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Il padrino della destra polacca

Si chiama Jaroslaw Kaczynski e viene solitamente dipinto dalla stampa dell’Europa occidentale in termini arcani ed enigmatici, ovvero come il grande burattinaio che tutto vede, sente e orchestra nel panorama politico della Polonia.

Padre fondatore di Diritto e Giustizia (PiS), il partito di destra conservatrice al governo dal 2015, e fratello del defunto Lech, presidente della repubblica e sindaco di Varsavia, Jaroslaw Kaczynski ricopre attualmente la carica di vicepresidente del consiglio dei ministri nel governo Morawiecki ed è ritenuto, tra le altre cose, l’eminenza grigia dietro alla sentenza sull’aborto eugenetico del 22 ottobre 2020 e alla guerra culturale contro l’ideologia di genere. Ma chi è Kaczynski e, soprattutto, qual è il suo reale peso nella scena nazionale?

Jaroslaw Aleksander Kaczynski nasce a Varsavia il 18 giugno 1949 dall’ingegnere Rajmund Kaczynski e dalla filologa Jadwiga Kaczynska. Gemello di Lech, con lui condivide e trascorre in simbiosi l’infanzia, l’adolescenza e l’adultità: dalla partecipazione in qualità di protagonisti nel film I due che rubarono la Luna (1962) alla lotta contro la dittatura comunista negli anni più bui e duri della guerra fredda.

Jaroslaw e Lech, entrambi cattolici praticanti, nonché ferventi anticomunisti, avrebbero militato a lungo nelle file del sindacato-esercito Solidarność, optando volontariamente di dare manforte all’uomo del Vaticano a Varsavia, Lech Walesa, nonostante i rischi derivanti dall’attivismo antigovernativo – cioè la detenzione e, in casi neanche troppo estremi, la morte.

Negli anni della lotta senza quartiere alla dittatura comunista, Jaroslaw fu, tra le varie cose, il direttore esecutivo del settimanale Tygodnik Solidarność e oggetto di sorveglianza da parte dei potenti servizi segreti di Varsavia, noti con la sigla SB (Służba Bezpieczeństwa), che su di lui redassero un dettagliato fascicolo. Considerato reticente a qualsivoglia forma di cooperazione con il SB, Kaczynski veniva ivi descritto in termini eremitici, ovverosia come un asceta “flemmatico” ed un “topo di biblioteca” poco o nulla interessato al proprio aspetto, alla compagnia del sesso femminile e ai beni materiali.

La fine del comunismo per Kaczynski significa possibilità di dare concretezza ad un anelito di gioventù: fare politica. Nel 1991 fonda il partito cristiano-democratico Accordo di centro (Porozumienie Centrum), di cui ricopre il ruolo di presidente fino al 1998 e con il quale riesce ad entrare nella camera bassa del Parlamento (Sejm).

I turbolenti anni Novanta, per Jaroslaw Kaczynski, significano anche fine di un idillio mai del tutto sbocciato con il carismatico ed influente padre della rivoluzione polacca Lech Walesa, per il quale lavorerà brevemente come capo della cancelleria presidenziale. Brevemente perché, lungi dal ricoprire il ruolo sino alla scadenza del contratto, sarebbe stato destituito su istruzioni di Walesa.

La rottura è un momento di svolta: Kaczynski, a partire da quel momento, si sarebbe messo a capo di un movimento di protesta contro Walesa, all’epoca intoccabile perché oggetto di una venerazione popolare simile a quella nei confronti di Giovanni Paolo II. Tale movimento, rinvigorito negli anni successivi al 2015, ha contribuito in maniera determinante a decostruire il mito di Walesa, il sindacalista-rivoluzionario oggi relegato ai margini di politica, cultura e società.

L’albeggiare del nuovo secolo incoraggia Jaroslaw a tentare l’azzardo: fondare un proprio partito. Il tempo è propizio, perché la società polacca ha fame di novità e perché suo fratello Lech è una stella in ascesa della realtà politica nazionale, ed è così che il 13 giugno 2001 viene fondato Diritto e Giustizia (PiS, Prawo i Sprawiedliwość).

