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	<title>Alessio Mannino Archives - InsideOver</title>
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	<title>Alessio Mannino Archives - InsideOver</title>
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		<title>Vigilanza Rai, quel pasticciaccio brutto delle dimissioni di massa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/vigilanza-rai-quel-pasticciaccio-brutto-delle-dimissioni-di-massa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:49:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rai" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A un anno dalle elezioni, le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rai" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/barbara-floridia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dal lontano 1975, anno della sua istituzione, non era mai accaduto che l’intera Commissione di Vigilanza sulla Rai <strong>si dimettesse in blocco.</strong> È successo il 2 luglio scorso, giorno in cui i parlamentari delle opposizioni, in testa la presidente dell’organo bicamerale <strong>Barbara Floridia </strong>(M5S), hanno deciso di lasciare, seguiti a ruota dai colleghi della maggioranza di centrodestra. Una figuraccia? Solo per chi dovesse ancora ostinarsi a pensare che la politica romana, quando si mette in bocca la retorica della <strong>“sacralità delle istituzioni”</strong>, creda sul serio a quel che dice. Ai partiti, tutti senza eccezione, preme molto di più, quando si tratta dell’azienda radiotelevisiva di Stato, presidiare i propri <strong>interessi di bottega.</strong> Poiché la Rai è ancora e sempre considerata bottino di spartizione di quella che una volta si chiamava <strong>partitocrazia</strong>. E la tempistica del fattaccio lo conferma: <strong>a un anno dalle elezioni,</strong> le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto. Così va il mondo, a Palazzo. Cioè male, malissimo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lega contro Fdi e Forza Italia</h2>



<p>L’uno-due di dimissioni in massa è avvenuto in poche ore, ma è figlio di uno stallo che dura da un anno e mezzo. È dal 26 settembre 2024 che la tv pubblica è <strong>senza presidente. </strong>Chi la presiedeva, ovvero <strong>Roberto Sergio</strong>, è poi passato alla direzione generale, e nel frattempo il centrodestra non è riuscito a strappare il sì di conferma della Commissione a <strong>Simona Agnes</strong>, candidata prescelta dal ministro dell’economia <strong>Giancarlo Giorgetti</strong> (Lega) e promossa da <strong>Maurizio Gasparri </strong>(Forza Italia). Su nomine come la presidenza, infatti, in Vigilanza non è sufficiente la maggioranza semplice: serve quella qualificata. E il centrodestra non ha l’una e nemmeno l’altra, perché in realtà, sulla Rai, è già diviso internamente di suo. Se poi si aggiungono, sempre su questo fronte, le divisioni che hanno finora lacerato anche il <strong>centrosinistra</strong>, si spiega come mai si è giunti alla <em>debacle</em> finale. La coalizione di governo vede infatti la Lega aver proposto una riforma della Rai completamente differente da quella elaborata dalla Meloni: <strong>basta nomine governative, </strong>il CdA diventerebbe espressione di Camera, Senato, Conferenza Stato-Regioni, Anci e dipendenti aziendali, e via la figura dell’amministratore delegato (oggi occupata da <strong>Giampaolo Rossi</strong>, in quota Fratelli d’Italia).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Carroccio diviso</h2>



<p>Ma giusto per capirci, perfino lo stesso Giorgetti, che è leghista, non vuole saperne di rinunciare al potere ministeriale di mettere la firma sui vertici Rai. E, bisogna dire, anche per ragioni tecniche: alla <strong>Corte di Giustizia Ue</strong> pende un ricorso (non italiano) sul conflitto fra il principio d’indipendenza sul servizio pubblico dettato dall’<strong>Emfa, la nuova normativa europea</strong>, e il diritto dell’azionista di partecipare al governo dei media statali. Tecnicalità a parte, la rivalità che arde sotto la cenere, nel centrodestra, è esplosa di recente, allorché Sergio, almeno stando a un retroscena di<em>Repubblica</em>, sarebbe arrivato allo scontro, condito da <strong>parole grosse, </strong>contro il presidente facente funzioni, il consigliere d’amministrazione <strong>Antonio Marano</strong>. Il bello è che i due sono ritenuti entrambi vicini, pure loro, alla Lega. Ricapitolando: la Lega ha cercato fin qui di contrastare il più possibile lo strapotere del blocco Fratelli d’Italia-Forza Italia, sfruttando un peso politico che fra l’altro, dall’anno prossimo, causa <strong>Vannacci in ascesa, </strong>presumibilmente non avrà più.  Ma è a sua volta alle prese con un Marano considerato un po’ troppo autonomo e con un Giorgetti allineato più con i soci meloniani e berlusconiani che non con il proprio partito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Aventino a orologeria</h2>



<p>Ad aggravare un quadro da <strong>guerra di tutti contro tutti</strong> è poi, si diceva, il centrosinistra, che fino a poco tempo era, anche qua, spaccato: da una parte il Pd, che si era addirittura ritirato dal consiglio d’amministrazione su una specie di Aventino contro <strong>“TeleMeloni”,</strong> in questo modo auto-escludendosi dalla distribuzione dei nomi nei palinsesti (di qui la progressiva colonizzazione di destra di Rai 3, rete storicamente di sinistra); dall’altra il <strong>Movimento 5 Stelle e Avs,</strong> che per tutta la prima parte della legislatura, a dispetto delle pubbliche dichiarazioni, si erano mostrati più disponibili, ottenendone in cambio due posti in cda, tuttavia senza cavarne granché nella programmazione. Soltanto adesso, con l’approssimarsi del periodo pre-elettorale, le opposizioni (compresi i renziani di Italia Viva) hanno ritrovato unità, decidendo di <strong>aventinizzarsi tutti quanti </strong>nell&#8217;abbandonare la Vigilanza al suo destino. E non è parso vero, agli “avversari” di centrodestra, approfittare della mossa, pur di <strong>congelare la situazione </strong>impantanasi fra i veti incrociati, e così rimandare ogni decisione al 2027.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Palinsesto elettorale</h2>



<p>E perché l’auto-affondamento si è verificato il 2 luglio? Perché il giorno successivo la Rai presentava, <strong>guarda caso</strong>, i programmi della <strong>prossima stagione</strong>, politicamente delicatissima poiché coincidente in pieno con la campagna elettorale. Il “campo largo”, o come si chiamerà, potrà affermare con gran squilli di trombe e fanfare che la Rai è totalmente occupata dal governo e loro ne sono le vittime (vedasi il taglio di quattro puntate a <em>Report </em>di <strong>Sigfrido Ranucci</strong>). E il governo potrà sostenere che è stato il centrosinistra a dare il primo calcio dell’asino alla Commissione, addossandogli la colpa della <strong>mancata riforma della Rai</strong>. Nel frattempo, però, è stato confermato un flop come <em>Filorosso</em> di <strong>Antonino Monteleone</strong>, che assieme alla striscia quotidiana del direttore del <em>Giornale</em>, <strong>Tommaso Cerno</strong>, e all’inamovibile Bruno Vespa, rappresenta la punta di diamante della linea editoriale by Meloni. A leccarsi le ferite è la Lega, che tanto ha fatto e tanto ha detto, e oggi si ritrova con un volto amico in meno a “mamma Rai”, dopo il passaggio a Mediaset di <strong>Milo Infante,</strong> star delle trasmissioni di cronaca e vicedirettore degli Approfondimenti. Scelta fatta, ha detto lui stesso, “non per soldi”. Ogni riferimento ai rapporti aziendali interni è, con tutta evidenza, puramente voluto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mattarella ignorato</h2>



<p>A gennaio, il presidente della Repubblica <strong>Sergio Mattarella</strong> aveva definito «inaccettabile» la paralisi della Commissione Vigilanza. Ma neanche il Capo dello Stato, sommo faro dell’ipocrisia trasversale, si sono filati di striscio. Quanto a noi, spettatori paganti canone, prepariamoci già al non appassionante <strong>toto-nomi sulla Rai post-elezioni c</strong>he i retroscenisti sforneranno a spron battuto mano a mano che le fatidiche urne si avvicineranno. È l’unica vera preoccupazione dei nostri politici, che non appena ne sentono l’odore e, in questo caso, non sanno più come uscire da un<em>impasse</em>, arrivano, senza nemmeno tanti patemi d’animo, ad <strong>abbassare la saracinesca</strong> di una struttura del Parlamento, cuore della declamata democrazia, come fosse il negozio di un salumiere.</p>
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		<title>In Italia una persona su tre vive da sola: è la solitudine di massa, malattia sociale invisibile</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/una-persona-su-tre-vive-da-sola-e-la-solitudine-di-massa-malattia-sociale-invisibile.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 14:57:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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<p>L'epidemia di solitudine, causata dall'isolamento digitale, dallo sfaldamento delle famiglie, sta corrodendo il tessuto sociale italiano</p>
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<p>C’è una <strong>malattia silenziosa</strong> che, in Italia come nell’intero Occidente, sta corrodendo da dentro la fibra del legame sociale: <strong>l’epidemia di solitudine</strong>. Evidenza palpabile di cui ciascuno, bene o male, ha contezza nel quotidiano. Ma le statistiche sono implacabili: secondo gli ultimi dati Istat, riferiti al 2025, ben <strong>più di un terzo dei nuclei familiari italiani</strong>, per l’esattezza il 37,1%, è composto in realtà da <strong>una sola persona</strong>. Vent’anni fa erano un quarto. L’anno che ha fatto da spartiacque è stato il 2022, quando per la prima volta nella storia del nostro <strong>Paese i single hanno superato le coppie con figli</strong> (33,2% contro 31,2%). A saltare agli occhi è l’aumento degli individui soli nella fascia d’età mediana, attorno ai 40 anni. Una tendenza a cui si somma <strong>l’isolamento degli anziani,</strong> sempre più numerosi a causa della forbice, via via più larga, fra l’invecchiamento della popolazione e il <strong>declino della natalità</strong>. Chi ha più di 65 anni forma una coorte di 14 milioni 821 mila unità, il 25% del totale. In crescita gli ultra-ottantacinquenni (2 milioni 511 mila, + 101 mila rispetto a due anni fa). La società italiana sembra scivolare sul piano inclinato di un <strong>perdita di vitalità generalizzata. </strong>Da un lato, con famiglie, dette «unipersonali», che famiglie non sono, e dall’altro, nel palese e progressivo <strong>decadimento senile.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Ministero della Solitudine</h2>



<p>È un fenomeno, come si diceva, non solo italiano. Secondo un sondaggio Gallup del luglio 2024, nel mondo oltre una persona su cinque dichiara di sentirsi «<strong>molto o abbastanza sola»</strong> (il 23%, più di 1 miliardo e 800 milioni di persone). Il più grande studio finora uscito sul tema, pubblicato dalla rivista scientifica<em> Nature</em> nel 2024, definisce la solitudine «una seria <strong>minaccia sia per il cervello che per il corpo</strong>», perché «provoca ansia e <strong>depressione</strong> ma anche patologie pericolose per la vita, come le malattie cardiovascolari, l’ictus, l’alzheimer e il parkinson». A differenza che da noi, dove la famiglia genericamente intesa sta ancora sopra l’asticella del 60%, altre nazioni si sono mosse contro quello che viene percepito come vero e proprio allarme sociale: è il caso della <strong>Gran Bretagna</strong>, che già anni fa, nel 2018, ha istituito un apposito, e un po’ inquietante, <strong>Ministero della Solitudine.</strong> Il mancato ricambio generazionale, riscontrabile nella <strong>contrazione di matrimoni e unioni civili</strong> (appena 176 mila in tutto, l’anno scorso) e nell’età più avanzata in cui si mettono al mondo dei figli (la media è di 32,6 anni), rappresenta la cartina di tornasole di una crescente <strong>difficoltà relazionale</strong> diffusa soprattutto fra i giovani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dipendenza da social media</h2>



