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Chi è Vladimir Putin

Vladimir Putin è il presidente della Russia, giunto al quarto mandato dopo l’ultima elezione avvenuta nella primavera del 2018. Nato nel 1952 a San Pietroburgo, Putin trascorre buona parte della sua vita all’interno del Kgb, il servizio segreto dell’Unione Sovietica. L’ingresso in politica avviene invece solo negli anni Novanta, con la scalata che lo porta, il 31 dicembre 1999, al Cremlino.

Vladimir Putin nasce a San Pietroburgo il 7 ottobre 1952. Con la sua famiglia vive all’interno di una kommunalka, una classica abitazione di quel periodo in cui i cui servizi sono condivisi con altri nuclei familiari. Putin nasce quando i genitori, soprattutto per gli standard dell’epoca, hanno già 41 anni e dunque per l’epoca un’età considerata avanzata. Il primogenito, nato negli anni ’30, muore nei primi mesi di vita mentre un altro fratello viene a mancare per una difterite contratta durante l’assedio di Leningrado della Seconda guerra mondiale.

Nonostante le condizioni poco agiate della famiglia, con la madre impiegata come operaia ed il padre ex sommergibilista dell’esercito, Putin riesce comunque ad intraprendere gli studi nella sua città natale. Nel 1975 arriva una laurea in diritto internazionale a Leningrado. La svolta arriva subito dopo. Putin infatti in quello stesso anno si arruola nel Kgb, il potente servizio segreto dell’Unione Sovietica. Una scelta motivata, secondo diverse fonti russe, da un forte spirito patriottico e di servizio allo Stato e non tanto invece al partito o agli ideali comunisti. Putin, soprattutto inizialmente, non partecipa ad azioni sul campo. Al contrario, risulta attivo nel redigere i rapporti di quanto osservato e sul comportamento al lavoro svolto da altri operatori.

Per i primi dieci anni Putin opera in Russia. Nel frattempo si sposa nel 1983 con Ljudmila Škrebneva, da cui ha due figlie: Marija, nata nel 1985, ed Ekaterina, nel 1986. Nel 1985 Putin è inviato a Dresda, nell’allora Germania Est.

Qui ha lavorato in stretta collaborazione con la Stasi, il servizio segreto della Repubblica democratica tedesca. Putin romane in Germania per cinque anni. Si tratta di un periodo delicato, in cui rientra anche la caduta del muro di Berlino del 1989 e il crollo dei sistemi comunisti dell’est Europa. Nel 1990 viene richiamato dal Kgb in patria, mentre l’Urss si avvia verso il declino.

Negli anni però non interrompe mai del tutto i rapporti con la Germania. Putin infatti, ancora oggi, sa parlare fluentemente il tedesco e le sue due figlie studiano presso la scuola tedesca in Russia.

Tuttavia, non interromperà mai del tutto i rapporti con la Germania. Putin infatti, ancora oggi, sa parlare fluentemente il tedesco e le sue due figlie studieranno presso la scuola tedesca in Russia.

Nell’agosto del 1991 carri armati dell’esercito percorrono le strade di Mosca mentre l’allora segretario del Partito Comunista, Michail Gorbaciov, si trova in vacanza. Si tratta di un tentativo di colpo di Stato contro lo stesso Gorbaciov. Un golpe però che non riesce e che contribuisce ad accelerare la caduta dell’Urss. Putin il 20 agosto 1991, nelle ore successive al tentato colpo di Stato, si dimette dal Kgb.

Decide di tornare quindi nella sua San Pietroburgo. Nel frattempo, il 25 dicembre 1991, dal Cremlino viene ammainata la bandiera rossa sovietica e viene issata quella della Federazione Russa. Putin si guadagna un posto all’interno della sezione Affari internazionali dell’Università e può riagganciare i rapporti con Anatolj Sobčak, professore e suo vero e proprio mentore politico.

