzata per infliggere <strong>un’ennesima mazzata</strong> alla già malridotta fiducia dell’opinione pubblica verso la categoria dei giornalisti, in particolare quei pochi che possono cimentarsi in quel genere costoso e pericoloso che è il <strong>giornalismo investigativo</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ex spie e algoritmi anti-inchieste</h2>



<p>Il programma di Objection funziona così: il cliente paga da un <strong>minimo di 2 mila a un massimo di 10 mila dollari </strong>per caricare l’articolo o il servizio che non gradisce, aggiunge le proprie obiezioni, dopodiché una squadra di “investigatori” (dietro cui si celano, si dice, ex <strong>agenti Cia, Fbi e Nsa</strong>, strutture con cui Palantir, fra parentesi, è legata a filo doppio) raccoglie ulteriori elementi, e infine il tutto confluisce in un <em>panel</em> di modelli algoritmici di <strong>OpenaAI, xAI, Google, Anthropic e</strong> <strong>Mistral </strong>che eseguono il <em>fact checking</em> finale. Il risultato finale arriva dopo tre giorni, e produce il cosiddetto <strong><em>Honor Index</em></strong>, un verdetto a punti sull’affidabilità dell’autore sott’accusa. Si dirà: ok, è una pensata per <strong>soggetti che siano abbastanza facoltosi</strong> da poter sborsare qualche migliaio di verdoni così da fare le contro-pulci a chi abbia sfornato qualche <strong>pezzo scomodo</strong> ai propri interessi. Vero, ma con una specifica importante: ad azzoppare a priori il lavoro del giornalista è l’istruzione di base data agli algoritmi, vale a dire la <strong>penalizzazione delle fonti riservate</strong>. Com’è noto, le inchieste che vanno più in profondità e suscitano le ire dei potenti si avvalgono di testimonianze anonime, i <strong><em>whistleblower</em></strong>, persone che si accollano il rischio di segnalare illeciti, raggiri e porcate varie e che perciò, per legge, sono tutelate dal <strong>segreto giornalistico</strong> (anche in Italia, dove solo il giudice può chiederne di rivelarne l’identità, per lo meno ai giornalisti iscritti all’albo professionisti, mentre i pubblicisti, cioè la maggioranza, sono disarmati).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nemico: le fonti riservate</h2>



<p>Objection, invece, rende il pilastro di un ideale contropotere mediatico un <strong>difetto strutturale</strong>. D’Souza l’ha messa così: «Proteggere le informazioni di una fonte è un modo fondamentale per raccontare una storia importante, ma c&#8217;è un&#8217;importante <strong>asimmetria di potere</strong> in questo», ha detto in un’intervista a <em>TechCrunch</em>, «l’argomento viene trattato, ma poi non c&#8217;è modo di criticare la fonte». Singolare, ma nient’affatto sorprendente, questa concezione così candidamente espressa: secondo il <em>protegé</em> di Thiel, chiunque sia dotato di <strong>adeguate risorse economiche</strong> per accedere al nuovo servizio di certificazione non gode, poverino, di una posizione asimmetrica di potere, mentre la <strong>fonte anonima</strong>, che magari rischia di <strong>perdere il lavoro</strong> o di finire in rovina subissato da cause milionarie, quella invece rappresenterebbe lo strapotere del giornalismo assetato di <em>scoop</em>. </p>



<p>D’Souza si è spinto ad auspicare un <strong>«metodo scientifico»</strong> che, in sostanza, equivarrebbe alla pubblicazione integrale del colloquio-intervista con la fonte, a quel punto non più coperta dall’anonimato. Non solo, ma ha proposto ai giornalisti di firmare un <strong>accordo di «protezione»</strong> per cui il giornalista lavorerebbe sotto la supervisione dell’intelligenza artificiale di Objection. Cosa che, naturalmente, non sarebbe un tentativo di mettere a tacere gli informatori, bensì di «verificare i fatti». Conclusione, lapidaria: «La <strong>saggezza della folla</strong> (<em>wisdom of the crowd</em>) unita al potere della tecnologia» è in grado di «creare nuovi metodi per dire la verità».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Distopia attivata</h2>



<p>Se si volesse commentare seriamente, si dovrebbero far presente, all’alfiere del doping impancatosi a reinventore del <strong>“quarto potere”, </strong>giusto due cosette. La prima: la <em>vox populi,</em> che lui chiama saggezza popolare e che poi altro non è che il <strong>senso comune</strong>, è validissima quando si parla di abitudini pratiche, ma è anche, come scriveva Alessandro Manzoni ne <em>I Promessi Sposi</em>, il riflesso di pregiudizi e incrostazioni mentali, i famosi <strong><em>bias</em> cognitivi</strong> che non casualmente nutrono la logica di conferma, ossessiva e ripetitiva, tipica degli algoritmi. Quella che per tecno-capitalisti come questo D’Souza è positiva utopia, in realtà è <strong>distopia bella e buona, purtroppo già attiva e operante</strong>. Ma Manzoni ormai non si vuole più leggerlo nemmeno in Italia, figuriamoci se lo conoscono in quella landa di nerd supponenti che è la <strong>Silicon Valley</strong>. </p>



<p>Secondo: è chiaro come il sole che un artefatto del genere è concepito a scopo intimidatorio per delegittimare, letteralmente alla fonte, quel <strong>poco di inchieste fatte come dio comanda</strong> che qualche temerario cerca nonostante tutto di proporre a un pubblico sempre più distratto e tribalizzato. L’inchiesta, come formato, <strong>costa molto</strong>, anzitutto in termini di tempo e quindi di sostenibilità economica, e non secondariamente di <strong>rischio in sede legale,</strong> per far fronte a richieste di risarcimento danni con cifre, a volte, semplicemente pazzesche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Invito alla delazione</h2>



<p>E tuttavia l&#8217;inchiesta resta l’ultimo, residuale modo con cui i giornalisti, spesso associati in cordate internazionali con il supporto del <em>crowdfunding</em>, possono <strong>realmente dare fastidio</strong>, poiché è solo indagando che si rendono noti dei fatti che fino a quel momento erano ignoti. Tutto il resto è cronaca d’agenzia, opinione e analisi. Tutte componenti <strong>essenziali</strong>, ma che scontano l’handicap di finire sommerse nel dispersivo oceano digitale, le cui correnti sono regolate ovviamente da loro, gli <strong>onnipresenti algoritmi</strong>. Ma forse è inutile speculare troppo, su personaggi come Thiel e sue annesse creature. Non perché la faccenda non sia grave, anzi: è gravissima. Ma <strong>non è seria.</strong> È talmente sfacciata, spudorata e in malafede la volontà di screditare <strong>ciò che di buono</strong> sopravvive in un giornalismo in larga misura asservito e mediocre, che verrebbe da replicare, a questo mini-Thiel dal cognome impronunciabile, esclusivamente con un sonoro <strong><em>fuck you</em>. </strong>Ma non ne vale la pena: il suo tribunale online per irritati seriali avrà comunque valore legale zero. Serve solo a confondere le acque, <strong>montare l’odio per i rimanenti giornalisti liberi</strong>, incitare a una sorta di pubblica delazione per <strong>schedarli </strong>e, già che ci siamo, far pagare a chi ha il prurito da diffamazione facile i lavoretti di spionaggio computazionale eseguiti dall&#8217;arcimilionesima<em>startup</em> ideata da <strong>tecno-libertari</strong> che <em>tecno</em>, lo sono di sicuro, ma libertari lo sono come si può esserlo <strong>all’americana</strong>: solo se sei sufficientemente gonfio di dollari.<br> </p>
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		<title>“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/reddito-di-giornalanza-giusto-il-referendum-per-eliminarlo-ma-con-qualche-precauzione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:05:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="giornali" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il referendum per abolire i contributi pubblici ai giornali ha raccolto 120 mila firme in poco più di una settimana. Ma attenzione... </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/reddito-di-giornalanza-giusto-il-referendum-per-eliminarlo-ma-con-qualche-precauzione.html">“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="giornali" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>120 mila firme in una settimana a mezzo: la campagna per abolire per via referendaria il <strong>“reddito di giornalanza”</strong> è partita con il botto<strong>.</strong> Segno che l’iniziativa lanciata il 27 aprile da Schierarsi, associazione tra i cui fondatori c’è <strong>Alessandro Di Battista,</strong> ha colto un punto sensibile nell’opinione pubblica: l’avversione per certo sistema mediatico che, nonostante il discredito di cui soffre, continua a <strong>incassare soldi dai contribuenti.</strong> Una battaglia politica che richiama il Movimento 5 Stelle prima maniera, quello di Beppe Grillo affiancato da Gianroberto Casaleggio, ma che evidentemente rappresenta un tema <em>evergreen</em>. Anche la modalità riecheggia un’idea cara a quella stagione, la <strong>democrazia diretta:</strong> i promotori puntano al traguardo delle 500 mila firme per indire un referendum popolare con cui eliminare parte delle sovvenzioni statali ai giornali. </p>



