L’attacco dell’Iran contro le basi americane spiegato

L’operazione è stata chiamata “Martire Soleimani” e il codice che identifica l’attacco è stato denominato “O Zahra”, in onore della figlia di Maometto e madre di Hussein, figura chiave dell’islam sciita e dell’Iran, in particolare. L’intervento iraniano contro gli Stati Uniti ha avuto inizio intorno all’1.20 della notte tra il 7 e l’8 gennaio 2020, alla stessa ora in cui il generale Qassem Soleimani è stato colpito da un drone militare americano, che lo ha ucciso nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, in Iraq, il 3 gennaio 2020. Un altro simbolo che caratterizza il piano di vendetta di Teheran che, tramite la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha giurato di voler vendicare la morte della guida dei pasdaran, mettendo la firma della nazione. In un attacco mirato e preciso, ma volutamente contenuto e non eccessivo.

L’intervento di Teheran ha colpito due basi militari irachene che, però, ospitano soldati americani. Secondo quanto riportato da Il Post, l’attacco principale è avvenuto contro la base di Ayn al Asad, che si trova circa 230 chilometri a nord-ovest di Baghdad dove, secondo l’esercito locale, sarebbero caduti 22 missili.

I raid dell'Iran sulle basi Usa Iraq (Alberto Bellotto)
I raid dell’Iran sulle basi Usa Iraq (Alberto Bellotto)

Il secondo attacco, invece, si è consumato contro una base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, regione dell’Iraq settentrionale. È importante fare una riflessione sulle distanze dei due luoghi colpiti rispetto alla Repubblica islamica: la base al Asad, infatti, si trova a 370 chilometri dal territorio iraniano, mentre quella di Erbil a 105, distanze che possono essere effettivamente percorse da molti dei missili in possesso alle forze iraniane.

Secondo quanto riportato in una ricostruzione del Corriere della Sera, dagli anni Ottanta, la Repubblica islamica ha dimostrato di poter sviluppare gli ordigni utilizzati nell’ultima operazione, impiegati anche nella storica guerra contro l’Iraq. Negli anni successivi, i dispositivi sono stati forniti anche agli alleati della Repubblica islamica. Anche l’attacco ai siti petroliferi dello scorso settembre, per esempio, sarebbe stato eseguito con la combinazione droni-missili e alcuni analisti sostengono che per l’attacco dell’8 gennaio siano stati usati i Qiam 1 e i Fateh.

La minaccia missilistica iraniana (Infografica di Alberto Bellotto)

Ad avviare la prima ufficiale forma di rappresaglia contro gli Stati Uniti sono stati i Guardiani della rivoluzione, noti semplicemente anche con il nome di Pasdaran, di cui il generale Soleimani aveva ricoperto un ruolo di guida, essendo stato a capo delle milizie Al Quds per più di 20 anni (la divisione che si occupa delle operazioni all’estero).

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica venne istituito nel 1979, dopo la fondazione della Repubblica islamica da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Nati come una milizia forgiata da una profonda fede ideologica, con gli anni hanno ampliato il loro potere all’interno dello Stato. Totalmente fedeli alla Guida suprema, dispongono di circa 120mila uomini, suddivisi in forze di terra, aeree e navali. Il gruppo, nel tempo, ha imparato a controllare anche i basiji, milizie volontarie organizzate militarmente in cui si arruolano i più giovani. Entrare a far parte di questo gruppo prima e della milizia poi rappresenta per molti iraniani un buon punto di partenza per la propria carriera militare. In base a quanto riportato da Associated Press, l’offensiva alle basi militari irachene rappresenta “l’attacco iraniano più diretto contro gli Stati Uniti dall’assalto dell’ambasciata americana a Teheran, nel 1979”, che diede inizio alla nota “crisi degli ostaggi“.

In base a diverse ricostruzioni, nelle ore successive all’attacco iraniano, i Pasdaran avrebbero fatto sapere che in caso di un ulteriore attacco da parte degli americani, Dubai, Haifa e Tel Aviv sarebbero potute essere i bersagli ideali da colpire in una ipotetica terza rappresaglia.

In un secondo momento, poi, come riferito anche da Cnn, sul canale Telegram delle Guardie della rivoluzione sarebbe comparsa anche la minaccia di colpire gli Stati Uniti direttamente sul suo territorio. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la dichiarazione ufficiale dei Pasdaran avrebbe contenuto quattro moniti: “Avvertiamo il Grande Satana che qualsiasi provocazione o aggressione conseguente a questo attacco avrà una reazione ancora più dolorosa e distruttiva. Avvertiamo tutti i Paesi alleati degli Stati Uniti che se verranno lanciati attacchi contro l’Iran dalle basi collocate nei loro stati, anche loro saranno ritenuti un obiettivo di rappresaglie. Riconosciamo Israele come complice dei crimini americani e quindi lo riteniamo un target militare. Invitiamo il popolo americano a richiamare i soldati per evitare maggiori perdite di vite umane”.

In base a quanto riportato dal New York Times, l’Iran non avrebbe colpito per caso proprio quelle strutture. La base di al Asad, per molto tempo, per esempio, è stata utilizzata dall’esercito americano nell’ovest dell’Iraq. Nel 2017 ospitava circa 500 persone, tra personale militare e civili. La struttura è la più importante base americana in Iraq, anche perché accoglie l’agenzia Ap e circa 1.500 soldati (sia americani, sia della coalizione). Trump l’aveva visitata il 26 dicembre 2018, insieme alla moglie Melania.