Infatti, Sobčak è suo relatore della tesi di laurea nel 1975. Quando i due si rincontrano, il professore è anche sindaco di San Pietroburgo. Sobčak spinge quindi Putin a muovere i primi passi in politica. Diventa suo collaboratore per la promozione all’estero dell’immagine della città e viene nominato presidente del comitato per le relazioni esterne di San Pietroburgo. Una carica che mantenuta fino al 1996, anno in cui Sobčak viene sconfitto alle elezioni comunali.

Oramai però la strada per il definitivo ingresso in politica di Putin è spianata. Anche perché nel 1994, nelle elezioni suppletive del collegio di San Pietroburgo, Putin viene eletto quale deputato della Duma.

Una volta membro del parlamento di Mosca, il nome del futuro presidente circola tra gli ambienti politici più importanti del Paese. Nel 1997 l’allora capo dello Stato Boris Eltsin lo nomina capo del personale presidenziale, il 25 maggio 1998 invece capo del personale presidenziale per le regioni. Ma la vera svolta si ha pochi mesi dopo, quando il presidente Eltsin affida a Putin la direzione dell’Fsb, ossia il nuovo istituto dei servizi segreti russi, erede del Kgb.

Il futuro presidente russo alla fine degli anni Novanta è dunque uno dei politici maggiormente in ascesa. A favorire la scalata, anche l’amicizia personale nata con Boris Eltsin. Quest’ultimo è agli sgoccioli del suo mandato presidenziale. Complice anche notevoli problemi di salute, l’allora capo dello Stato è alla ricerca di un successore. La situazione nel Paese è disastrosa. La Russia deve fare i conti con il crollo del Rublo, la bancarotta, la perdita di ogni garanzia sociale e l’aumento della disoccupazione. In quegli anni la popolazione è descritta come depressa. Inizia un importante decremento demografico e negli anni ’90 la società deve fare i conti anche un alto tasso di suicidi. Le terapie economiche post comuniste appaiono in tutto il loro fallimento.

A complicare il quadro anche la guerra in Cecenia. Qui Eltsin opta per la linea dura contro i movimenti separatisti e islamisti. Ma il conflitto inizialmente si rivela una catastrofe militare. Nel 1996 questa regione caucasica è in mano ai ribelli.  A far saltare definitivamente il banco è l’invasione del Daghestan da parte degli stessi ribelli ceceni. Sempre da qui partono anche i terroristi che nel 1998 fanno strage di civili in alcuni palazzi residenziali di Mosca. A quel punto, Eltsin decide di affidare la guida del governo a Putin. Il suo ruolo alla guida dei servizi lo rendono agli occhi del presidente come la persona più affidabile per risollevare le sorti della Russia. Vladimir Putin il 19 agosto 1999 giura come nuovo primo ministro.

La prima mossa di Putin come premier è quella di andare a far visita alle truppe in Daghestan. Un episodio ben salutato dai soldati e dall’opinione pubblica. Simboleggia infatti il ritorno dello Stato russo al fianco di un esercito con il morale molto basso e demotivato.

Ma del resto la prima volontà di Putin quale capo del governo, riguarda proprio l’uso del pugno duro contro i terroristi e contro i ribelli ceceni. L’immagine di “uomo forte” si rivela quindi decisiva per acquistare una repentina popolarità. Viene rilanciata la guerra in Cecenia e i primi successi militari in Cecenia contribuiscono a consolidare la sua posizione.

Il 31 dicembre 1999, a pochi mesi dalla scadenza del mandato, Boris Eltsin decide di dimettersi. La sua scelta è in primo luogo simbolica: vuole che sia un altro presidente a far entrare la Russia nel nuovo secolo. L’annuncio viene dato a sorpresa nel corso della mattinata, durante un discorso che all’inizio sembra quello tradizionale di fine anno. Contestualmente all’annuncio delle sue dimissioni, vi è anche quello del nome del suo successore. Si tratta proprio di Vladimir Putin.

In quell’ultimo giorno del millennio e per i successi tre mesi, Putin gestisce l’ordinaria amministrazione. Si candida al contempo quale nuovo leader. La consacrazione e l’inizio del suo primo mandato hanno luogo con la vittoria elettorale delle presidenziali del marzo del 2000.