<p>Normate dalla legge 198 del 2016, nella finanziaria del 2019 l’allora sottosegretario all’editoria, il grillino <strong>Vito Crimi</strong>, fece inserire un emendamento, l’810, in base al quale sarebbero dovute sparire già nel 2022. Invece sono state <strong>mantenute, di proroga in proroga, posticipandone la fine al 2030</strong>. A giustificare il rinvio, come sostengono Fieg (editori), Fnsi (stampa), mondo cooperativo (CulTurMedia-Legacoop, Culturalia-Agci) e cattolico (Fisc), la tutela del <strong>pluralismo informativo</strong>, seriamente minacciato dal tracollo ormai strutturale dell’editoria, specialmente cartacea, travolta dalla digitalizzazione. Ragion per cui, fra parentesi, <strong>l’Unione Europea</strong> non considera i fondi in questione come aiuti di Stato, e perciò non li assoggetta a vincoli e autorizzazioni. Il quesito formulato da Schierarsi abrogherebbe, per la precisione, l’ultima proroga datata 2023, così da anticipare di due anni, cioè al termine del 2028, la scadenza del “<strong>Fondo per il pluralismo dell’informazione</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contributi diretti</h2>



<p>La situazione oggi è questa. Mentre <strong>nel 2016 erano stati tolti dall’accesso</strong> ai contributi gli organi di partito, i periodici di settore e le testate di gruppi editoriali sul mercato, da dieci anni a questa parte a richiedere il finanziamento pubblico possono essere solo le <strong>cooperative di giornalisti, gli enti no profit</strong> e i media la cui maggioranza proprietaria sia di <strong>fondazioni </strong>o soggetti non a scopo di lucro. Come si può leggere sul sito del Dipartimento per l’Informazione ed Editoria (al link <a href="https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/il-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/">https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/il-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/</a>), si tratta in tutto di <strong>206 giornali</strong> (più una società radiofonica) che nell’erogazione stabilita nel 2024 hanno beneficiato di 104,8 milioni di euro, circa 9 milioni in più rispetto al 2023. Si parla di <strong>fondi diretti, cioè stabili.</strong> Nell’elenco, suddiviso in sei categorie, la fetta più grossa è numericamente composta dai <strong>giornali “editi e diffusi in Italia”</strong>, benché ad aver ricevuto la somma in assoluto più consistente, 6 milioni 176 mila euro, sia stato il <em>Dolomiten</em>, quotidiano altoatesino, sotto la voce “espressione di <strong>minoranze linguistiche</strong>” (buon secondo, in questo comparto, il <em>Primorski Dnevik</em>, in lingua slovena: 1 milione 682 mila euro).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Veri e &#8220;falsi&#8221; no profit</h2>



<p>A colpire, però, sono le testate che invece su un editore, o comunque su appoggi economici, possono contare eccome, e che nonostante ciò usufruiscono del Fondo dandosi uno statuto societario formalmente non commerciale: <strong><em>Il Foglio</em></strong> (più di 2 milioni di euro), <strong><em>Libero</em> </strong>(5,4 milioni), <em>Italia Oggi</em> (4 milioni), la <em>Gazzetta del Sud</em> (3,3 milioni) e la <em>Gazzetta del Mezzogiorno</em> (2,4 milioni), <em>L’identità</em> (1,7 milioni) e il <strong><em>Secolo d’Italia</em></strong> (498 mila euro, rata d’anticipo al 29 maggio 2025). Un <strong>distinguo </strong>però va fatto: esistono realtà pubblicate da editori realmente cooperativi e no profit, e in quanto tali senza santi in paradiso, come <strong><em>Il manifesto</em></strong> (3,2 milioni). Idem per <em>Conquiste del Lavoro</em>, che si occupa di argomenti socioeconomici e sindacali, o <em>Mondo Sanità</em>. C’è poi una miriade di giornali locali, dal <em>Sannio Quotidiano</em> alla <em>Gazzetta d’Asti</em>, da <em>Il Biellese </em>al calabrese <em>Tiraccio-Voce ai giovani</em>, dal <em>Quotidiano di Sicilia</em> al <em>Corriere di Romagna</em> e così via. Fa capolino anche <strong>qualche rivista tematica,</strong> come la <em>Rivista Italiana Difesa</em>, <em>Caccia&amp;Tiro</em>, <em>Altreconomia </em>e <em>RockHard Italia</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Galassia cattolica</h2>



<p>La tipologia culturalmente più compatta è costituita dall’affollatissimo microcosmo di <strong>giornali cattolici.</strong> Tutti enti morali, va da sé. In prima fila il quotidiano dei vescovi, <em>Avvenire</em> (5,4 milioni) e il settimanale <em>Famiglia Cristiana</em> (6 milioni), assieme a <em>Civiltà Cattolica</em>, storica testata dei gesuiti, e al <em>Messaggero di Sant’Antonio</em>, mensile con ben 200 mila abbonati (930 mila euro). Dopodiché, una sfilza di <strong>giornali diocesani:</strong> <em>Gente Veneta</em> (del Patriarcato di Venezia), <em>Verona Fedele, La Difesa del Popolo</em> (Padova), <em>Il Cittadino</em> (diocesi di Genova), <em>Libertà</em> (seminario vescovile di Guastalla), <em>Nuova Scintilla</em> (Chioggia), <em>La Voce dei Berici</em> (Vicenza) e vari altri. Infine, per non farsi mancare niente, anche <strong>il settimanale dell’Associazione Nazionale Alpini,</strong> <em>L’Alpino</em> (829 mila euro). A completare il quadro 5 periodici all’estero, come <em>La Voce di New York </em>o il <em>Corriere Canadese</em> (rispettivamente 286 mila e 322 mila euro), e 14 giornali delle comunità italiane all’estero, come <em>Bellunesi nel mondo </em>(49 mila euro) o <em>L’Italiano</em> (57 mila ); sette riviste delle associazioni di consumatori, come <em>Federconsumatori News</em> (51 mila euro); 28 prodotti editoriali per <strong>non vedenti o ipovedenti</strong>, come <em>Trilli nell’azzurro</em>, della Fondazione Lega Filo d’Oro (68 mila euro).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contributi indiretti</h2>



<p>Non ci sono però solo i contributi diretti, ma anche quelli<strong> indiretti</strong>, sotto forma di credito d’imposta, cioè di rimborso per carta e distribuzione. <strong>Questi ultimi non vengono toccati dal referendum</strong>. Essendo sgravi i fiscali rientrano nell’ambito delle leggi tributarie, che l’articolo 75 della Costituzione proibisce di sottoporre a voto referendario. A fruire di tali finanziamenti “straordinari” sono stati praticamente tutti i giornali più noti. Gli ultimi dati, relativi al 2023, registrano stanziamenti, per 10 centesimi a copia cartacea venduta in abbonamento e in edicola nel 2022, per 11 milioni e 383 mila al gruppo Rcs-<em>Corriere della Sera</em> e 5,2 milioni a Cairo Editore (entrambi facenti capo a <strong>Urbano Cairo</strong>, editore de <em>La7</em>, già florido di suo), 6,7 milioni a <strong>Gedi</strong> (allora titolare di <em>Repubblica, Stampa</em> e altre testate, di recente passate di mano) e 3,7 milioni al gruppo Editoriale Nazionale (<em>QN, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione</em>). E ancora: 1,4 milioni a <em>Il Messaggero</em> (gruppo Caltagirone), altrettanti a <em>Il Sole 24 Ore</em>, 915 mila euro al <em>Giornale </em>(gruppo Angelucci), 827 mila a <em>La Verità</em>, 740 mila a <em>L’Unione Sarda</em>, 529 mila a <em>L’Espresso,</em> 169 mila a<em> Panorama</em>, 489 mila a <em>Il Mattino</em>, 169 mila a <em>Domani </em>e 149 mila a <em>Milano Finanza</em>. <strong>Unica, benché parziale eccezione il <em>Fatto Quotidiano</em></strong>, che sin dalla nascita rivendica in prima pagina la volontaria rinuncia a denari pubblici. Anche se, per la verità, nel dicembre 2025 la società editrice Seif ha presentato domanda per il nuovo fondo straordinario «data la crisi del mercato editoriale e il <strong>momento congiunturale molto difficile</strong>», come ha spiegato in una nota. Il decreto del governo del 9 marzo scorso, prosegue il dispaccio, non ha assegnato un euro a Travaglio&amp;C, la cui «intenzione» resta comunque, abbonati e introiti permettendo, di «non percepirlo».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Democrazia informativa?</h2>



