Dopo quasi quattro anni di mandato, Elisabetta Belloni lascerà la guida del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis), l’organo di coordinamento delle agenzie d’intelligence italiane, l’Aisi e l’Aise. Per l’ambasciatrice già a lungo segretario generale della Farnesina le previsioni danno in caldo, dopo il 15 gennaio, data in cui le dimissioni saranno formalizzate, un’importante poltrona alla Commissione Europea di Ursula von der Leyen.
L’occasione delle dimissioni anticipate di Belloni, il cui mandato scadeva a maggio, offre uno spunto di riflessione per analizzare le linee di tendenza del comparto intelligence italiano in una fase di acuta competizione geopolitica su tre fronti chiave: il connubio, sempre più forte, tra intelligence e diplomazia; il cambiamento adattivo del comparto di fronte alle sfide del presente; il rapporto con la politica.
Belloni, tra diplomazia e intelligence
Sul primo piano, Belloni si è inserita, con la sua presenza al vertice del Dis, in un trend internazionale che negli ultimi anni ha portato diverse grandi potenze a garantire ruoli apicali nei servizi segreti a figure provenienti dalla diplomazia. Belloni era una figura di punta della diplomazia italiana:
Nel 2004, sotto la guida del ministro Franco Frattini, Belloni è stata nominata alla guida dell’Unità di crisi della Farnesina, gettando le basi per il rafforzamento della gestione delle emergenze internazionali. Negli anni seguenti, la sua ascesa è stata scandita da incarichi di rilievo: nel 2013 è diventata direttrice generale per le risorse e l’innovazione, portando una ventata di rinnovamento organizzativo alla Farnesina. Successivamente, durante il governo Renzi, è stata scelta da Paolo Gentiloni prima come capo di gabinetto e poi come segretaria generale del Ministero degli Esteri, ruolo che ne ha consolidato il prestigio come architetto della diplomazia italiana.
Dal 2019 alla nomina al Dis da parte di Draghi Belloni, collaborando con il successivo titolare della Farnesina Luigi Di Maio, ha continuato a lasciare il segno, promuovendo la nomina dell’ambasciatore in Cina Ettore Sequi a capo di gabinetto, confermando la sua capacità di valorizzare talenti e assicurare continuità strategica nelle istituzioni. Seconda diplomatica dopo il futuro presidente di Ispi e Fincantieri Giampiero Massolo (2012-2016) a guidare il Dis, Belloni ha visto un cursus honorum simile a quello di tre importanti figure che hanno coltivato un milieu simile.
L’MI6 britannico e la Cia americane sono state negli ultimi anni guidate da due ambasciatori, rispettivamente Richard Moore e William Burns, capaci di portare a una crescita dell’incidenza della capacità previsionale e della proiezione non solo operativa dei servizi nei rispettivi contesti geopolitici. Un percorso inverso, invece, quello di Hakan Fidan, che nel giugno 2023 è divenuto ministro degli Esteri in Turchia dopo esser stato a lungo direttore dell’intelligence nazionale, il Mit, divenendo in entrambi i casi l’architetto della proiezione geostrategica di Ankara ben dimostrata nella recente campagna siriana.
L’intelligence ghiandola pineale dello Stato
Sul secondo fronte, quello del cambiamento operativo dei servizi, Belloni al passaggio tra due governi, quello di Draghi e quello di Giorgia Meloni, ha in asse con le autorità delegate alla sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli prima e Alfredo Mantovano poi, contribuito a costruire un’immagine di intelligence patrimonio collettivo del Paese, pilastro della sicurezza nazionale e istituzione sempre più trasparente, nei limiti del possibili, nel mostrare attivamente il suo ruolo.
Il Dis è diventato un polmone estremamente attivo con i suoi rapporti annuali che fotografano lo stato dell’arte delle minacce al sistema-Paese e col suo ruolo di organo di coordinamento delle due agenzie ha contribuito a rompere la barriera, sempre più labile, tra confini nazionali e spazi esteri su cui, rispettivamente, Aisi e Aise hanno competenza. Ha introdotto la capacità italiana di adattarsi alle minacce ibride e transfrontaliere, alla partita del contrasto alla disinformazione, al terrorismo internazionale, all’uso corretto delle informazioni per le linee dirette d’azione di ogni servizio. In sostanza, triangolandosi col Dis Aisi e Aise anticipano una possibile rotta per una riforma dei servizi che passi dalla dicotomia interno-esterno a uno scenario in cui a servizi collettori d’informazioni si uniscano apparati capaci di gestirne l’applicazione operativa. E il Dis è, per usare una metafora calcistica, il play-maker dell’intelligence.
Siamo nel secolo dell’intelligence, scrivevamo tempo fa su InsideOver. Ricordando che “come se fosse la ghiandola pineale dello Stato, l’intelligence detta il ritmo sonno/veglia dell’attività pubblica, segnalando quali sono gli scenari da monitorare e quali invece quelli su cui non è necessaria una pronta regolamentazione o interventi tempestivi”. In quest’ottica, “nel contesto di un’epoca globalizzata in cui continua è stata la produzione di fasi di emergenza e di problematiche di carattere sovranazionali, la presenza di un apparato pubblico in grado di delineare scenari con tempistiche strette rispetto ai tempi della politica e dell’economia è divenuto fondamentale”. Vale anche per l’Italia. Vale, soprattutto, per le sue classi dirigenti. E veniamo, dunque, al terzo e ultimo punto.
Fare dell’intelligence una certezza
La fine del mandato di Belloni metterà alla prova la maggioranza di centrodestra nella sua nomina più importante agli apparati di sicurezza a oltre due anni dall’inizio dell’esecutivo. L’obiettivo è far sì che il governo Meloni non solo trovi un sostituto all’altezza, ma garantisca anche la capacità di coordinamento con i vertici di Aisi e Aise, con Bruno Valensise, già vice di Belloni e oggi alla guida del comparto interno, dato tra i papabili mentre dall’Aise non dovrebbe spostarsi Giovanni Caravelli, militare capace di applicare la “diplomazia dell’intelligence” attivamente, dal Niger alla Siria, in questi ultimi tempi.
In un mondo di nuove minacce, il coordinamento securitario tra politica e intelligence appare vitale, e rompere ogni tentazione occupatoria delle maggioranze che pro tempore si alternano a Palazzo Chigi dovrà esser vitale per dare continuità a un reparto fondamentale per la sicurezza collettiva. Belloni, dimettendosi, metterà alla prova anche Meloni, con cui ha costruito eccellenti rapporti dal 2022 in avanti: la continuità proseguirà e ci sarà ancora possibilità di veder diplomazia e intelligence coesistere nella “grande tempesta” internazionale? Il sistema-Paese ha bisogno di certezze. E l’intelligence, senza stravolgimenti, può silenziosamente e operosamente essere una di queste.