Durante il suo primo mandato, Putin concentra molti sforzi nel conflitto in Cecenia. Secondo il nuovo inquilino del Cremlino, è impensabile lasciare fuori dal controllo delle forze della federazione russa la regione cecena. Già dall’inizio del 2000, l’esercito di Mosca riprende ad avanzare. Sotto il profilo prettamente militare, il nuovo impulso dato da Putin in Cecenia nel giro di poco tempo favorisce il recupero dell’intera regione. Nel maggio del 2000, a seguito della riconquista di Grozny, la capitale cecena, e di buona parte del territorio, il governo russo ottiene nuovamente il diretto controllo della regione. Il Cremlino nomina il filo russo Akhmad Kadyrov quale nuovo leader ceceno.

A livello politico, Putin promuove in Cecenia la promulgazione di una nuova costituzione che assegna una certa autonomia al governo di Grozny. Le operazioni di guerra vanno avanti anche negli anni successivi, per via dell’insorgere della guerriglia fomentata soprattutto dai gruppi islamisti. Nel febbraio del 2004 lo stesso presidente Kadyrov è ucciso dallo scoppio di un ordigno all’interno dello stadio di Grozny durante una parata. La guerra in Cecenia è dichiarata ufficialmente chiusa solo nel 2009, quando le attività dei gruppi ribelli risultano oramai debellate.

Le truppe russe Grozny (LaPresse)
Le truppe russe Grozny (LaPresse)

Ma la campagna cecena si ricollega anche ad un altro importante problema, anch’esso vitale durante i primi anni di presidenza di Putin. Il riferimento è al terrorismo. Due in particolare gli episodi che destano maggiore clamore. Il primo lo si ha nell’ottobre del 2002. Alcuni terroristi ceceni prendono in ostaggio il pubblico presente all’interno del teatro Dubrovka a Mosca. Il sequestro termina con l’irruzione delle forze speciali, le quali uccidono tutti i terroristi ma anche almeno 90 persone tra gli ostaggi. L’altro grave episodio invece è del primo settembre 2004. I terroristi ceceni prendono di mira la scuola di Beslan, cittadina dell’Ossezia del Nord. Il blitz si rivela essere un’altra carneficina: muoiono 333 persone, di cui 186 minorenni.

Tra i principali responsabili dell’attacco vi è Samil Basaev. Si tratta del numero uno del Cremlino essendo tra i leader degli islamisti ceceni. Il terrorista, dato più volte per morto in passato, viene ucciso da un’operazione anti terrorismo il 10 luglio 2006. Il problema terrorismo è ancora oggi molto sentito dai russi. Negli anni, anche se con intensità minore, non sono mancati attacchi contro obiettivi civili e militari russi da parte dei jihadisti.

A livello politico, la prima vera questione interna riguarda il rapporto tra Putin e gli oligarchi. Con questo aggettivo viene indicato chi si è arricchito negli anni ’90 a seguito delle privatizzazioni. In quella fase infatti, l’allora presidente Eltsin decide di vendere diversi asset statali strategici consegnandoli nelle mani dei privati. Dal settore energetico a quello degli idrocarburi, passando per le forniture di beni e servizi, interi comparti sono acquistati da una stretta cerchia di attori privati divenuti gli uomini più ricchi ed importanti della Russia. Una situazione in grado di catturare non poco malcontento tra la popolazione, visto il repentino aumento delle disuguaglianze sociali.

In tanti, nel corso degli anni successivi, riferiscono del favore con il quale gli oligarchi accolgono con favore la candidatura di Putin quale successore di Eltsin. Tuttavia, una volta arrivato al Cremlino, il nuovo presidente russo fa da subito capire le sue intenzioni. Viene proposto un compromesso: la nuova presidenza si impegna a non ledere i vantaggi acquisiti, in cambio però deve cessare la situazione di privilegio degli oligarchi. Si annunciano inoltre piani volti a ridimensionare la portata delle privatizzazioni.