<p>L’anno scorso, infatti, il governo Meloni è intervenuto con <strong>due successivi decreti</strong>: ad aprile, con <strong>82 milioni</strong>, di cui 65 di contributo straordinario (sulle copie del 2023) e il resto a favore di edicole e punti di distribuzione; e a settembre, sempre in via straordinaria, per sostenere le assunzioni e gli investimenti, per un totale di <strong>44 milioni.</strong> Saltato invece l’altro aiutino storico, il <strong>credito d’imposta per la carta</strong>: nel decreto <strong>Milleproroghe </strong>l’emendamento è stato riformulato per «mancanza delle necessarie coperture finanziarie», come ha ammesso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a informazione ed editoria, <strong>Alberto Barachini </strong>(Forza Italia, ex giornalista Mediaset)<strong>.</strong> «Assenza di volontà per la salvaguardia della democrazia del nostro Paese», si è lamentato <strong>Andrea Riffeser Monti,</strong> presidente della Fieg. </p>



<p>Se si estende lo sguardo all’intero meccanismo che abbiamo descritto, la democrazia c’entra relativamente. Non c’entra niente, sia in via ordinaria che straordinaria, quando si parla di imprese editoriali che dovrebbero vivere di mercato, avendo <strong>alle spalle imprenditori facoltosi, </strong>inserzionisti di peso o, in ogni caso, solide entrature. E che fra l’altro, del “libero” mercato fanno l’apologia fin dal nome, come nel caso, macroscopico, di <em>Libero</em>, testata edita da un srl omonima di proprietà della <strong>Fondazione San Raffaele</strong> ma in realtà parte dell’impero editoriale del re delle cliniche, e deputato leghista, <strong>Antonio Angelucci</strong>. Non c’entra nulla per gli euro concessi a pioggia indirettamente, poiché <strong>la logica <em>una tantum </em>è solo una droga</strong> che non fa altro che rinviare il problema. C’entra poco per quanto riguarda la <strong>galassia cattolico-ecclesiale</strong>: non si capisce infatti per quale motivo debba drenare pubblici quattrini, con il po’ po’ di ricchezze immobiliari e mobiliari che appartengono alla Chiesa e la capillarità di organizzazioni e movimenti di fedeli. La democrazia c’entra, piuttosto, con le pubblicazioni di <strong>editori realmente, come si dice in gergo, <em>puri</em>,</strong> non riconducibili ai sei o sette potentati espressioni di interessi tecnicamente “impuri”.Tutte destinate a non ricevere più un nichelino, qualora dovesse avere esito positivo il referendum anti-giornalanza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Modesta proposta</h2>



<p>In sintesi: l’opera di sfoltimento è stata <strong>in parte aggirata</strong>, e per questa parte, che di fatto è un regalo a chi non ne ha o non dovrebbe averne bisogno, il referendum di Schierarsi va nella direzione giusta. Ma accanto all’abolizione, sarebbe utile e sensato avanzare anche un’<strong>idea diversa e più equa di regolamentazione </strong>dei fondi ordinari, così da compensare la distorsione rappresentata da quelli straordinari che, come detto, non vengono sfiorati dal disboscamento. Ad esempio ammettendo, esclusivamente per un <strong>tempo limitato e improrogabile</strong>, le sole cooperative di giornalisti, con bilanci pubblicamente consultabili che non superino una soglia bassa abbastanza da impedire di camuffare sotto mentite spoglie la <em>longa manus</em> di privati più o meno abbienti e influenti. Altrimenti, limitandosi a tagliare, si rischia di favorire proprio costoro, e si recide alla base un principio che meriterebbe di essere difeso: la <strong>pluralità autentica</strong>, la quale dovrebbe tradursi nel sopperire all’asfissia di un mercato in realtà oligopolistico e incrostato, riconoscendo almeno inizialmente una spinta finanziaria a progetti validi ma privi di patroni. Compito, a dirla tutta, di una banca pubblica. Senza bancomat eterni, beninteso. Ma neppure senza ostilità preconcetta a supportare <strong>chi ha idee e competenze</strong>, ma non linee spianate di credito o sponsor con lobby incorporata.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/reddito-di-giornalanza-giusto-il-referendum-per-eliminarlo-ma-con-qualche-precauzione.html">“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Caso Minetti, i due veri punti oscuri</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 15:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Si collocano esattamente al principio e alla conclusione dell’iter, i due punti ancora oscuri nella grazia concessa il 18 febbraio scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Nicole Minetti. Il caso politico-istituzionale è deflagrato dopo l’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano, in seguito alla rivelazione dell’atto presidenziale da parte della trasmissione televisiva Mi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html">Caso Minetti, i due veri punti oscuri</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1171" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1024x625.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-768x468.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1536x937.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-600x366.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Si collocano esattamente al principio e alla conclusione dell’iter, i <strong>due punti ancora oscuri</strong> nella grazia concessa il 18 febbraio scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a <strong>Nicole Minetti.</strong> Il caso politico-istituzionale è deflagrato dopo l’inchiesta di Thomas Mackinson sul <em>Fatto Quotidiano</em>, in seguito alla rivelazione dell’atto presidenziale da parte della trasmissione televisiva <em>Mi Manda Rai Tre</em> (10 aprile). Il provvedimento del Quirinale ha sollevato dai servizi sociali la Minetti, ex consigliere della Regione Lombardia e condannata in via definitiva a 3 anni 11 mesi per i <strong>processi Ruby-bis</strong> (le “olgettine” delle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore) e peculato sui rimborsi regionali, con la motivazione di lasciarla libera di muoversi con passaporto per accudire il figlio adottivo, un minore uruguayano che soffre di una grave patologia congenita.</p>



<p>La prima ombra riguarda l’adozione avvenuta in Uruguay, dove convivono la Minetti e il compagno, <strong>Giuseppe Cipriani</strong> (erede della dinastia dell’Harry’s Bar di piazza San Marco a Venezia e <em>ceo</em> di Casa Cipriani, catena di hotel e ristoranti di lusso sparsi in venti città, da Ibiza a New York). Il 19 luglio 2024 il <strong>Tribunale dei minorenni di Venezia </strong>dichiara «efficace» la procedura certificata nel febbraio del 2023 dai giudici sudamericani di Maldonado Nuevo. Stando a quanto riporta <em>Libero</em> (29/4), nel decreto si legge che la coppia viveva stabilmente in Uruguay da oltre due anni, e che il bambino «si trovava in <strong>stato di abbandono sin dalla nascita</strong>, con “separazione definitiva dai genitori biologici i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale”». Nulla osta, dunque, per il riconoscimento della potestà genitoriale. I genitori naturali, infatti, sarebbero stati in condizioni di tale povertà che il figlio sarebbe stato affidato all’<strong>Istituto per Bambini e Adolescenti dell’Uruguay </strong>(INAU). Secondo il <em>Fatto</em>, Minetti e Cipriani avrebbero intentato causa in sede civile per far decadere la potestà ai genitori biologici, circostanza smentita dalla Minetti. Nel marzo 2020, stando ai documenti del Tribunale di Maldonado trapelati oggi (<em>Corriere della Sera</em>, 30/4), la coppia formalizzò la richiesta all&#8217;INAU, che la accolse nell&#8217;aprile del 2021 con un <strong>affido provvisorio</strong>, in via eccezionale rispetto al normale ordine di priorità, data la malattia del piccolo che, purtroppo, poteva dissuadere l&#8217;interessamento all&#8217;adozione. Così si spiega l&#8217;intervento già quell&#8217;anno al <strong>Boston Childrens’ Hospital</strong>, negli Stati Uniti. Al San Raffaele di Milano e al Policlinico di Padova, secondo la difesa della Minetti, avevano sconsigliato l’operazione, anche se da Padova il direttore di Neurochirurgia Pediatrica, Luca Denaro, ha ribadito di non aver mai avuto contatti di nessun genere.</p>



