La guerra in Afghanistan riassunta

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“Spingere l’America a invadere l’Afghanistan era esattamente ciò che sperava Osama Bin Laden l’11 settembre. Come ci avrebbe detto poi suo figlio riconsiderando i fatti, il suo sogno era che l’America invadesse l’Afghanistan”.

“Molta della gente che stavamo ammazzando erano in realtà semplici contadini a cui i leader talebani avevano messo in mano un AK-47. Una specie di talebani part-time, non molto ben addestrati al combattimento. Ne uccidevamo un numero enorme: ma questo non ci rendeva particolarmente felici, perché eravamo consapevoli del fatto che ogni volta che eliminavamo uno di loro, stavamo in realtà aumentando l’insurrezione”.

Queste due citazioni, la prima di Bruce Riedel, funzionario della Cia sino al 2006, la seconda di Richard Dannatt, capo di Stato maggiore britannico dal 2006 al 2009, basterebbero insieme a spiegare la cocente sconfitta occidentale nel ventennale conflitto in Afghanistan.

Tutto parte, infatti, da Bin Laden e dagli attentati dell’11 settembre 2001, e si esaurisce con l’impossibilità, da parte occidentale, di conquistare “i cuori e le menti” degli afghani, presi in una morsa di violenza causata dai talebani e dalla reazione delle truppe occidentali. Esistono, ovviamente, altre motivazioni “più tecniche” – che andremo a evidenziare nel corso di questa trattazione – ma sostanzialmente possiamo riassumere il conflitto come una “trappola” in cui sono caduti gli Stati Uniti e gli alleati che ha dimostrato l’incapacità dell’Occidente di imporre un modello di società (e civiltà) alternativo basato sulla democrazia.

In questa foto, scattata il 21 agosto 2021, si vedono i Marines schierati all’interno dell’aeroporto di Kabul (LaPresse)

Un fallimento cocente, come abbiamo detto, che ha assunto le caratteristiche di una tragedia il 15 agosto 2021, con la caduta di Kabul e la fuga precipitosa dall’Afghanistan. Una catastrofe umana e umanitaria che rappresenta una macchia indelebile nelle coscienze di tutti noi e nella reputazione dei Paesi occidentali.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington imponevano agli Stati Uniti una reazione immediata per scovarne i mandanti e colpirli. La war on terror, varata dal presidente George W. Bush Jr., coinvolge da subito gli alleati degli Usa, che vengono chiamati in causa dalla Casa Bianca appellandosi all’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico e all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Obiettivo: Afghanistan.

In quel Paese centro-asiatico, crocevia di interessi geopolitici importanti, si trovavano infatti i campi di addestramento di Al Qaeda, l’organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden che aveva già colpito gli Stati Uniti facendo esplodere due potenti ordigni alle ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam, e che nel 1993 aveva colpito le Torri Gemelle, a New York, con un camion-bomba nel tentativo – fallito – di farle crollare. L’opinione pubblica americana, dopo i tragici eventi dell’11 settembre, aveva bisogno di una risposta rapida che dimostrasse che gli Stati Uniti non si lasciano prostrare dai terroristi.

Già il 26 settembre un elicottero russo, decollato dalla base di Karshi-Khandabad in Uzbekistan, atterrava nella valle del Panjshir sbarcando otto uomini della Cia incaricati di preparare il terreno per i distaccamenti di forze speciali statunitensi che, di lì a poco, sarebbero arrivati nel Paese. Nelle intenzioni degli Stati Uniti c’era la volontà di condurre la guerra in Afghanistan con un approccio di “light footprint”, una “impronta leggera” americana, ovvero utilizzando lo strumento aereo in coordinazione con le forze speciali che dovevano mobilitare e coadiuvare le milizie del Fronte Unito (o Alleanza del Nord), che non si erano arrese all’inarrestabile avanzata dei talebani culminata con la presa di Kabul nel 1996. Lo scopo delle operazioni militari era triplice:

  • Catturare Osama Bin Laden sgominando la sua rete terroristica
  • Distruggere i campi di addestramento di al-Qaeda
  • Eliminare i talebani, che avevano dato ospitalità al terrorista di origine saudita, dal governo del Paese

Nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre del 2001 cominciava ufficialmente l’operazione Enduring Freedom, che vide impegnate, complessivamente, 70 nazioni di cui 27 direttamente con le proprie forze militari. Gli Stati Uniti erano quindi caduti nella trappola di Bin Laden: un’accozzaglia di terroristi, estranea al tessuto sociale afghano e che faticava a farsi riconoscere come rappresentante delle aspirazioni del mondo musulmano, era diventata il nemico numero uno degli Usa, trascinandoli in un conflitto avente come teatro una nazione che era stata coinvolta negli eventi terroristici se non per via incidentale.

