Meno di Robert Kennedy, assassinato nel 1968. Meno di George Wallace, gravemente ferito nel 1972. Ma con due tentati omicidi nel corso della stessa campagna elettorale, una specie di record. Ancora una volta Donald Trump fa storia a se e, in tal modo, fa anche un po’ di Storia. Saranno i poliziotti, i giornalisti e gli storici a dirci se il giovane Thomas Matthew Crooks, l’attentatore del luglio scorso, e il meno giovane Ryan Routh arrestato ieri avevano qualche loro motivazione o se invece, come parrebbe dalle prime impressioni, erano solo due dei tanti fuori di testa che si aggirano armati per gli Stati Uniti e che, al posto di sparare in una scuola o a un concerto, hanno pensato di andare ad ammazzare un politico. A noi preme di più provare a rispondere a una domanda che ribalza come una pallina da flipper: che succede negli Stati Uniti? Come può essere così mediocre (pensiamo ai due candidati e al penoso andamento dei dibattiti Trump-Biden e Trump-Harris) e violenta la scelta del Presidente della superpotenza americana, che si presenta poi al resto del mondo come il deposito unico e inviolabile dei valori, della verità e della ricetta della felicità? Pretendendo di proporre e di imporre a tutti un unico modello?
Tra le infinite risposte utili e meno utili che si possono tentare, a noi pare che una sia questa: i primi a non credere più nell’eccezionalismo americano sono proprio gli americani. Come si spiegherebbe, altrimenti, lo slogan della fortuna politica di Trump, MAGA? Make America Great Again? Rifacciamo grande l’America…
Sensazioni. Appoggiate però a qualche dato. Il Pew Research Center di Washington, ottimo istituto bipartisan per lo studio dell’opinione pubblica, è stato fondato esattamente vent’anni fa, nel 2004. Lo stesso anno, sia detto di passaggio, in cui uno sconosciuto Mark Zuckerberg lanciava dalla sua stanza dell’Università una “cosa” chiamata The Facebook. Per celebrare i vent’anni, il Pew ha messo a confronto le opinioni e i sentimenti degli americani del 2004 con quelli degli americani del 2024. E il risultato è appunto quello che dicevamo: non ci credono più.
Qualche dato. Nel 2004 il 36% confidava nel fatto che il Governo prendesse le decisioni giuste; nel 2024 solo il 22%. Ed era il 77% nel 1964. Il Congresso? Nel 2004 era stimato dal 53%, adesso dal 26%. La Corte Suprema? Il suo rating è il più basso degli ultimi quarant’anni. I partiti? Ha raggiunto il record storico del 28% la quota di coloro che esprimono disistima sia per il Partito democratico sia per il Partito repubblicano. E gli anni della pandemia hanno dato una brutta botta anche alla fiducia nella scienza e negli scienziati, soprattutto tra gli elettori repubblicani.
Intorno a queste rilevazioni sulle principali istituzioni del Paese si possono fare altre considerazioni, che hanno poi riflessi precisi anche sulla attuale campagna elettorale. Per esempio: c’entra, e nel caso quanto, l’evoluzione della composizione etnica della popolazione americana? Tra il 2004 e oggi il numero degli americani è cresciuto del 14%, con le minoranze però assai più inclini a moltiplicarsi di quanto lo sia la popolazione bianca. Così gli americani bianchi, che nel 2004 erano il 68% della popolazione totale, sono oggi “solo” il 59%. L’attuale Congresso è il più etnicamente diversificato della storia degli Usa, nonché quello con il maggior numero di donne. Dovrebbe essere un buon segno, no? Ma la sfiducia, anche nel Congresso multietnico di questo Paese sempre più multietnico, è quella che dicevamo. E l’immigrazione, come sappiamo, non è vista come un arricchimento collettivo ma come un grave problema. Tanto dai dem, costruttori del muro di confine in Messico, quanto dai repubblicani che invocano misure draconiane e deportazioni.
E allo stesso modo potremmo chiederci se c’entra, in un Paese che ha sempre creduto di avere Dio dalla propria parte (non c’è scritto “In God we Trust” anche sui dollari?), la crescita esponenziale di coloro che si definiscono atei o agnostici. Oggi sono il 28%, molti meno dei protestanti (41%) ma ben più dei cattolici (20%).
Sono domande, spunti di riflessione. Il fatto che resta è la sfiducia profonda nel sistema. È questo il problema. Trump è solo l’epifenomeno. È la sfiducia che quattro anni fa portò a credere che l’elezione di Biden fosse stata truccata e a muovere l’assalto al Campidoglio. Trump fu “solo” colui che otto anni fa ne aveva approfittato e che cerca ora di approfittarne ancora. A tutto questo, e alla conquista manu militari trumpiana della politica repubblicana, i democratici hanno risposto con il complottismo. Quando Trump vinse contro Hillary Clinton, quella volpe di Obama inventò gli hacker russi come causa della sconfitta. Adesso i democratici ci riprovano con la “minaccia alla democrazia”. È un modo come un altro per sfuggire alla domanda vera: perché tanta sfiducia? Che cosa abbiamo fatto, o non abbiamo fatto, per arrivare a questo punto?
Siamo espliciti: secondo noi, dopo il 6 gennaio di quattro anni fa e i fatti del Campidoglio, Trump non dovrebbe poter cercare la rielezione. Ma sono le leggi americane a permetterglielo, le leggi del modello universale che il mondo dovrebbe adottare. Cercare di farlo fuori dalla corsa per 300 mila dollari dati di nascosto a una “signora” che forse lo ricattava è fin troppo palesemente un mezzuccio. Ed è piuttosto chiaro che se continui a dipingere un rivale politico (qualunque sia il giudizio che su Trump vogliamo dare) come una minaccia all’esistenza stessa del sistema, in un Paese dove ci sono molte più armi che persone, in cui le sparatorie (si definiscono tali se ci sono almeno 4 morti) sono un evento quotidiano (la media è proprio quella: una al giorno dal 2013 a oggi), in cui ci sono 30 mila morti l’anno per colpi di arma da fuoco e in cui il 29% di coloro che hanno ricoperto la carica di Presidente ha subito un attentato o è stato ammazzato, prima o poi qualcosa succede.
Per cui, ciò che davvero tormenta gli Usa non è il mattocchio che salta fuori con un fucile in mano. È l’ombra nera della sfiducia e della perdita di senso, accoppiata con l’incapacità di rispondere, quella che davvero spara. Su Trump, in questo caso, in patria. Su tanti altri fuori.
Fulvio Scaglione
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