<p>Negli Stati Uniti, dove in genere si anticipano <em>trend</em> che poi si riverberano sulll’universo occidentale, i ragazzi per indicare le relazioni parlano di <strong>&#8220;catching feelings&#8221;,</strong> <em>prendersi dei sentimenti</em>: come fossero un&#8217;infezione. Sono distorsioni dovute a una crescente ansia di prestazione che una studiosa americana, Jean Twenge, imputa principalmente all’<strong>iperconnessione alla Rete, </strong>per cui gli adolescenti, a partire dall’introduzione dello <em>smarphone</em> nel 2013, si sono abituati a comunicare <strong>più virtualmente che in presenza</strong>. I rapporti online non soppiantano quelli dal vivo, ma li strutturano, facendo costantemente da piano di riferimento privilegiato. Il che, come spiega la psicoterapeuta Silvia De Napoli in uno studio specifico (&#8220;La solitudine, fonte di benessere ma di altrettanta patologia&#8221;, 2019), radica nell’esperienza di tutti i giorni l’ideologia egemone del <strong>«fare prestazionale»,</strong> del «bisogno indotto di riuscire per forza», della performatività e competitività che spingono i più fragili a <strong>ripiegarsi su sé stessi</strong> e a fuggire dall’incontro, vissuto come confronto e prova da superare. E in questo senso i <em>social media</em>, offrendo una <strong>rappresentazione falsata</strong> <strong>e ansiogena</strong> del reale, contribuiscono potentemente all’auto-isolamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giovani e anziani nel loop</h2>



<p>La solitudine di massa si sta facendo endemica perché è partendo dagli adolescenti che attecchisce e si diffonde. Un report di <strong>Telefono Azzurro</strong> del febbraio 2023 (“Tra realtà e Metaverso. Adolescenti e genitori nel mondo digitale”) riferisce che, fra i 12 e i 18 anni, il 50% di loro passa sui <em>social</em> dalle due alle tre ore al giorno, mentre il 14% dalle quattro alle sei ore. Il 35% non <strong>riesce ad addormentarsi normalmente</strong>, e il 22% dichiara che si sentirebbe “perso” senza la giornaliera dose di <em>onlife</em>. Il punto non è tanto la percentuale, ma <strong>l’incremento tendenziale:</strong> più 10 per cento nell’arco di cinque anni. I<strong> nonni </strong>non sono tanto da meno: secondo una recente indagine collettiva (Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP, Cyberbullismo-<strong>Di.Te.,</strong> <strong>ANAP Confartigianato) </strong>l’82,7% degli intervistati utilizza il telefonino quotidianamente e il 40,6% dichiara di passarvi <strong>molte ore al giorno.</strong> Il 21,7% afferma che l’arma tascabile di distrazione di massa li fa sentire meno soli, spesso o sempre, percentuale che cresce tra chi vive da solo. E a essere a rischio d’isolarsi completamente, stando all’Istituto Superiore di Sanità (“Passi d’argento”, 2026), è il 14% di loro, mentre il 73% riferisce di non aver frequentato, negli ultimi anni, <strong>alcun luogo di aggregazione</strong> di nessun tipo.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Sedentarietà psico-fisica</h2>



<p>Altra variabile che purtroppo rende bene la gravità della situazione è il consumo trasversale di <strong>psicofarmaci:</strong> già nel 2019, prima del biennio del Covid che ha fatto esplodere la propensione a<em> divanizzarsi</em> a casa, l’Agenzia Nazionale del Farmaco conteggiava un 10% di italiani dipendenti dalle <strong>benzodiazepine</strong>, la “droga legale” di chi non riesce a dormire. Delle 36,5 milioni di confezioni vendute nel 2020 (dati Eurispes 2021), solo 565 mila sono state prescritte da strutture ospedaliere o dai Centri di Salute Mentale (CSM). Significa che, al netto dei pazienti in cura da terapeuti privati, c’è una un’enorme massa di infelici che si fanno prescrivere dal medico di base <strong>gocce o pillole</strong> con cui rattoppare malamente i propri buchi interiori. E poi, ci sono i danni fisici. Con più di 23 milioni di italiani in eccesso di peso, l’aumento dell’<strong>obesità</strong>, killer occulto di un Occidente ingozzato a zuccheri, si deve, oltre all’alimentazione sballata, anche alla <strong>sedentarietà,</strong> che spesso si accompagna a uno stile di vita poco dinamico dal punto di vista sociale e degli interessi (fino ai casi estremi degli <strong><em>hikkikomori</em>,</strong> i murati vivi in casa, sui quali ormai c’è un’ampia pubblicistica).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Politica indifferente</h2>



<p>Come risponde la politica? Non risponde. Perché la drastica ricomposizione interna del tessuto sociale, con il <strong>singolo egoriferito</strong> sempre più al centro al posto della famiglia, viene mascherata e coperta sotto voci disomogenee. Si parla, giustamente, di desertificazione sociale, di disagio psicologico, di malessere giovanile. Ma li si vede come <strong>problemi separati</strong>. A eccezione della solitudine degli anziani, specialmente se vedovi, non si scorge il <strong>denominatore unificante</strong>, che è appunto questa corrente generale che porta alla frammentazione in atomi individuali. Una <strong>questione culturale</strong> di rilevanza epocale. Al massimo, se ne derubricano le conseguenze a dossier sanitario. Ma è un approccio sciaguratamente <strong>riduttivo</strong>. Così riduttivo che il Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 destina al famoso <strong>psicologo di base</strong>, che dà solo un primissimo livello di supporto, e a poche altre funzioni (tele-consulti, nonché un impronunciabile “case manager” per i casi più gravi) la non stratosferica cifra di 80 milioni quest’anno, per crollare poi a 30 annui dal 2029. Dl resto, rispetto al budget complessivo della sanità, alle cure mentali va un <strong>misero 3,3%</strong>, contro una già bassa media europea al 5%. Ma anche qui vale ciò che detta la cultura dominante: se si ha un reddito in grado di far fronte ai costi di una terapia continuativa (<strong>70 euro a seduta</strong>, mediamente), bene; altrimenti, chi è afflitto da disturbi affoghi pure nell’abbandono. La solitudine è un <strong>morbo sociale.</strong> Quando lo si capirà, sarà troppo tardi.</p>
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		<title>Dissing Trump-Meloni, ti pareva se non saltavano fuori i “troll russi”</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/dissing-trump-meloni-ti-pareva-se-non-saltavano-fuori-i-troll-russi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 04:56:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=521485</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="hacker" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hacker-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Uno scazzo mai visto tra il presidente Usa e il capo del governo italiano, ma anche in questo caso si parla degli hacker di Mosca.</p>
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<p>Il 23 giugno, stando all’infaticabile quotidiano <em>La Repubblica</em> che ne ha dato notizia, i parlamentari riuniti nel <strong>Copasir, il comitato sui servizi segreti,</strong> si sono dati pena per l’ennesimo caso di «disinformazione di Mosca per destabilizzare le democrazie europee». Cos’avranno combinato stavolta gli <strong>onnipresenti <em>hacker</em> russi</strong>? L’organo presieduto dall’ex ministro della difesa, <strong>Lorenzo Guerini (Pd),</strong> è roso del dubbio: ma non sarà che i «<strong>troll di Mosca</strong>» hanno cercato di sfruttare il <em>dissing </em>transoceanico fra <strong>Giorgia Meloni e Donald Trump</strong> per diffonderlo il più possibile sul web? In particolare, è la componente di Fratelli d’Italia a chiedersi se il finto <em>selfie</em> fra i due, creato con l’IA e pubblicato da un membro del Copasir stesso, il grillino <strong>Marco Pellegrini,</strong> non sia stato un assist alla «propaganda russa». Insomma, sta’ a vedere che se non si è parlato d’altro per una settimana, è per la “manina” dei soliti guastatori putiniani. </p>



<p>Mica perché stiamo parlando di uno scazzo mai visto, almeno in termini così diretti e brutali, fra il presidente degli Stati Uniti, che <strong>ha solo 200 milioni di <em>follower</em> </strong>e si è fatto pure un social tutto suo (Truth), e il capo di un governo che fino a pochi mesi fa si attribuiva il ruolo esclusivo di <strong>“ponte” fra la Casa Bianca e l’intera Unione Europea. </strong>Macchè: sono i russi, il problema. <em>Mamma li russi</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I casi Trump-Clinton e Georgescu</h2>



<p>Scherzi a parte, tutta questa pelosa preoccupazione per l’interventismo in Rete della “nemica” Russia denota due aspetti. Questi sì, preoccupanti. Il primo, evidente, è il <strong>riflesso ormai automatico, pavloviano,</strong> per cui non appena è possibile si grida al pericolo di ingerenza digitale dal Cremlino per coprire qualche incidente politico. Antecedenti macroscopici sono stati il presunto trollaggio <strong>a favore di Trump contro Hillary Clinton</strong> alle elezioni presidenziali americane del 2016 e, più di recente, l’accusa a <strong>Călin Georgescu,</strong> il candidato presidente rumeno che stava vincendo nel 2024, di essere stato favorito da un’infiltrazione sui social d’origine moscovita. Il secondo rappresenta un caso ancora <strong>più abnorme del primo</strong>, perché lì il consenso popolare espresso alle urne venne scavalcato e annullato dalla magistratura locale sulla base di un <strong>teorema </strong>non supportato da riscontri: semplicemente, si asserì che “venticinquemila account” su <strong>TikTok</strong> si sarebbero mobilitati per Georgescu.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Studi (Usa) smentiscono</h2>



<p>Ma è il caso statunitense a fornire la chiave per capire l’insussistenza della <strong><em>putin-hackermania</em></strong> che prende al cervello i difensori della fede occidentale. In seguito a indagini e commissioni ad hoc, nel 2019 la <strong>PNAS, rivista scientifica dell’Accademia Nazionale della Scienze Usa</strong>, dimostrò che non c’erano «prove che l’interazione con gli account dell’<em>Internet Research Agency</em>, ossia l’istituto di San Pietroburgo additato come centrale di mistificazione, avesse «influenzato sostanzialmente gli atteggiamenti e i comportamenti politici» degli elettori su Facebook, Instagram ecc. E ciò per un motivo ben preciso: perché i malefici troll «interagivano principalmente con quelli che erano <strong>già altamente polarizzati</strong>». Traduzione: l’interferenza può esserci stata, anzi ci fu senz’altro, ma in ogni caso intercettò coloro che già erano intenzionati a votare per Trump. I ricercatori, infatti, sottolinearono un <strong>dato noto a massmediologi e informatici:</strong> i i messaggi di propaganda politica «tendono ad avere effetti minimi» perché «gli individui che hanno maggiori probabilità di essere esposti» sono anche quelli «<strong>più trincerati nelle loro opinioni</strong>». In parole povere, a farsi convincere finiscono per essere i già convinti o, quanto meno, i più predisposti. <strong>Non gli indecisi</strong> né, tanto meno, i cittadini schierati dalla parte opposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Camera dell&#8217;eco</h2>



<p>È un meccanismo che chiunque mastichi un po’ il linguaggio tecnico dei social media conosce bene. Si chiama effetto <strong>“camera dell’eco”. </strong>Corrisponde a quella distorsione <strong>strutturale </strong>del loro funzionamento per cui l’algoritmo che governa il flusso di <em>post</em> personalizza l’apparire sullo schermo <strong>a seconda del tempo d’attenzione e al numero di interazioni</strong> dedicati da ciascun utente a un contenuto piuttosto che a un altro. Si crea così la famosa <em>bolla digitale</em>, in cui il singolo si rinchiude abituandosi a guardare ciò che desta maggiormente il suo interesse. In questo modo è indotto a rinforzare di continuo il cosiddetto <strong><em>bias </em>cognitivo di conferma</strong>, il cui effetto è di puntellare una percezione tarata da un’incessante rassicurazione dei propri giudizi, i quali con facilità si trasformano in <strong>pregiudizi.</strong> E siccome a colpire di più l’occhio sono immagini, video e scritti che veicolano emozioni, a essere premiati saranno i messaggi costruiti per suscitare <strong>maggior impatto emotivo</strong>, cioè quelli che richiamano rabbia, paura, indignazione o, all’opposto, che strappano una risata, che divertono, che intrattengono. In tutti i casi, i contenuti più marcati, più identificati, più forti, <strong>più fidelizzanti</strong> e, come si diceva, più polarizzanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Social sopravvalutati</h2>



<p>Ma se è così, è logico che i destinatari di operazioni pensate per orientare le opinioni siano gli utenti che hanno un’opinione favorevole, o almeno non sfavorevole, a certi input. Altrimenti, la <strong>raccomandazione algoritmica</strong> neppure farebbe passare certi contenuti sul <em>feed</em>. Oppure, qualora dovessero farlo, chi parte preconcetto si vedrebbe addirittura <strong>rafforzato</strong> nel suo disprezzo o odio per il Trump o Georgescu di turno. L’unico target realmente vulnerabile è rappresentato dalla fascia di utenza, certamente <strong>ridotta</strong>, di chi fonda il proprio giudizio politico <em>esclusivamente </em>su quanto vede scorrere sul <em>touch screen</em>. Ma chi si reca a votare, come può confermare qualunque politologo, non lo fa solo perché <strong>eventualmente aizzato o manipolato</strong>, <em>trollato</em>, da profili propagandistici. Lo fa in misura ben più determinante sulla base di considerazioni, magari poco elaborate o di ristrette vedute finché si vuole, ma che affondano su <em>bisogni sociali</em> e su una serie <strong>di variabili &#8211; politiche, culturali, economiche </strong>– non riducibili al solo tasso di dipendenza da telefonino o computer. </p>