La storia dà immediatamente ragione ai gemelli Kaczynski: PiS ottiene il 9,5% alle parlamentari dello stesso anno e quello successivo Lech corona il sogno di una vita, cioè diventare sindaco di Varsavia, lo storico trampolino di lancio verso la presidenza – che, difatti, avrebbe assunto nel 2005.

Ed è sempre nel 2005 che PiS diventa il primo partito di Polonia, vincendo le parlamentari con il 27% dei suffragi, e che i giornali europei iniziano a parlare disfemisticamente e polemicamente di “repubblica monozigote”. Jaroslaw, molto altruisticamente (e scaltramente), fa un passo indietro: rinuncia alla carica di primo ministro, andata a Kazimierz Marcinkiewicz, sebbene avesse gareggiato alle elezioni in qualità di candidato ufficiale di PiS, e avalla la formazione di un esecutivo multicolore.

Il governo cade due anni dopo, nel 2007, per via di uno scandalo che travolge uno dei partiti di coalizione (Autodifesa), e le elezioni anticipate vengono vinte dalla nemesi di PiS, Piattaforma Civica, sebbene il partito dei gemelli che rubarono la Luna riesca nell’incredibile obiettivo di perdere aumentando la propria base elettorale – cinque punti percentuali in più rispetto alle precedenti parlamentari, ossia il 32% dei voti.

Su come Jaroslaw sia riuscito a vincere, nonostante la sconfitta, gli analisti politici sono abbastanza concordi: la sua politica di tolleranza zero nei confronti della corruzione (sua l’idea di stabilire l’Ufficio centrale anticorruzione) e il lancio di un programma nazionale, denominato Lustracja, teso a “schedare” tutti i dipendenti pubblici, insegnanti e giornalisti con alle spalle trascorsi di collaborazione con il SB. Ultimo ma non meno importante, Jaroslaw esce di scena onorevolmente (e questo avrebbe lasciato un segno profondo nell’immaginario collettivo polacco): “suggerisce”, ossia ordina, a Marcinkiewicz di porre fine all’esperienza di governo perché moralmente insostenibile la prosecuzione di un’alleanza con un partito il cui capo è sotto indagine per corruzione e crimini sessuali.

Il 2010, anno del tragico incidente di Smolensk, Jaroslaw e l’intera nazione si chiudono in lutto per commemorare la scomparsa prematura del carismatico Lech e di una parte considerevole dell’allora governo. Jaroslaw perde il proprio gemello e compagno di vita, un punto di riferimento ed un amico, e, dopo essere stato battuto nella competizione con Bronislaw Komorowski per subentrargli alla guida della presidenza, si ritira alla ricerca di sé e di uno scopo.

Jaroslaw torna alla carica cinque anni dopo, in occasione delle parlamentari del 2015, contribuendo in maniera significativa al ritorno al potere di PiS, di cui riscrive ex novo le agende economica (interventismo statale a favore di uno stato sociale plasmato dalla dottrina cattolica), socio-culturale (spostamento da destra centrista a destra conservatrice) ed estera (adozione dell’euroscetticismo e maggiore antagonismo nei confronti di Germania e Russia, rivali storiche della nazione polacca e ritenute responsabili di Smolensk negli ambienti cospirazionisti).

Il 2015 è come un déjà-vu, o meglio un déjà-vecu: PiS stravince le parlamentari con il 37,6% dei suffragi, sfaldando fragorosamente l’egemonia partitocratica di Piattaforma Civica, e conquista anche la presidenza, presso la quale si insedia Andrzej Duda. Il ritorno di PiS equivale ad un ritorno di Jaroslaw e, di conseguenza, ad una riaffermazione del nazionalismo di destra, sdoganato ad ogni livello della società, della politica e della cultura.

Perché quelli di PiS sono gli anni del miracolo economico, con la Polonia che registra tra i migliori tassi di crescita dell’intera Unione Europea, ma anche dei rosari contro l’islamizzazione del Vecchio Continente, dell’aumento di popolarità della marcia su Varsavia dell’11 novembre, della tensione crescente contro la galassia arcobaleno e dell’estrema sinistra e della progressiva polonizzazione dell’Europa centro-orientale, il cui modello di “democrazia cristiana e illiberale“, elaborato parallelamente e in simultanea da Kaczynski e Viktor Orban, strega e rapisce prima Visegrad e Balcani e poi i partiti del populismo di destra dell’Europa occidentale.

