Israele è in fibrillazione dopo che nelle ultime settimane la recrudescenza del Covid-19 e l’inizio di una problematica crisi economica hanno innescato un senso di spaesamento e creato incertezze e timori nella società dello Stato ebraico. Sotto accusa è caduto principalmente il primo ministro Benjamin Netanyahu, che dopo un lungo stallo a cavallo tra aprile 2019 e marzo 2020 (con tre elezioni politiche) era riuscito a trovar l’accordo per l’esecutivo-staffetta tra il suo Likud e la formazione di Benny Gantz, Hosen LeYisrael.

Netanyahu è colpito dal fuoco di fila della protesta degli esponenti della classe media. Lo scorso fine settimana decine di migliaia di persone (alcune fonti dicono fino a 80mila) hanno invaso le piazze delle principali città del Paese per criticare la risposta alla pandemia e alla recessione, ritenuta insufficiente. Il coronavirus è tornato a colpire Israele con forza maggiore rispetto alla primavera, quando le chiusure imposte dal governo ebbero un discreto successo e i nuovi casi giornalieri superano mediamente le mille unità. Il governo Netanyahu-Gantz ha chiuso bar, palestre, piscine e discoteche e contingentato l’affluenza a mezzi di trasporto e luoghi di culto; l’allarme per una possibile rinascita della pandemia è stato lanciato anche dal professor Eli Waxman, fisico dell’Istituto Weizmann, a capo di uno dei team di esperti che hanno coadiuvato il governo durante la crisi. Ma la questione più grave è la sovrapposizione tra il ritorno in campo del Sars-Cov-2 e il tracollo economico, con il doppio fallimento della strategia della riapertura precoce delineata cinque settimane fa per evitare un calo eccessivo di Pil e occupazione.

“Alle manifestazioni”, sottolinea Asia News, hanno aderito numerosi esponenti di quella classe media lavoratrice e produttrice che è la spina dorsale di Israele: “professionisti del settore agroalimentare e della ristorazione, personalità del mondo dello spettacolo, dello sport, addetti del comparto del turismo e altri ancora. Il crollo delle attività ha fatto impennare il tasso di disoccupazione” fino a circa il 27% a marzo (ora è sceso al 21%); “alcune famiglie”, pare, “sarebbero sull’orlo della fame”. L’Ocse stima in oltre il 6% il crollo del Pil per l’anno in corso, mentre nella giornata di domenica 12 luglio la Banca centrale ha reso note le stime sul deficit per il 2020 e la sua valutazione della risposta del governo.

Amir Yaron, governatore della Bank of Israel, ha ritenuto plausibile un deficit/Pil del 13% nell’anno in corso e appoggiato con forza l’idea di un secondo piano di stimolo dopo che il governo ha messo sul campo circa 100 miliardi di shekel (29 miliardi di dollari) per sostenere l’economia in affanno, metà dei quali sono rimasti però inutilizzati. I protestanti denunciano una scarsa attenzione nei confronti delle attività delle imprese e dei disoccupati, reclamando una tutela salariale e occupazionale paragonabile a quella dei dipendenti del settore pubblico.

Come prosegue Asia News, “il ministro israeliano delle Finanze Yisrael Katz ha detto di capire “le accuse e il dolore dei manifestanti”, annunciando una “rete di sicurezza economica” per dipendenti e lavoratori autonomi entro il prossimo anno”. Katz, compagno di partito del premier, sa che Netanyahu rischia di essere il grande sconfitto della crisi. Per anni il premier si è concentrato sulla difesa del Paese dalle minacce securitarie, compattando attorno a sè una maggioranza silenziosa che apprezzava lo stato di sostanziale normalità in cui Israele viveva nonostante la retorica da “fortezza assediata” più volte portata avanti. Investimenti, innovazione tecnologica, crescita dei servizi, crescita del settore energetico hanno prodotto sviluppo e occupazione; la pandemia crea un problema economico ma, al tempo stesso, anche psicologico portando la battaglia sul fronte interno e creando insicurezze non legate al precario equilibrio del Medio Oriente.

Gantz, che a ottobre 2021 si alternerà al governo con Netanyahu, ha mantenuto dritta la barra del timone sull’emergenza pandemica e respinto al mittente il tentativo del premier di accelerare sulle annessioni in Cisgiordania nella fase più acuta della pandemia e della recessione. Junior partner della coalizione, il ministro della Difesa e vicepremier punta sulla risposta pragmatica per acquisire visibilità e centralità nell’esecutivo prima della sua ascesa alla guida del governo. La piazza, indirettamente, gli dà una mano: ma un fallimento nella prevenzione di ulteriori casi di Covid-19 e, soprattutto, nel tamponamento della recessione rischia sul lungo periodo di travolgere entrambi. Messo di fronte a un’emergenza interna, e non di matrice internazionale, il governo di Israele deve passare a una strategia di governance basata su risposte pragmatiche, e non di matrice securitaria, che implicano il dare una risposta, e fondi adeguati, alle domande di sicurezza di buona parte della popolazione. Con un quinto della popolazione disoccupata e le piazze calde, è l’intero assetto di governo su cui Netanyahu ha scommesso la sua ultima fase della sua carriera istituzionale e Gantz il suo debutto in area governativa a rischiare il naufragio.

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