I soldati dell’esercito degli Stati Uniti primo battaglione, 26° fanteria, prendono posizione a Restrepo dopo esser stati attaccati dai talebani nel 2009 (LaPresse)

La pianificazione e l’esecuzione delle operazioni di Enduring Freedom viene affidata al U.S. Central Command (US Centcom) situato presso la base McDill di Tampa (Florida), che, ancora oggi, è responsabile per il Medio Oriente e l’Asia Centrale. L’area di competenza delle operazioni navali ricadeva nell’ambito della Quinta Flotta, basata in Bahrein, che si vide assegnata i Csg (Carrier Strike Group) delle portaerei Uss Enterprise (Cvn 65), Uss Carl Vinson (Cvn 70), Uss Theodore Roosevelt (Cvn 71) e Uss Kitty Hawk (Cv 63) sotto il comando della Combined Task Force 50 operante tra il Mar Rosso, il Golfo Persico e il Mare Arabico. La componente anfibia era garantita dalla Combined Task Force 51, con altrettante unità navali Lhd che imbarcavano il 15esimo e il 26esimo Meu (Marine Expeditionary Unit) dei Marines.

Nelle basi aeree dell’area mediorientale e sino a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, vengono schierati gli assetti aerei, tra cui anche i bombardieri strategici B-52H e B-1B, mentre si approntano la 82esima e 101esima divisioni aerotrasportate, la Decima da montagna, insieme a un’aliquota del 75esimo reggimento Ranger, per le operazioni speciali da condurre insieme all’Alleanza del Nord. Queste truppe scelte opereranno, quasi da subito, dalla già citata base in Uzbekistan.

Il Regno Unito, da subito schierato a fianco dello storico alleato, schiera la portaerei Hms Illustrious, la Lhd Hms Ocean mentre velivoli Tornado vengono dispiegati negli aeroporti del Golfo Persico. Londra invia elementi dei suoi reparti speciali per affiancare quelli statunitensi: il 22esimo Sas (Special Air Service) e lo Sbs (Special Boat Service). Francia, Germania, Canada e Australia inviano da subito propri contingenti inizialmente composti da unità navali e reparti per operazioni speciali.

Il Fronte Unito poteva raggruppare circa 15mila miliziani che potevano contare su qualche mezzo corazzato (T-55 e T-62), veicoli da combattimento tipo BTR-60 e 70 e BMP 1 e 2, obici da 122 millimetri di fabbricazione sovietica, sei elicotteri da trasporto Mil Mi-8 e due da attacco Mi-24.

I talebani, al tempo, potevano disporre di circa 40mila uomini ben organizzati e dotati perfino un organo di intelligence, denominato al-Hisba. Erano in possesso di circa 200 carri tra T-55 e 62, 450 veicoli da trasporto corazzati, una certa quantità di Manpads tipo SA-7 e 14 (e anche qualche residuo Stinger), una grande quantità di mitragliatrici pesanti e cannoni antiaerei. Ai tempi potevano disporre anche di 12 caccia Mig-21 e sei Su-22, probabilmente del tutto inefficienti, e di qualche elicottero da trasporto Mi-8 insieme a un paio di Antonov An-26.

