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Nell’era della guerra senza limiti, della competizione globale permanente, delle alleanze a geometria variabile e del braccio di ferro globale per contendersi e conquistare mercati, risorse, posizioni di potenza che sta caratterizzando il XXI secolo il fattore tempo è elemento decisivo. Garantisce anticipo, margine operativo adattabilità. Altrettanto decisiva è la capacità di costruire scenari in un mondo più complesso. Individuando i macrotrend dominanti sfruttando conoscenze, informazioni, dati sempre più numerosi e disaggregati nella grande nuvola creata dalla rivoluzione digitale.

Quale istituzione è in grado di predominare sulle altre nel campo della costruzione di scenari e di sfruttare nel migliore dei modi il fattore tempo? L’intelligence. E nelle scienze strategiche possiamo affermare che, se l’Ottocento è stato il secolo degli eserciti di terra e il Novecento si è diviso tra l’era dell’aviazione e del carro armato e quella atomica, il Duemila è senz’altro il secolo dell’intelligence.

Uno degli aspetti più significativi che hanno preparato ed accompagnato il processo di globalizzazione è stata la rivoluzione dell’intelligence iniziata a fine anni cinquanta e poi proseguita per mezzo secolo, sino a culminare nella teoria della guerra “asimmetrica”. In un’epoca in cui il confronto diretto tra le grandi potenze, per la capacità distruttiva delle armi atomiche, appare sempre più remoto le nazioni competono e si colpiscono reciprocamente, o si mettono in guardia, facendo leva su strategie coperte e sui conseguenti strumenti decisionali.

La guerra al terroreasimmetrica per definizione, ha messo gli apparati di sicurezza interni ed esteri dei vari Paesi coinvolti sul chi vive e sulla scia delle organizzazioni criminali e terroristiche; la crisi finanziaria e la competizione tra le varie forme di capitalismo “politico” delle maggiori economie del pianeta hanno sdoganato l’intelligence economica; la digitalizzazione delle economie ha aperto la questione della tutela e della vulnerabilità del perimetro cyber; il crescente peso delle informazioni ha posto la necessità di ordinatori e analisti capaci di diventare gli autori delle reali chiavi di letture che arrivano ai governi e ai decisori. In tutte queste attività i servizi sono e saranno protagonisti.

L’intelligence si presta alla perfezione al ruolo di braccio operativo leggero e professionale. Consente la proiezione silenziosa della potenza (pensiamo all’utilizzo fatto da parte di Paesi come Francia, Usa e Russia degli agenti come “consiglieri” militari di Paesi amici), operazioni con cui un’autorità eletta non potrebbe immischiarsi (dal “lodo Moro” alle negoziazioni sugli ostaggi l’Italia insegna), una difesa di prima linea contro determinate forme di criminalità sempre più sofisticate (dai reati finanziari alle nuove frontiere delle mafie), la custodia del vantaggio competitivo su tecnologie critiche, strumenti militari e dati sensibili contro potenze reali.

La pandemia ha accelerato la competitività tra sistemi-Paese, il valore delle filiere critiche, la vulnerabilità dei Paesi agli shock esterni ma anche la corsa a dati e informazioni critiche su questioni come l’origine del Covid-19 e l’avanzamento dei Paesi sui diversi vaccini. E segnalato una criticità importante sul futuro dell’attività d’intelligence: la necessità di incorporare nelle strutture di sicurezza sia pubbliche (agenzie di spionaggio, apparati di cybersicurezza, comitati di controllo) che private (il peso e la strutturazione degli organici delle security nei grandi gruppi finanziari e multinazionali eguaglia quelli di vere intelligence nazionali) soggetti capaci di pensiero complesso e anticonvenzionale. Perchè se da un lato l’eccessiva focalizzazione sulle tecnologie innovative, dall’Ia al data mining, può portare a far pensare che l’attività di intelligence sia diventata una grande aggregazione di dati meccanicamente prevedibile, dall’altro mai quanto in questi tempi conta il fattore umano.

“L’intelligence occidentale e di altri paesi asiatici, è stata incapace di prevenire il rischio della pandemia, allo stesso modo è evidente che essa si sia attivata man mano che giungevano i segnali di quel che maturava”, scrive il professor Aldo Giannuli in Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti. Anche di fronte alle situazioni in cui viene messa sotto scacco, dunque, l’intelligence dimostra pronte capacità di risposta e una grande resilienza. E non potrebbe essere altrimenti, in quanto in diversi Paesi è l’intelligence in prima persona a fornire le linee strategiche con la sua opera di analisi. E anche nella strutturazione della risposta alla pandemia è stato così. Ai decisori non è risultata possibile alcuna alternativa: dove manca il lavoro o la comprensione dei fatti da parte dell’intelligence, manca l’effettiva capacità di risposta politica.

Come se fosse la ghiandola pineale dello Stato, l’intelligence detta il ritmo sonno/veglia dell’attività pubblica, segnalando quali sono gli scenari da monitorare e quali invece quelli su cui non è necessaria una pronta regolamentazione o interventi tempestivi. Nel contesto di un’epoca globalizzata in cui continua è stata la produzione di fasi di emergenza e di problematiche di carattere sovra-nazionali, la presenza di un apparato pubblico in grado di delineare scenari con tempistiche strette rispetto ai tempi della politica e dell’economia è divenuto fondamentale.

Nel mondo post-pandemico questa dinamica non cambierà affatto, ma si rafforzerà. I decisori vorranno sapere prima, con maggiore precisione e con una chiara comprensione delle conseguenze dove certi scenari porteranno. Vorranno la capacità di orientarsi nella nebbia di dati e di fonti riservate o aperte disponibili sui mezzi di comunicazione, il web, i social media. E l’intelligence sarà sempre in trincea. Ponendo dunque anche un problema di ordine istituzionale: chi controlla l’intelligence controlla le linee di tendenza della politica di un Paese sul versante geopolitico e ha una grande riserva di influenza sul piano interno. E il legame di questi fattori con la vita quotidiana delle democrazie e dei Paesi più avanzati sono ancora tutti da comprendere.

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