Un Piano Marshall per la Palestina? L’ipotesi ad oggi sembra lontana e remota, nel turbine della guerra di Gaza e dei massicci bombardamenti che da 19 mesi devastano la Terrasanta, ma c’è stato un passato in cui si parlava di questa prospettiva di uno sforzo internazionale per dare spazio alle possibilità di rilancio e investimento nel territorio palestinese. E in cui un’intuizione sostanzialmente lungimirante non è stata colta dalla comunità internazionale.
Berlusconi e il Piano Marshall per la Palestina
Per due volte fu Silvio Berlusconi, da presidente del Consiglio dei Ministri italiano, a presentarla al tavolo dei grandi della Terra. La sede: il G8, consesso che nella Flatlandia globale di fine Anni Novanta e primi Anni Duemila si pensava davvero come direttorio mondiale. Nel 2002, per la prima volta a Kananaskis, in Canada, località dell’Alberta sulle Montagne Rocciose che ospiterà anche il G7 di quest’anno. Sette anni dopo, nel 2009, a L’Aquila, nell’ultimo vertice formato G8 prima dell’espulsione della Russia nel 2014 ad essere organizzato in Italia.
Nel primo caso il Cavaliere giunse sull’onda lunga di un importante discorso tenuto al vertice romano della Fao, in un’epoca storica dove si parlava molto di lotta alla fame nel mondo e di cooperazione allo sviluppo: “Un uomo affamato non è un uomo libero, è un uomo disperato; e può essere convinto a partecipare ad azioni terroristiche“, disse Berlusconi, aggiungendo che non era solo “una questione di generosità ma anche di sicurezza” aumentare l’aiuto ai Paesi in via di sviluppo.

In tempi in cui anche un Paese come il Regno Unito taglia dalla cooperazione allo sviluppo i fondi cercati per il riarmo, un’intuizione che definiremmo lungimirante portò Berlusconi a sottolineare che non ci sarebbe stato margine per la pace in Terrasanta senza una prospettiva vera di sbocco per gli abitanti arabi di questa terra. Erano tempi in cui un vero multilateralismo si poteva immaginare, e figure italiane erano in prima linea. Lo stesso anno Romano Prodi, allora presidente della Commissione Europea, sottolineò che per Bruxelles “la migliore, nonché unica, speranza per ottenere la piena applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite” sulla soluzione a due Stati “resta un quadro multilaterale per una soluzione cui prendano parte, oltre all’UE e agli USA, le Nazioni Unite e la Russia”.
E ancora, sette anni dopo, in un contesto diverso per il Medio Oriente, Berlusconi nella cornice dell’Aquila devastata dal terremoto dell’aprile 2009 parlò al G8 dell’idea di rimettere in campo risorse, pari a 5 miliardi di dollari, per ricostruire entrambe le parti della Palestina, Gaza e la Cisgiordania, e dare prospettiva alla soluzione a due Stati dopo la guerra combattuta tra Israele e Hamas a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009, che aveva causato tra i 1.100 e i 1.400 morti palestinesi.

Berlusconi e l’empatia coi palestinesi
Tutte queste proposte furono fatte da un presidente del Consiglio che durante la sua carriera politica non ha mai mancato di dimostrarsi un amico di Israele ma ha, al contempo, ereditato una tradizione diplomatica di equilibrio e amicizia col mondo arabo che neanche il suo principale avversario, Prodi, ha mai disconosciuto.
Del resto, Berlusconi ebbe ottimi rapporti con i leader di Tel Aviv, da Shimon Peres allo stesso Benjamin Netanyahu ma questo “andava parallelamente all’empatia mai nascosta per i palestinesi”, ha ricordato l’Huffington Post alla sua morte nel giugno 2023. Un’empatia nata con il finanziamento personale all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat da parte del Cavaliere prima della sua ascesa politica. Inoltre, nota l’Huffington, “molti ricorderanno che gli incontri con lo storico leader palestinese si aprivano e chiudevano con fraterni abbracci”, e anche il presidente palestinese Abu Mazen ha ricordato che di Berlusconi apprezzava “l’abilità italiana d’essere amici di entrambi”.

L’eredità di una diplomazia mediterranea
La stagione dei due grandi protagonisti della Seconda Repubblica resta l’ultima in cui l’Italia ha saputo portare avanti una voce autonoma e strategica sulla questione arabo-israeliana e la Palestina. L’eredità della diplomazia mediterranea della Prima Repubblica, della lezione di Giulio Andreotti e Bettino Craxi, sembra oggi dissipata in un’Italia che fatica ad avere una voce su un mondo che è il suo teatro d’azione primario e su Israele e Palestina balbetta slogan senza cercare concretamente proposte di rottura. Le proposte di Berlusconi caddero nel vuoto, e con esse un serio impegno della comunità internazionale a trarre a sé la Palestina.
La caduta totale di Gaza nelle mani di Hamas, gli scontri con Israele e i lutti che ne seguirono sono anche colpa della scarsa risolutezza a considerare globale una questione ritenuta da molti locale, di un Medio Oriente nel caos. Così non fu. Una sana voce italiana, memore della storia, può aiutare a ricordarlo. E dato che dal 2009 ad oggi non sono più arrivate iniziative italiane in materia, il “Piano Marshall” per la Palestina del Cavaliere può essere un’ipotesi da riscoprire. Nel vuoto della diplomazia, resta perlomeno un passato in cui la voce italiana aveva occasione di farsi sentire. E che non va dimenticato.
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