<p>L&#8217;altra novità arriva dal <strong>giornale online <em>FM Gente</em>,</strong> nell’articolo del 28 aprile intitolato “Una adopción en Maldonado por parte de multimillonario italiano y un ‘perdón’ de la Justicia”. <strong>Yuria Troche</strong>, l’avvocatessa uruguayana che si occupò inizialmente del minore, fra il 2021 e il 2022, vi dichiara che sì, «furono rispettati tutti i requisiti legali richiesti», sottolineando anche che «l&#8217;Uruguay è molto geloso nel concedere adozioni e molto garantista». Ma aggiungendo pure, testuale, «<strong>a dire il vero non ricordo con certezza</strong>» se fossero stati presi in considerazione i precedenti della Minetti. Vale a dire il fatto che già nel 2019 l’ex igienista dentale, celebre per essersi recata nottetempo alla Questura di Milano, il 27 maggio 2010, per sottoscrivere l’affido dell’allora 17enne Karyma, alias “Ruby Rubacuori”, spacciata per <strong>la nipote del dittatore egiziano Mubarak</strong>, era stata confermata rea di favoreggiamento della prostituzione dalla Cassazione.</p>



<p>Le precisazioni e amnesie della legale si inseriscono in un contesto di polemiche che hanno proprio recentemente coinvolto l’INAU in polemiche sui criteri di accoglimento delle richieste di adozione. Il responsabile d’ufficio, <strong>Dario Moreira</strong>, è stato destituito non più tardi di due settimane fa. Inoltre, anche il capitolo donazioni lascia adito a dubbi. Sempre <em>FM Gente</em> riporta che Minetti e Cipriani ne avrebbero erogate diverse, a favore dell’istituto d’infanzia, almeno a leggere le carte sulla grazia. Ma, sempre al giornale, l’ex direttore dipartimentale di Maldonado<strong>, Daniel Guadalupe</strong>, sostiene il contrario: «Non ho mai saputo nulla di <strong>donazioni</strong> di queste persone». Quel che è certo è che quando, all’inizio del 2023, la coppia italiana ottiene in via definitiva di adottare il bambino, sul capo della Minetti pendeva <strong>da quattro anni una sentenza passata in giudicato</strong> per un reato, rispetto alla maternità, particolarmente sgradevole. Senza contare le altre già note stranezze oltre Atlantico succedutesi via via negli anni: dall’ultima, la scomparsa a metà febbraio di quest’anno della 29enne madre biologica, alla misteriosa morte della seconda avvocatessa locale coinvolta nella pratica, <strong>Mercedes Nieto, trovata carbonizzata</strong> in casa con il marito il 20 giugno 2024, fino al profilo di Cipriani, imprenditore definito nell’istanza “lontano da contesti di devianza” benché, secondo testimonianze menzionate dal <em>Fatto</em>, nella <strong>tenuta “Gin Tonic”</strong> a Punta del Este non si ospitassero per beneficenza solo gli orfani dell’INAU ma anche party non dissimili dalle serate da <em>belle époque</em> berlusconiana (le plurime citazioni di Cipriani negli <strong>Epstein files</strong>, invece, parlano di finanziamenti che avrebbe ricevuto dal faccendiere pedofilo, il che di per sé non rileva, in relazione all’episodio in questione).  </p>



<p>Il secondo punto cieco investe la gestione delle domande di grazia. Nello specifico, non c’è dubbio che <strong>la responsabilità dell’istruttoria sia del Ministero della Giustizia,</strong> e che in concreto gli accertamenti dovesse svolgerli la Procura Generale competente, quella di Milano. A confermarlo è stata l’ultima decisione in materia della Corte Costituzionale, nel 2006. Dove però la Consulta precisò che, come si legge sullo stesso sito del Quirinale, <strong>il Capo dello Stato non svolge una funzione meramente «formale». </strong>Tanto che effetto immediato di quella sentenza della suprema Corte fu l’istituzione di un Ufficio apposito, denominato “Affari dell’Amministrazione della Giustizia”, deputato fra le altre cose alle pratiche di commutazione delle pene (attualmente, il Comparto Grazie è presieduto da <strong>Enrico Gallucci</strong>, coadiuvato da tre dipendenti amministrativi). Ora, la dinamica prevede che l’organo giudiziario, in questo caso la Procura meneghina, dovesse fornire un <strong>parere documentato non vincolante </strong>al ministro Guardasigilli, ovvero a <strong>Carlo Nordio</strong>, il quale poi doveva formulare la proposta. Ma nell’esercitare la clemenza (<strong>un residuo premoderno del potere assoluto dei sovrani</strong>, per inciso) il Capo dello Stato «ha potestà decisionale» perché «organo <em>super partes</em> e “rappresentante dell&#8217;unità nazionale”, estraneo al “circuito” dell&#8217;indirizzo politico-governativo». Una potestà funzionale a soddisfare «solo <strong>straordinarie esigenze umanitarie</strong>».</p>



<p>Tradotto in parole semplici, all’emergere di notizie che hanno fatto dire alla procuratrice generale milanese, <strong>Francesca Nanni,</strong> «siamo stati diligenti, ma magari <strong>non perspicaci</strong>», Mattarella non poteva non chiedere di acquisire con «urgenza» riscontri sulla «supposta falsità degli elementi» addotti dai legali della Minetti quando, nel luglio 2025, la richiesta di grazia gli fu inoltrata. Non perché sia la Presidenza della Repubblica a dover verificare per statuto le evidenze empiriche, ma perché ad essa <strong>spetta il sigillo finale della scelta</strong>. Una scelta che resta tuttavia non tipizzata, come dicono i giuristi. Il Capo dello Stato sceglie da una rosa per ragioni, come abbiamo visto, umanitarie, e di carattere straordinario. Nei suoi due mandati, <strong>Mattarella ha concesso 71 atti di clemenza</strong> (36 nell’ultimo, come si evince dalla tabella pubblicata online) <strong>su un totale di 4230 istanze esaminate</strong>. Ma la gravità dell’<em>affaire</em> Minetti consiste appunto nel rischio che sia delegittimato l’istituto stesso della grazia, e ciò, evidentemente, metterebbe in discussione i <strong>margini di discrezionalità </strong>con cui viene elargita. La giustizia somministrata quando si annulla o si commuta una pena è infatti di tipo <strong>“sostanziale</strong>”, al di là cioè di quel che si è stabilito e formalizzato nei tribunali al termine dei gradi di giudizio previsti.</p>



<p>Tale “sostanzialità”, che altro non è che il <strong>senso di giustizia</strong>, si rovescia nell’interrogativo che sta agitando l’opinione pubblica: posto che la Minetti è una cittadina con i diritti e i doveri di tutti i cittadini, <strong>perché a lei sì e a tanti altri no? </strong>Essendo il suo un nome che richiama un passato oggettivamente imbarazzante per le istituzioni, non sarebbe stato più prudente <strong>chiedere eccezionalmente un plus di attenzione</strong> <em>prima</em>, e non <em>dopo</em> aver fatto cadere su di lei la <em>clementia quirinalis</em>? Oppure è un destino cui siamo tenuti a piegarci in eterno, l’italico gioco dello scaricabarile, mentre qui è evidente che la <strong>sottovalutazione</strong> si è propagata lungo tutta la filiera decisionale, dall’inizio alla fine, dall’Uruguay ai nostri magistrati, passando per Largo Arenula fino agli addetti preposti al Colle i quali, forse, una <em>red flag</em> all’ultimo miglio avrebbero anche potuto alzarla?</p>
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		<title>“Cara Italia, alleiamoci”: l’appello-meme dell’Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cara-italia-alleiamoci-lappello-meme-delliran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 14:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La finta lettera aperta sembra far parte di un'accorta strategia di comunicazione che ha vinto la guerra "memetica".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Altro che <em>Open to Meraviglia</em> e le campagne per il turismo che tanto esaltavano <strong>Daniela Santanché</strong> (pace &#8211; politica s’intende &#8211; all’anima sua). La più originale idea per promuovere&nbsp; il marchio dell’Italia nel mondo, e per giunta a costo zero, l’ha escogitata l’Iran. O per essere più precisi, l’anonimo estensore dell’<strong>account X dell’ambasciata iraniana in Ghana</strong>. Martedì 14 aprile, il presidente della Repubblica Islamica <a href="https://it.insideover.com/guerra/iran-la-guerra-psicologica-di-pezeshkian-a-trump-nella-lettera-agli-americani.html" id="https://it.insideover.com/guerra/iran-la-guerra-psicologica-di-pezeshkian-a-trump-nella-lettera-agli-americani.html">Masoud Pezeshkian</a> si era complimentato, oltre che con Spagna, Cina, Russia, Turchia ed Egitto, anche con l’Italia, Paese di «forti radici culturali e storiche», per aver preso le distanze dai «crimini del regime sionista». Il giorno successivo, dal <em>social</em> di Elon Musk il rappresentante diplomatico nello Stato africano ha pubblicato un <strong>appello. Destinatario unico: l’Italia</strong>.</p>