Kaczynski, insieme a Orban, diventa il fautore dell‘imperativo storico di trasformare le nazioni del Gruppo Visegrad in vivaci e fertili semenzai di conservatorismo ed identitarismo, avamposti protetti da cinta murarie fortificate a difesa della civilitas mundi, ossia la cristianità. In questo contesto si inquadrano le lotte di PiS in sede europea contro l’immigrazione dai Paesi extraeuropei e l’imposizione dall’alto di dettami inerenti ideologia di genere, multiculturalismo e relativismo culturale, grazie ai quali il partito diventa la stella polare della realtà sovranista dell’Ue.

Le parlamentari del 2019 e le presidenziali del 2020 riconfermano lo status monoarchico del sistema di potere, con PiS che si riconferma in prima posizione con il 43,5% dei voti e Duda che ottiene un secondo mandato all’acme di un testa a testa con l’ex sindaco di Varsavia, Rafal Trzaskowski.

Rispetto al ritorno in scena del 2015, però, il partito sembra accusare una certa stanchezza e, soprattutto, l’accentuazione della natura conservatrice inizia a rivelarsi controproducente, perché fonte di escalazioni spasmodiche con la sinistra radicale e di erosione dei consensi presso il nodale elettorato moderato. Il 2020, contrassegnato dalla discesa in piazza di gruppi arcobaleno e femministi, nonché dalla nascita del fenomeno “Polonia 2050“, funge da dimostrazione corroborante del punto di cui sopra.

L’anziano Kaczynski, che dal mese di ottobre 2020 ha assunto l’incarico di vicepresidente del consiglio dei ministri nel governo Morawiecki, continua ad essere considerato e dipinto dalla stampa europea come il grande burattinaio del panorama politico polacco, colui che tutto decide e al quale nulla sfugge.

Ai fini della comprensione dell’effettiva influenza esercitata da Kaczynski sull’arena politica e del suo peso attuale, abbiamo raggiunto e intervistato il giovane diplomatico polacco Edgar Kobos. Kobos, la cui formazione è avvenuta tra Varsavia e Francoforte, di recente è stato insignito di una medaglia al valore dalla Croce Rossa Polacca e investito del ruolo di guidare la delegazione giovanile della Polonia presso le Nazioni Unite.

L’immagine che si ha in Occidente di Jaroslaw Kaczynski è quella di un’eminenza grigia, di un potere dietro alla corona che esercita una notevole influenza sulla politica polacca. Quanto c’è di vero in questa convinzione? 

Io non credo che Kaczynski sia una “eminenza grigia”. Il potere è il risultato di innumerevoli fattori, tra i quali le risorse umane ed economiche e la stampa, ma dipende soprattutto dal supporto sociale. Tempo addietro mi sono imbattuto in un sondaggio, stando al quale se Kaczynski avesse formulato una propria lista elettorale con la quale fare concorrenza a PiS, la grande maggioranza degli elettori avrebbe scelto l’altra lista.

Comunque sia, Jaroslaw Kaczynski svolge delle funzioni molto importanti in Polonia: è il fondatore ed il presidente del più grande partito politico, attualmente al governo, è vice-primo ministro ed è presidente della Commissione per la sicurezza nazionale e la difesa. Questo è il profilo di una persona che svolge delle funzioni molto importanti nella vita pubblica, ma che non si addice assolutamente alla definizione di “eminenza grigia”.

Kaczynski, dunque, non sarebbe un’eminenza grigia, ma un politico che, in virtù dei propri trascorsi e dei ruoli rivestiti, è molto importante al fine della prosecuzione degli affari pubblici e politici. Non un suggeritore, ma un partecipante attivo. La domanda seguente si collega direttamente alla precedente: qual è la sua effettiva influenza nell’attuale governo?