Le operazioni, a grandi linee, prevedevano quattro fasi:

  1. L’eliminazione di obiettivi precisi tramite la campagna di bombardamento aereo
  2. L’appoggio al Fronte Unito per l’eliminazione del regime dei talebani
  3. La stabilizzazione del Paese con l’impiego di unità di terra
  4. Un accordo tra i partecipanti alla Coalizione per evitare il ritorno della minaccia terroristica e l’avvio di supporto umanitario

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre un fitto lancio di missili da crociera Tomahawk e i bombardamenti aerei colpiscono le infrastrutture logistiche e di comando talebane, nonché i concentramenti di truppe noti, a Mazar-i-Sharif, Sheberghan, Kunduz, Herat, Shindand, Kandahar, Moqor, Ghazni, Kabul e Jalalabad. Parallelamente ai bombardamenti cominciano le operazioni psicologiche per cercare di conquistare “i cuori e le menti” degli afghani e il lancio di viveri.

Il 19 ottobre comincia la vera e propria offensiva verso Mazar-i-Sharif da parte delle milizie dell’Alleanza del Nord supportate dal Quinto Special Force Group operante dalla base uzbeka. La cittadina viene conquistata il 10 novembre. Le operazioni delle Sof (Special Operation Forces) si estendono al nord est dell’Afghanistan e toccano il vitale aeroporto di Bagram (19/20 ottobre).

Le forze dell’Alleanza del Nord, concentrate nella piana di Shomali, a nord di Kabul, lanciano l’offensiva verso la capitale che viene conquistata il 13 novembre. Parallelamente, dopo la conquista di Mazar-i-Sharif, le milizie muovono verso nord est conquistando facilmente Taloqan, mentre Kunduz cade il 23 dello stesso mese, grazie al supporto delle Sof statunitensi. Il 9 novembre Osama Bin Laden aveva abbandonato Kabul per dirigersi verso est e insieme a un centinaio di uomini si rifugia sulle montagne nei pressi del confine col Pakistan: Tora Bora, la “caverna nera”.

Rimaneva la roccaforte talebana di Kandahar, nel sud, che però viene espugnata in una complessa operazione a tenaglia che comincia il 14 novembre e che vede la presenza di mille Marines della Task Force 58 del 15esimo Meu, che occupano la pista di atterraggio di Dolangi. Dopo tre settimane di duri combattimenti, il 7 dicembre, anche l’ultima resistenza talebana crolla. Il mullah Omar, leader dei talebani, riesce a fuggire sulle montagne mentre i superstiti si rifugiano in Pakistan. Il 9 dicembre, due mesi dopo l’inizio della campagna aerea, Hamid Karzai, facente parte di uno dei clan più importanti del Paese – i Popalzai – entra nella capitale. Sette giorni dopo il segretario di Stato Usa, Colin Powell, annuncia trionfante che l’organizzazione terroristica di al-Qaeda non esisteva più in Afghanistan e che la leadership talebana era stata sgominata, dichiarando conclusa la campagna militare. Ma si sbagliava.

Dopo una serie di bombardamenti sulle montagne di Tora Bora, cominciati il 16 novembre, con un incredibile ritardo, tra il 2 e il 3 dicembre, cominciano ad affluire nella zona i primi contingenti di forze speciali statunitensi, mentre il 5 le milizie dell’Alleanza del Nord, coadiuvate dalle Sas britanniche, prendono il controllo dell’area antistante il massiccio montuoso. La battaglia che ne scaturisce è violenta e procede senza tregua.

Tora Bora (LaPresse)

Il 12 un distaccamento di Sbs, a cui si uniscono le Ksk tedesche (Kommando Spezialkrafte), prende parte alla battaglia: l’operazione dura cinque giorni, l’area viene messa in sicurezza ma di Bin Laden non c’è traccia. Il leader di al-Qaeda era riuscito a fuggire in Pakistan, da dove continuerà impunemente la sua attività terroristica sino alla sua uccisione, anni dopo. Quella che avrebbe dovuto essere una operazione magistrale di light footprint, si rivela un fallimento, dimostrando, per la prima volta, i limiti delle milizie afghane che non sono state in grado di stanare i seguaci di al-Qaeda durante lo svolgimento della manovra a tenaglia.