<p><br>«Cara Italia», si legge nel tweet, «il tuo Primo Ministro ha appena difeso il Papa e ha perso un alleato a Washington. <strong>Vorremmo candidarci per il posto vacante</strong>». A seguire, il “curriculum” vantato dalla fu Persia: 7 mila anni di civiltà, un comune amore per la letteratura, con parallelismi che vanno dai poeti Hafez e Omar Khayyam ai nostri <strong>Dante e Petrarca,</strong> il vanto per le bellezze architettoniche, creando un immaginario ponte fra Persepoli e il Colosseo, e infine, immancabile, il «cibo», che «richiede più tempo per essere preparato rispetto alla <strong>durata d’attenzione di Trump</strong>». Sarcasmo a piene mani, sublimato in ironia nell’affondo finale: «L’unica cosa per cui Iran e Italia si sono mai battuti è chi ha inventato il gelato. Il <strong><em>faloodeh</em></strong> è arrivato per primo. Il gelato è arrivato più rumorosamente. Siamo in guerra fredda su questo da 2.000 anni». Il post diventa virale in poche ore, suscitando commenti sardonici a cui l’ambasciata replica con altrettanto <strong>umorismo.</strong> Come quando un utente domanda se per caso gli iraniani, a differenza degli italiani, tagliano gli <strong>spaghetti,</strong> e il <em>social media manager</em> ribatte così: «L’Iran nega categoricamente tutte le accuse di taglio della pasta. Rispettiamo l’integrità territoriale degli spaghetti».</p>



<p>Ilarità fuori luogo mentre il popolo iraniano piange i suoi caduti? A parte il <em>sense of humour</em> oggettivamente ben riuscito, la finta lettera aperta sembra far parte di una <strong>strategia di comunicazione</strong> vera e propria. Nell’ultimo mese, dall’Iran sono circolati dei <em>meme</em> che utilizzano personaggi disegnati dall’intelligenza artificiale con <strong>mattoncini Lego</strong>. Gli autori fanno parte di un collettivo, denominato <em>Explosive News</em>, nome presumibilmente fantoccio a indicare un team legato al governo, benché quest’ultimo neghi. Video anch&#8217;essi, in tutta obiettività, costruiti bene, e <strong>tutti ironici.</strong> In uno, ad esempio, un iraniano fa alla griglia quattro aerei americani come fossero spiedini, o in un altro, un ufficiale dell’esercito di Teheran si esibisce in un rap, mentre il presidente statunitense Donald Trump finisce dentro un bersaglio fatto di <strong><em>Epstein files.</em></strong> Gli audio si trovano anche su Spotify. Il 14 aprile Youtube (Alphabet, gruppo Google) li ha cancellati con l’accusa di essere dei “contenuti violenti”, subito dopo che il presunto collettivo, all’indomani della tregua, ne aveva pubblicato un altro dal titolo “L’Iran ha vinto”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché scegliere l&#8217;Italia</h2>



<p>Nel frattempo, però, <strong>Nancy Snow</strong>, una delle massime studiose di <em>propaganda studies</em> degli Stati Uniti, ne ha tratto una lezione da non sottovalutare: «Quella a cui stiamo assistendo non è solo una guerra militare, ma anche una <strong>guerra estetica</strong>. Chi controlla i <em>meme </em>controlla lo stato d’animo». Sono finiti i tempi in cui noi occidentali, sul versante mediatico, eravamo abituati a vedere il Medio Oriente come una landa di barbuti col turbante e il kalashnikov che parlano da una caverna citando il Corano (mentre negli Usa, in ogni caso, c’è un ministro<strong>, </strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/iran-per-trump-ed-hegseth-lipotesi-di-mandare-truppe-di-terra-non-e-piu-un-tabu.html">Pete Hegseth,</a> che predica la guerra santa evocando Ezechiele 25:7, non rendendosi conto di aver citato <strong>Pulp Fiction</strong>…). Un esperto italiano di marketing, <strong>Marco Lutzu,</strong> ha commentato così: «Per ottant’anni gli Stati Uniti hanno inventato e dominato il linguaggio della comunicazione pop globale. Lo hanno usato per vincere la Guerra Fredda, per <strong>esportare il sogno americano</strong>, per convincere il pianeta che il loro stile di vita fosse il modello universale. Nel 2026 il Paese che per decenni hanno dipinto come arretrato, teocratico, premoderno… gli sta rubando gli strumenti e li sta usando meglio di loro. In questo momento, <strong>l’Iran controlla i meme</strong>. Gli Stati Uniti stanno diventando il meme».</p>



<p>Scontato dire che, in questo conflitto per l’egemonia <em>memetica</em>, il nostro Paese funge da mero pretesto. È significativo, però, che le menti propagandistiche degli ayatollah abbiano scelto proprio l’<strong>Italia</strong>, che ora come ora è l’unica nazione del blocco occidentale verso cui l’Iran, sia pur da una postazione periferica, ha fatto pubblica <strong>dichiarazione di trasporto</strong>. Si tratta di un modo tutto particolare, e certamente finalizzato a mettere in imbarazzo il governo Meloni, per rimarcare un’affinità, bisogna dire, non infondata. Nonostante l’islamizzazione politica imposta dal <strong>khomeinismo</strong>, l’Iran è erede di un impero, quello persiano, così come l’Italia è, almeno geograficamente e culturalmente, pronipote dell’antica Roma. E per venire all’oggi, italiani e iraniani hanno in comune un vivo <strong>gusto per la convivialità</strong>, attribuendo al buon cibo un valore identitario. La trovata, dunque, segue una logica con un suo senso, concepita meticolosamente. E di gran lunga <strong>più contemporanea e brillante</strong> dei botticellismi farlocchi, stile Venere influencer, partoriti dai <em>communication strategist</em> nostrani. Fatto salvo, <em>ça va sans dire</em>, che il pur buonissimo dessert iraniano non potrà mai battere il glorioso gelato all’italiana.</p>
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		<title>La vita prima del lavoro: gli italiani sempre più stanchi di posti alienanti e sottopagati</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-vita-prima-del-lavoro-gli-italiani-sempre-piu-stanchi-di-posti-alienanti-e-sottopagati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 08:54:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="lavoro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> I dati del Rapporto mostrano che il lavoro, soprattutto agli occhi dei giovani, ha perso valore ed è solo fonte di reddito.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="lavoro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/lavoro-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Perché dare tanta importanza al lavoro se lavorare paga, in termini sia monetari che esistenziali, sempre meno? Sembra questo l’interrogativo bruciante che si pongono i lavoratori italiani, almeno stando al <strong>Rapporto Censis</strong> sul welfare aziendale uscito a fine febbraio. Per la stragrande maggioranza dei dipendenti sondati, il <strong>benessere fisico e psicologico </strong>dovrebbe essere garantito come condizione primaria (88,2%). Secondo il 71%, l’attuale progresso tecnologico dovrebbe poter consentire di <strong>ridurre l’orario di lavoro</strong> (percentuale che aumenta all’88,8% fra i 18-34enni). Oltre la metà (55,1%) ritiene che l’ascesa nell’organigramma aziendale non costituisca più uno scopo a sé. Il 64,7% ha dubbi sul senso della propria occupazione, considerata come<strong> mera fonte di introito economico</strong>. Il 51,1% cambierebbe datore di lavoro anche ricevendo una paga minore, se potesse lavorare in un’impresa più rispettosa dei diritti sindacali e dell’equilibrio con la vita privata. Il 57,7% dichiara una <strong>retribuzione insufficiente,</strong> il 68,3% lamenta una stanchezza da sovraccarico, mentre per il 78,9% il ruolo che svolge non valorizza abbastanza le proprie capacità. </p>



<p>Un quadro, come si vede, di montante <strong>estraneità verso il posto di lavoro,</strong> un tempo mitizzato come luogo materiale e simbolico per la realizzazione di sé e oggi, invece, sempre più oggetto di sfiducia e contestazione. I possibili motivi hanno a che fare, naturalmente, con i cambiamenti sociali dell’ultimo periodo storico.</p>



