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Politica

Vigilanza Rai, quel pasticciaccio brutto delle dimissioni di massa

A un anno dalle elezioni, le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto.
rai

Dal lontano 1975, anno della sua istituzione, non era mai accaduto che l’intera Commissione di Vigilanza sulla Rai si dimettesse in blocco. È successo il 2 luglio scorso, giorno in cui i parlamentari delle opposizioni, in testa la presidente dell’organo bicamerale Barbara Floridia (M5S), hanno deciso di lasciare, seguiti a ruota dai colleghi della maggioranza di centrodestra. Una figuraccia? Solo per chi dovesse ancora ostinarsi a pensare che la politica romana, quando si mette in bocca la retorica della “sacralità delle istituzioni”, creda sul serio a quel che dice. Ai partiti, tutti senza eccezione, preme molto di più, quando si tratta dell’azienda radiotelevisiva di Stato, presidiare i propri interessi di bottega. Poiché la Rai è ancora e sempre considerata bottino di spartizione di quella che una volta si chiamava partitocrazia. E la tempistica del fattaccio lo conferma: a un anno dalle elezioni, le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto. Così va il mondo, a Palazzo. Cioè male, malissimo.

Lega contro Fdi e Forza Italia

L’uno-due di dimissioni in massa è avvenuto in poche ore, ma è figlio di uno stallo che dura da un anno e mezzo. È dal 26 settembre 2024 che la tv pubblica è senza presidente. Chi la presiedeva, ovvero Roberto Sergio, è poi passato alla direzione generale, e nel frattempo il centrodestra non è riuscito a strappare il sì di conferma della Commissione a Simona Agnes, candidata prescelta dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti (Lega) e promossa da Maurizio Gasparri (Forza Italia). Su nomine come la presidenza, infatti, in Vigilanza non è sufficiente la maggioranza semplice: serve quella qualificata. E il centrodestra non ha l’una e nemmeno l’altra, perché in realtà, sulla Rai, è già diviso internamente di suo. Se poi si aggiungono, sempre su questo fronte, le divisioni che hanno finora lacerato anche il centrosinistra, si spiega come mai si è giunti alla debacle finale. La coalizione di governo vede infatti la Lega aver proposto una riforma della Rai completamente differente da quella elaborata dalla Meloni: basta nomine governative, il CdA diventerebbe espressione di Camera, Senato, Conferenza Stato-Regioni, Anci e dipendenti aziendali, e via la figura dell’amministratore delegato (oggi occupata da Giampaolo Rossi, in quota Fratelli d’Italia).

Carroccio diviso

Ma giusto per capirci, perfino lo stesso Giorgetti, che è leghista, non vuole saperne di rinunciare al potere ministeriale di mettere la firma sui vertici Rai. E, bisogna dire, anche per ragioni tecniche: alla Corte di Giustizia Ue pende un ricorso (non italiano) sul conflitto fra il principio d’indipendenza sul servizio pubblico dettato dall’Emfa, la nuova normativa europea, e il diritto dell’azionista di partecipare al governo dei media statali. Tecnicalità a parte, la rivalità che arde sotto la cenere, nel centrodestra, è esplosa di recente, allorché Sergio, almeno stando a un retroscena diRepubblica, sarebbe arrivato allo scontro, condito da parole grosse, contro il presidente facente funzioni, il consigliere d’amministrazione Antonio Marano. Il bello è che i due sono ritenuti entrambi vicini, pure loro, alla Lega. Ricapitolando: la Lega ha cercato fin qui di contrastare il più possibile lo strapotere del blocco Fratelli d’Italia-Forza Italia, sfruttando un peso politico che fra l’altro, dall’anno prossimo, causa Vannacci in ascesa, presumibilmente non avrà più.  Ma è a sua volta alle prese con un Marano considerato un po’ troppo autonomo e con un Giorgetti allineato più con i soci meloniani e berlusconiani che non con il proprio partito.

Aventino a orologeria

Ad aggravare un quadro da guerra di tutti contro tutti è poi, si diceva, il centrosinistra, che fino a poco tempo era, anche qua, spaccato: da una parte il Pd, che si era addirittura ritirato dal consiglio d’amministrazione su una specie di Aventino contro “TeleMeloni”, in questo modo auto-escludendosi dalla distribuzione dei nomi nei palinsesti (di qui la progressiva colonizzazione di destra di Rai 3, rete storicamente di sinistra); dall’altra il Movimento 5 Stelle e Avs, che per tutta la prima parte della legislatura, a dispetto delle pubbliche dichiarazioni, si erano mostrati più disponibili, ottenendone in cambio due posti in cda, tuttavia senza cavarne granché nella programmazione. Soltanto adesso, con l’approssimarsi del periodo pre-elettorale, le opposizioni (compresi i renziani di Italia Viva) hanno ritrovato unità, decidendo di aventinizzarsi tutti quanti nell’abbandonare la Vigilanza al suo destino. E non è parso vero, agli “avversari” di centrodestra, approfittare della mossa, pur di congelare la situazione impantanasi fra i veti incrociati, e così rimandare ogni decisione al 2027.

Palinsesto elettorale

E perché l’auto-affondamento si è verificato il 2 luglio? Perché il giorno successivo la Rai presentava, guarda caso, i programmi della prossima stagione, politicamente delicatissima poiché coincidente in pieno con la campagna elettorale. Il “campo largo”, o come si chiamerà, potrà affermare con gran squilli di trombe e fanfare che la Rai è totalmente occupata dal governo e loro ne sono le vittime (vedasi il taglio di quattro puntate a Report di Sigfrido Ranucci). E il governo potrà sostenere che è stato il centrosinistra a dare il primo calcio dell’asino alla Commissione, addossandogli la colpa della mancata riforma della Rai. Nel frattempo, però, è stato confermato un flop come Filorosso di Antonino Monteleone, che assieme alla striscia quotidiana del direttore del Giornale, Tommaso Cerno, e all’inamovibile Bruno Vespa, rappresenta la punta di diamante della linea editoriale by Meloni. A leccarsi le ferite è la Lega, che tanto ha fatto e tanto ha detto, e oggi si ritrova con un volto amico in meno a “mamma Rai”, dopo il passaggio a Mediaset di Milo Infante, star delle trasmissioni di cronaca e vicedirettore degli Approfondimenti. Scelta fatta, ha detto lui stesso, “non per soldi”. Ogni riferimento ai rapporti aziendali interni è, con tutta evidenza, puramente voluto.

Mattarella ignorato

A gennaio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva definito «inaccettabile» la paralisi della Commissione Vigilanza. Ma neanche il Capo dello Stato, sommo faro dell’ipocrisia trasversale, si sono filati di striscio. Quanto a noi, spettatori paganti canone, prepariamoci già al non appassionante toto-nomi sulla Rai post-elezioni che i retroscenisti sforneranno a spron battuto mano a mano che le fatidiche urne si avvicineranno. È l’unica vera preoccupazione dei nostri politici, che non appena ne sentono l’odore e, in questo caso, non sanno più come uscire da unimpasse, arrivano, senza nemmeno tanti patemi d’animo, ad abbassare la saracinesca di una struttura del Parlamento, cuore della declamata democrazia, come fosse il negozio di un salumiere.

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