<p>In sostanza, quando si punta il dito sul condizionamento da internet si ingigantisce <em>uno </em>dei fattori in campo, <strong>isolandolo dal contesto</strong> per attribuirgli un potere sovradimensionato. Si badi: i social media hanno un’importanza acclarata, altrimenti non si capirebbe come mai tutti i partiti ci investano parte non secondaria del budget nelle campagne elettorali. Ma non è affatto dimostrabile che siano <em>decisivi</em>. E <strong>non costituiscono comunque ragione sufficiente</strong> a spingere l’elettore a preferire tizio a caio o sempronio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Meloni trollata eccellente</h2>



<p>L’ombra dell’interferenza da parte di smanettoni professionali funziona però alla grande per scaricare su <strong>minacce vaghe e oscure</strong> la responsabilità in capo alla politica di dare risposte alle richieste e istanze sociali di cui sopra. Dare la colpa ai russi, poi, è perfetto: in un colpo solo, infatti, si agita anche lo <strong>spauracchio del nuovo Hitler</strong> in formato cirillico, di Putin alle porte. Il Copasir, dunque, indagherà. Scavando e ravanando, potrebbe scoprire che le prime vittime di trollaggio russo sono i politici stessi. Fra i quali, una a caso, proprio <strong>Giorgia Meloni</strong>. Se audita, rammenterebbe di sicuro di quella volta, era l’anno 2023, in cui cascò come una pera matura, rivelando qualche verità scomoda sulla guerra in Ucraina, alla telefonata di un finto leader africano, in realtà voce artefatta dalla maestria del <strong>duo comico russo Vovan e Lexus,</strong> specialisti in telefonate <em>fake</em> (i “caduti” nei loro non innocenti scherzi non si contano: da Angela Merkel a Receip Erdogan, da Christine Lagarde a… <strong>Elton John</strong>). Ma nessun timore, amici dell’introllabile Occidente: il mese scorso il nostro Presidente del Consiglio è corso ai ripari decretando in Gazzetta Ufficiale la nascita della <em>task force</em> centralizzata sulla <strong>sicurezza nazionale.</strong> Dentro, insieme ai nostri 007, ci sono anche &nbsp;ministri come Antonio Tajani. Gente a cui non la si fa. Russi, siete avvisati: non ci trollerete più. <em>Ca’ nisciun è fesso</em>.</p>
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		<title>Più libri Più liberi e il patentino antifascista: allora censuriamo anche Pirandello, Gentile e Ungaretti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 04:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libri" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il totale non senso del “patentino antifascista”, iniziativa che quest’anno si sono inventati alla fiera Più libri Più liberi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libri" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/libri-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>«Ho ricevuto da Garzanti una settimana fa una enorme edizione del <em>Mein Kampf</em>. Allora cacciamo Garzanti… Io non amo <strong>Céline, </strong>il più antisemita del mondo, ma è un pezzo da novanta della Adelphi. Laterza ha pubblicato Giovanni Gentile, filosofo del fascismo. Allora via anche Laterza. Coga pubblica il libro di Proudhon<em>, Pornocrazia</em>, un attacco alle donne in quanto tali. Via anche la Dedalo, che è come <strong>Vannacci. </strong>Tutto assurdo». In poche righe lo storico <strong>Luciano Canfora</strong>, comunista doc, ha condensato il totale non senso del <strong>“patentino antifascista”,</strong> iniziativa che quest’anno si sono inventati alla fiera Più libri Più liberi contro le piccole case editrici che non si riconoscono nell’antifascismo. Perché aggiungere l’aggettivo «antifascisti», ai valori del regolamento da sottoscrivere, non è soltanto «un’idiozia», per dirla con <strong>Massimo Cacciari</strong>, in senso politico, dato che la Costituzione vieta solo la ricostituzione del partito fascista e non obbliga nessuno, nell’esercizio del diritto di espressione, a giurare su alcunché.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Di Paolo “tradisce” Montanelli</h2>



<p>È anche e soprattutto un clamoroso <strong>autogoal culturale.</strong> Perché, come chiunque non sia in malafede sa perfettamente, tanta parte della cultura italiana ed europea della prima metà del Novecento si snoda attraverso una lunga sequela di autori che non solo non sono stati contrari al fascismo (e al nazismo), ma lo hanno addirittura appoggiato, sia pur ognuno con traiettorie diverse. È un fatto storico che conosce, o dovrebbe conoscere, anche il curatore della mostra, <strong>Paolo Di Paolo</strong>. A maggior ragione perché il suo nome assunse una qualche notorietà, da imberbe aspirante giornalista, grazie alle lettere con cui tempestava la rubrica sul <em>Corriere della Sera</em> tenuta fino alla morte, avvenuta nel 2001, da <strong>Indro Montanelli,</strong> il quale avrebbe considerato l’odierna trovata una bischerata offensiva. Probabilmente anche per sé stesso, che da giovanissimo collaborò alla rivista <em>L’Universale</em> diretta da un intellettuale brillante, e ultrafascista, che rispondeva al nome <strong>Berto Ricci.</strong> E fascista, almeno fino alla guerra d’Etiopia, fu egli stesso, il conservatore Indro, cosa che non rinnegò mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scontro fra titani</h2>



<p>Rinfrescarne la memoria non significa fare nessuna apologia: vuol dire semplicemente rispettare la Storia. Fascista convinto, tanto da diventare punto di riferimento ufficiale in qualità di responsabile della monumentale Enciclopedia Treccani voluta da Mussolini, fu <strong>Giovanni Gentile, </strong>con Benedetto Croce uno dei dioscuri dell’idealismo italiano. Fascista sino all’ultimo, Gentile, tanto da rimetterci la vita, da presidente dell’Accademia d’Italia durante la Repubblica di Salò, quando, nel 1944, fu trucidato da un commando di partigiani preda del fanatismo. Vent’anni prima, nel 1925, era stato lui il promotore del <strong>“Manifesto degli intellettuali fascisti”</strong>, scorrendo il quale si ha già un’idea della portata dell’adesione del nascente regime che chiudeva giornali, arrestava oppositori e proibiva il dissenso. Lo firmarono storici come Gioacchino Volpe, drammaturghi come <strong>Luigi Pirandello</strong>, poeti come <strong>Giuseppe Ungaretti,</strong> scrittori come <strong>Curzio Malaparte,</strong> giornalisti come Luigi Barzini sr, filosofi come Ugo Spirito, giuristi come Alfredo Rocco. Croce rispose a stretto giro con un contro-manifesto in cui si esposero altrettanti bei nomi dell’Italia intellettuale di allora, da Luigi Einaudi a Giustino Fortunato, da Eugenio Montale ad Aldo Palazzeschi. Lo scontro era vivo, anche se si spense definitivamente con le <strong>“leggi fascistissime”</strong> del 1926, con cui il neo-partito unico completò l’instaurazione della dittatura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Varietà di voci</h2>



<p>&nbsp;All’interno del fascismo stesso, poi, il panorama fu negli anni variegato, quanto a filoni e pubblicazioni. Spesso in contrasto fra loro, come fu per la polemica, celeberrima, fra i modernisti di Stracittà e gli antimodernisti di Strapaese. C’erano i futuristi, in testa il capofila <strong>Filippo Tommaso Marinetti</strong> (che dopo aver tanto sbertucciato istituzioni e musei, si musealizzò accettando la feluca di accademico). C’erano i clerico-fascisti, come il convertito <strong>Giovanni Papini</strong>, penna acuminata e prolificissima. C’erano i fascisti di sinistra, dal gruppo de <em>Il Selvaggio</em> del corrosivo <strong>Mino Maccari </strong>alla nuova generazione uscita dai “littoriali” degli anni ’30 (due nomi su tutti: <strong>Elio Vittorini e Vasco Pratolini</strong>, destinati nel dopoguerra a diventare mostri sacri della sinistra culturale). C’era il giro attorno a <strong>Giuseppe Bottai </strong>e al quindicinale <em>Critica Fascista</em>. C’era chi, dopo aver coniato motti che il Duce fese suoi come “Mussolini ha sempre ragione”, faceva un po’ di fronda e di satira sul piano del costume, come <strong>Leo Longanesi.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Fascisti-antifascisti, andata e ritorno</h2>



<p>Ci fu chi lavorò attivamente per la propaganda di guerra, arrivando niente meno che dall’estero come lo statunitense <strong>Ezra Pound.</strong> Chi invece si tenne sullo sfondo, ormai vecchio e mai del tutto aderente al regime, come<strong> Gabriele D’Annunzio</strong> (a cui pure, assieme alla mistica degli “arditi”, si deve il modello di certe liturgie fasciste). Ci fu anche chi dapprima sostenne le camicie nere e poi, quando costava farlo, divenne antifascista, come il pensatore irrazionalista <strong>Giuseppe Rensi</strong>. Chi, dal fascismo firmatario del Concordato con la Chiesa, si augurava un’impossibile rivendicazione di paganesimo, come<strong> Julius Evola</strong>. Chi fu fascista fino al 1943, anno della caduta, come gli scrittori <strong>Guido Piovene </strong>o Paolo Monelli. Chi faceva professione di fede fascista nei Gruppi Universitari, come <strong>Giorgio Bocca,</strong> per entrare poi nella Resistenza. Chi scriveva a favore dell’Impero e del corporativismo, come il cattolico <strong>Amintore Fanfani,</strong> futuro leader Dc. Insomma, c’era una vivacità che fra l’altro non può granché stupire, perché nonostante la censura di Stato un Paese, e in special modo un Paese articolato come l’Italia, non può non produrre cultura, in un periodo lungo ben vent’anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nazismo settario. Eppure…</h2>



<p>Diverso il discorso per la Germania nazista, che fu <strong>più restrittiva </strong>nel controllo delle arti e delle scienze (basti pensare alla condanna dell’“arte degenerata” contemporanea, che avrebbe costretto all’esilio un pittore fascista come Mario Sironi, o la persecuzione per motivi razziali di scienziati ebrei di ogni campo). Ma a dispetto di <strong>Goebbels</strong> e dei suoi roghi di libri, va registrata una pattuglia di menti fra le migliori dell’epoca che, sebbene solo inizialmente, approvarono o si inserirono nel nuovo regime hitleriano. Parliamo di gente del calibro di <strong>Martin Heidegger, </strong>forse l’ultimo grande filosofo tedesco; del giurista <strong>Carl Schmitt</strong>, peso massimo del pensiero politico tuttora attualissimo; di <strong>Gottfried Benn</strong>, poeta fra i più penetranti indagatori del nichilismo. Furono molti di più, naturalmente, coloro che rimasero intrappolati nelle grinfie del nuovo Stato di polizia, o si videro costretti a scappare fisicamente dal Terzo Reich. Quel ricco e formicolante mondo di idee, suggestioni e sperimentazioni che aveva popolato la <strong>Repubblica di Weimar</strong> divenne afono nell’arco di pochi mesi, in quel fatidico 1933. Represso brutalmente in quanto, secondo l’asfittica ideologia nazionalsocialista, tacciato di “decadenza”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Stupidità della tessera</h2>



