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Letteratura

Sbornie leggendarie e sesso sfrenato: quanto ci manca Bukowski

Trent’anni fa – precisamente il 9 marzo del 1994 – ci lasciava Charles Bukowski. E da allora il mondo è un posto un po’ più povero. Autore tra i più citati sui social network da adolescenti pseudo-alternativi o da boomers...

Trent’anni fa – precisamente il 9 marzo del 1994 – ci lasciava Charles Bukowski. E da allora il mondo è un posto un po’ più povero. Autore tra i più citati sui social network da adolescenti pseudo-alternativi o da boomers nostalgici, ma anche tra i meno realmente conosciuti, Bukowski è per lo più famoso perché nei suoi libri – praticamente tutti, nessuno escluso – al centro dell’azione di sono sbronze colossali e sesso come se piovesse, per lo più sordido, praticato in stanze d’albergo sudice, o in vicoli dall’asfalto viscido di urina, sul retro di un locale aperto fino a tardi.

La voce dell’anima contemporanea

Sembra persino banale dirlo, ma Bukowski è stato anche molto altro. Allievo di John Fante, classe 1920, emigrato dalla Germania e vissuto gran parte della propria vita nel ventre caldo di una Los Angeles madre e puttana, Bukowski, con i suoi romanzi indimenticabili, i suoi racconti, le sue poesie, ha cantato il male di vivere. Quello che Baudelaire aveva chiamato Spleen, lui l’ha declinato in chiave contemporanea, migliorandolo, cesellandolo come un artista della parola.

La depressione che l’ha sempre accompagnato come un cane un po’ fastidioso, ma in fondo fedele, la misantropia, il burrascoso rapporto con le donne, l’ancor più burrascoso rapporto con gli alcolici e con la vita in generale hanno dato vita a uno stile assolutamente unico che, come la settimana enigmistica, vanta innumerevoli tentativi di imitazione. La verità – pura e semplice – è che scrittori del genere sono meteore impazzite. Rompono gli schemi e ne creano altri, che però si adattano solo alla loro caratura. Non si può pretendere di imitarli. Né di darne un’interpretazione che valga per tutti. I libri di Charles Bukowski sono prima di tutto un’attitudine. O ce l’hai, o è meglio leggere qualcos’altro.

Il sesso, la solitudine, le sbronze

“Arrivai a New Orleans sotto la pioggia alle cinque del mattino. Mi fermai alla stazione degli autobus per un po’, ma la gente mi deprimeva tanto che presi la valigia, uscii nella pioggia e cominciai a camminare”. L’esordio di Factotum, uno dei suoi romanzi più famosi, dice già tutto della personalità dell’autore. Un uomo consumato dai demoni interiori, ma allo stesso tempo libero, e ancora schiavo di quella libertà. Un uomo capace di sentimenti fuori dal comune, amante della musica classica – Mahler sopra tutti -, delle corse dei cavalli, sagace, rissoso, violento. Un uomo non diverso da milioni di altri uomini e donne, ma che a differenza di altri milioni di uomini e donne è riuscito a lasciare un segno.

Come già accennato, alcool e sesso sono i cardini del suo stile. Ancora da Factotum: “Si tirò su la sottana. Era come l’alba della vita e dell’allegria, era il vero significato del sole”. Oppure da Compagno di sbronze: “Maledizione, se non lavorassi dalla mattina alla sera passerei il tempo a bere o a dipingere, o a scopare, o andrei al circo, o me ne starei al parco a guardare le anatre, cose così”. Con Post Office Bukowski ha raccontato la schiavitù di un lavoro odiato, la monotonia di una vita ordinaria che trova il suo riscatto nei piccoli successi che chiunque può raggiungere, basta crederci e non essere troppo pretenziosi.

Con Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio sporcaccione, Donne, Panino al prosciutto, ha regalato alla letteratura pagine indimenticabili, attraversate da un lirismo sottile, quasi impercettibile: “Come ci vedi? Tieni sempre gli occhi a fessura, perché?” Domanda pertinente. Diedi una bella sorsata al vino francese “non lo so. Forse ho paura. Paura d’ogni cosa. Cioè della gente, dei palazzi, delle cose, di tutto. Specie della gente”.

Le sue poesie non si discostano molto dalle tematiche affrontate nei romanzi: impera il disincanto, uno sguardo sornione allo scorrere della vita, un’amarezza che risulta dissacrante. Da Quando eravamo giovani, il girotondo: “siamo cresciuti insieme/ quando scoppiò la seconda guerra mondiale/ lui si arruolò in aviazione/ “i piloti cuccano più figa”/ mi disse./ alla seconda missione sulla Manica/ gli sfondarono il culo/ nel cielo./ non fu mai trovato./ un gran brutto scherzo in più/ in un gran brutto mondo”.

Come fosse ancora tra noi

La sua ultima opera – senza contare quelle pubblicate postume – strizza l’occhio a un genere poliziesco allucinato e surreale, dove il cinismo tocca vette altissime, dove il fallimento esistenziale riesce a sbiadire persino lo spettro del sesso. Il protagonista di Pulp, Nick Belane, “il più dritto detective di Los Angeles” è il perfetto alter ego del suo autore: uno stronzo patentato, ubriacone, disperato: “Sfortunatamente quel pomeriggio finii all’ippodromo e quella sera mi ubriacai. Ma non avevo sprecato tempo, avevo meditato, avevo vagliato i fatti. Avevo il controllo di tutto. Avrei sistemato tutto in qualsiasi momento. Certo”.

Quando nel marzo di trent’anni fa Charles Bukowski se n’è andato, il tempo gli aveva concesso il lusso di conoscere il proprio successo, ma è probabile che mai avesse immaginato l’impatto che avrebbe avuto nelle generazioni successive di lettori e scrittori. Un impatto che dura ancora oggi, sempre attuale. Perché, in fondo, Bukowski racconta qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Racconta di noi. Ed è così attuale, così vivo che non ci stupiremmo di incrociarlo ancora su Alvarado Street, con una lattina di birra mezza vuota stretta in pugno e quegli occhi a fessura piantati su un faccione devastato dall’acne.

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