<p>Il primo fattore è l’ultimo in ordine di tempo, e riguarda lo <em>shock</em> sui ritmi di vita inferto dalle <strong>quarantene da Covid.</strong> Le pause forzate di una lunghezza temporale inusitata, per lo meno in quelle dimensioni, su scala collettiva e contemporaneamente, hanno aperto uno squarcio sulle abitudini, largamente dettate dall’imperativo della produttività (più prodotto in meno tempo). La brusca <strong>interruzione dell’alternanza ufficio/casa</strong> e la riappropriazione, sia pur imposta, di tempi più lenti e dilatati hanno rimesso il discussione il rapporto fra esigenze dell’apparato lavorativo e quelle personali. Ne è scaturito il fenomeno delle <strong>dimissioni volontarie </strong>di massa (<em>great resignation</em>). Che di massa in Italia non sono state, in quanto a lasciare l’occupazione del momento, fra il 2021 e il 2022, è stata una porzione del mercato del lavoro calcolabile intorno al 10%. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra precari e ultra-cinquantenni</h2>



<p>Si è trattato, comprensibilmente, di medici e infermieri, e per il resto di lavoratori del terzo e quarto settore, soprattutto impiegati. Vale a dire soggetti sottoposti a mansioni <strong>usuranti o ripetitive</strong>, ma evidentemente, per esempio a differenza di un operaio, con la possibilità di trovare un altro impiego (trasferendosi dal pubblico al privato, nel caso del comparto ospedaliero). Da non sottovalutare, poi, l’impulso dato dai <em>lockdown </em>alla diffusione del <strong>lavoro da remoto,</strong> che contribuisce ad allargare la distanza anche psicologica dai compiti lavorativi. Incorporati nell’ambiente domestico, infatti, da un lato sollevano da tutta una serie di costi e scomodità legate alla spola casa-luogo di lavoro, dall’altro provocano un cortocircuito fra tempo di lavoro e tempo privato che, <strong>non essendo più ben distinti,</strong> possono diventare fonte di ansia e stress. Generando frustrazione.</p>



<p>Il secondo fattore investe un problema di lunga durata: la <strong>precarietà contrattuale</strong>. Con annesso, e ormai trentennale, ristagno degli stipendi. In Italia, la “flessibilità” introdotta dalla <strong>legge Biagi-Maroni del 2001 </strong>è corrisposta a sotto-occupazione, reddito intermittente e abuso della collaborazione continuativa, spesso solo una facciata per mascherare un regime di subordinazione di fatto. Durante il governo Meloni, l’indice di occupazione è salito, con una<strong> crescita di 1 milione e 147 mila assunti</strong>. Ma a parte la quota di precari, a beneficiarne sono stati gli <strong>ultra-cinquantenni</strong>: vuoi per il calo demografico che immette meno giovani sul mercato (e, quindi, fa statisticamente incrementare la coorte “anziana”), vuoi per l’innalzamento dell’età pensionabile, che blocca l’uscita degli over 62. </p>



<p>A far diminuire su base numerica la disoccupazione sono poi anche<strong> gli inattiv</strong>i, ovvero coloro che risultano non cercare nemmeno più un lavoro (ma che realisticamente possono essere ascritti alla categoria del lavoro nero). Un gruppo ampliatosi nell’età compresa <strong>fra i 18 e i 34 anni.</strong> Ora, dal punto di vista culturale, precarietà è sinonimo di incertezza. Un’instabilità paradossalmente diventata, anno dopo anno, l’unica, vera certezza. Da qui è presumibile dedurre che la sensibilità media si sia modificata, facendo, come si dice, di necessità virtù. Se l’orizzonte è fissato sull’<strong>insicurezza programmata e malpagata,</strong> tra part-time, cottimo, contratti a chiamata e via sfruttando, allora – pensa il precario medio &#8211; tanto vale valorizzarne il lato positivo, che equivale a <strong>disporre del proprio tempo</strong> con una maggiore autonomia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sgobbare senza prospettive? No grazie</h2>



<p>Combinati assieme, questi due dati, l’uno contingente e l’altro più strutturale, portano a spiegare questo serpeggiante moto di ribellione verso quella che il sociologo<strong> Aris Accornero,</strong> scomparso nel 2018, già nel lontano 1980 definiva in un libro omonimo il <strong>“lavoro come ideologia”</strong>: una rinnovata e aperta consapevolezza che il lavoro non è un fine, ma un mezzo. E che il tempo per sé stessi vale più del tempo dedicato a produrre. «Lavoro e identità», scriveva Accornero in larghissimo anticipo sui tempi, «non si possono disancorare (non sarebbe neppure possibile), e questo è fuori discussione. Ciò nondimeno, un’identità sociale tutta dal lavoro, una promozione sociale tutta nel lavoro, <strong>non reggono più</strong>». </p>



<p>In particolare le giovani generazioni non intendono più sgobbare in cambio di <strong>compensi da fame e senza un minimo di prospettiva futura. </strong>In questa rivendicazione diffusa influisce, bisogna dire, anche un elemento in parte involutivo. I venti-trentenni (e anche quarantenni), fortunatamente  <strong>assistiti da genitori o nonni forti di salari o pensioni,</strong> con le briciole dello Stato sociale e il “nero” dilagante, possono affrontare i “buchi” lavorativi, e i conseguenti crolli di reddito, con angoscia già un po’ più gestibile. Pertanto, il <strong>sacrificio del “tempo libero”</strong> viene così ad essere delegittimato. Perché mai si dovrebbe rinunciare al weekend se alla fine, o grazie al “welfare familiare”, ai pagamenti fuori busta o alla Naspi ecc, a fine mese, bene o male, ci si arriva?</p>



<p>Il che, si badi, <strong>non significa essere “fannulloni”</strong>, come è stato detto a sproposito per i percettori del reddito di cittadinanza: di norma, ognuno desidererebbe uscire dalle secche della semi-occupazione e faticare il giusto per godere del sacrosanto diritto a una vita “libera e dignitosa”. Vuol dire, piuttosto, aver introiettato il modello culturale che invita a farsi  “imprenditori di sé”, <strong>autogestendosi completamente</strong> (si pensi al proliferare dei <em>content creator</em> sul web, per dire). Un’ideologia con risvolti non meno alienanti di quella da fabbrica o ufficio, tutta giocata com’è sulla prestazione senza garanzie. Ma che, tuttavia, implica un aspetto <strong>liberatorio:</strong> si esige qualità di vita nel presente e non più, o non più soltanto, quantità di denaro o in scatti di carriera da investire in un avvenire che è andato assottigliandosi, perdendo contorni e confini prevedibili. <strong>La vita, insomma, viene prima del lavoro.</strong> E questa, oggettivamente, è una bella notizia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Manca l&#8217;azione politica</h2>



<p>Anche se monca: non si sa, infatti, quanto questo anti-lavorismo porti i “ribelli” a rendersi conto che il passo successivo sarebbe riorganizzare l’intero sistema lavorativo in modo da <strong>lavorare meno per lavorare tutti,</strong> redistribuendo il monte ore e la ricchezza. Al momento, pare una rivolta silenziosa e spontanea, priva di coscienza politica. Per ottenere un miglioramento qualitativo, bisogna prima rendersi non ricattabili. E per riuscirci, <strong>serve l’azione, appunto, politica</strong>. Un’azione che non c’è. E non solo per il fatto che il campo è ristretto e controllato da partiti al servizio di oligarchie e lobby dominanti, ma anche perché i dominati, quanto meno i più consapevoli e più portati, hanno poco tempo per informarsi, formarsi e impegnarsi politicamente, perché <strong>la necessità di sopravvivere occupa troppo le loro vite.</strong> E il cerchio si chiude. Chiudendosi male, se aggiungiamo al mosaico l’avanzata delle macchine guidate dall’intelligenza artificiale, che faranno piazza pulita in tanti settori. </p>