La causa principale della sconfitta strategica è stata la decisione di non sigillare il confine tra Pakistan e Afghanistan, permettendo la fuga di Bin Laden, dei suoi seguaci, e dei talebani che si erano rifugiati su quei monti, ma questo sarebbe stato possibile solo con l’impiego di molti più uomini, contraddicendo, quindi, la filosofia del light footprint. C’è poi da considerare che i comandi alleati riponevano troppa fiducia nei capi dei mujaheddin locali, molto meno fedeli dei tagichi o degli uzbechi e più inclini al “doppio gioco”, che infatti assicurarono un corridoio di fuga a Bin Laden permettendogli di raggiungerei “santuari” pachistani. Pakistan che, per tutta la durata del conflitto, ha sempre mantenuto un comportamento ambiguo, eufemisticamente parlando, con l’Isi, il servizio segreto di Islamabad, che lavorava nell’ombra per fornire sostegno ai combattenti talebani di origine pachistana e col governo che non ha mai provveduto a sigillare il confine, permettendo agli insorti di trovare rifugio impunemente nel proprio territorio. Un altro fattore che avrebbe dovuto far capire ai comandi alleati che quel conflitto non poteva essere vinto se non dopo decenni di presenza continua e incisiva sul territorio al fine di “cambiare i cuori e le menti” più che “conquistarli”.

Il 20 dicembre del 2001, per garantire il peacekeeping in Afghansitan, nasce Isaf (International Security Assistance Force), un contingente internazionale a guida Onu che ha il mandato di supportare le istituzioni locali e realizzare le condizioni per la nascita di un governo stabile. Isaf è un meccanismo parallelo a Enduring Freedom, e vi hanno partecipato 46 nazioni, ed il suo contingente primario, formato da 5mila uomini (una brigata multinazionale), doveva garantire la sicurezza di Kabul e Bagram.

Il suo comando avveniva a rotazione tra tutti i Paesi contributori, e questo è stato uno dei limiti fondamentali: la non gestione unica delle operazioni militari, la divisione tra i comandi e gli stessi comandanti diversi, che esprimevano metodologie diverse, ha contribuito all’inefficienza della missione insieme alla scarsità di uomini.

Il 22 dicembre Karzai presta giuramento a Kabul e diviene presidente del governo provvisorio: un consiglio formato da 29 membri in rappresentanza di tutte la fazioni afghane ad eccezione dei talebani. Il battesimo dell’Isaf avviene sotto una cattiva stella: nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 2002 una colonna afghana circonda un villaggio nei pressi di Kandahar dove era stata segnalata la presenza di un grosso contingente di talebani. Gli “studenti di Dio” si arrendono, e il comandante delle truppe afghane concede loro di ritornare alle proprie abitazioni previa consegna delle armi. Durante la fase di disarmo dei talebani un piccolo gruppo riesce a fuggire in motocicletta: si trattava del mullah Omar con le sue guardie del corpo. Un altra cocente sconfitta per gli americani.

Il regime però era stato abbattuto e l’Afghanistan gode di un breve periodo di pace relativa. L’Isaf, nel 2002, crea i Prt (Provincial Reconstruction Team) formati da 100/200 uomini (militari e civili) per “porre in contatto le autorità locali con le popolazioni rurali”. Si cerca di stabilire, quindi, la prima attività di nation building in Afghanistan.

L’11 agosto del 2003, a seguito delle decisioni prese dal Nac (North Atlantic Council) la Nato assume il comando dell’Isaf dando il via a quella che è la sua prima operazione out of area. Si delinea una netta separazione di compiti tra Isaf ed Enduring Freedom: da un lato gli Alleati si incaricano di assistere il governo afghano, le nascenti forze di sicurezza nazionali (Ansf), contrastare il terrorismo e ricostruire il Paese, dall’altro la Coalizione a guida Usa assumeva il ruolo esclusivamente combat.

Il 19 dicembre dello stesso anno il Consiglio Atlantico autorizzava lo Shape (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) a intraprendere una graduale espansione della missione Isaf da svolgersi in quattro fasi distinte, che vedranno l’aumentare del numero di soldati presenti in Afghanistan.

