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Mentre il mondo intero stava ancora commentando il (triste) dibattito televisivo andato in scena ad Atlanta tra Joe Biden e Donald Trump, ad oltre 11mila chilometri di distanza, a Pechino, Xi Jinping spiegava alla comunità internazionale l’importanza di progredire sulla strada della coesistenza pacifica. In un discorso tenuto nella Grande Sala del Popolo, in uno dei palazzi del potere cinese, a due passi dalla Città Proibita, Xi ha infatti celebrato il 70esimo anniversario del lancio dei cosiddetti “Cinque principi di coesistenza pacifica”. Si tratta di un concetto ignoto alla maggior parte dei lettori ma che sin dalla sua formulazione – avvenuta nel 1954 per opera dell’allora premier Zhou Enlai – continua a fungere da bussola per la politica estera del Paese.

Questi principi possono essere sintetizzati con il rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la non ingerenza negli affari interni negli altri Paesi. Ammorbidendo il loro significato politico, e utilizzando termini digeribili ai comuni cittadini d’oltre Muraglia, Xi ha promesso che la Cina farà “importanti passi in avanti”, senza tuttavia mai allontanarsi “dal percorso dello sviluppo pacifico” né sottomettere le altre nazioni.

La “risposta” di Xi ai due presidenti Usa

Non poteva esserci un momento migliore per contrapporre le incertezze, lo scontro, la violenza verbale, il potenziale disordine espresso dal vis a vis tra Biden e Trump, al presunto nobile piano di pace rimarcato da Xi. Che si tratti di pura retorica, di un chiaro tentativo avanzato da Pechino per tendere la mano ai Paesi in via di sviluppo, e attirarli così verso la propria orbita, tutto questo poco importa: per il presidente cinese era fondamentale far apparire la sua nazione quanto più distante possibile dagli Stati Uniti. In un simile gioco di specchi, da una parte troviamo l’ordine, la coesistenza pacifica, l’armonia made in China; dall’altra le crescenti tensioni sociali e internazionali alimentate dagli Usa di Biden o Trump.

È così emersa una netta contrapposizione tra un leader mondiale, quello cinese, che non è impegnato in alcuna campagna elettorale, che non ha bisogno di alzare il tono dello scontro e che può sfoggiare una chiara agenda a lungo termine da proporre alla comunità internazionale, e due candidati alla presidenza Usa poco affidabili: Biden per l’età e le condizioni fisiche; Trump per uno stile imprevedibile ed eccessivamente baldanzoso.

Armonia contro instabilità

Definendo la Cina come una “forza per la pace, la giustizia e lo sviluppo”, Xi ha chiesto una migliore comunicazione per contrastare le “cortine di ferro dello scontro“. Le stesse cortine – esplicito richiamo alla Guerra Fredda – che stanno mettendo a rischio i rapporti diplomatici tra Pechino e l’Occidente a guida Usa.

Il presidente cinese ha quindi spiegato come i richiamati principi di coesistenza pacifica siano diventati “norme fondamentali universalmente applicabili per le relazioni internazionali”. Per poi spiegare – presumibilmente sempre pensando al modus operandi Usa – che gli “affari mondiali dovrebbero essere gestiti attraverso ampie consultazioni” e “non dettate da chi ha più muscoli”, e che “nell’era della globalizzazione economica non servono divisioni ma ponti di comunicazione”, non “cortine di ferro di confronto ma autostrade di cooperazione”.

È abbastanza evidente come Pechino abbia sfruttato i passi falsi dei due candidati alla presidenza Usa per proporre il proprio leader, Xi, come l’unico in grado di proporre la giusta ricetta per mantenere la pace globale.

Probabilmente i popoli occidentali non avranno creduto ad una sola delle parole uscite dalla bocca del presidente cinese. Ma forse quest’ultimo era più interessato a farsi comprendere dai governi in via di sviluppo che non da Europa e Stati Uniti. Se così fosse: missione riuscita.

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