<p>L’urgenza di ripensare radicalmente il lavoro che sale dalla realtà vissuta non potrà ridursi alla generica preoccupazione di essere <strong>sostituiti da un algoritmo</strong> (per ora, ad allarmarsi è il 42,6%: un po’ pochi). In tutti i casi, a quanto pare la Repubblica italiana sembrerebbe destinata a fondarsi sempre meno sul lavoro, a dispetto della Costituzione. Occorrerà, prima o poi, sostituire anche quella parola-chiave nel primo articolo della Carta con un’idea più sentita, più condivisa, più aggiornata ai tempi. «Dignità, nobiltà, gioia, gloria:<strong> bisognerebbe smetterla</strong>», ammoniva Accornero prendendosela con la retorica del dio Lavoro che, in fondo, non è che merce idealizzata. Oggi, a quanto pare, non più tanto idealizzata.</p>
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		<title>Umberto Bossi, l&#8217;errore mortale e il merito storico del Senatur</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/umberto-bossi-lerrore-mortale-e-il-merito-storico-del-senatur.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 09:06:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260320100411688_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1475806-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Umberto Bossi se n’è andato senza far rumore. Tutto il contrario di come ce lo ricordiamo ai tempi d’oro: ruggente, tribunizio, sopra le righe, la voce roca, l’oratoria torrenziale, il gusto per la battuta triviale («la Lega ce l’ha duro»), le storpiature («Berluskaz»), la teatralità volgare (il gesto dell’ombrello, il dito medio), l’immagine popolana (la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/umberto-bossi-lerrore-mortale-e-il-merito-storico-del-senatur.html">[...]</a></p>
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<p>Umberto Bossi se n’è andato senza far rumore. Tutto il contrario di come ce lo ricordiamo ai tempi d’oro:<strong> ruggente, tribunizio, sopra le righe</strong>, la voce roca, l’oratoria torrenziale, il gusto per la battuta triviale («la Lega ce l’ha duro»), le storpiature («Berluskaz»), la teatralità volgare (il gesto dell’ombrello, il dito medio), l’immagine popolana (la celebre <strong>canotta bianca</strong>), le invettive e le intemerate («Andremo a prendere i fascisti uno a uno, casa per casa»), le polemiche roventi anche contro poteri intoccabili, come la Chiesa (i «vescovoni»). Dal 2004, anno dell’ictus, alle dimissioni da segretario del Carroccio fino al 2013, quando tentò l’ultimo colpo di coda con un’impossibile sfida al nuovo condottiero <strong>Matteo Salvini</strong>, il Bossi d’antan gradualmente scomparve dalle scene. Di errori, del resto, ne aveva fatti. Anche se, inizialmente, un merito storico lo ha avuto.</p>



<p>Agli esordi, il Senatùr personificò la rivolta del <strong>ceto medio del Nord</strong> che aveva mandato avanti per decenni la baracca dello Stato italiano tramortendosi con turni di lavoro massacranti, svenati da un fisco vampiresco e zavorrati da un debito pubblico esploso grazie alle scelte della <strong>“partitocrazia”</strong>. Era l&#8217;urlo che proveniva dalle fabbriche dei padroncini, indistinguibili dai propri operai davanti al bancone dei bar di provincia. Era un bisogno interclassista di rottura, quella che venne chiamata “questione settentrionale”, che stringi stringi era una faccenda di <em>dané</em>, <em>schei</em>, soldi. Ma era un <strong>bisogno legittimo</strong> (come legittimo era, e rimane, lo speculare bisogno del Meridione di risollevarsi da una depressione economica di cui porta la responsabilità, in buona misura, proprio l’unità post-risorgimentale, gestita con metodo miope e centralista). Bossi, almeno, qualcosa di più, rispetto alla mera difesa dell’esistente, lo propose: il <strong>federalismo.</strong> In una penisola da secoli caratterizzata da una moltitudine di campanili e piccole patrie, poteva essere una soluzione tutt’altro che peregrina.</p>



<p>Purtroppo, né lui né la classe dirigente del suo partito furono all’altezza dell’idea. Il sistema di governo che avrebbe dovuto rifare l’Italia fu girato e rigirato in tutte le salse. Dapprima brandendolo come arma demagogica, con la bandiera dell’<strong>indipendentismo</strong>. Dopodiché normalizzandolo, con la “devolution”. Infine, lasciandoselo sfibbiare dal centrosinistra, che firmò la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, rivelatasi un regionalismo sanitario, gonfiato nei costi e nelle spese. Diciamo la verità: i barbari leghisti erano calati per espugnare <strong>“Roma ladrona”</strong>, e ne furono espugnati. Dopo aver cavalcato l’onda che con gli arresti di Mani Pulite saliva contro il “Palazzo” (il famoso <strong>cappio agitato in parlamento</strong>), la Lega fece presto a integrarsi, finendo anch’essa nel mirino dei magistrati. Basti citare la vicenda di <strong>Credieuronord, </strong>la banca “padana” che razziò i risparmi di tanti militanti per naufragare poi in accuse di truffa contro esponenti di primo piano del partito (salvata, alla fine, dal “furbetto del quartierino” Giampiero Fiorani, amico dell’ex presidente di Bankitalia don <strong>Antonio Fazio</strong>, campione di “italianità” bancaria che i leghisti, ripudiando la loro antropologia “anti-italiana”, difesero sempre).</p>



<p>Dopo l’alleanza del 1994 con Forza Italia e, indirettamente, con il Movimento Sociale, Bossi fiutò il pericolo di veder disinnescata la carica di protesta che era stata la chiave del suo successo, e mandò all’aria la coalizione, da cui il <strong>“ribaltone”.</strong> Quelli a seguire furono, si può dire, gli anni di acme per il capopopolo <em>lumbard</em>: alzò al massimo i decibel della retorica para-eversiva (la “secessione”, le “<strong>camicie verdi”</strong>), diede corpo alla sua vena meno conforme e vagamente no-global (con accenti critici niente meno che sulla Nato, <strong>contestandone l’attacco alla Serbia</strong> del 1999), si inventò perfino un immaginario mitologico e addirittura liturgico, con trovate sì di cartapesta, ma che coglievano la necessità di infondere un’anima al grigiore della politica (la <strong>“Padania”,</strong> il rito dell’ampolla, il &#8220;parlamento del Nord&#8221;). Tutto, naturalmente, per rimanere sulla breccia e rilanciare al giro successivo. L’esito, prevedibile, non poteva essere che il ritorno nell’alveo del centrodestra, e fu il governo Berlusconi II (2001-2005). Nel quale il leader leghista appose il proprio nome alla legge che ancor oggi regolamenta, piuttosto male, l’immigrazione: la<strong> Bossi-Fini.</strong></p>



<p>Dicevamo dei passi falsi. Quello maggiore, il più grave, esiziale, fu non solo allearsi ma consegnarsi, nell&#8217;ultimo tratto, al “mafioso di Arcore” (copyright suo) e alle sue generose spire. Per fare politica, si sa, ci vogliono <strong>quattrini.</strong> Molti quattrini. E il Carroccio, a differenza del Biscione, non ne aveva così tanti. L&#8217;abbraccio definitivo e mortale, nel 2001, fu suggellato da un vero e proprio contratto, che apriva una linea di credito tra Forza Italia e la Lega con <strong>fidejussione personale di Silvio Berlusconi.</strong> Altre furono, più che altro, delle scivolate, ancorché devastanti sul piano dell’immagine perché presentarono, del fustigatore di certo malcostume a sud del Po, un volto familista e nepotista. Una su tutte, la decisione di dare al<strong> figlio Renzo, il “Trota”</strong>, un posto di consigliere regionale in Lombardia, da cui il delfino si dimise dopo uno scandalo legato a rimborsi elettorali, finendo pure espulso dal partito. Correva l’anno 2012, e da lì doveva cominciare la parabola discendente del Senatùr. Un uomo, a dispetto dello spadone di Alberto da Giussano, delle battutacce contro i terroni e del giuramento di Pontida, in tutto e per tutto<strong> arcitaliano. </strong></p>



<p>Trasformista, opportunista, sanguigno, verace, sprezzante, irruente, mattatore e, al suo tramonto, <strong>malinconicamente sopravvissuto a sé stesso</strong>. Un personaggio degno della penna di Malaparte. A parere di chi scrive, in realtà, la sua fine cominciò all’inizio, già nel 1994 quando ruppe con<strong> Gianfranco Miglio</strong>, l’unico intellettuale che riuscì mai a tollerare accanto a sé. Miglio cercava di dissuaderlo dal connubio con il Cavaliere, ma non ci fu verso (e bisogna dire che il costituzionalista se l&#8217;era cercata, avendo mal consigliato l&#8217;Umberto a favore del maggioritario, meccanismo elettorale che obbliga a copule contronatura). La <strong>“gioiosa macchina da guerra” </strong>di Occhetto avrebbe forse vinto le elezioni. Ma Bossi, ne siamo sicuri, avrebbe comunque trovato il modo per fare il Bossi, cioè il cavallo pazzo. Buon riposo, Senatùr.</p>