<p>L’elenco di intelletti eccellenti, tra premi Nobel e ingegni fini che non per nulla si studiano a scuola, dovrebbe far capire anche a settari come Paolo Di Paolo che qualunque forma di certificazione del pensiero, <strong>qualsiasi tipo di “tessera</strong>” è, se guardiamo proprio allo storia italiana, intrinsecamente fascista. Nel suo caso, si tratta del “fascismo degli antifascisti” (<strong>Ennio Flaiano</strong>). E allora gioverà ricordare cosa scriveva Croce, il <strong>nume dell’antifascismo Croce</strong>, quello stesso Croce che Mussolini, autoritario ma non cretino, si guardò bene dall’imbavagliare durante tutto il Ventennio, in una missiva a Ferruccio Parri del 18 giugno 1945, per criticare l’ipotesi di escludere dal primo governo post-25 Aprile chi era stato iscritto al partito fascista: «Questo significa ignorare» osservava indignato il filosofo liberale, che «tutti gl’italiani per esercitare professioni, erano costretti a iscriversi e che ben pochi poterono, rinunziando alle professioni, <strong>rifiutare l’iscrizione,</strong> la quale prese perciò carattere affatto formale e insignificante. Tanto vero che molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti, e finirono col soffrire persecuzioni, carcere e peggio. (&#8230;) Io annovero <strong>tra i miei migliori amici e collaboratori,</strong> durante e dopo il fascismo, di codesti iscritti per formalità. (&#8230;). E concludeva, sbugiardando l&#8217;ipocrisia degli zelanti neo-antifascisti: «Ma chi è che perde il tempo a escogitare e suggerire simili, non dico neppure cattiverie, ma stupidità?».</p>
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		<title>Dati biometrici per la polizia e Palantir italiane: la strategia IA del governo Meloni</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/dati-biometrici-per-la-polizia-e-palantir-italiane-la-strategia-ia-del-governo-meloni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 03:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="intelligenza artificiale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi un'intelligenza artificiale pubblica non si concepisce neppure l’idea. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="intelligenza artificiale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/giorgia-meloni-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’uso dell’intelligenza artificiale sarà sotto il <strong>diretto controllo di Palazzo Chigi</strong>, tramite quattro diversi soggetti di nomina governativa che da adesso cominceranno a passare alla fase operativa. La legge 132 del 2025 è il vanto “europeista” di Giorgia Meloni e in particolare di <strong>Alessio Butti, </strong>sottosegretario all’Innovazione Digitale e meloniano di ferro: è la prima normativa di un Paese europeo che implementa l’<strong>AI Act di Bruxelles.</strong> Adesso, con una serie di decreti, inizia a delinearsi cosa intende il centrodestra per “strategia” sulla tecnologia più potente in circolazione. Prima di tutto, nel nuovo Comitato di Coordinamento sull’Intelligenza Artificiale alle dipendenze di Butti, oltre a un funzionario della Presidenza del Consiglio entreranno rappresentanti del ministero del Made in Italy, dell’Università e soprattutto della <strong>Difesa,</strong> il cui interesse per i sistemi di raccolta e calcolo dati a scopo militare è ovviamente primario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quattro organi governativi</h2>



<p>A guidarlo sarà ancora il professor <strong>Gianluigi Greco,</strong> presidente dell’Associazione Italiana per l’IA, assieme a Andrea Lenzi del Centro Nazionale Ricerche. Confermato anche frate <strong>Paolo Benanti</strong>, docente alla Gregoriana e consulente di papa Leone XIV, che contemporaneamente è a capo della Commissione AI per l’Informazione, sotto giurisdizione di un altro sottosegretario, quello all’editoria <strong>Alberto Barachini </strong>(Forza Italia). La legge individua i supporti diretti alle politiche algoritmiche in due agenzie: <strong>l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.</strong> La prima, creata dal governo Monti, ha come direttore generale Mario Nobile, che dirigeva le infrastrutture informatiche e statistiche del ministero dei Trasporti. La seconda, istituita nel 2021, è diretta da Andrea Quacivi, fino al 2023 amministratore di Sogei, società informatica del ministero dell’Economia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sovraffollamento di agenzie</h2>



<p>Insomma, come è consuetudine in Italia, c’è un certo sovraffollamento di autorità preposte a regolamentare e governare il prodotto principe del «tecno-capitalismo», giusto per citare il ceo di OpenAI, <strong>Sam Altman</strong>. Non tutte a spese del contribuente (la Commissione Benanti lavora a titolo gratuito), ma comunque obbedienti a una logica di spacchettamento di competenze che non si vede perché non <strong>riunire in un’unica realtà. </strong>Magari, come l’anno scorso suggeriva fra le righe la <strong>Rete per i Diritti Umani Digitali </strong>(Amnesty International Italia, The Good Lobby, Period Think Tank, Hermes Center, Privacy Network ecc), non affiliandola al governo di turno in carica, ma dando vita a un’<strong>authority terza,</strong> sottratta ai cambi di colore a Palazzo Chigi con <em>spoil system </em>annesso. Ma evidentemente la Meloni ha preferito lasciare intatto l’attuale quadro, venutosi a determinare negli anni per accumulo. La ragione è scontata: più istituzioni, più posti da distribuire. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Screening biometrico</h2>



<p>Il ministro della Giustizia, <strong>Carlo Nordio, </strong>si compiace intanto di un reato nuovo di zecca contro chi progetta algoritmi che possano mettere in pericolo l’incolumità personale o la sicurezza dello Stato. Intento encomiabile, dati i possibilissimi <strong>abusi nell’eventuale impiego di modelli matematici</strong> da parte di forze di polizia e intelligence. Rischio avvertibile anche nell’altra novità di segno giudiziario: per la prima volta si stabilisce che la magistratura potrà ricorrere allo screening dei dati biometrici. Ma solo «in casi eccezionali e minacce gravi» e con il sì del gip, si è affrettato a dire il collega dell’Interno, <strong>Matteo Piantedosi.</strong> Senza specificare quali, però. Presumibilmente, reati di anti-terrorismo o indagini su latitanti. È una delle applicazioni più delicate dell’impostazione, detta «antropocentrica», richiamata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,<strong> Alfredo Mantovano,</strong> che ha evocato la «sintonia con l’<strong>ultima enciclica</strong>» del pontefice. «Al centro non c’è la macchina ma la persona», ha sottolineato, aggiungendo che «le decisioni finali rimangono sempre dell&#8217;essere umano» e «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di <strong>“grande fratello” generalizzat</strong>o», e sono vietate altresì «grande banche dati biometriche». Resta che bisognerà vedere che fine faranno, comunque, i dati raccolti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E gli accordi con Israele?</h2>



<p>I buoni propositi, com’è noto, hanno il difetto di scontrarsi con la realtà. All’articolo 23 della legge si autorizzano investimenti, tramite il Fondo di Sostegno al Venture Capital e la Cassa Depositi e Prestiti Capital, a «<strong>PMI innovative e startup</strong> nelle fasi seed, early stage e scale-up, attive nei settori AI, cybersicurezza e tecnologie abilitanti come quantum, telecomunicazioni, 5G, edge computing, web3 e architetture open», si legge sul sito del Dipartimento Innovazione Digitale. «Una parte» delle risorse, continua la nota, «potrà sostenere anche <strong>imprese di dimensioni maggiori,</strong> considerate potenziali “campioni nazionali” tecnologici». Quali saranno questi «campioni», e se saranno in tutto o in parte «nazionali», lo si vedrà. Uno dei colossi con forte presenza nella penisola, per esempio, è STMicroelectronics, che è italo-francese. Senza contare gli accordi del 2023 proprio sulla <em>cybersecurity</em> fra la semi-partecipata statale<strong> Leonardo e l’Autorità per l’innovazione israeliana</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Budget limitato</h2>



<p>Chi teme una gestione opaca o premiante per “manine” poco raccomandabili può consolarsi, per ora, con l’ammontare, non esattamente esorbitante, del budget messo a disposizione: <strong>1 miliardo di euro</strong>. Decisamente poco se paragonato, giusto per fare due confronti, con i 22 miliardi della Gran Bretagna e i 10 miliardi della Francia. Naturalmente, con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi una modellistica di intelligenza artificial<strong>e pubblica</strong> non si concepisce neppure l’idea. In questo, del resto, in buona &#8211; o meglio: cattiva &#8211; compagnia con il capofila tecnologico del blocco occidentale: quegli <strong>Stati Uniti</strong> che, non c’è neanche bisogno di dirlo, a internalizzare non ci pensano proprio, preferendo come d’abitudine <strong>foraggiare i privati</strong>. Un nome su tutti: <strong>Palantir. </strong>Ecco, quali saranno le nostre Palantir, ammesso e assolutamente non concesso che il paragone regga? Ai chatbot dei prossimi anni l’ardua risposta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/dati-biometrici-per-la-polizia-e-palantir-italiane-la-strategia-ia-del-governo-meloni.html">Dati biometrici per la polizia e Palantir italiane: la strategia IA del governo Meloni</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV per liberare l&#8217;IA dalla sindrome di Babele di Palantir</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/magnifica-humanitas-lenciclica-di-leone-xiv-per-liberare-lia-dalla-sindrome-di-babele-di-palantir.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 12:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="papa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il mite e raffinato agostiniano di Chicago ha schierato la Santa Sede per dare un’etica all'ultimo parto prometeico della tecnoscienza. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="papa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/papa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un’enciclica, la <em>Magnifica Humanitas</em> di papa Leone XIV, che <strong>più politica</strong> non si potrebbe. Di <strong>portata storica</strong> per la dottrina sociale della Chiesa, inaugurata esattamente 135 anni fa con la <em>Rerum Novarum</em> di Leone XIII, a cui il pontefice si rifà per aggiornarla: se il predecessore dettò le coordinate cattoliche sugli scompensi della <strong>Rivoluzione Industriale</strong>, <strong>Prevost</strong> ha inteso offrire la carta fondativa per governare la <strong>Rivoluzione Artificiale</strong>. E nel farlo ha scelto contenuti, tempistiche, rimandi (e alleanze) che mettono il cattolicesimo in contrapposizione netta ed esplicita rispetto alle forze tecno-industriali a tutt&#8217;oggi, con <strong>Trump alla Casa Bianca</strong>, lanciate alla conquista della nuova frontiera: l&#8217;IA. Ogni riferimento a soggetti come <strong>Palantir,</strong> con la sua vagheggiata <strong>Repubblica Tecnologica</strong>, è palesemente voluto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giù le mani da Tolkien</h2>



<p>Non è un caso che abbia fatto subito rumore il brano dove il Papa inserisce una frase di <strong>John Ronald Tolkien</strong> («nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo») contro la «disumanizzazione». Tolkien è l’autore della saga <strong><em>Il Signore degli Anelli</em> </strong>da cui <strong>Peter Thiel </strong>ha tratto il nome della creatura da lui fondata, <em>Palantir Technologies</em>, a significare il potere di prevedere il futuro, nel romanzo affidato alle “pietre veggenti” e che l’azienda della Silicon Valley traduce in algoritmi. Il messaggio inviato dal Vaticano è chiarissimo: <strong>giù le mani da uno scrittore, cattolico, </strong>il cui pensiero si pone in direzione esattamente contraria all’usurpazione di Thiel. L’imprenditore con aspirazioni da filosofo, del resto, era stato gelidamente ignorato quando di recente, nel suo tour di <strong>conferenze sull’Anticristo</strong>, aveva fatto tappa anche a Roma, centro della cattolicità. L’Anticristo, per Thiel, è rappresentato da ciò che frena lo sviluppo dell’intelligenza artificiale monopolizzata da <strong>giganti privati</strong> connessi a filo doppio con il Pentagono. In sostanza, il nemico esistenziale sono i vincoli del bene pubblico, le restrizioni d’ispirazione umanistica, i rivali ideologici (come il <strong>socialismo di mercato cinese).</strong> L’obiettivo polemico di Prevost, invece, consiste proprio nella “cultura della potenza” legata alla lotta degli Stati per il primato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contro la &#8220;sindrome di Babele&#8221;</h2>



<p>In parole povere, questo mite e raffinato <strong>agostiniano di Chicago</strong> ha schierato la Santa Sede gettandola nella mischia, offrendo una visione d’insieme, elaborata di tutto punto, con cui dare un’etica all&#8217;ultimo parto prometeico della tecnoscienza. Il proposito, dichiarato, è contrastare la sindrome da <strong>“torre di Babele”, </strong>l’illusione idolatrica che l’umanità possa potenziarsi senza limiti, sacrificando chi non sta al passo, proseguendo lo sfruttamento della Terra e oscurando la dignità umana. «Abbiamo il dovere urgente di <strong>restare profondamente umani</strong>», scrive. Per un Vicario di Cristo, il concetto di umano è traducibile nell’imitare quest’ultimo nel «<strong>dono di sé</strong>». Se per brevità e chiarezza prendiamo a contraltare il <strong>Palantir Manifesto</strong>, troviamo invece tesi di tutt’altro tenore. Fior da fiore: «I nostri avversari non si fermeranno per impegnarsi in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Andranno avanti»; «Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Dovremmo, come società, prendere seriamente in considerazione l’idea di allontanarci da una forza completamente volontaria e <strong>combattere la prossima guerra</strong> solo se tutti condividono il rischio e i costi»; «Se una Marina degli Stati Uniti chiede <strong>un fucile migliore, dovremmo costruirlo;</strong> e lo stesso vale per il software. Dovremmo essere in grado, come Paese, di continuare a discutere la rilevanza dell’azione militare all’estero pur rimanendo inflessibili nel nostro impegno nei confronti di coloro che abbiamo chiesto di mettersi in pericolo».</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ideologia tecno-nazionalista di Karp</h2>