La prima prende il via il 31 dicembre 2004 e vede la Germania assumere il comando del settore nord (Kunduz e Mazar-i-Sharif). Il contingente Isaf passa a 10mila uomini mentre quello Usa a 20mila. La seconda fase comincia il 10 febbraio 2005 e vede l’apertura del Regional Command West (Herat) guidato dall’Italia che subentra il 31 marzo dello stesso anno. Con la terza fase, a febbraio 2006, si apre il comando sud (Helmand) guidato a rotazione da Canada, Regno Unito e Olanda. A questo punto le forze Isaf nel Paese ammontano a 20mila uomini. Ad agosto dello stesso anno viene costituito il Regional Command Capital guidato, a rotazione, da Italia, Turchia e Francia. L’ultima fase, che prende il via a ottobre 2006, comporta l’apertura del Regional Command East a guida Usa: ora l’Isaf può disporre di 32mila uomini. Parallelamente alla diffusione lungo il territorio delle forze Isaf, l’attività dei talebani aumenta di intensità, come testimoniano le perdite causate dagli ordigni esplosivi improvvisati (Ied) che passano dallo 0% del 2001 al 61% del 2009.

Proprio quell’anno, a ottobre, viene finalmente deciso di unificare i comandi di Isaf ed Enduring Freedom, che diventano HQ Isaf a guida statunitense. All’apice di quello che viene definito “surge”, nel 2011, l’HQ Isaf poteva disporre di 129mila uomini, ma l’arrivo alla Casa Bianca del presidente Barack Obama aveva segnato il destino della missione. A questo punto bisogna far notare un fatto che ha inciso molto sul ritorno prepotente dei talebani: nel marzo 2003 cominciano le operazioni contro l’Iraq, e gli Stati Uniti vengono “distratti” dal fronte afghano, che diventa secondario, distogliendo uomini ma soprattutto mezzi. Qualcosa che andrà a influire ancora di più nella mancanza di controllo del territorio, tanto che, nel 2010, i talebani lo controllavano per il 70%.

Il 2009 si può considerare come l’anno dei cambiamenti. La presidenza Obama, se da un lato porta a un aumento delle truppe (il già citato “surge”) dall’altro getta le basi del ritiro statunitense dall’Afghanistan. A febbraio la Casa Bianca decide di inviare ulteriori 17mila uomini (a fronte dei 30mila richiesti dal generale David McKiernan.

Il 2 luglio comincia la più imponente operazione eliportata dai tempi del Vietnam: Colpo di Spada, che vede impiegati 4mila soldati Usa e 600 afghani, ma il successo tattico non si tramuta in strategico. Come in quasi tutte le battaglie di quel conflitto, nonostante la vittoria sul campo, le forze della Coalizione non riescono a ottenere il controllo del territorio, che resta saldamente in mano talebana.

Durante quell’estate le truppe Isaf raggiungono la quota di 70mila unità, ma a dicembre la revisione promessa dalla Casa Bianca prende corpo: il primo del mese il presidente degli Stati Uniti decide per il ritiro delle truppe, da iniziarsi a luglio del 2011. Non solo. Per la prima volta il comandante in capo parla apertamente della necessità di far rientrare i talebani nella società civile per riappacificare il Paese – che per l’amministrazione non era così fondamentale -, di proteggere la popolazione civile (imponendo ai militari la “courageous restraint”, ovvero utilizzare il minimo della forza indispensabile nei combattimenti per proteggere i civili (fondamentalmente rinunciando, ove possibile, al supporto aereo ravvicinato), e di attuare più investimenti per migliorare le condizioni della società, nonostante il fiume di dollari letteralmente bruciato dalla corruzione dei funzionari afghani ma anche da progetti di ricostruzione inefficaci o restati solo sulla carta.

Proprio nell’ottica del ritiro delle truppe Usa e Alleate, il 28 gennaio 2010, durante la conferenza internazionale sull’Afghanistan di Londra, viene deciso di cominciare gradualmente la “afghanizzazione” del conflitto, ovvero affidando l’attività di controinsurrezione alle Ansf, e in quest’ottica vengono anche create le Alp (Afghan Local Police): sostanzialmente delle milizie, che avrebbero dovuto raggiungere i 10mila uomini, per difendere in modo autonomo i villaggi. Purtroppo questa decisione si rivelerà controproducente: i miliziani, armati da Usa e Alleati, erano composti in buon numero da criminali comuni che terrorizzavano la popolazione.

Mentre l’afghanizzazione del conflitto procede, il 2 maggio 2011 un gruppo di incursori dei Navy Seal uccide Osama Bin Laden nella sua casa-bunker di Abbottabad, in Pakistan, ma questo non ferma l’avanzata dei talebani né incide sul morale.