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		<title>Cultura senza confini, Buttafuoco fa tornare la Russia (e Iran, Israele, Bielorussia&#8230;) alla Biennale di Venezia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cultura-senza-confini-buttafuoco-fa-tornare-la-russia-e-iran-israele-bielorussia-alla-biennale-di-venezia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 10:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Biennale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> È senz’altro lodevole la posizione di Buttafiuoco, di netto rifiuto a inquinare la creatività culturale con i diktat politici. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Biennale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/buttafuoco-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C’è un isolotto, nell’arcipelago della destra italiana, rivolto a Oriente anziché a Occidente. Si chiama <strong>Biennale di Venezia</strong>, e a presiederla è un disallineato che ha l’accortezza minima di non fare la fronda apertamente critica a Meloni&amp;C: <strong>Pietrangelo Buttafuoco. </strong>E tuttavia, l’ultima sua mossa ha dischiuso una falla, nella rappresentazione univoca che forse qualcuno ancora si aspetta dalle ambizioni di &#8220;egemonia&#8221;, finora irrealizzate, sulla cultura italiana. Il 5 marzo, Buttafuoco ha rilasciato un’intervista a <em>Repubblica</em>, quotidiano di riferimento della sinistra<em> liberal</em>, da cui ha voluto lanciare un messaggio addirittura di «politica estera», sostenendo la necessità di far tornare quest’anno la Russia «<strong>per raccontarci l’altro punto di vista</strong>» (“La mia Biennale sarà la vera tregua”, di Dario Olivero).</p>



<p>Un padiglione, quello russo, in cui la <strong>curatrice Anastasiia Karneeva</strong> non è solo figlia di un ex generale del servizio segreto di Mosca, ma è anche cofondatrice della società Smart Art con Ekaterina Vinokurova, a sua volta figlia del <strong>ministro degli esteri Lavrov.</strong> Senza contare che fra gli organizzatori c’è pure Mikhail Shvydkoy, delegato per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della Cultura. Fatti in sé banali, se si tiene conto del<strong> ruolo di nomina degli staff </strong>che hanno tutti i governi, di ciascuna nazione coinvolta nella mostra. Ma che si trasformano invece in altrettante accuse, da parte di una schiera trasversale di ventisei europarlamentari (si va dal Ppe ai socialisti, passando dal gruppo <strong>Conservatori e Riformisti, in cui siede anche Fratelli d’Italia</strong>), capitanata dal lettone Martins Stakis e dall’ineluttabile <strong>Pina Picierno (Pd)</strong>, i quali hanno vergato una lettera per condannare la scelta, prevedendo un crollo della «reputazione e autorevolezza morale» di «una delle piattaforme culturali più prestigiose al mondo».</p>



<p>All’intervistatore, fra l’altro, Buttafuoco aveva anche sottolineato che «a Roma», cioè a Palazzo Chigi e dintorni, erano stati per tempo edotti, senza evidentemente batter ciglio («<strong>Se non ci fosse al governo Giorgia Meloni io non sarei qui</strong>»). E anche Giuli &#8211; con cui intercorre un «confronto continuo» &#8211; sapeva. Del resto, sottolineava un po’ perfido e un po’<em> naif</em> il presidente della Biennale convertitosi all’Islam, lui e il ministro sono ambedue pur sempre «lettori di René Guénon» (il pensatore tradizionalista passato alla religione di Maometto). Detto, fatto: <strong>Giuli ha smentito con stizza</strong>, in una nota ufficiale che merita di essere ripresa per intero: «La partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. Come ribadito più volte dal ministro Giuli, l’Italia sta dedicando grande attenzione alla tutela del <strong>patrimonio artistico ucraino</strong>, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono da oltre quattro anni». </p>



<p>A quel punto, anche nella stampa filo-governativa si è affacciata qualche critica al deviante di Venezia, puntando soprattutto il dito su un aspetto che in effetti deve bruciare, agli occhi di un meloniano: in questa 61sima edizione, intitolata <em>In Minor Keys</em>, scorrendo i nomi dei 111 artisti di 99 Paesi ospiti, <strong>non si trova un italiano</strong> che sia uno. Anzi, secondo una testata non appiattita sulla maggioranza, il <em>Corriere della Sera</em>, questa Biennale sarebbe marchiata, supremo orrore, da una «postura <strong><em>woke</em></strong>» in perfetta continuità con le presidenze precedenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;intreccio cultura-politica</h2>



<p>Ora, il team curatoriale, orfano della responsabile svizzero-camerunense <strong>Koyo Kouoh</strong> (morta nel maggio scorso), ha impostato l’allestimento secondo una nemmeno troppo velata <strong>polemica contro il «cinismo</strong>», sottinteso occidentale, fra processioni, scene, altari, <em>performances </em>rituali e creazioni dai vari angoli del globo, accomunati dalla non appartenenza all’<strong>orizzonte bianco</strong> e, direbbe un osservatore geopolitico, atlantista. Il tutto condito dalla fraseologia tipica dell’ambiente artistico più o meno d’avanguardia, fra «parole karmiche», «sussurri di tonalità minori che rifiutano le marce militari», «sintonizzarsi sul poliritmo», e altri ermetismi così. Non si sa se si tratti di <em>woke</em> oppure no. Di certo, suona bene agli orecchi di sinistra, specialmente quella che ignora i Brics ma si trastulla con un terzomondismo fuori sincrono.</p>



<p>Molto meno appetibile, invece, è per il gusto di destra. Quanto meno la destra ufficiale di governo, che quando non si adagia in riferimenti di rassicurante prevedibilità (la sempiterna Italia cattolica, il <strong>futurismo ormai archeologico</strong>, l’omaggio al pur grandissimo Battiato), osa al massimo l’arcaismo spudorato, e fra l’altro proprio attraverso la penna di Giuli (si veda il suo ultimo, oggettivamente riuscito saggio dedicato alla civiltà italica pre-romana). Con grande scorno di quel sottosuolo di realtà di destra schietta, o se si vuole radicale, o semplicemente meno consolatoria, che però non ha visto<strong> nessun vantaggio reale </strong>dall’avere a Palazzo una compagine di centrodestra attenta alla questione egemonica solo se scatta l&#8217;ora di spartire i posti in Rai o nei cda di fondazioni, teatri e centri d’interesse.</p>



<p>La Biennale di Venezia è un ente di diritto privato. Sotto tale profilo, è totalmente autonoma. Dopodiché, come ha ammesso Buttafuoco, chi è prescelto al suo vertice non può non essere espressione del governo in carica. Ecco perché è senz’altro lodevole la sua <strong>posizione, non scontata,</strong> di netto rifiuto a confondere i piani, inquinando la creatività culturale con i diktat politici. «Tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia», ha chiarito. «<strong>Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. </strong>Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti». </p>



<p>Al che si potrebbe obiettare che ciò che i visitatori vedranno nei giardini veneziani sarà sì il frutto dell’arte più <em>à la page</em>, ma in tutti i casi entro limiti posti da responsabili a loro volta scelti dai rispettivi governi. L’intreccio cultura-politica, insomma, è costitutivo e universale. E difatti qui a emergere è l’inconsistenza del nostro, di governo. Chi a destra lamenta una linea buttafuochista troppo <strong>sbilanciata verso secondi, terzi e quarti mondi</strong> al di fuori dell’eurocentrismo o dell’americanismo, <strong>dovrebbe indirizzare i suoi strali in direzione MiC</strong>, alias Ministero della Cultura. O forse, in senso più ampio, sul sostanziale disinteresse del melonismo per tutto quel che non è propaganda e cultura popolare – ah, il vecchio caro grottesco <strong>Minculpop</strong> di fascista memoria (che per la verità non era affatto disattento alle nicchie colte, anzi).</p>



<p>In questo vuoto è comprensibile che Buttafuoco <strong>si auto-conceda mano libera, </strong>segnando un punto a favore del principio secondo cui la ricerca artistica dovrebbe restare una <strong>zona franca </strong>di contraddizione e provocazione più libera possibile da pregiudizi ideologici o morali. E lo fa, fra parentesi, assecondando una personale visione di cui è portatore e non fa mistero da una ventina d&#8217;anni. «<strong>C’è sempre un Occidente in fondo ad ogni sbadiglio</strong>», scriveva in <em>Cabaret Voltaire</em> (2008). Aggiungendo, in un passaggio oltremodo attuale, che è «la destra angloamericana» quella «imbecille e ottusa» che «più d’ogni altra» ha ingaggiato «una guerra scatenata e cieca contro la <strong>Russia ortodossa della Terza Roma</strong>», più in là arrivando a dire che la «la destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile», nel momento in cui combatte una «guerra al sacro» imbevuta della «superstizione della supremazia degli Stati Uniti» e figlia del <strong>«modello unico» targato «Pentagono»</strong>: «il consumo», ossia la «consunzione di sé». Insomma, nessuna meraviglia <strong>se Buttafuoco fa Buttafuoco</strong>, fra esotismi <em>radical chic</em> ed esorcismi dell’inerzia destro-governativa. E a dirla tutta, nessuno stupore neanche per la rinuncia di un <em>Kulturkampf</em> d’alto livello da parte dei Fratelli d’Italia. Pardon, d’America…</p>
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