Riparte la diplomazia in presenza: il 4 maggio si è aperto il vertice dei sette capi di Stato e di governo, preludio del meeting che si terrà in Cornovaglia il mese prossimo. Tanta carne al fuoco, in primis il tema dell’autoritarismo per far fronte comune “fra società aperte e democratiche e dimostrare unità in un tempo nel quale è necessario contrastare le sfide e le minacce che si moltiplicano”, questo il messaggio di benvenuto diffuso dal padrone di casa Dominic Raab nella prima sessione della riunione dei ministri degli Esteri. Un vertice dell’era Covid e post-Covid allo stesso tempo, da molti definito il G7 “anti-Cina”, e con ospiti illustri come Australia, India, Corea del Sud, Sud Africa e sultanato del Brunei. Soprattutto l’India è tema di discussione all’ordine del giorno, Paese che ha raccolto la solidarietà di tutti i membri a seguito della nuova devastante ondata di contagi da Covid-19. Ma fra le stanze del potere vi è un’ipotesi che serpeggia da tempo e che, in queste ore, torna in auge fra i sette potenti e i loro adjunt.

Di cosa si tratta

Si tratta di un’ipotesi che sa di “concerto delle Nazioni” vecchio stampo, e che preme sugli aspetti legati alla democrazia e ai diritti umani piuttosto che quelli economici. L’idea è quella di trasformare il Gruppo dei Sette, fondato nel 1975, in un di D10 (D sta per democratic) soprattutto per volontà di Boris Johnson che, nel gennaio di quest’anno, aveva chiarito il proprio intento ad andare in questa direzione. Di conseguenza, la Corea del Sud, l’India e l’Australia dovrebbero essere invitate a tutte le sessioni di questi incontri, a cui parteciperanno come di consueto Stati Uniti, Italia, Francia, Giappone, Germania, Canada e Regno Unito.

La proposta di espandere il G7 in un gruppo più ampio ha incontrato la resistenza di alcuni stati europei interessati, percepita come un’alleanza squisitamente anti-cinese e un mezzo per diluire il potere dei Paesi dell’Ue: preoccupazione è stata, infatti, espressa all’interno dei circoli diplomatici francesi e italiani. Ipotesi caldeggiata, invece, dalla nuova amministrazione americana, in virtù dell’accresciuta aggressività internazionale russa e cinese: la svolta multilateralista di Biden ben si amalgama con l’idea di un gruppo più ampio di concertazione; un’idea che tra l’altro, non nasce con la pandemia ma che circola nei think tank statunitensi da quasi un decennio. Proprio lo scorso anno, anche l’ex presidente Donald Trump aveva accarezzato il progetto, facendo eco al governo britannico. “Non credo che, in quanto G7, rappresenti adeguatamente ciò che sta accadendo nel mondo”, ha detto. “Vogliamo l’Australia, vogliamo l’India, vogliamo la Corea del Sud!”, aveva dichiarato a un gruppo di giornalisti.

Una riforma a trazione angloamericana

Una riforma a trazione angloamericana, che tuttavia non viene dalla storica special relationship (che si complica con il confronto Biden-Johnson) ma si fonda su ragioni ed esigenze differenti ma convergenti. Johnson è un giano bifronte: è, allo stesso tempo, l’uomo del “preparatevi a perdere i vostri cari” e dell’immunità di gregge raggiunta a suon di vaccini. Percepito da alcuni membri dello staff di Biden come un populista trumpiano che ha danneggiato il multilateralismo, ha necessità di un lifting politico nel dopo Brexit e di proporsi come fautore di questa mini Società della Nazioni, che può contribuire a dissipare i pregiudizi sulla sua leadership.

Biden, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, ha la necessità di fare la storia: ha da tempo proposto un vertice per la democrazia da realizzarsi nel primo anno della sua presidenza, e il vertice D10 potrebbe fornire una piattaforma o una stazione di passaggio per un evento più ampio. L’ex sleepy Joe sta cercando di fare di se stesso un Woodrow Wilson 3.0, e guidare un progetto come il D10 potrebbe assicurare le elezioni di medio termine, la rielezione e indici di gradimento migliori.

Un progetto che può decollare?

Che il D10 non sarebbe la Croce Rossa dei diritti umani è sotto gli occhi di tutti. Oltre alla sfumatura anti-cinese, si rileva una forte sfumatura indo-pacifica, figlia del pattugliamento a cui questa area è sottoposta, trasformandosi nel Medio Oriente di questa nuova Guerra Fredda. Tuttavia, le resistenze non mancano, soprattutto da parte italiana e francese. Il timore è che questo makeover del G7 possa essere divisivo e tradursi in una sfida a viso aperto verso Russia e Cina, con le quali l’Europa non può e non vuole interrompere i propri legami, nonostante le ritorsioni diplomatiche degli ultimi giorni. Ma c’è dell’altro: il progetto a firma BoJo non aggrada l’Europa del post-Brexit, poco incline a fidarsi di un Johnson globalista che potrebbe mettere nell’ombra l’Unione e il suo ruolo diplomatico.

Difficile prevedere se il progetto D10 decollerà, nonostante sia la chance più plausibile per garantire un Indo-Pacifico libero. L’esigenza di riformare il G7, tuttavia, potrebbe avere un senso. Come forum per i leader delle maggiori potenze mondiali è stato ormai soppiantato dal G20 in fatto di lustro e priorità. Nonostante abbia espulso la Russia nel 2014, ha perso gran parte della sua logica geopolitica, anche perché il potere mondiale non è più così concentrato nella regione atlantica. L’Indo-Pacifico è ora la cabina di pilotaggio dell’economia globale, per cui modificare il tavolo di aggiustaggio -allargandolo- potrebbe essere necessario.

Di certo, la Gran Bretagna appare uno strano Dr Frankenstein in questa svolta: il Regno ha una lunga tradizione di concertazione internazionale ma, nonostante i suoi territori d’oltremare e la sua estensione militare nella regione, ha una storia recente di potenza prevalentemente atlantica. Ma a questo punto, forse, non conta più. Londra è ancora necessaria, così come il suo ruolo di ponte fra le democrazie.

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