<p>L’estensore <strong>Alex Karp</strong>, ceo di Palantir, figlio di padre afroamericano e di madre ebrea, lavora in parallelo, sul piano delle idee, rispetto al cristiano Thiel, e certo non ha voluto offrire una filosofia vera e propria (ambizione coltivata da <strong>Marc Andreessen</strong> con il suo Techno-Optimist Manifesto, frullato di turboliberismo, futurismo e superomismo <em>sui generis</em>). Ma un certo modo di vedere  la società piuttosto che l’assetto del pianeta, nonché il senso stesso dell&#8217;uomo, traspare evidentissima là dove Karp centra il suo discorso sul «<strong>potere americano</strong>», sui&nbsp;«miliardari» che non dovrebbero «semplicemente rimanere nel loro ambito, quello di arricchirsi», sulla «<strong>élite</strong>» che dovrebbe farsi guidare da un non meglio precisato&nbsp;«credo religioso», sulla distinzione fra&nbsp;«culture» a cui ascrivere «progressi vitali» e<strong>&nbsp;«sottoculture» definite sprezzantemente «mediocri»,</strong> sul rigetto di quel <strong>«pluralismo vuoto»</strong> che, nell&#8217;essere inclusivo (ossia multiculturale), indebolisce&nbsp;«l’America», e più in generale l’«Occidente».</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;élite in guerra</h2>



<p>A differenza di Thiel, come si vede, Karp <strong>non evoca scenari biblici</strong> di sapore apocalittico. Ma la sostanza è identica. E il succo è questo: siamo noi, dice Karp, noi produttori dell’intelligenza generativa che già rendiamo a eserciti e polizie del mondo, statunitensi <em>in primis</em>, il servizio di <strong>gestione computazionale di guerra e sicurezza</strong>, siamo noi oligarchi che non miriamo solo al profitto ma a rifondare la convivenza su basi neo-<strong>nazionaliste e competitive,</strong> siamo noi i titolari del diritto-dovere di metterci alla guida del processo socio-tecnologico in atto. E lo facciamo perché non bisogna dare più per scontato il «secolo di pace» alle nostre spalle (ma <strong>pace per chi?</strong> non per serbi, afghani, irakeni, libici, siriani, ucraini, palestinesi ecc ecc), tanto è vero che «disarmo della Germania» e «pacifismo giapponese», se mantenuti, minacciano di «spostare gli equilibri». Soprattutto «in Asia». Leggi: <strong>pericolo Cina.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Pacifismo radicale</h2>



<p>È la sintesi plastica di una mentalità conflittuale, aggressivo-difensiva, <strong>insofferente della democrazia</strong> come spazio di differenze che, previo filtro teologico, non potrebbe essere più lontana dal magistero di Leone XIV. Il papa condanna&nbsp;«polarizzazioni e violenze», fustiga lo «<strong>scontro a distanza fra imperialismi contrapposti</strong>», se la prende con il «falso realismo», critica la «stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche» che «genera una <strong>“nazione armata” </strong>in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica». E sembra lanciare un anatema quasi <em>ad aziendam</em> quando, perentorio, sentenzia: «<strong>Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile</strong>». Infine, prescrive una serie di «puntuali criteri di discernimento» che denotano una concezione antropologica, oltre che religiosa, <strong>radicalmente anti-bellicista</strong>, riassumibile nel rifiuto del «diritto del più forte» e della «Realpolitk», colpevole di diffondere «la rassegnazione a una guerra ineluttabile», come se «<strong>la pace e il dialogo» </strong>fossero «posizioni utopiche o irrazionali». Insomma, il papa continua ad annodare il filo con cui aveva esordito affacciandosi al balcone di San Pietro: la pace come teoria e prassi totalizzanti. Una pace che «non è una speranza ingenua <strong>né soltanto un’assenza di guerra</strong>: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Anthropic in campo</h2>



<p>A un laicista sfegatato queste affermazioni, nonostante i toni decisi e i non troppo velati richiami, potrebbero suonare come giaculatorie moraleggianti. Errore. Alla cerimonia di presentazione del testo, il 25 maggio, ha preso parola <strong>Christopher Olah, cofondatore con Dario Amodei di Anthropic</strong>. Si tratta dell’azienda, valutata in Borsa qualcosa come 380 miliardi di dollari, che il 27 febbraio scorso si è vista <strong>depennare dalla lista di fornitori</strong> delle agenzie federali degli Stati Uniti con decreto del presidente Trump, sostituita da <strong>OpenAI di Sam Altman.</strong> Il motivo spiega la presenza di Olah a fianco del pontefice: essersi opposti a rimuovere dai modelli algoritmici barriere che vietano l’uso di robot letali e sorveglianza di massa. Prevost <strong>non si è limitato dunque a predicare</strong>: ha scelto di mostrare al miliardo e quattrocento milioni di cattolici del mondo un esempio, a suo dire, <strong>di impresa eticamente responsabile</strong> nel mercato più avveniristico e insidioso. L’unica, sempre non casualmente, messa in lista nera dall’amministrazione trumpiana, con la quale nei mesi scorsi <strong>l’urto sul tema della pace</strong> e della guerra è stato frontale. Una scelta di campo che non ammette equivoci, come a dire: ecco, vedete, la tecnica non è un male in sé, può anzi essere applicata rettamente. In realtà, l&#8217;ultimo modello di intelligenza artificiale rilasciato da Anthropic, <strong>Claude Mythos Preview,</strong> è tutt&#8217;altro che rassicurante, concepito com&#8217;è per individuare le vulnerabilità dei sistemi informatici arrivando a prendere<strong> decisioni autonome</strong>. Un salto qualitativo che avvicina esattamente ai rischi di incontrollabilità che lo &#8220;sponsor&#8221; in talare bianco vorrebbe esorcizzare. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ombrello morale</h2>



<p>Anthropic, va da sé, si sfrega le mani: grazie alla <strong>“benedizione” papale</strong>, può presentarsi come interlocutrice privilegiata di quei governi, dall’America Latina all’Africa passando anche (forse) per l’Europa, che hanno nella propria opinione pubblica un <strong>vasto influsso cattolico</strong>. Può cioè legittimarsi come <em>brand</em> dell’«umanesimo cristiano». Un vero colpaccio reputazionale, il <em>Pope washing</em>, per la catena di investitori che la finanziano: da <strong>BlackRock a Google,</strong> da Amazon al fondo sovrano del Qatar. </p>



<p>«Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione – sostiene a ragione papa Leone in <em>Magnifica Humanitas</em> &#8211; Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono <strong>attori privati, spesso transnazionali,</strong> dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». La Chiesa Cattolica, con <strong>simultanea mossa dottrinale ed economica,</strong> si posiziona come “ombrello morale” nel conflitto in corso, in Occidente e fuori dall’Occidente, annunciando la cristianizzazione dell’arma-fine-di-mondo del XXI secolo. In nome di un Dio – ha tenuto a precisare il suo rappresentante terreno – che non può essere strattonato e strumentalizzato <strong>da sogni di onnipotenza transumanistici e post-umani.</strong> Al di là degli aspetti spirituali, la Chiesa prevostiana fa politica a carte scoperte. Anzi, per la precisione il guanto di sfida lanciato è un <strong>aut-aut geopolitico</strong> in piena regola: o con la linea Prevost-Anthropic, o con quella Trump-Palantir.</p>
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		<title>L’ultima di Peter Thiel: un tribunale online per schedare (e minacciare) i giornalisti critici</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/lultima-di-peter-thiel-un-tribunale-online-per-schedare-e-minacciare-i-giornalisti-critici.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 17:04:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1340" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="objection" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1024x715.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-768x536.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1536x1072.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-600x419.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Si chiama Objection: basta pagare perché ex agenti Cia o Nsa mettano sotto scrutinio il giornalista, che non può avere fonti riservate.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/lultima-di-peter-thiel-un-tribunale-online-per-schedare-e-minacciare-i-giornalisti-critici.html">L’ultima di Peter Thiel: un tribunale online per schedare (e minacciare) i giornalisti critici</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1340" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="objection" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1024x715.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-768x536.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-1536x1072.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/peter-thiel-600x419.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sembra un giocattolo per spillar quattrini a ricchi allergici alla libertà di stampa, e lo è. Ma è anche qualcosa in più, il sistema d’intelligenza artificiale lanciato dalla startup <strong>Objection</strong> il 15 aprile scorso grazie ai fondi di <strong>Peter Thiel,</strong> fondatore di Palantir, e dell’imprenditore malesiano <strong>Balaji Srinivasan.</strong> </p>



<p>A capo dell’iniziativa è l’austrialiano <strong>Aron D’Souza</strong> (presidente di Enhanced Games, le <strong>“Olimpiadi dei dopati”,</strong> una competizione con l’obbiettivo esplicito di rendere legittimo e ufficiale l’uso, illegale e ufficioso, che gli atleti fanno di farmaci per avere prestazioni&nbsp; da superuomini). Ma soprattutto, si tratta dell’ex stratega del team di avvocati che nel 2016 eliminò dal mercato statunitense la rete di blog <strong>Gawker Media</strong>, costretta a dichiarare fallimento per una causa da 140 milioni vinta da <strong>Hulk Hogan</strong> e finanziata, guarda caso, da Thiel.</p>



<p>D’Souza ha già insomma qualche esperienza in fatto di liti giudiziarie contro le voci critiche. Ora vuole metterle a profitto con un software, da lui definito come un “<strong>processo in 72 ore</strong>” ai danni del giornalista di turno che non offra &nbsp;sufficienti garanzie di <em>accountability</em>, ossia di credibilità. In realtà, una trovata tecnologicamente avanzata per infliggere <strong>un’ennesima mazzata</strong> alla già malridotta fiducia dell’opinione pubblica verso la categoria dei giornalisti, in particolare quei pochi che possono cimentarsi in quel genere costoso e pericoloso che è il <strong>giornalismo investigativo</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ex spie e algoritmi anti-inchieste</h2>



<p>Il programma di Objection funziona così: il cliente paga da un <strong>minimo di 2 mila a un massimo di 10 mila dollari </strong>per caricare l’articolo o il servizio che non gradisce, aggiunge le proprie obiezioni, dopodiché una squadra di “investigatori” (dietro cui si celano, si dice, ex <strong>agenti Cia, Fbi e Nsa</strong>, strutture con cui Palantir, fra parentesi, è legata a filo doppio) raccoglie ulteriori elementi, e infine il tutto confluisce in un <em>panel</em> di modelli algoritmici di <strong>OpenaAI, xAI, Google, Anthropic e</strong> <strong>Mistral </strong>che eseguono il <em>fact checking</em> finale. Il risultato finale arriva dopo tre giorni, e produce il cosiddetto <strong><em>Honor Index</em></strong>, un verdetto a punti sull’affidabilità dell’autore sott’accusa. Si dirà: ok, è una pensata per <strong>soggetti che siano abbastanza facoltosi</strong> da poter sborsare qualche migliaio di verdoni così da fare le contro-pulci a chi abbia sfornato qualche <strong>pezzo scomodo</strong> ai propri interessi. Vero, ma con una specifica importante: ad azzoppare a priori il lavoro del giornalista è l’istruzione di base data agli algoritmi, vale a dire la <strong>penalizzazione delle fonti riservate</strong>. Com’è noto, le inchieste che vanno più in profondità e suscitano le ire dei potenti si avvalgono di testimonianze anonime, i <strong><em>whistleblower</em></strong>, persone che si accollano il rischio di segnalare illeciti, raggiri e porcate varie e che perciò, per legge, sono tutelate dal <strong>segreto giornalistico</strong> (anche in Italia, dove solo il giudice può chiederne di rivelarne l’identità, per lo meno ai giornalisti iscritti all’albo professionisti, mentre i pubblicisti, cioè la maggioranza, sono disarmati).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nemico: le fonti riservate</h2>



<p>Objection, invece, rende il pilastro di un ideale contropotere mediatico un <strong>difetto strutturale</strong>. D’Souza l’ha messa così: «Proteggere le informazioni di una fonte è un modo fondamentale per raccontare una storia importante, ma c&#8217;è un&#8217;importante <strong>asimmetria di potere</strong> in questo», ha detto in un’intervista a <em>TechCrunch</em>, «l’argomento viene trattato, ma poi non c&#8217;è modo di criticare la fonte». Singolare, ma nient’affatto sorprendente, questa concezione così candidamente espressa: secondo il <em>protegé</em> di Thiel, chiunque sia dotato di <strong>adeguate risorse economiche</strong> per accedere al nuovo servizio di certificazione non gode, poverino, di una posizione asimmetrica di potere, mentre la <strong>fonte anonima</strong>, che magari rischia di <strong>perdere il lavoro</strong> o di finire in rovina subissato da cause milionarie, quella invece rappresenterebbe lo strapotere del giornalismo assetato di <em>scoop</em>. </p>