Nel 2012 si forma un nuovo Fronte Nazionale Afghano, guidato da Ahmad Zia Massoud e dal generale Abdul Rashid Dostum con l’intenzione di sbarrare la strada politica ai talebani, forse in risposta alla prima timida apertura da parte della Casa Bianca.

I passi per la transizione delle operazioni proseguono, e a fine settembre di quell’anno le Ansf si assumono la completa responsabilità di 261 distretti su un totale di 405. Per la prima volta, sempre durante il 2012, le operazioni militari vengono compiute da truppe formate per la maggior parte da afghani, che però abbisognano quasi sempre del vitale supporto aereo alleato, e dimostrano tutti i loro limiti di coordinamento, la scarsa conoscenza del territorio (causata dal reclutamento di matrice “tribale”), la scarsità di capacità logistiche, ma a incidere è soprattutto l’assenza di una intelligence efficace.

Si acuiscono anche gli attacchi definiti “green on blue”: azioni di fuoco effettuate da personale delle Ansf (green) contro i militari della Coalizione (blue). Se tra il 2007 e il 2012 se ne registrano 52, nel solo 2012 il loro numero è di 37. Questi attacchi sono originati da infiltrazioni talebane per il 50%, ma anche dai crescenti rapporti di sfiducia verso un alleato che si sta ritirando.

Il 2013 è l’anno del “passaggio di consegne” tra la missione Isaf, che termina a inizio dell’anno successivo, e Resolute Support, che ne prende il posto. Resolute Support è un’operazione molto diversa rispetto alla precedente, dalle caratteristiche spiccatamente non combat in quanto dedicata all’addestramento delle forze di sicurezza afghane, e si affianca a Freedom Sentinel (cominciata ufficialmente il primo gennaio del 2015), che segue Enduring Freedom. Freedom Sentinel si configura come una missione combat ma rivolta al counter terrorism, quindi per colpire i santuari di al-Qaeda e del Iskp (o Isis-K), nonché si prefigura di fornire addestramento alle Ansf in particolare alle Sof.

Con gli Alleati sulla difensiva in vista del ritiro, i talebani cominciano a effettuare attacchi più consistenti e in profondità sulle forze afghane, consci della possibilità di successo data dal minor rischio di subire la potenza aerea avversaria. Si ripresenta quindi lo stesso identico schema del Vietnam: la vietnamizzazione di quella guerra, il ritiro statunitense, lasciarono l’iniziativa al nemico, che in poco tempo arrivò a Saigon spazzando via il governo sudvietnamita.

Il ritiro delle truppe occidentali prosegue costantemente nel corso degli anni, sino a quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia al mondo la data finale, prevista originariamente per la fine del 2020 e poi per l’inizio di maggio 2021 in forza degli accordi di Doha, stretti con la delegazione dei talebani, a febbraio del 2020.

In base a quella intesa, Washington si era impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan da 13mila uomini a 8600 entro i primi 135 giorni successivi alla firma dell’accordo e a concludere il loro ritiro totale entro 14 mesi dalla stessa data. Oltre a questo, nella stessa occasione, gli Usa avevano negoziato con i talebani anche il rilascio di 5mila prigionieri loro affiliati dalle carceri afgane, posta come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul.

Ad aprile del 2021 il neo presidente Joe Biden annuncia il ritiro totale entro l’11 settembre dello stesso anno: una data più che simbolica che però non si raggiungerà. Il 15 agosto, come sappiamo, Kabul cade in mano talebana meno di 24 ore dopo la resa di Mazar-i-Sharif, da dove il generale Dostum fugge senza quasi sparare un colpo.

Nella notte tra il 30 agosto e il primo settembre, l‘ultimo aereo da trasporto C-17 con a bordo il generale Chris Donahue, comandante della 82esima divisione aviotrasportata “All American” che presidiava l’aeroporto di Kabul dal 15 agosto, giorno in cui è cominciato il dramma umano e umanitario del popolo afghano, lasciava la capitale afghana con a bordo gli ultimi soldati statunitensi. Una guerra durata venti anni era finita, ed era finita con una sconfitta.

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