È meritevole di nota il fatto che l’attuale governo polacco sia il risultato di una coalizione, nota come Destra unita (Zjednoczona Prawica), formata da Diritto e Giustizia (partito di cui Kaczynski è presidente) e due partiti minori. I partiti di coalizione sono troppo piccoli per avere un’esistenza indipendente nella scena politica polacca – non hanno basi mediatiche né economiche e non sono strutturati a livello regionale –, ma, ciononostante, hanno un impatto nel dirigere la politica polacca in qualità di partiti di governo, e i loro membri sono meno dipendenti da Kaczynski rispetto agli esponenti di PiS.

Urge ricordare, comunque, come le decisioni politiche prese da Kaczynski vengano tradotte in realtà in diversi fascicoli, perché è raro che fazioni di PiS, o dei partner di coalizione, manifestino resistenza.

Qual è lo stato di salute della visione nazionale di Kaczynski dopo lo scoppio delle proteste pro-aborto? E in che modo le spiegherebbe ad un lettore occidentale, avvezzo a idealizzare, concepire e stereotipizzare la Polonia come una nazione profondamente cattolica e conservatrice?

La legislazione sull’interruzione volontaria di gravidanza in Polonia risale agli anni Novanta. In numerosi Paesi del mondo si è assistito ad una liberalizzazione dell’aborto da quel periodo ad oggi, ma la legislazione polacca in materia continua ad essere una delle più restrittive in Europa.

La Chiesa cattolica, insieme alle organizzazioni della società civile che simpatizzano per la Chiesa, sta chiedendo un irrigidimento della legislazione polacca sull’aborto. Gli organizzatori delle cosiddette proteste pro-aborto sono, de facto, dei politici o delle persone che collaborano con i partiti di opposizione. Nelle loro dichiarazioni pubbliche, sia gli organizzatori sia i dimostranti, pongono l’enfasi sulla necessità di rovesciare il governo per il bene della vita pubblica in Polonia. La loro intenzione principale è quella di essere “contro il governo”, e la legislazione sull’aborto è semplicemente una scusa per scendere in strada. Lo stesso meccanismo viene applicato altrove, dove vengono usati i diritti degli animali e l’ambiente come pretesto [per protestare contro il governo].

Le proteste a favore dell’aborto rappresentano una scusante leggermente migliore [per l’opposizione], perché hanno una più elevata risonanza pubblica. Al tempo stesso, le organizzazioni cattoliche e nazionaliste organizzano dimostrazioni “pro-vita”, durante le quali chiedono primariamente che i politici di opposizione vengano ritenuti responsabili degli abusi commessi mentre erano al potere.

Lei vede un futuro per la visione di Kaczynski di una “Polonia conservatrice”? Diritto e Giustizia riuscirà a superare la prova della storia?

Diritto e Giustizia è un partito politico che presenta una robusta struttura organizzativa. Avendo fatto ricerche nel campo delle scienze di gestione, posso affermare che, nel suo ventennio di esistenza, PiS è divenuto un’istituzione sufficientemente sviluppata per sopravvivere nelle prossime decadi. Il partito ha plasmato migliaia di attivisti e ha costruito una base mediatica ed economica. Nell’ambiente creato da Kaczynski si trovano i rappresentanti di numerose generazioni.

Inoltre, sia il partito sia il governo si stanno focalizzando sui giovani. È la prima volta nella storia della Polonia che un governo ha istituito una sorta di ministero per la gioventù, introducendo la figura del Plenipotenziario per le politiche giovanili. Tale funzione è stata affidata a Piotr Mazurek (ndr. classe 1993), che ha una vasta esperienza in organizzazioni nongovernative e che, prima di entrare in politica, è stato un attivista sociale molto noto ed un organizzatore di molti eventi patriottici.

Il caso di successo di Mazurek è un esempio di come al governo polacco interessi a plasmare le future generazioni di polacchi e polacche. I rappresentanti delle diverse generazioni sono e saranno i responsabili dello sviluppo ulteriore del partito e delle politiche del governo, e questo ha e avrà un impatto positivo sull’abilità [di PiS] di captare gli umori del pubblico e di implementare politiche pubbliche [efficaci].