<p>D’Souza si è spinto ad auspicare un <strong>«metodo scientifico»</strong> che, in sostanza, equivarrebbe alla pubblicazione integrale del colloquio-intervista con la fonte, a quel punto non più coperta dall’anonimato. Non solo, ma ha proposto ai giornalisti di firmare un <strong>accordo di «protezione»</strong> per cui il giornalista lavorerebbe sotto la supervisione dell’intelligenza artificiale di Objection. Cosa che, naturalmente, non sarebbe un tentativo di mettere a tacere gli informatori, bensì di «verificare i fatti». Conclusione, lapidaria: «La <strong>saggezza della folla</strong> (<em>wisdom of the crowd</em>) unita al potere della tecnologia» è in grado di «creare nuovi metodi per dire la verità».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Distopia attivata</h2>



<p>Se si volesse commentare seriamente, si dovrebbero far presente, all’alfiere del doping impancatosi a reinventore del <strong>“quarto potere”, </strong>giusto due cosette. La prima: la <em>vox populi,</em> che lui chiama saggezza popolare e che poi altro non è che il <strong>senso comune</strong>, è validissima quando si parla di abitudini pratiche, ma è anche, come scriveva Alessandro Manzoni ne <em>I Promessi Sposi</em>, il riflesso di pregiudizi e incrostazioni mentali, i famosi <strong><em>bias</em> cognitivi</strong> che non casualmente nutrono la logica di conferma, ossessiva e ripetitiva, tipica degli algoritmi. Quella che per tecno-capitalisti come questo D’Souza è positiva utopia, in realtà è <strong>distopia bella e buona, purtroppo già attiva e operante</strong>. Ma Manzoni ormai non si vuole più leggerlo nemmeno in Italia, figuriamoci se lo conoscono in quella landa di nerd supponenti che è la <strong>Silicon Valley</strong>. </p>



<p>Secondo: è chiaro come il sole che un artefatto del genere è concepito a scopo intimidatorio per delegittimare, letteralmente alla fonte, quel <strong>poco di inchieste fatte come dio comanda</strong> che qualche temerario cerca nonostante tutto di proporre a un pubblico sempre più distratto e tribalizzato. L’inchiesta, come formato, <strong>costa molto</strong>, anzitutto in termini di tempo e quindi di sostenibilità economica, e non secondariamente di <strong>rischio in sede legale,</strong> per far fronte a richieste di risarcimento danni con cifre, a volte, semplicemente pazzesche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Invito alla delazione</h2>



<p>E tuttavia l&#8217;inchiesta resta l’ultimo, residuale modo con cui i giornalisti, spesso associati in cordate internazionali con il supporto del <em>crowdfunding</em>, possono <strong>realmente dare fastidio</strong>, poiché è solo indagando che si rendono noti dei fatti che fino a quel momento erano ignoti. Tutto il resto è cronaca d’agenzia, opinione e analisi. Tutte componenti <strong>essenziali</strong>, ma che scontano l’handicap di finire sommerse nel dispersivo oceano digitale, le cui correnti sono regolate ovviamente da loro, gli <strong>onnipresenti algoritmi</strong>. Ma forse è inutile speculare troppo, su personaggi come Thiel e sue annesse creature. Non perché la faccenda non sia grave, anzi: è gravissima. Ma <strong>non è seria.</strong> È talmente sfacciata, spudorata e in malafede la volontà di screditare <strong>ciò che di buono</strong> sopravvive in un giornalismo in larga misura asservito e mediocre, che verrebbe da replicare, a questo mini-Thiel dal cognome impronunciabile, esclusivamente con un sonoro <strong><em>fuck you</em>. </strong>Ma non ne vale la pena: il suo tribunale online per irritati seriali avrà comunque valore legale zero. Serve solo a confondere le acque, <strong>montare l’odio per i rimanenti giornalisti liberi</strong>, incitare a una sorta di pubblica delazione per <strong>schedarli </strong>e, già che ci siamo, far pagare a chi ha il prurito da diffamazione facile i lavoretti di spionaggio computazionale eseguiti dall&#8217;arcimilionesima<em>startup</em> ideata da <strong>tecno-libertari</strong> che <em>tecno</em>, lo sono di sicuro, ma libertari lo sono come si può esserlo <strong>all’americana</strong>: solo se sei sufficientemente gonfio di dollari.<br> </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/lultima-di-peter-thiel-un-tribunale-online-per-schedare-e-minacciare-i-giornalisti-critici.html">L’ultima di Peter Thiel: un tribunale online per schedare (e minacciare) i giornalisti critici</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/reddito-di-giornalanza-giusto-il-referendum-per-eliminarlo-ma-con-qualche-precauzione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:05:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="giornali" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il referendum per abolire i contributi pubblici ai giornali ha raccolto 120 mila firme in poco più di una settimana. Ma attenzione... </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/reddito-di-giornalanza-giusto-il-referendum-per-eliminarlo-ma-con-qualche-precauzione.html">“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="giornali" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giornali-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>120 mila firme in una settimana a mezzo: la campagna per abolire per via referendaria il <strong>“reddito di giornalanza”</strong> è partita con il botto<strong>.</strong> Segno che l’iniziativa lanciata il 27 aprile da Schierarsi, associazione tra i cui fondatori c’è <strong>Alessandro Di Battista,</strong> ha colto un punto sensibile nell’opinione pubblica: l’avversione per certo sistema mediatico che, nonostante il discredito di cui soffre, continua a <strong>incassare soldi dai contribuenti.</strong> Una battaglia politica che richiama il Movimento 5 Stelle prima maniera, quello di Beppe Grillo affiancato da Gianroberto Casaleggio, ma che evidentemente rappresenta un tema <em>evergreen</em>. Anche la modalità riecheggia un’idea cara a quella stagione, la <strong>democrazia diretta:</strong> i promotori puntano al traguardo delle 500 mila firme per indire un referendum popolare con cui eliminare parte delle sovvenzioni statali ai giornali. </p>



<p>Normate dalla legge 198 del 2016, nella finanziaria del 2019 l’allora sottosegretario all’editoria, il grillino <strong>Vito Crimi</strong>, fece inserire un emendamento, l’810, in base al quale sarebbero dovute sparire già nel 2022. Invece sono state <strong>mantenute, di proroga in proroga, posticipandone la fine al 2030</strong>. A giustificare il rinvio, come sostengono Fieg (editori), Fnsi (stampa), mondo cooperativo (CulTurMedia-Legacoop, Culturalia-Agci) e cattolico (Fisc), la tutela del <strong>pluralismo informativo</strong>, seriamente minacciato dal tracollo ormai strutturale dell’editoria, specialmente cartacea, travolta dalla digitalizzazione. Ragion per cui, fra parentesi, <strong>l’Unione Europea</strong> non considera i fondi in questione come aiuti di Stato, e perciò non li assoggetta a vincoli e autorizzazioni. Il quesito formulato da Schierarsi abrogherebbe, per la precisione, l’ultima proroga datata 2023, così da anticipare di due anni, cioè al termine del 2028, la scadenza del “<strong>Fondo per il pluralismo dell’informazione</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contributi diretti</h2>



<p>La situazione oggi è questa. Mentre <strong>nel 2016 erano stati tolti dall’accesso</strong> ai contributi gli organi di partito, i periodici di settore e le testate di gruppi editoriali sul mercato, da dieci anni a questa parte a richiedere il finanziamento pubblico possono essere solo le <strong>cooperative di giornalisti, gli enti no profit</strong> e i media la cui maggioranza proprietaria sia di <strong>fondazioni </strong>o soggetti non a scopo di lucro. Come si può leggere sul sito del Dipartimento per l’Informazione ed Editoria (al link <a href="https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/il-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/">https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/il-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/</a>), si tratta in tutto di <strong>206 giornali</strong> (più una società radiofonica) che nell’erogazione stabilita nel 2024 hanno beneficiato di 104,8 milioni di euro, circa 9 milioni in più rispetto al 2023. Si parla di <strong>fondi diretti, cioè stabili.</strong> Nell’elenco, suddiviso in sei categorie, la fetta più grossa è numericamente composta dai <strong>giornali “editi e diffusi in Italia”</strong>, benché ad aver ricevuto la somma in assoluto più consistente, 6 milioni 176 mila euro, sia stato il <em>Dolomiten</em>, quotidiano altoatesino, sotto la voce “espressione di <strong>minoranze linguistiche</strong>” (buon secondo, in questo comparto, il <em>Primorski Dnevik</em>, in lingua slovena: 1 milione 682 mila euro).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Veri e &#8220;falsi&#8221; no profit</h2>



<p>A colpire, però, sono le testate che invece su un editore, o comunque su appoggi economici, possono contare eccome, e che nonostante ciò usufruiscono del Fondo dandosi uno statuto societario formalmente non commerciale: <strong><em>Il Foglio</em></strong> (più di 2 milioni di euro), <strong><em>Libero</em> </strong>(5,4 milioni), <em>Italia Oggi</em> (4 milioni), la <em>Gazzetta del Sud</em> (3,3 milioni) e la <em>Gazzetta del Mezzogiorno</em> (2,4 milioni), <em>L’identità</em> (1,7 milioni) e il <strong><em>Secolo d’Italia</em></strong> (498 mila euro, rata d’anticipo al 29 maggio 2025). Un <strong>distinguo </strong>però va fatto: esistono realtà pubblicate da editori realmente cooperativi e no profit, e in quanto tali senza santi in paradiso, come <strong><em>Il manifesto</em></strong> (3,2 milioni). Idem per <em>Conquiste del Lavoro</em>, che si occupa di argomenti socioeconomici e sindacali, o <em>Mondo Sanità</em>. C’è poi una miriade di giornali locali, dal <em>Sannio Quotidiano</em> alla <em>Gazzetta d’Asti</em>, da <em>Il Biellese </em>al calabrese <em>Tiraccio-Voce ai giovani</em>, dal <em>Quotidiano di Sicilia</em> al <em>Corriere di Romagna</em> e così via. Fa capolino anche <strong>qualche rivista tematica,</strong> come la <em>Rivista Italiana Difesa</em>, <em>Caccia&amp;Tiro</em>, <em>Altreconomia </em>e <em>RockHard Italia</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Galassia cattolica</h2>



<p>La tipologia culturalmente più compatta è costituita dall’affollatissimo microcosmo di <strong>giornali cattolici.</strong> Tutti enti morali, va da sé. In prima fila il quotidiano dei vescovi, <em>Avvenire</em> (5,4 milioni) e il settimanale <em>Famiglia Cristiana</em> (6 milioni), assieme a <em>Civiltà Cattolica</em>, storica testata dei gesuiti, e al <em>Messaggero di Sant’Antonio</em>, mensile con ben 200 mila abbonati (930 mila euro). Dopodiché, una sfilza di <strong>giornali diocesani:</strong> <em>Gente Veneta</em> (del Patriarcato di Venezia), <em>Verona Fedele, La Difesa del Popolo</em> (Padova), <em>Il Cittadino</em> (diocesi di Genova), <em>Libertà</em> (seminario vescovile di Guastalla), <em>Nuova Scintilla</em> (Chioggia), <em>La Voce dei Berici</em> (Vicenza) e vari altri. Infine, per non farsi mancare niente, anche <strong>il settimanale dell’Associazione Nazionale Alpini,</strong> <em>L’Alpino</em> (829 mila euro). A completare il quadro 5 periodici all’estero, come <em>La Voce di New York </em>o il <em>Corriere Canadese</em> (rispettivamente 286 mila e 322 mila euro), e 14 giornali delle comunità italiane all’estero, come <em>Bellunesi nel mondo </em>(49 mila euro) o <em>L’Italiano</em> (57 mila ); sette riviste delle associazioni di consumatori, come <em>Federconsumatori News</em> (51 mila euro); 28 prodotti editoriali per <strong>non vedenti o ipovedenti</strong>, come <em>Trilli nell’azzurro</em>, della Fondazione Lega Filo d’Oro (68 mila euro).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Contributi indiretti</h2>



