“Era un montanaro venuto dall’Abbruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque. Logicamente, non molti riuscivano a compire cinque anni”. Questo il ritratto che John Fante dedica a suo padre, o meglio, al suo alter ego Nick Molise, nel romanzo “La confraternita dell’uva“.
Autore di culto
John Fante viene considerato negli Stati Uniti come uno degli autori più rappresentativi di un’intera generazione. Quella del proibizionismo, dei “ruggenti anni Venti”, fino ad arrivare alla Seconda guerra mondiale e al principio degli anni Ottanta. Viene accostato ad autori come lo Steinbeck di “Furore“, all’Hemingway di “Per chi suona la campana“, al Faulkner de “L’urlo e il furore“. Charles Bukowski lo considerava il suo maestro, la sua primaria fonte d’ispirazione. Lui, autore maledetto, considerava Fante ancora più maledetto.
John Fante è nato in Colorado, a Denver, nel 1909. Sua madre era di origini lucane, ma era nata a Chicago. Suo padre, invece, Nick Fante, era arrivato in America nel 1901 dall’Abbruzzo, precisamente dal paese di Torricella Peligna, in provincia di Chieti. Lì dove ancora oggi viene ricordato in grande stile con un festival – Il dio di mio padre, John Fante Festival, arrivato alla diciannovesima edizione – che si tiene ogni estate e che ha visto spesso come ospiti anche i figli dello scrittore morto nel 1983.
Un successo tardivo
Il successo gli arrise tardi, anzi, a dire il vero gli arrise solo da morto. In vita, le sue opere passarono sotto traccia. Fu solo grazie a Bukowski se nel 1978 una casa editrice, la Black Sparrow, che pubblicava i libri di Bukowski stesso, si interessò alle opere di Fante. Nonostante questo, Fante aveva comunque scritto moltissimo, affinando negli anni quel suo stile oggi inconfondibile, scarno, tragicomico, ironico, intriso di slang italiani. Aveva partorito capolavori come “Chiedi alla polvere“, “Dago Red“, “Aspetta primavera, Bandini“. Pietre miliari della letteratura americana, ma anche italiana.
Uno spaccato dell’emigrazione italiana
Nelle opere di Fante – in gran parte autobiografiche – si ritrova infatti uno spaccato ormai quasi dimenticato della nostra storia. L’epopea dei migranti tra fine Ottocento e inizio Novecento. Un’epopea tragica e allo stesso tempo eroica. Dove uomini e donne scappati dalla miseria si tuffavano in una vita di lavoro duro. Sempre e solo lavoro. Una generazione spremuta come un limone, per permettere a quella successiva – quella di John Fante – di poter sognare un futuro diverso. Un futuro migliore.
E John Fante quella generazione eroica, quella di suo padre e di sua madre, l’ha resa immortale nelle sue opere. Sfogliando le pagine dei suoi romanzi leggiamo le disavventure degli Wops, come venivano spregiativamente chiamati gli italiani, storpiando il termine “guappo”. Leggiamo di una solidarietà granitica tra gente senza nulla se non la condivisione di un destino amaro, segnato dalla malinconia degli affetti lontani anni luce, di case e paesi che non avrebbero mai più rivisto. Gente analfabeta, ma con un cuore grande. Tavole povere, ma sempre imbandite e aperte agli ospiti dell’ultima ora. Sbornie colossali con il “Dago Red”, il vino rosso degli italiani – ovvero i “dago” – o con il bianchino.
Introspezione e ironia, gli ingredienti immancabili nell’opera di Fante. Un sottile senso di qualcosa di irrimediabilmente perduto che caratterizza la sua prosa e i suoi personaggi. Famiglie numerose, dove si mangia lasagna, pastasciutta, melanzane alla parmigiana. Italiani. Molto più vicini ai filippini e ai messicani che non agli irlandesi, men che meno agli americani. Gente laboriosa e rissosa, ma anche aperta alla contaminazione.
Leggere John Fante oggi significa conoscere un po’ più a fondo noi stessi e la nostra storia. E scavando tra i cassetti della memoria delle nostre famiglie, non sarà raro ritrovare un pezzetto di quel mondo magistralmente dipinto da Fante nei suoi capolavori.
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