Alcune aziende vengono infatti nazionalizzate, mentre gli oligarchi che seguono le direttive impresse dal Cremlino sono costretti a vivere in esilio. Il caso più emblematico è quello di Michail Kodorkovskij. Ritenuto l’uomo più ricco di Russia ad inizio anni 2000, proprietario del 78% del colosso energetico Yukos, Kodorkovskij probabilmente da subito non accetta il nuovo corso voluto da Putin. Arrestato per frode nel 2003, viene rilasciato dopo dieci anni di prigione. Oggi l’ex imprenditore vive a Londra. In generale, si può affermare che la linea di Putin sui cosiddetti oligarchi segue la volontà politica di far riconoscere la supremazia del ruolo dello Stato rispetto a quello dell’economia.

Eletto per la prima volta ufficialmente nel marzo del 2000 e riconfermato nella primavera del 2004, Putin al termine del suo secondo mandato deve cedere per legge lo scettro della presidenza. Secondo la costituzione russa infatti, non è possibile effettuare più di due mandati consecutivi.

Questo non coincide con il suo ritiro dalla politica. Al contrario, Vladimir Putin preme per la candidatura alla presidenza del delfino Dmitri Medvedev. Quest’ultimo in caso di vittoria designa proprio Putin quale nuovo primo ministro. I piani del Cremlino vanno a buon fine quando nel maggio 2008 Medvedev viene eletto presidente. Il suo predecessore torna nel ruolo di capo del governo, come nel 1999. E subito ha una prima importante grana da risolvere.

Il 7 agosto del 2008 infatti, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, eletto nel 2003 a seguito di proteste anti russe, lancia un attacco contro il territorio dell’Ossezia del Sud. Si tratta di una regione de jure appartenente alla Georgia, de facto gestita dagli osseti grazie alla presenza dei soldati russi. Saakashvili conta sul sostegno di Usa e Ue. Tbilisi però viene lasciata sola e ben presto la guerra per i georgiani volge verso il peggio. Vista la presenza di numerosi militari russi in Ossezia e vista la vicinanza etnica e linguistica degli osseti del sud con gli osseti del nord, questi ultimi pienamente integrati nella federazione russa, Mosca decide di passare al contrattacco. Putin segue in prima persona la vicenda mentre si trova a Pechino per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi.

Nel giro di una settimana, le forze russe riprendono il territorio dell’Ossezia e avanzano anche oltre. In pochi giorni arrivano nella cittadina georgiana di Gori e a pochi passi dalla periferia di Tbilisi. Il 16 agosto si giunge ad un cessate il fuoco. La Russia accetta di rientrare nel giro di alcune settimane entro i confini pre bellici.

Dopo i quattro anni di Medvedev, arriva un’altra staffetta: Putin torna al Cremlino, mentre il suo delfino prende il posto di primo ministro. Nella primavera del 2012 Vladimir Putin è eletto nuovamente presidente della Russia. Questa volta, in base alle modifiche costituzionali introdotte, il mandato è di 6 anni e non più di 4.

Con il ritorno al Cremlino, Putin prosegue l’azione politica compiuta sia nelle sue prime due esperienze da presidente e sia nel ruolo di premier. La sua popolarità sembra in crescita, anche se poco dopo la terza rielezione a Mosca si tengono alcune importanti manifestazioni di protesta. Sono le più importanti da 12 anni a questa parte, anche se non scalfiscono il potere del rientrante presidente.

Una delle prime emergenze che Putin deve affrontare all’inizio del terzo mandato, riguarda l’Ucraina. Qui sorgono nel 2013 manifestazioni contro il progetto di adesione di Kiev all’unione euroasiatica voluta da Mosca. Le proteste, più in generale, riguardano l’allineamento tra il vertice ucraino e il Cremlino. Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, le manifestazioni di piazza Maidan, a Kiev, portano alla fine della presidenza di Viktor Yanukovich. Le proteste, incoraggiate sotto il profilo mediatico anche dall’Europa, portano alla ribalta una classe dirigente più vicina all’occidente.