<p>Non ci sono però solo i contributi diretti, ma anche quelli<strong> indiretti</strong>, sotto forma di credito d’imposta, cioè di rimborso per carta e distribuzione. <strong>Questi ultimi non vengono toccati dal referendum</strong>. Essendo sgravi i fiscali rientrano nell’ambito delle leggi tributarie, che l’articolo 75 della Costituzione proibisce di sottoporre a voto referendario. A fruire di tali finanziamenti “straordinari” sono stati praticamente tutti i giornali più noti. Gli ultimi dati, relativi al 2023, registrano stanziamenti, per 10 centesimi a copia cartacea venduta in abbonamento e in edicola nel 2022, per 11 milioni e 383 mila al gruppo Rcs-<em>Corriere della Sera</em> e 5,2 milioni a Cairo Editore (entrambi facenti capo a <strong>Urbano Cairo</strong>, editore de <em>La7</em>, già florido di suo), 6,7 milioni a <strong>Gedi</strong> (allora titolare di <em>Repubblica, Stampa</em> e altre testate, di recente passate di mano) e 3,7 milioni al gruppo Editoriale Nazionale (<em>QN, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione</em>). E ancora: 1,4 milioni a <em>Il Messaggero</em> (gruppo Caltagirone), altrettanti a <em>Il Sole 24 Ore</em>, 915 mila euro al <em>Giornale </em>(gruppo Angelucci), 827 mila a <em>La Verità</em>, 740 mila a <em>L’Unione Sarda</em>, 529 mila a <em>L’Espresso,</em> 169 mila a<em> Panorama</em>, 489 mila a <em>Il Mattino</em>, 169 mila a <em>Domani </em>e 149 mila a <em>Milano Finanza</em>. <strong>Unica, benché parziale eccezione il <em>Fatto Quotidiano</em></strong>, che sin dalla nascita rivendica in prima pagina la volontaria rinuncia a denari pubblici. Anche se, per la verità, nel dicembre 2025 la società editrice Seif ha presentato domanda per il nuovo fondo straordinario «data la crisi del mercato editoriale e il <strong>momento congiunturale molto difficile</strong>», come ha spiegato in una nota. Il decreto del governo del 9 marzo scorso, prosegue il dispaccio, non ha assegnato un euro a Travaglio&amp;C, la cui «intenzione» resta comunque, abbonati e introiti permettendo, di «non percepirlo».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Democrazia informativa?</h2>



<p>L’anno scorso, infatti, il governo Meloni è intervenuto con <strong>due successivi decreti</strong>: ad aprile, con <strong>82 milioni</strong>, di cui 65 di contributo straordinario (sulle copie del 2023) e il resto a favore di edicole e punti di distribuzione; e a settembre, sempre in via straordinaria, per sostenere le assunzioni e gli investimenti, per un totale di <strong>44 milioni.</strong> Saltato invece l’altro aiutino storico, il <strong>credito d’imposta per la carta</strong>: nel decreto <strong>Milleproroghe </strong>l’emendamento è stato riformulato per «mancanza delle necessarie coperture finanziarie», come ha ammesso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a informazione ed editoria, <strong>Alberto Barachini </strong>(Forza Italia, ex giornalista Mediaset)<strong>.</strong> «Assenza di volontà per la salvaguardia della democrazia del nostro Paese», si è lamentato <strong>Andrea Riffeser Monti,</strong> presidente della Fieg. </p>



<p>Se si estende lo sguardo all’intero meccanismo che abbiamo descritto, la democrazia c’entra relativamente. Non c’entra niente, sia in via ordinaria che straordinaria, quando si parla di imprese editoriali che dovrebbero vivere di mercato, avendo <strong>alle spalle imprenditori facoltosi, </strong>inserzionisti di peso o, in ogni caso, solide entrature. E che fra l’altro, del “libero” mercato fanno l’apologia fin dal nome, come nel caso, macroscopico, di <em>Libero</em>, testata edita da un srl omonima di proprietà della <strong>Fondazione San Raffaele</strong> ma in realtà parte dell’impero editoriale del re delle cliniche, e deputato leghista, <strong>Antonio Angelucci</strong>. Non c’entra nulla per gli euro concessi a pioggia indirettamente, poiché <strong>la logica <em>una tantum </em>è solo una droga</strong> che non fa altro che rinviare il problema. C’entra poco per quanto riguarda la <strong>galassia cattolico-ecclesiale</strong>: non si capisce infatti per quale motivo debba drenare pubblici quattrini, con il po’ po’ di ricchezze immobiliari e mobiliari che appartengono alla Chiesa e la capillarità di organizzazioni e movimenti di fedeli. La democrazia c’entra, piuttosto, con le pubblicazioni di <strong>editori realmente, come si dice in gergo, <em>puri</em>,</strong> non riconducibili ai sei o sette potentati espressioni di interessi tecnicamente “impuri”.Tutte destinate a non ricevere più un nichelino, qualora dovesse avere esito positivo il referendum anti-giornalanza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Modesta proposta</h2>



<p>In sintesi: l’opera di sfoltimento è stata <strong>in parte aggirata</strong>, e per questa parte, che di fatto è un regalo a chi non ne ha o non dovrebbe averne bisogno, il referendum di Schierarsi va nella direzione giusta. Ma accanto all’abolizione, sarebbe utile e sensato avanzare anche un’<strong>idea diversa e più equa di regolamentazione </strong>dei fondi ordinari, così da compensare la distorsione rappresentata da quelli straordinari che, come detto, non vengono sfiorati dal disboscamento. Ad esempio ammettendo, esclusivamente per un <strong>tempo limitato e improrogabile</strong>, le sole cooperative di giornalisti, con bilanci pubblicamente consultabili che non superino una soglia bassa abbastanza da impedire di camuffare sotto mentite spoglie la <em>longa manus</em> di privati più o meno abbienti e influenti. Altrimenti, limitandosi a tagliare, si rischia di favorire proprio costoro, e si recide alla base un principio che meriterebbe di essere difeso: la <strong>pluralità autentica</strong>, la quale dovrebbe tradursi nel sopperire all’asfissia di un mercato in realtà oligopolistico e incrostato, riconoscendo almeno inizialmente una spinta finanziaria a progetti validi ma privi di patroni. Compito, a dirla tutta, di una banca pubblica. Senza bancomat eterni, beninteso. Ma neppure senza ostilità preconcetta a supportare <strong>chi ha idee e competenze</strong>, ma non linee spianate di credito o sponsor con lobby incorporata.&nbsp;</p>
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		<title>Caso Minetti, i due veri punti oscuri</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 15:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1171" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1024x625.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-768x468.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1536x937.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-600x366.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Si collocano esattamente al principio e alla conclusione dell’iter, i due punti ancora oscuri nella grazia concessa il 18 febbraio scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Nicole Minetti. Il caso politico-istituzionale è deflagrato dopo l’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano, in seguito alla rivelazione dell’atto presidenziale da parte della trasmissione televisiva Mi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/caso-minetti-i-due-veri-punti-oscuri.html">Caso Minetti, i due veri punti oscuri</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1171" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1024x625.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-768x468.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-1536x937.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260429172534708_c454e2c3febadd47236c067b3a09e907-600x366.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Si collocano esattamente al principio e alla conclusione dell’iter, i <strong>due punti ancora oscuri</strong> nella grazia concessa il 18 febbraio scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a <strong>Nicole Minetti.</strong> Il caso politico-istituzionale è deflagrato dopo l’inchiesta di Thomas Mackinson sul <em>Fatto Quotidiano</em>, in seguito alla rivelazione dell’atto presidenziale da parte della trasmissione televisiva <em>Mi Manda Rai Tre</em> (10 aprile). Il provvedimento del Quirinale ha sollevato dai servizi sociali la Minetti, ex consigliere della Regione Lombardia e condannata in via definitiva a 3 anni 11 mesi per i <strong>processi Ruby-bis</strong> (le “olgettine” delle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore) e peculato sui rimborsi regionali, con la motivazione di lasciarla libera di muoversi con passaporto per accudire il figlio adottivo, un minore uruguayano che soffre di una grave patologia congenita.</p>



<p>La prima ombra riguarda l’adozione avvenuta in Uruguay, dove convivono la Minetti e il compagno, <strong>Giuseppe Cipriani</strong> (erede della dinastia dell’Harry’s Bar di piazza San Marco a Venezia e <em>ceo</em> di Casa Cipriani, catena di hotel e ristoranti di lusso sparsi in venti città, da Ibiza a New York). Il 19 luglio 2024 il <strong>Tribunale dei minorenni di Venezia </strong>dichiara «efficace» la procedura certificata nel febbraio del 2023 dai giudici sudamericani di Maldonado Nuevo. Stando a quanto riporta <em>Libero</em> (29/4), nel decreto si legge che la coppia viveva stabilmente in Uruguay da oltre due anni, e che il bambino «si trovava in <strong>stato di abbandono sin dalla nascita</strong>, con “separazione definitiva dai genitori biologici i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale”». Nulla osta, dunque, per il riconoscimento della potestà genitoriale. I genitori naturali, infatti, sarebbero stati in condizioni di tale povertà che il figlio sarebbe stato affidato all’<strong>Istituto per Bambini e Adolescenti dell’Uruguay </strong>(INAU). Secondo il <em>Fatto</em>, Minetti e Cipriani avrebbero intentato causa in sede civile per far decadere la potestà ai genitori biologici, circostanza smentita dalla Minetti. Nel marzo 2020, stando ai documenti del Tribunale di Maldonado trapelati oggi (<em>Corriere della Sera</em>, 30/4), la coppia formalizzò la richiesta all&#8217;INAU, che la accolse nell&#8217;aprile del 2021 con un <strong>affido provvisorio</strong>, in via eccezionale rispetto al normale ordine di priorità, data la malattia del piccolo che, purtroppo, poteva dissuadere l&#8217;interessamento all&#8217;adozione. Così si spiega l&#8217;intervento già quell&#8217;anno al <strong>Boston Childrens’ Hospital</strong>, negli Stati Uniti. Al San Raffaele di Milano e al Policlinico di Padova, secondo la difesa della Minetti, avevano sconsigliato l’operazione, anche se da Padova il direttore di Neurochirurgia Pediatrica, Luca Denaro, ha ribadito di non aver mai avuto contatti di nessun genere.</p>



<p>L&#8217;altra novità arriva dal <strong>giornale online <em>FM Gente</em>,</strong> nell’articolo del 28 aprile intitolato “Una adopción en Maldonado por parte de multimillonario italiano y un ‘perdón’ de la Justicia”. <strong>Yuria Troche</strong>, l’avvocatessa uruguayana che si occupò inizialmente del minore, fra il 2021 e il 2022, vi dichiara che sì, «furono rispettati tutti i requisiti legali richiesti», sottolineando anche che «l&#8217;Uruguay è molto geloso nel concedere adozioni e molto garantista». Ma aggiungendo pure, testuale, «<strong>a dire il vero non ricordo con certezza</strong>» se fossero stati presi in considerazione i precedenti della Minetti. Vale a dire il fatto che già nel 2019 l’ex igienista dentale, celebre per essersi recata nottetempo alla Questura di Milano, il 27 maggio 2010, per sottoscrivere l’affido dell’allora 17enne Karyma, alias “Ruby Rubacuori”, spacciata per <strong>la nipote del dittatore egiziano Mubarak</strong>, era stata confermata rea di favoreggiamento della prostituzione dalla Cassazione.</p>



<p>Le precisazioni e amnesie della legale si inseriscono in un contesto di polemiche che hanno proprio recentemente coinvolto l’INAU in polemiche sui criteri di accoglimento delle richieste di adozione. Il responsabile d’ufficio, <strong>Dario Moreira</strong>, è stato destituito non più tardi di due settimane fa. Inoltre, anche il capitolo donazioni lascia adito a dubbi. Sempre <em>FM Gente</em> riporta che Minetti e Cipriani ne avrebbero erogate diverse, a favore dell’istituto d’infanzia, almeno a leggere le carte sulla grazia. Ma, sempre al giornale, l’ex direttore dipartimentale di Maldonado<strong>, Daniel Guadalupe</strong>, sostiene il contrario: «Non ho mai saputo nulla di <strong>donazioni</strong> di queste persone». Quel che è certo è che quando, all’inizio del 2023, la coppia italiana ottiene in via definitiva di adottare il bambino, sul capo della Minetti pendeva <strong>da quattro anni una sentenza passata in giudicato</strong> per un reato, rispetto alla maternità, particolarmente sgradevole. Senza contare le altre già note stranezze oltre Atlantico succedutesi via via negli anni: dall’ultima, la scomparsa a metà febbraio di quest’anno della 29enne madre biologica, alla misteriosa morte della seconda avvocatessa locale coinvolta nella pratica, <strong>Mercedes Nieto, trovata carbonizzata</strong> in casa con il marito il 20 giugno 2024, fino al profilo di Cipriani, imprenditore definito nell’istanza “lontano da contesti di devianza” benché, secondo testimonianze menzionate dal <em>Fatto</em>, nella <strong>tenuta “Gin Tonic”</strong> a Punta del Este non si ospitassero per beneficenza solo gli orfani dell’INAU ma anche party non dissimili dalle serate da <em>belle époque</em> berlusconiana (le plurime citazioni di Cipriani negli <strong>Epstein files</strong>, invece, parlano di finanziamenti che avrebbe ricevuto dal faccendiere pedofilo, il che di per sé non rileva, in relazione all’episodio in questione).  </p>