Come sono divisi i sunniti e gli sciiti in Iraq (Alberto Bellotto)
Come sono divisi i sunniti e gli sciiti in Iraq (Alberto Bellotto)

Dopo la sconfitta dello Stato islamico nel Paese, la presenza statunitense si è ridotta considerevolmente nell’area, ma rappresenta comunque un bersaglio importante perché ancora consistente. La base di Erbil, che si trova vicino all’aeroporto della città, invece,  è stata utilizzata soprattutto dalle forze speciali nelle operazioni che hanno riguardato il nord del Paese e la Siria orientale. In base alle prime informazioni avute subito dopo l’intervento, nell’attacco contro quest’ultima struttura i missili iraniani sarebbero tutti caduti all’esterno dell’edificio e il contingente italiano presente in loco si sarebbe rifugiato in un bunker, salvando tutti i membri del suo gruppo.

L’azione, che almeno inizialmente aveva allarmato mezzo mondo, non avrebbe ucciso nessun cittadino americano (informazione confermata anche dall’esercito iracheno), ma decine di iracheni. Diversa, invece, è stata la versione immediata fornita della televisione di stato iraniana, che avrebbe parlato di “80 terroristi americani” uccisi nell’attacco, senza però dare dati e prove certe.

La base americana colpita dai missili iraniani (LaPresse)
La base americana colpita dai missili iraniani (LaPresse)

Resta evidente che se le strutture avessero contenuto il numero di persone presenti normalmente, il bilancio dell’operazione sarebbe stato diverso, in termini di vittime  e di potenziali feriti.

Nelle ore successive alla diffusione della notizia, dall’America non si è fatto attendere il commento del presidente Donald Trump, arrivato direttamente dal proprio account Twitter. Il capo della Casa Bianca, tramite il suo profilo personale, ha infatti usato toni più rassicuranti e ha scritto: “Fino a qui, tutto bene. Abbiamo di gran lunga i militari più potenti e ben equipaggiati del mondo”.

Donald Trump prima del suo discorso dell'8 gennaio 2020 sulla crisi tra Iran e Usa (LaPresse)
Donald Trump prima del suo discorso dell’8 gennaio 2020 sulla crisi tra Iran e Usa (LaPresse)


Intanto, nella mattinata dell’8 gennaio, le autorità americane hanno deciso di imporre “restrizioni d’emergenza” nello spazio aereo sull’Iraq, l’Iran e il Golfo Persico. L’ex tycoon, nella giornata del 9 gennaio, in un discorso molto atteso, circondato dal suo stato maggiore, ha scelto di utilizzare (come in tanti prevedevano) toni più concilianti verso Teheran, tendendo la mano alla Repubblica islamica, pur restando fermo nelle sue posizioni: “Siamo pronti alla pace“.

Ma nelle ore successive all’azione, anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, rappresentante dell’ala più moderata dell’establishment ha analizzato pubblicamente l’accaduto. Secondo quanto riportato dal Corriere della sera, Zarif avrebbe detto di aver subito inviato un messaggio agli americani, utilizzando i canali abituali, per informarli dell’operazione. Secondo il ministro, l’intervento (che somiglia più a un’azione dimostrativa) sarebbe stata condotto per “legittima difesa” in risposta all’uccisione di Soleimani, definita un vero e proprio “attacco terroristico”.

Zarif, che ha definito il lancio dei missili “una risposta proporzionata“, ha anche dichiarato: “Ciò che è certo è che la Repubblica islamica ha preso di mira una base americana da cui avevano colpito il comandante Soleimani e che avevano usato, in passato, per attacchi contro le forze della Resistenza. Un obiettivo legittimo, secondo il diritto internazionale”. Nel suo messaggio, però, il ministro degli Esteri ha voluto chiarire che Teheran non è intenzionata a provocare “un’escalation delle violenze o una guerra”. Segno che un conflitto non conviene proprio a nessuno.

La prima azione (e probabilmente l’ultima) per vendicare la morte del generale Soleimani sarebbe stata significativa, ma dalle dimensioni piuttosto contenute. Le autorità iraniane, infatti, nelle ore precedenti all’intervento, avrebbero messo al corrente delle proprie intenzioni il presidente iracheno Adil Abdul Mahdi che, a sua volta, avrebbe avvertito gli americani, pronti così a prendere le misure necessarie per mettere al sicuro il proprio personale.

In questo modo, Teheran ha risposto all’uccisione del suo brillante stratega prendendo una posizione pubblica, ma evitando però di alzare troppo i toni e di avviare un conflitto reale contro l’America di Trump. L’ipotesi di un’azione missilistica, infatti, era stata presa in considerazione (insieme a un attacco con i droni) e le installazioni americane erano state già messe in allarme. In particolare, l’intelligence aveva segnalato attività dei reparti iraniani che hanno nel loro arsenale vettori a medio e lungo raggio. Nonostante ci si aspettasse una replica di Teheran, in pochi pensavano a un’azione così rapida. L’intervento ha, quindi, permesso alla Repubblica islamica di vendicare formalmente Soleimani, ma al tempo stesso di non aprire a una guerra totale. In base ad alcune versioni, infatti, le testate avrebbero centrato le aree più remote delle basi colpite. Quattro, infatti, sarebbero persino cadute lontano.


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