Un elemento che implica diversi risvolti. In primo luogo, il possibile riavvicinamento all’occidente non viene gradito dalla popolazione russofona, stanziata nell’est dell’Ucraina. In secondo luogo, da Mosca sorgono timori per le sorti della flotta russa ancorata a Sebastopoli. Si tratta di uno dei porti più importanti per la Russia, situato in Crimea. Nella penisola, a seguito di altre dimostrazioni di piazza, prende corpo un governo filorusso. I nuovi rappresentanti organizzano un referendum per l’annessione a Mosca in grado di sancire il ritorno della Crimea nella federazione russa. Più complicato il quadro nell’est dell’Ucraina, dove nascono due repubbliche filorusse ancora oggi sono impegnate contro Kiev nel cosiddetto “conflitto del Donbass“.

La vera svolta in politica estera della Russia però, si ha l’anno successivo. Nel mese di settembre 2015 infatti, la Duma approva la missione di Mosca a sostegno del governo di Bashar Al Assad in Siria. Già nel 2013 la diplomazia russa è riuscita ad evitare un intervento americano contro il presidente siriano, impegnato nel 2011 in una cruenta guerra civile. Il via della missione nel paese arabo, da sempre vicino a Mosca soprattutto per la presenza della flotta ancorata a Tartus, segna il ritorno definitivo della Russia sullo scacchiere internazionale.

Nella primavere del 2018, Vladimir Putin è eletto per il suo quarto mandato. La nuova esperienza da presidente inizia ancora una volta nel segno della continuità, con Medvedev riconfermato primo ministro.

Nella Duma, il suo partito “Russia Unita” ha la maggioranza e dunque non sembrano esserci all’orizzonte problemi circa la tenuta dell’asset governativo. Anche in questo caso, la popolarità di Putin sembra attestarsi a livelli alti, nonostante numerose critiche arrivate contro la riforma delle pensioni.

Al Cremlino però, visto il limite di due mandati consecutivi e vista anche l’età di Putin, che nel 2022 compirà 70 anni, si inizia a discutere di successione. In particolare, lo stesso presidente russo avanza l’ipotesi di una riforma costituzionale in grado di dare più potere a parlamento e primo ministro. Un modo, si ipotizza da più parti, per assegnare a Putin nel 2024 il ruolo di premier e far conservare all’attuale capo dello Stato le redini della politica russa. Intanto nel gennaio del 2020, si assiste ad un avvicendamento nella carica di primo ministro: al posto di Medvedev, subentra Michail Misustin.

L’inizio di questo nuovo decennio, regala di fatto alla Russia il ruolo di principale protagonista nella regione mediorientale. Dal dossier siriano a quello libico, Mosca sembra essere un attore di primaria importanza in tutto il contesto che va dal Mediterraneo fino all’Iran. Occorre infatti ricordare che a partire soprattutto dal 2016, la Russia appoggia in Libia il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Per aiutarlo, nel 2019 vengono inviati anche i contractors della società Wagner. 

Il Cremlino, ad oggi, è forse l’unico soggetto internazionale in grado di poter vantare buoni rapporti con tutti gli attori in campo: dall’Arabia Saudita allo stesso Iran, da Israele agli Emirati Arabi Uniti, passando per la convergenza di interessi con la Turchia sorta soprattutto dal 2016 in poi. Secondo molti analisti, il raggiungimento di questo ruolo da parte della Russia è già da principio uno degli obiettivi principali di Putin dall’inizio della sua ascesa in politica.

Putin sembra destinato a rimanere nell’agone politico anche dopo la fine del suo quarto mandato. Grazie alla riforma costituzione, a partire dal 2024 dovrebbe assumere l’incarico di primo ministro nel contesto di un mandato che assegna più poteri al capo del governo e meno invece al capo dello Stato. Il problema della sua successione però rimane. Ad oggi non emerge alcuna figura pronta a prendere le redini della sua eredità politica.

Una questione di non poco conto. Il vero timore è che, nei prossimi anni, potrebbe iniziare una lotta interna al potere russo per la successione. Circostanza in grado di indebolire le istituzioni russe e aprire nuove crisi nella Federazione, simili a quelle ereditate dallo stesso Putin sul finire degli anni ’90.