<p>Il secondo punto cieco investe la gestione delle domande di grazia. Nello specifico, non c’è dubbio che <strong>la responsabilità dell’istruttoria sia del Ministero della Giustizia,</strong> e che in concreto gli accertamenti dovesse svolgerli la Procura Generale competente, quella di Milano. A confermarlo è stata l’ultima decisione in materia della Corte Costituzionale, nel 2006. Dove però la Consulta precisò che, come si legge sullo stesso sito del Quirinale, <strong>il Capo dello Stato non svolge una funzione meramente «formale». </strong>Tanto che effetto immediato di quella sentenza della suprema Corte fu l’istituzione di un Ufficio apposito, denominato “Affari dell’Amministrazione della Giustizia”, deputato fra le altre cose alle pratiche di commutazione delle pene (attualmente, il Comparto Grazie è presieduto da <strong>Enrico Gallucci</strong>, coadiuvato da tre dipendenti amministrativi). Ora, la dinamica prevede che l’organo giudiziario, in questo caso la Procura meneghina, dovesse fornire un <strong>parere documentato non vincolante </strong>al ministro Guardasigilli, ovvero a <strong>Carlo Nordio</strong>, il quale poi doveva formulare la proposta. Ma nell’esercitare la clemenza (<strong>un residuo premoderno del potere assoluto dei sovrani</strong>, per inciso) il Capo dello Stato «ha potestà decisionale» perché «organo <em>super partes</em> e “rappresentante dell&#8217;unità nazionale”, estraneo al “circuito” dell&#8217;indirizzo politico-governativo». Una potestà funzionale a soddisfare «solo <strong>straordinarie esigenze umanitarie</strong>».</p>



<p>Tradotto in parole semplici, all’emergere di notizie che hanno fatto dire alla procuratrice generale milanese, <strong>Francesca Nanni,</strong> «siamo stati diligenti, ma magari <strong>non perspicaci</strong>», Mattarella non poteva non chiedere di acquisire con «urgenza» riscontri sulla «supposta falsità degli elementi» addotti dai legali della Minetti quando, nel luglio 2025, la richiesta di grazia gli fu inoltrata. Non perché sia la Presidenza della Repubblica a dover verificare per statuto le evidenze empiriche, ma perché ad essa <strong>spetta il sigillo finale della scelta</strong>. Una scelta che resta tuttavia non tipizzata, come dicono i giuristi. Il Capo dello Stato sceglie da una rosa per ragioni, come abbiamo visto, umanitarie, e di carattere straordinario. Nei suoi due mandati, <strong>Mattarella ha concesso 71 atti di clemenza</strong> (36 nell’ultimo, come si evince dalla tabella pubblicata online) <strong>su un totale di 4230 istanze esaminate</strong>. Ma la gravità dell’<em>affaire</em> Minetti consiste appunto nel rischio che sia delegittimato l’istituto stesso della grazia, e ciò, evidentemente, metterebbe in discussione i <strong>margini di discrezionalità </strong>con cui viene elargita. La giustizia somministrata quando si annulla o si commuta una pena è infatti di tipo <strong>“sostanziale</strong>”, al di là cioè di quel che si è stabilito e formalizzato nei tribunali al termine dei gradi di giudizio previsti.</p>



<p>Tale “sostanzialità”, che altro non è che il <strong>senso di giustizia</strong>, si rovescia nell’interrogativo che sta agitando l’opinione pubblica: posto che la Minetti è una cittadina con i diritti e i doveri di tutti i cittadini, <strong>perché a lei sì e a tanti altri no? </strong>Essendo il suo un nome che richiama un passato oggettivamente imbarazzante per le istituzioni, non sarebbe stato più prudente <strong>chiedere eccezionalmente un plus di attenzione</strong> <em>prima</em>, e non <em>dopo</em> aver fatto cadere su di lei la <em>clementia quirinalis</em>? Oppure è un destino cui siamo tenuti a piegarci in eterno, l’italico gioco dello scaricabarile, mentre qui è evidente che la <strong>sottovalutazione</strong> si è propagata lungo tutta la filiera decisionale, dall’inizio alla fine, dall’Uruguay ai nostri magistrati, passando per Largo Arenula fino agli addetti preposti al Colle i quali, forse, una <em>red flag</em> all’ultimo miglio avrebbero anche potuto alzarla?</p>
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		<title>“Cara Italia, alleiamoci”: l’appello-meme dell’Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cara-italia-alleiamoci-lappello-meme-delliran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 14:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/iran-2-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La finta lettera aperta sembra far parte di un'accorta strategia di comunicazione che ha vinto la guerra "memetica".</p>
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<p>Altro che <em>Open to Meraviglia</em> e le campagne per il turismo che tanto esaltavano <strong>Daniela Santanché</strong> (pace &#8211; politica s’intende &#8211; all’anima sua). La più originale idea per promuovere&nbsp; il marchio dell’Italia nel mondo, e per giunta a costo zero, l’ha escogitata l’Iran. O per essere più precisi, l’anonimo estensore dell’<strong>account X dell’ambasciata iraniana in Ghana</strong>. Martedì 14 aprile, il presidente della Repubblica Islamica <a href="https://it.insideover.com/guerra/iran-la-guerra-psicologica-di-pezeshkian-a-trump-nella-lettera-agli-americani.html" id="https://it.insideover.com/guerra/iran-la-guerra-psicologica-di-pezeshkian-a-trump-nella-lettera-agli-americani.html">Masoud Pezeshkian</a> si era complimentato, oltre che con Spagna, Cina, Russia, Turchia ed Egitto, anche con l’Italia, Paese di «forti radici culturali e storiche», per aver preso le distanze dai «crimini del regime sionista». Il giorno successivo, dal <em>social</em> di Elon Musk il rappresentante diplomatico nello Stato africano ha pubblicato un <strong>appello. Destinatario unico: l’Italia</strong>.</p>



<p><br>«Cara Italia», si legge nel tweet, «il tuo Primo Ministro ha appena difeso il Papa e ha perso un alleato a Washington. <strong>Vorremmo candidarci per il posto vacante</strong>». A seguire, il “curriculum” vantato dalla fu Persia: 7 mila anni di civiltà, un comune amore per la letteratura, con parallelismi che vanno dai poeti Hafez e Omar Khayyam ai nostri <strong>Dante e Petrarca,</strong> il vanto per le bellezze architettoniche, creando un immaginario ponte fra Persepoli e il Colosseo, e infine, immancabile, il «cibo», che «richiede più tempo per essere preparato rispetto alla <strong>durata d’attenzione di Trump</strong>». Sarcasmo a piene mani, sublimato in ironia nell’affondo finale: «L’unica cosa per cui Iran e Italia si sono mai battuti è chi ha inventato il gelato. Il <strong><em>faloodeh</em></strong> è arrivato per primo. Il gelato è arrivato più rumorosamente. Siamo in guerra fredda su questo da 2.000 anni». Il post diventa virale in poche ore, suscitando commenti sardonici a cui l’ambasciata replica con altrettanto <strong>umorismo.</strong> Come quando un utente domanda se per caso gli iraniani, a differenza degli italiani, tagliano gli <strong>spaghetti,</strong> e il <em>social media manager</em> ribatte così: «L’Iran nega categoricamente tutte le accuse di taglio della pasta. Rispettiamo l’integrità territoriale degli spaghetti».</p>



<p>Ilarità fuori luogo mentre il popolo iraniano piange i suoi caduti? A parte il <em>sense of humour</em> oggettivamente ben riuscito, la finta lettera aperta sembra far parte di una <strong>strategia di comunicazione</strong> vera e propria. Nell’ultimo mese, dall’Iran sono circolati dei <em>meme</em> che utilizzano personaggi disegnati dall’intelligenza artificiale con <strong>mattoncini Lego</strong>. Gli autori fanno parte di un collettivo, denominato <em>Explosive News</em>, nome presumibilmente fantoccio a indicare un team legato al governo, benché quest’ultimo neghi. Video anch&#8217;essi, in tutta obiettività, costruiti bene, e <strong>tutti ironici.</strong> In uno, ad esempio, un iraniano fa alla griglia quattro aerei americani come fossero spiedini, o in un altro, un ufficiale dell’esercito di Teheran si esibisce in un rap, mentre il presidente statunitense Donald Trump finisce dentro un bersaglio fatto di <strong><em>Epstein files.</em></strong> Gli audio si trovano anche su Spotify. Il 14 aprile Youtube (Alphabet, gruppo Google) li ha cancellati con l’accusa di essere dei “contenuti violenti”, subito dopo che il presunto collettivo, all’indomani della tregua, ne aveva pubblicato un altro dal titolo “L’Iran ha vinto”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché scegliere l&#8217;Italia</h2>



<p>Nel frattempo, però, <strong>Nancy Snow</strong>, una delle massime studiose di <em>propaganda studies</em> degli Stati Uniti, ne ha tratto una lezione da non sottovalutare: «Quella a cui stiamo assistendo non è solo una guerra militare, ma anche una <strong>guerra estetica</strong>. Chi controlla i <em>meme </em>controlla lo stato d’animo». Sono finiti i tempi in cui noi occidentali, sul versante mediatico, eravamo abituati a vedere il Medio Oriente come una landa di barbuti col turbante e il kalashnikov che parlano da una caverna citando il Corano (mentre negli Usa, in ogni caso, c’è un ministro<strong>, </strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/iran-per-trump-ed-hegseth-lipotesi-di-mandare-truppe-di-terra-non-e-piu-un-tabu.html">Pete Hegseth,</a> che predica la guerra santa evocando Ezechiele 25:7, non rendendosi conto di aver citato <strong>Pulp Fiction</strong>…). Un esperto italiano di marketing, <strong>Marco Lutzu,</strong> ha commentato così: «Per ottant’anni gli Stati Uniti hanno inventato e dominato il linguaggio della comunicazione pop globale. Lo hanno usato per vincere la Guerra Fredda, per <strong>esportare il sogno americano</strong>, per convincere il pianeta che il loro stile di vita fosse il modello universale. Nel 2026 il Paese che per decenni hanno dipinto come arretrato, teocratico, premoderno… gli sta rubando gli strumenti e li sta usando meglio di loro. In questo momento, <strong>l’Iran controlla i meme</strong>. Gli Stati Uniti stanno diventando il meme».</p>



<p>Scontato dire che, in questo conflitto per l’egemonia <em>memetica</em>, il nostro Paese funge da mero pretesto. È significativo, però, che le menti propagandistiche degli ayatollah abbiano scelto proprio l’<strong>Italia</strong>, che ora come ora è l’unica nazione del blocco occidentale verso cui l’Iran, sia pur da una postazione periferica, ha fatto pubblica <strong>dichiarazione di trasporto</strong>. Si tratta di un modo tutto particolare, e certamente finalizzato a mettere in imbarazzo il governo Meloni, per rimarcare un’affinità, bisogna dire, non infondata. Nonostante l’islamizzazione politica imposta dal <strong>khomeinismo</strong>, l’Iran è erede di un impero, quello persiano, così come l’Italia è, almeno geograficamente e culturalmente, pronipote dell’antica Roma. E per venire all’oggi, italiani e iraniani hanno in comune un vivo <strong>gusto per la convivialità</strong>, attribuendo al buon cibo un valore identitario. La trovata, dunque, segue una logica con un suo senso, concepita meticolosamente. E di gran lunga <strong>più contemporanea e brillante</strong> dei botticellismi farlocchi, stile Venere influencer, partoriti dai <em>communication strategist</em> nostrani. Fatto salvo, <em>ça va sans dire</em>, che il pur buonissimo dessert iraniano non potrà mai battere il glorioso gelato all’italiana.</p>
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